martedì, dicembre 08, 2009

LO SCIOPERO


Questo pezzo l’ho scritto qualche anno fa e forse sembrerà un po’ datato. Come si sa, da allora in Italia per gli immigrati molte cose sono cambiate. In peggio.

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3 ottobre 2003.
Una data come tante, uno di quei giorni in cui ci sforzeremo di ricordare se per caso è il compleanno di un amico, se avevamo preso un impegno importante o se è una ricorrenza particolare. Sarà una di quelle date che ci ronzerà in testa: “Cosa cavolo sarà successo il 3 ottobre del 2003?”, ci chiederemo senza trovare una risposta. Eppure la risposta c’è, e la rintracceremo, d’ora in avanti, in tutti gli almanacchi-del-giorno-dopo televisivi e in tutte le edizioni regalo di storia-degli-anni-2000 e forse anche in qualche libro di storia ad uso delle scuole medie superiori, dipenderà ovviamente dall’autore.
Il 3 ottobre del 2003 l’Italia si fermò.
E si fermò perché tutti gli immigrati, i cosiddetti extracomunitari ma anche i comunitari, all’unisono, senza essere convocati da nessuno, come chiamati da una voce superiore di cui non ne senti il suono ma ne percepisci la portata, non andarono a lavorare, non uscirono per le strade, non si fecero vedere. Come un sol uomo. Così. Semplicemente sparirono. Non so dire se scioperarono, escludo che ne avessero acquisito il diritto; fatto sta che in nessuna città d’Italia quel giorno si vide uno straniero, foss’egli maghrebino o romeno, cinese o peruviano, filippino o indiano, senegalese, polacco o cingalese. Neanche uno. Nemmeno nelle loro case si trovavano, né nei ritrovi dove sono soliti incontrarsi. Quel giorno non si vide un hijab né un turbante né una jallaba manco a pagarli a peso d’oro. Non erano nelle stazioni, né nei giardinetti o nelle moschee, non nei negozi etnici o nelle macellerie hallal. Da nessuna parte.
Detta così sembra una cosa neanche troppo grave, anzi da far gioire coloro che considerano la presenza degli stranieri come un problema o un peso per la nazione. Eppure quel giorno, il 3 ottobre del 2003, tutta l’Italia ebbe una gran batosta. Soprattutto economica. E soprattutto il Nord d’Italia, quello con la più alta densità industriale. I treni e i pullman dei pendolari non portarono al lavoro alcun immigrato, tant’è che le compagnie di trasporti lamentarono perdite notevoli, quel giorno. Le fabbriche erano vuote per metà giacché nessuno di quelli che normalmente facevano i lavori pesanti si era presentato al lavoro. Già, i lavori pesanti, quelli che gli italiani non voglion fare, ad alto rischio di pericolosità o tossicità e scarsa protezione dagli infortuni. I proprietari delle fabbriche, i padroni, erano disperati. Mandarono a cercare i lavoratori stranieri nelle loro case ma nessuno trovò nessuno. Quel giorno ebbero perdite enormi. Lavori non terminati, merce non consegnata, ordinativi non rispettati e soprattutto la paura che la cosa si potesse ripetere il giorno dopo o nei giorni a seguire o per sempre. Stessa cosa avvenne nei cantieri, dove una bella percentuale di lavoratori quel mattino non si presentò. Il buono di quel giorno fu che gli incidenti sul lavoro diminuirono ma i padroni erano terrorizzati dalla prospettiva di dover assumere manodopera italiana, doverla pagare con salari sindacali, versare contributi all’INPS, concedere ferie, malattie e gravidanze varie, provvedere all’alloggio, avere a che fare con sindacati, camere del lavoro, patronati, statuti dei lavoratori, articoli 18, cazzi e mazzi. Molto meglio avere dei “negretti” silenziosi alle proprie dipendenze. Li fai lavorare a un tot al giorno, li tieni buoni buoni e quando non ti servono più gli dai un bel calcio nel culo e alé andare.
Anche l’agricoltura ebbe una bella botta. Nei posti dove si faceva la raccolta nessuno si presentò a raccogliere. I campi, le vigne e i frutteti erano desolati, si vedevano solo le distese di piante, e i padroni dei fondi, con le mani nei capelli, che bestemmiavano tutti i santi per quella tragedia. I caporali al mattino nelle piazze dei paesi avevano aspettato sui pulmini i lavoratori stranieri ma non si era fatto vivo nessuno. Pensavano, chessò, a un’addormentata globale, per cui li andarono a cercare nelle loro case o gli telefonarono. Ma il responso fu unanime per tutti: non si trovava nessuno. Essi stessi, i caporali, privati dei loro introiti truffaldini, con i padroni dei campi e con tutti gli altri delle loro famiglie, con gli amici e i parenti che riuscirono a raggranellare, si misero in ginocchio o con la schiena curva sotto il sole, e dopo almeno quattordici ore di lavoro ininterrotto, riuscirono a raccogliere una quantità irrisoria di frutti. Un’ammazzata generale. E per di più i padroni dovettero pagare, e bene, quelli che avevano lavorato per tutto il giorno. Molti frutti rimasero sulle piante, alcuni andando a male, con grave legnata economica. A ciò si aggiunse l’incertezza dell’indomani: gli extracomunitari, sarebbero tornati il giorno dopo al lavoro? Il rischio di perdere tutto il raccolto e mandare in fumo la fatica di un anno intero era concreto.
