Esorto sempre i miei giovani alunni,
qualora si trovassero in un paese straniero, o semplicemente al Norditalia, ad
accettare ciò che viene loro offerto, se ne hanno voglia, o a rifiutare in caso
contrario, evitando tutta la liturgia che i giurgintani celebriamo ogniqualvolta
ci viene offerta qualcosa. Memore di ciò che accadde a me molti anni fa, la
prima volta che misi piede in Inghilterra.

Ci son rimasto malissimo. Pensavo mi
dicesse almeno “Come on, have some”, corrispettivo
inglese di “Amunì, piglia” o casomai
prendesse due-tre scones e me li
mettesse in mano. Alla giurgintana. Invece niente. Se n’è andata. Ovviamente
dopo un po’ macchinai per ottenere gli agognati pasticcini e li ebbi ma capii,
per sempre, che per una questione squisitamente culturale, non avrei più dovuto
rifiutare la roba che mi veniva offerta.
Nella nostra città e nella nostra
cultura, invece, offrire qualcosa segue delle regole differenti, che danno vita
a un infinito walzer dell’offerta e del rifiuto.
Ti si offre qualcosa ma tu non puoi
accettare subito perché verresti preso per unu
ca unn’ha vistu ma’;
pertanto rifiuti; allora si insiste perché tu accetti;
ma tu rifiuti di nuovo;
allora ti si chiede se per caso tu non stia facendo cerimonie;
tu rispondi di no, assolutamente no;
quindi l’altro ti ririchiede se vuoi accettare;
tu magari riridici di no;
per cui l’altro ti offre qualcos’altro…;
alla fine l’offerente dichiara: vidi ca m’offennu;
per cui accetti qualcosina.
Del resto, dalle nostre parti
l’ospitalità si misura dalla quantità di cibo che ti si riesce a far
ingurgitare. Essere invitati a pranzo può trasformarsi in un tour de force
gastronomico i cui effetti potrebbero durare dei giorni.
Già l’antipasto basterebbe a sfamare
una persona fino a sera. E nonostante ci sia chi ti riempie il piatto di
salumi, olive, pomodori secchi, etc…, la stessa persona è quella che ti dice di
non mangiare troppo perché ci sono tante altre cose.
Il primo piatto viene riempito a
cupola, se no si viene tacciati di inappetenza o, peggio, di fare complimenti,
cosa disdicevole da queste parti. Alla fine, quando pensi che i cavatelli ti
stiano per uscire dalle orecchie, quando meno te l’aspetti, una mano soccorrevole
ti rabbocca il piatto di altra pasta: il bis è d’ufficio. Finito anche il
secondo piatto, poiché dai già segni di cedimento, la padrona di casa chiede:
“Cos’è, non ti è piaciuta? Ti faccio un po’ di riso?”. Alla tua risposta
negativa, incalza: “Allora prendi un altro po’ di pasta”.

“Non mangiate assai che c’è il
dolce”, dice qualcuno a un certo momento. Difatti c’è il dolce. La frutta,
nonostante venga messa a tavola non viene nemmeno sfiorata, proprio per non
appesantirsi in attesa del dolce. A proposito, occorre ricordare che la frutta,
a dispetto dell’etichetta che la vorrebbe a fine pasto, qui da noi è consumata
(quando è consumata) prima del dolce.
Il dolce, appunto. Diciamo che la
pasticceria siciliana non è esattamente una passeggiata. Non ci sono scones, mettiamola così. La ricotta la
fa da padrona e francamente dopo questo pranzo non è esattamente ciò che ci
vorrebbe. Epperò, come fai a non prendere un cannolo? O una fetta di cassata? O
una sfingia? O tutt’e tre?
Segue un triste caffè. Triste perché
a quel punto i commensali sono sfiniti, tutt’uno con le sedie dalle quali
pensano di non aver più la forza di alzarsi. Qualcuno di nascosto si è allentato
due buchi di cintura e si è sbottonato i pantaloni ma… nonostante la quantità
di cibo trangugiata, quantunque ve ne stiate tornando a casa barcollando, la
vostra ospite alla fine vi dirà: un
mangiastivu nenti!