Decine di migliaia di famiglie andarono in tilt, il 3 ottobre del 2003. Al mattino aspettarono le badanti, le colf, le babysitter ma, come per gli altri casi, non si fece vedere nessuno. Migliaia di anziani e ammalati rimasero senza la loro ragazza filippina o bielorussa che se ne prendesse cura. Il loro lavoro, fatto con amore e spirito di servizio oltre che per la paga ovviamente, fu sostituito da quello approssimativo e superficiale di figli, nuore o generi rimasti giocoforza in casa ad accudirli. Lo Stato pagò migliaia di giorni lavorativi a persone che non erano andate al lavoro (tanto un certificato medico se lo procura chiunque). Ma gli anziani, si sa, non sono stupidi, e neanche gli ammalati. La sofferenza o la vecchiaia li ha resi forse più cattivi e certamente più esigenti. Cominciarono a richiedere la presenza delle loro badanti, piangevano, urlavano, per la disperazione dei parenti. Lo stesso fecero i bimbi rimasti senza babysitter: parcheggiati davanti alla televisione a guardare Uno Mattina o la videocassetta di Re Leone per la duecentesima volta, dopo un po’ reclamarono di uscire, andare al parco, e nulla vollero sapere dei dinieghi dei papà e delle mamme. Le case rimasero sporche, i cani abbandonati, le siepi non potate, i pranzi non cucinati e i menage familiari, almeno per quel giorno s’intende, andarono in malora. Certo, per quel giorno, ma il giorno dopo?
Molte scuole videro la loro utenza decimata. I duecentomila e rotti studenti stranieri della scuola italiana bigiarono all’unisono. La popolazione scolastica subì un drastico calo in molte zone del Paese. Ad esempio nella città di Prato, che ha l’otto per cento di alunni non italiani, o nelle scuole dei rioni popolari o delle periferie delle grandi città, alcune classi videro solo presenze sparute di studenti e scolari italiani. I dirigenti scolastici allertarono le segreterie che si affrettarono a chiamare le case degli allievi assenti senza altro risultato che telefoni muti. Presidi, insegnanti e bidelli assistevano increduli e terrorizzati a un fatto nuovo e terribile. Increduli, vagavano per gli edifici semivuoti chiedendosi il perché di quella situazione, congetturando possibilità e motivazioni varie per quell’assenza massiccia; terrorizzati, si chiedevano se e quanto sarebbe durata quella congiuntura che avrebbe messo in crisi molti posti di lavoro. Nella tarda mattinata di quello stesso giorno, infatti, il Ministero della Pubblica Istruzione, diramò una nota raccapricciante: continuando così le cose, la brusca contrazione di alunni avrebbe causato una forte riduzione di classi e un conseguente taglio di organico non ancora quantificabile. Certamente qualche decina di migliaia di posti di lavoro tra personale docente e non docente. Una catastrofe.
Nelle città interi quartieri si ritrovarono semideserti. L’Esquilino a Roma e tutti quei posti che vengono con alterigia identificati come le Chinatown delle nostre città, si ritrovarono improvvisamente desolati. Saracinesche abbassate e nessun cenno di spiegazione. Neanche un cartellino, foss’anche in cinese. Le famiglie che erano uscite per andare a far compere nei negozi degli orientali, tornarono indietro con le sporte vuote e le pive nel sacco. E pensare che molti padri avevano preso un giorno di permesso dal lavoro proprio per far shopping per tutta la famiglia ai magazzini dei cinesi. Eh sì, perché oggigiorno con l’Euro, il costo della vita e tutto il resto, è meglio comprare da loro: le cose sono un po’ più scarsette però hanno delle buone imitazioni, uno spende meno e fa figura lo stesso. Sì, vabbé, ma i cinesi erano chiusi, per cui quel giorno si tornò a casa o si andò nei negozi “normali”, costretti a comprare meno roba e pagarla il triplo. Anche dei ristoranti nessuno seppe nulla. Comitive intere dovettero procrastinare pranzi e cene ai Giardini d’Oriente e alle Rose di Shangai e anche i ristoratori libanesi, indiani, giapponesi per quel giorno non spignattarono e di loro non se ne seppe né vecchia ne nuova.
Anche degli sportivi extracomunitari non si ebbe traccia. Gli strapagati brasiliani, argentini e africani delle nostre squadre di calcio disertarono i ritiri e gli allenamenti con grande dispiacere e preoccupazione dei presidenti delle squadre e dei loro cassieri. La Champions League, la Coppa Uefa e il campionato stesso rischiavano di trasformarsi in incubi per molti dei club sportivi più ricchi e blasonati del nostro paese.
Altri affari andarono molto male, quel giorno. La storia non ufficiale racconta che gli sfruttatori della prostituzione e i protettori, rigorosamente italiani, ebbero la sgradita sorpresa di non trovare più le loro ragazze. Ma anche i rispettabilissimi e integerrimi padri di famiglia che tutte le sere a bordo delle loro Fiat Punto e Ford Fiesta percorrono i viali del nostro Paese alla ricerca dell’amore mercenario, si ritrovarono privati delle loro fate nigeriane, moldave e albanesi. Dovettero fare dietro-front e ritornare a casa dalle mogli in bigodini, vestaglia e ciabatte sbertucciate. Furono richiamate in servizio le vecchie battone d’un tempo, ormai chiatte e sformate, le quali prestarono la loro opera con il senso del dovere delle professioniste vecchio stampo. Quella notte le anziane pantere del materasso guadagnarono un bel po’ di lirette e forse furono le uniche a godere, in tutti i sensi, di quella situazione che sperarono si protraesse a lungo.
Analoga sorte subirono i trafficanti di sostanze stupefacenti nel ritrovarsi, stupefacendosene a loro volta, senza i loro pusher nordafricani. Nelle stazioni centinaia di tossicodipendenti vagavano frignando alla ricerca del fornitore, chi per una bustina, chi per una pista, chi semplicemente per un pezzo di fumo. Castità e rinuncia furono le parole d’ordine il 3 ottobre del 2003.
Ai semafori solo automobili. Tutta l’umanità varia che vi si affolla in giornate normali era scomparsa. Non c’erano i lavavetri polacchi, non c’erano i venditori di fazzolettini di carta, né gli strilloni a vendere il giornale del mattino, non i senegalesi con i cd taroccati e gli accendini né i cingalesi coi fiori finti. Nelle piazze delle città non si videro i venditori ambulanti di paccottiglia, con i plaid per terra e la mercanzia in vista. Non c’erano più le donne e i bambini rom a chiedere l’elemosina. Ma, ovviamente, tutti questi non li cercò nessuno.
A viale Jenner, a Milano, quel giorno, ed era un venerdì, c’era una calma irreale, come in tutti gli altri magazzini adibiti a moschee,disseminati nel nostro Paese. Gli Uffici Immigrazione delle Questure divennero posti silenziosi e quasi spettrali e gli agenti addetti a quel servizio temettero di dover tornare di pattuglia per le strade. Anche nei Municipi, alle Poste e nelle Agenzie delle Entrate vi erano interi corridoi vuoti, senza nessuno che chiedesse certificati o carte d’identità, vaglia internazionali o codici fiscali.
E immaginatevi cosa accadde nei CPT, gli splendidi Centri di Permanenza Temporanea, quelli che tutti chiamano centri di accoglienza, quando i poliziotti di guardia svegliandosi si accorsero che tutti gli ospiti si erano disospitalizzati. Erano certi che i fuggiaschi avrebbero avuto i minuti contati, non può passare inosservato un gruppo di fuggitivi numeroso. Ma ovviamente non ci fu traccia di evaso. I responsabili degli enti gestori dei CPT, alcuni dei quali piissimi e misericordiosi personaggi, furono presi da sacro svenimento vedendo i loro centri svuotati e i loro affari in fumo. Il Ministero dell’Interno, infatti, fece sapere che tutte le convenzioni venivano sospese seduta stante fino alla risoluzione del problema e, si sperava, al ritrovamento degli ospiti.
Il 3 ottobre 2003 non ci furono sbarchi di clandestini. Né a Lampedusa, né a Pantelleria o a Capo Passero. Ma neanche a Lecce o a Otranto. Nessuno varcò la frontiera tra la Slovenia e Trieste. Ma soprattutto nessuno morì in mare né nei camion né nei container per trovare riparo in Italia. Le guardie costiere non registrarono alcuna imbarcazione sospetta nei loro radar e nessun guardacoste uscì dai porti se non per normale pattugliamento. Per gli incrociatori della Marina Militare, quella che noi mettiamo a guardia del nostro mare contro eventuali invasioni di pirateria extracomunitaria, fu un giorno di calma piatta. Eppure il mare era buono e avrebbe agevolato la navigazione delle carrette del mare.
Questo è quello che successe in Italia il 3 ottobre del 2003.
***
Sì, perché il 4 ottobre, il giorno successivo, tutto tornò come prima. Come richiamati dalla stessa voce che li aveva fatti scomparire, al mattino gli operai riaffollarono i mezzi di trasporto e furono accolti dai loro compagni di viaggio italiani con un sospiro di sollievo. Le fabbriche e i cantieri ripullularono di operai stranieri malpagati e le campagne di raccoglitori sfruttati. Finalmente le famiglie rigodettero di una tranquillità che credevano perduta: gli anziani, i bambini e gli ammalati rividero le loro Dolores, le Fatme e le Svetlane e le risalutarono come svegliandosi da un brutto sogno. I professori e i maestri quel giorno furono indulgenti come non mai: riaccolsero in classe i giovani alunni stranieri senza nemmeno chiedere la giustificazione. I negozi dei cinesi, come anche i ristoranti, rigurgitarono di clienti: l’abbigliamento a buon mercato si vendette che era una bellezza e gli involtini primavera andarono via come il pane. Le strade si ripopolarono di tutta la colorita umanità di cui il giorno prima si era sentita forte la mancanza. Sui viali ritornarono le ragazze, scosciatissime e smutandatissime per la gioia dei giovanotti italici e trovare una dose di eroina non fu più così difficile. Nei CPT ritornò, normale, la vita di sempre per la gioia di vescovi, preti e misericordie varie. E in tutto ciò nessuno ebbe più il coraggio di ritornare sull’argomento. Solo qualcuno pensò che forse riparlare di diritto di cittadinanza per gli stranieri non sarebbe stata una minchiata.
Comunque, nessuno volle sapere cos’era successo il 3 ottobre del 2003. Perché il giorno dopo tutto tornò come prima e si pensò che il peggio era passato.
Infatti, durante la notte del 4 ottobre, alle 0,01, un barcone carico di immigrati partito dalla Tunisia e con a bordo un centinaio circa di uomini, donne e bambini di diversa nazionalità si rovesciò a poche miglia dall’isola di Lampedusa. Nessun superstite.

venerdì, novembre 20, 2009

Non starà esagerando, il gatto?


domenica, novembre 15, 2009

Petrella: “Le tre bugie indecenti del potere che parla di crisi”

La prima grande indecenza perpetrata dai gruppi sociali dominanti, in particolare dei paesi occidentali, è rappresentata dal fatto che l’impoverimento crescente durante gli ultimi trent’anni di circa tre miliardi di esseri umani non è mai stato considerato un indicatore evidente di «crisi economica mondiale». E’ bastata invece la perdita di valore finanziario di alcune migliaia di miliardi di capitali speculativi per proclamare e dichiarare con grande drammaticità l’esistenza di «una crisi finanziaria ed economica globale gravissima», tanto grave da aver condotto, secondo gli stessi dominanti, il sistema capitalista sull’orlo del baratro.Il fatto che ci siano oggi più di 2,8 miliardi di esseri umani (non piante o automobili) che «si trovano» al disotto della soglia di povertà assoluta (meno di 2 dollari al giorno), che 1,5 miliardi non hanno accesso all’acqua potabile, che 2,6 miliardi non dispongono di servizi sanitari e d’igiene, che 1,7 miliardi vivono in baraccopoli, che da 1,6 a 2,0 miliardi non hanno accesso all’elettricità, che circa 2 miliardi (soprattutto di giovani) non sanno cosa sia un impiego retribuito… tutto ciò non è – a dire dei dirigenti politici, dei manager dei grandi gruppi multinazionali e delle varie Confindustrie nazionali, dei banchieri, e degli economisti di servizio – l’espressione di una crisi economica strutturale del sistema attuale. Lo è, invece, l’esplosione dei disastri provocati da un capitalismo finanziario speculativo fra i quali il «disastro » di aver «bruciato» 24.000 miliardi di $ in titoli finanziari e quindi ridotto la ricchezza finanziaria dei ricchi e le loro orge speculative.Questa violenta mistificazione della realtà è indecente sul piano politico ed etico perché si fonda sul disprezzo profondo reale dimostrato dai gruppi dominanti nei confronti della vita di miliardi di esseri umani e del loro diritto ad una vita decente. La vita dei «poveracci» non è stata né è, al di là delle varie retoriche, la priorità della politica e della tanto venerata «crescita economica». La priorità è stata ed è data all’aumento del valore del capitale finanziario posseduto. Per i dominanti, la caduta di liquidità (la perdita di moneta peraltro speculativa) è più «critica», fa più crisi dell’aumento della fame, della sete, delle malattie, dell’ignoranza, della disoccupazione …La seconda grande indecenza, già perpetrata, è consistita nel fatto che i gruppi dominanti, rei espliciti e confessi della crisi finanziaria ed economica attuale, si sono arrogati spudoratamente il diritto di essere i pensatori ed i comandanti della soluzione della crisi; e lo hanno fatto, aggiungendo scherno e falsità alla spudoratezza, unicamente per salvare i propri interessi e far pagare i costi alle vittime della crisi, in particolare alle popolazioni più impoverite e più vulnerabili. Durante i famosi trent’anni che dal trionfo rapido della globalizzazione capitalista del mercato ha condotto alla crisi attuale, i gruppi dominanti non hanno fatto altro che proclamare gli orrori dell’intervento dello stato nell’economia e i benefici assoluti del mercato, specie dei mercati finanziari, come meccanismo regolatore fondamentale ed efficace dell’allocazione ottimale delle risorse disponibili del pianeta nell’interesse generale. A crisi esplosa, non hanno esitato un istante ad invocare in coro (da Goldman Sachs a Citigroup, da GeneralMotors a Fiat, da Rwe a Hydroquébec, daMerryll Linch a Dexia e Unicredit….) l’intervento dello Stato per «salvare il sistema» (The Economist dixit). Cioè coloro che hanno avuto il potere (anche perché eletti!) di governare lo stato, di smantellarlo, di svendere i beni comuni, di affossare l’interesse generale per privatizzare e mercificare tutto ciò che poteva essere privatizzato e mercificato (promuovendo cosi il sistema capitalista finanziario di mercato universale), questi stessi poteri hanno abusato dello stato, del denaro pubblico, per ridare liquidità monetaria alle loro banche, per rialzare il valore del capitale finanziario delle imprese di cui sono i principali azionisti, e a tal fine hanno creato più di 12.000 miliardi di moneta indebitando, così, il cittadino/contribuente generale per i prossimi 10-15 anni. Il tutto con la pretesa, chiaramente falsa, di difendere il reddito dei risparmiatori e garantire la lotta contro la disoccupazione. Che indecenza, politica ed etica!La terza grande indecenza é in corso. Essa si manifesta con le grandi fandonie che i gruppi dominanti raccontano sul fatto che la crisi finanziaria sarebbe stata risolta e che il sistema, avendo risanato le sue fondazioni, sta ora efficacemente affrontando la soluzione della crisi economica. Da alcuni mesi, i politici, gli economisti di servizio, gli imprenditori «sparlano» di ripresa economica, di strategia di uscita lenta od accelerata dalla crisi, di sintomi incoraggianti che indicherebbero che il salvataggio del sistema è definitivo e che si tratta oramai di una questione di mesi perché l’economia capitalista mondiale ritrovi i livelli di «crescita» (sic!) precedenti la crisi. L’indecenza ha origine nella convinzione che, secondo i criteri dei dominanti, la «loro» crisi è in via di soluzione come dimostra il ritorno alla pratica dei bonus strepitosi, al «business as usual» per quanto riguarda i paradisi fiscali, le società di notazione, le società di revisione dei conti, la libertà dei movimenti di capitali, le facilitazioni fiscali alle imprese, la risalita delle transazioni finanziarie per mezzo dei fondi d’investimento (hedge funds compresi) e dei mercati dei derivati. E’ vero, i dominanti sono riusciti ad imporre, senza vergogna, e a fare accettare dal popolo l’idea che il salvataggio dei loro interessi particolari di potenza e di ricchezza rappresenta la salvezza del sistema e degli interessi di tutti. Una beffa terribile nei confronti dei due miliardi di senza lavoro retribuito e del miliardo di persone con lavoro precario e reddito reale in diminuzione (su più di quattro miliardi di popolazione in età attiva).Quanto sopra mostra che l’indecenza politica ed etica dei dominanti non ha limiti. Essa è assimilabile ad un comportamento criminale. Contro tale indecenza, i cittadini hanno il diritto ed il dovere di rivoltarsi per costruire una società giusta e rispettosa del diritto alla vita per tutti. Verrà un giorno, mi auguro, in cui la giustizia dell’umanità saprà ridare diritto al diritto alla vita.

di Riccardo Petrella

[Fonte: il manifesto]

domenica, novembre 08, 2009

Così, per ridere




mercoledì, novembre 04, 2009

IO STO CON SANTORO (ALESSANDRO)



Tempi duri in Italia per i gay. Sono molto ma molto preoccupato per l’ondata di omofobia che sta attraversando questo Paese. Da nord a sud – persino da Canicattì, scherzi a parte – non passa giorno che non arrivino notizie di aggressioni, pestaggi e violenze contro persone omosessuali. Tira una brutta aria per i gay, le lesbiche, i transessuali. La maggior parte di questi episodi, ancorché messi in pratica da teste di cazzo di ragguardevoli dimensioni, ha anche una precisa connotazione politica. Checché ne dicano, anzi non ne dicano, i nostri rappresentanti politici, sono attacchi di stampo fascista. Ripeto, fascista. (Casomai non si fosse capito lo ripeto ancora: fascista.) La squadraccia di arditi coglioni arriva, circonda il malcapitato gay e – cinque contro uno – lo pesta a sangue, in un tripudio di saluti romani, inni al duce e insulti ripugnanti. E del resto “meglio fascisti che froci”, disse con precisa scelta stilistica, forte del suo cognome, Alessandra Mussolini, augusta rappresentante del popolo omofobo.
Purtroppo anche la Chiesa cattolica, non interviene con l’autorevolezza che ci si aspetterebbe in questi casi. Non mi pare di aver sentito – ma sicuramente sarò stato distratto – qualcosa che possa farmi dire che la mia preoccupazione per questi episodi e questo clima sia condivisa dalla Chiesa. Anzi, sui gay cala sempre un forte imbarazzo. E sì che sull’aborto, la famiglia, il fine vita, la Chiesa interviene un giorno sì e un giorno sissignore; ho come il sospetto che sui gay la Chiesa sia capace solo di fare filosofia da quattro soldi.
Solo in alcuni sporadici casi, dal popolo di Dio si ergono voci di dissenso. Una di queste è quella di don Franco Barbero da Pinerolo, che viene definito “il prete dei gay” – con la solita mania che si ha dell’etichettatura facile. In realtà è un sacerdote che ha avviato da anni in tutta Italia, dei cammini di ricerca spirituale per i fedeli omosessuali. Che finalmente si sentono accolti nella famiglia di Dio senza essere discriminati. Inutile dire che don Barbero è stato ed è ferocemente osteggiato dalla Chiesa.
Un’altra buona notizia arriva anche da Firenze, dove qualche giorno fa il giovane parrino don Alessandro Santoro ha sposato una coppia “anomala”: uomo lui, donna lei. Il busillis sta nel fatto che la signora, Sandra, era nata uomo, anzi “donna per sbaglio in un corpo di uomo”, secondo le sue stesse parole; negli anni ’70 si era sottoposta all’operazione per il cambio di sesso e qualche anno dopo lo Stato l’aveva riconosciuta donna. Da 25 anni – mica da ieri – viveva con il suo uomo, Fortunato, col quale, da qualche tempo, aveva iniziato a seguire un percorso di fede, accompagnati da don Alessandro.
Certo, non si può dire che il Nostro sia un personaggio facile. Nessun vescovo, immagino, vorrebbe averlo tra i suoi parrini. In un rione fortemente a rischio – il quartiere delle Piagge –, egli cerca di strappare i giovani dalla strada, organizza la gente facendo fare loro esperienze di vita comunitaria (Comunità di base delle Piagge), apre associazioni (Il Pozzo), giornali di quartiere (l’Altracittà), incoraggia esperienze di consumo etico e solidale, accoglie immigrati organizzando per loro corsi di alfabetizzazione e altro. Pensate che una volta ha pure digiunato per protestare contro l’ordinanza del sindaco contro i lavavetri e un’altra ancora si è presentato in gommone in Piazza della Signoria per sensibilizzare sul problema dei migranti. Ha fatto manifestazioni antirazziste, anticapitaliste, nonviolente. Che tipo! C’è un grande container (foto) dove si fa tutto, alle Piagge: ci si riunisce, si discute, si fa l’asilo ai bambini e il doposcuola agli scolari, si stampa il giornalino e tanto altro. E si celebra pure la Messa. Come nei villaggi africani, in cui la chiesa non è solo il luogo di culto ma il centro vitale della comunità.
Nella Comunità di base delle Piagge, organizzati da quel mascalzone di don Alessandro Santoro, sono sorte iniziative di indiscutibile valore sociale, quali un fondo di solidarietà (il Fondo Etico e Sociale, una sorta di banca dei poveri), un laboratorio politico (Cantieri Solidali), piccola imprenditoria cooperativistica, attività di economia alternativa (progetto Villore, di agricoltura biologica), piccola produzione editoriale (Edizioni Piagge) e tanto altro. E tutto questo non da solo ma grazie alla partecipazione attiva degli abitanti del quartiere che sono diventati essi stessi gli artefici delle loro esperienze. Non è, insomma, uno di quei bravi preti ai quali siamo abituati, quelli, cioè, che tengono aperta la chiesa per un paio d’ore e poi sono irrintracciabili per tutta la giornata. Ma che però organizzano il pellegrinaggio da padre Pio.
Non è certamente ortodosso, don Alessandro, ma almeno cerca di seguire il Vangelo. Meglio ancora, mette il Vangelo al primo posto, cosa che però mette lui al di fuori della Chiesa ufficiale, alla quale il Vangelo piace proclamarlo ma quasi mai metterlo in pratica. Lui, invece lo mette in pratica e questo è un errore che pochi nella Chiesa sono disposti a perdonargli. Il Vangelo prima delle regole, degli apparati, del magistero, della gerarchia, del papa? Non sia mai, ecco perché mons. Betori (foto), Arcivescovo di Firenze, dignitario di Santa Romana Chiesa, di recente sostituito in qualità di segretario della CEI da mons. Crociata (nomen omen!), ha sollevato il povero Santoro dalla cura pastorale della comunità delle Piagge presso la quale operava fin dal 1994. L’Arcivescovo chiede a don Alessandro Santoro “di vivere un periodo di riflessione e di preghiera” e nel frattempo ha già mandato il suo sostituto, don Renzo Rossi, 84 anni.
Sono molto triste per questa vicenda e voglio fare una serie di personali – assolutamente personali – considerazioni. La prima riguarda proprio la coppia che Santoro ha indebitamente unito in matrimonio. Perché hanno voluto sposarsi in chiesa? Non sapevano che non è possibile? Non sapevano che la Chiesa non ammette se non il matrimonio eterosessuale? Eppure io credo che i due, Fortunato e Sandra, hanno voluto proprio questo: entrare con forza, scardinando la serratura, dentro una struttura che non li vuole, proprio per rivendicare il diritto di sedere a un posto con tutti gli altri, come tutti gli altri. Se a loro non fosse importato nulla del matrimonio canonico, sarebbero andati a farsi sposare in chiesa? Magari facendo anche un cammino di fede prima di arrivare al grande passo? Eppure niente, fuori!, non c’è posto in chiesa per Fortunato e Sandra. Sembra che per lei sia una colpa, un peccato essere diventata donna. Come se un giorno, quando era ancora un ragazzo, annoiato nella sua Firenze, si fosse chiesto: Occhè si fa oggi? Si va alle Hascine? Si va a vedè la Fiorentina? No, si va a cambià sesso, nun s’è mai fatto! Non credo sia andata così. Temo ci sia dietro una dolorosa presa di coscienza e una storia di sofferenza, esclusione ed emarginazione, che alla fine l’ha portato a fare l’unico passo possibile. Di cui, peraltro, non si è mai pentita. Eppure per la Chiesa questo non è possibile. È possibile invece che arrivino ragazzetti sprovveduti, che non hanno la benché minima idea di quello che stanno per fare, di cosa sia il matrimonio e la vita in comune ma, poiché eterosessuali, vengono ammessi senza la minima discussione al sacramento. Fanno un corso prematrimoniale – una decina (forse meno) di incontri in cui si discute del nulla; poi, qualche giorno prima della cerimonia, il prete fa il cosiddetto processetto matrimoniale, una serie di domandine facili facili – che lo stesso sacerdote assicura essere pro forma – e la coppia è pronta per il sì. Se dopo un anno i due si separano senza il minimo pentimento, la Chiesa si chiede il perché della crisi del matrimonio, non chiedendosi però se, per caso, non sia anche colpa sua. E poi, cosa non sono quei matrimoni celebrati in chiesa? Il tripudio del lusso, dello sfarzo, dell’inutile, dello spreco. Per un giorno si è capaci di spendere svariate migliaia di euro. Ci sono spose che arrivano all’altare con abiti costati un patrimonio – alla facciazza di chi non mette assieme il pranzo con la cena – ma non c’è un solo parrino che si metta contro questo andazzo scandaloso. Tutti a fare le prefiche, però, quando la signora Sandra chiede alla Chiesa di sposare il signor Fortunato dentro le sua mura. No, non è questa la Chiesa in cui credo.
Ok, ma si può dire: la Chiesa ha delle regole e si devono rispettare. O dentro o fuori. Sì, ma questo chi lo dice, esattamente? La Chiesa stessa o Gesù Cristo, che della Chiesa si suppone essere il fondatore? Io vorrei conoscerlo, il parere di Gesù. Vorrei sapere la sua opinione su parecchie delle cose che succedono – per non parlare di quelle che son successe in passato – oggigiorno nella sua (?) Chiesa. Vorrei sapere cosa ne pensa innanzitutto del caso di don Alessandro Santoro e dei due sposi delle Piagge. E in generale cosa ne pensa del modo in cui gli omosessuali vengono trattati nella Chiesa, mi piacerebbe sapere. E del perché, invece, se è un prete ad essere omosessuale e magari anche ad aver commesso fatti assolutamente non edificanti, la Chiesa lo protegge e lo custodisce possibilmente contro le stesse persone da quel prete oltraggiate. Queste cose io le vorrei sapere. Ma da Gesù, mica da un prete o da un vescovo o da chicchessia.
Poi c’è anche la velata minaccia: o dentro o fuori. Dentro o fuori da cosa? Da una struttura? O dalla grazia di Dio? A non rispettare le regole della Chiesa si è fuori da essa o si è fuori dalla presenza di Dio? Ma noi cristiani (perché tale mi sento, e anche cattolico, a prescindere che qualcuno importante lo riconosca o meno) dobbiamo cercare di essere in grazia di Dio o di compiacere alla Chiesa? Dobbiamo cercare “il Regno di Dio e la sua giustizia” o il favore di personaggi porporati? E poi non capisco il perché nella Chiesa non ci possano essere opinioni discrepanti ma tutto debba essere ricondotto a una disciplina unica dalla quale non si può debordare. Non capisco, ad esempio, perché non si possano criticare le opinioni del papa, dei vescovi, dei preti. So di tantissime persone – i cosiddetti “cattolici del dissenso”, ne conosco un sacco – che amano profondamente la Chiesa eppure raramente si ritrovano in quello che viene emanato dalla gerarchia. Nella Chiesa contano quanto il “due di coppe” però ci sono. Personalmente, di essere un buon cattolico, ligio alle leggi e ai precetti della Chiesa non me ne importa più di tanto. Di essere un buon cristiano, mi importa. Io so di dover essere un giorno giudicato da Dio – è questo casomai che mi preoccupa – non dagli uomini. Io so che quando sarò al suo cospetto, egli mi chiederà conto della mia fede e di come l’ho vivificata con le opere non di quanto ho servito la Chiesa cattolica. Ho come il sospetto che davanti a lui non ci servirà essere stati dei buoni cattolici. Forse non ci servirà neanche essere stati cattolici. Altrimenti dovrei pensare che (giusto per non fare nomi) il famigerato Marcinkus – una vita dedicata a Mammona – sarà lì a godere dell’eternità in virtù del suo cattolicesimo, mentre il Mahatma – non cattolico, ahilui – brucerà nelle fiamme dell’inferno. La salvezza dipenderà da che chiesa hai frequentato o da che religione hai professato in vita? No, non riesco a crederci, a questa cosa. Del resto, Dio non è cattolico.(*)
Infine, per ritornare all’argomento, mi chiedo: che ne sarà delle Piagge? Che ne sarà di quella comunità, di quel lavoro fatto, di quel seme gettato? Pare che mons. Betori non sia mai andato a vedere ciò che è sorto grazie a don Santoro – non ne avevo dubbi – ma sono certo che qualcuno lo avrà informato. Come finirà? A leggere l'Altracittà, il giornale della comunità delle Piagge (http://www.altracitta.org), assieme al dolore per lo strappo di don Alessandro, c’è anche la fiducia e la speranza di andare avanti per la strada che il prete ribelle ha tracciato. Ma si sa come vanno queste cose. Don Renzo Rossi sicuramente avrà tanta e tale energia che non lascerà che quest’opera vada persa. Del resto, ha solo 84 anni…
E Betori ha vinto la sua personale battaglia con don Santoro. Non so col Vangelo, ma con don Alessandro sicuramente. Si beerà, Betori, di aver “messo a posto” un ribelle, un comunista (è una parola sempre utile per denigrare qualcuno), e starà sereno nella sua importante curia da dove potrà tranquillamente parlare di Cristo, del Vangelo, dei poveri e magari raccontare la storiellina tanto bella del buon Samaritano. Secondo me però è proprio lui, Betori, che avrebbe bisogno di un periodo – ma bello lungo – di riflessione, preghiera e rilettura del Vangelo (e poi essere interrogato a saltare) perché ovviamente ne sconosce i principi fondamentali, che invece Santoro oltre a conoscere mette in pratica. Innanzitutto quello dell’accoglienza. Aver sposato quei due è stata l’unica cosa che Santoro doveva fare. E l’ha fatta.
Ma questo è soltanto il mio modesto parere. Che peraltro condivido.

(*) La frase non è mia, purtroppo, ma di mons. Carlo Maria Martini – non esattamente un cretino.

domenica, novembre 01, 2009

STAVOLTA SE N'E' ANDATA DAVVERO




La cosa più superba è la notte
quando cadono gli ultimi spaventi
e l’anima si getta all’avventura.
Lui tace nel tuo grembo
come riassorbito dal sangue
che finalmente si colora di Dio
e tu preghi che taccia per sempre
per non sentirlo come rigoglio fisso
fin dentro le pareti.
CIAO ALDA.

domenica, ottobre 25, 2009

VIGNETTINA