
domenica, novembre 25, 2012
LA SPORTA

mercoledì, novembre 14, 2012
PBR: 2. L'ENCICLOPEDIA
Seconda puntata della Piccola Bottega del Rigattiere.
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Non che fossi un
fior di studente – e prima ancora di scolaro – ma una cosa che mi piaceva fare
a scuola erano le ricerche. Proprio perché mi davano la possibilità di stare
davanti all’enciclopedia. Sicché, quando il maestro, e poi i professori, ci
dicevano che avremmo fatto la ricerca, be’ devo dire che ne ero molto felice. La
cosa non era poi difficilissima perché in fondo si trattava semplicemente di
trovare la voce e ricopiare ciò che l’enciclopedia riportava. A volte, se la
voce era troppo vasta, facevo dei riassunti; altre volte, ma solo se preso dal
sacro fuoco della cultura, facevo delle ricerche comparative, ossia prendendo
pezzi dalle due enciclopedie e facendone un solo lavoro. lunedì, ottobre 08, 2012
PICCOLA BOTTEGA DEL RIGATTIERE 1. L’Acqua Idriz
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Allora, dicevo,
tornati a casa dal mare, espletate le operazioni postspiaggia – togliersi il
costume, sciacquarsi i piedi, farsi una rapida doccia (se possibile) – ci si
sedeva tutti a tavola per la quotidiana razione di pasta al sugo di pomodoro e
melanzane fritte, un must della cucina estiva siciliana. Bene, mentre l’acqua
sobbolliva dentro la pentola, aveva luogo il sacro rito dell’acqua Idriz, o irriz come la chiamava mio padre. Si
prendeva una bella bottiglia di acqua fredda dal frigorifero Kelvinator e ci si
preparava alla cerimonia. La bottiglia era rigorosamente di vetro, verde o
bianca, e non c’era famiglia agrigentina che non avesse bottiglie a profusione
nello sportello sotto l’acquaio, visto che l’acqua in questa città d’estate veniva
erogata a intervalli sahariani di sette, dieci o anche venti giorni, per cui
ogni volta che arrivava, si riempivano le bottiglie da conservare per far
fronte alla siccità dei giorni venturi. - Dentro la bottiglia avviene il cambiamento di stato.
- Milioni di bollicine sprigionano gas a iosa.
-
- Ma la mano salda di mio padre ne blocca la fuga.
- Sono attimi.
- Papà capovolge la bottiglia affinché la polvere depositata in basso affiori.
- Altro gas si sprigiona e si espande.
- Vuole uscire ma no, non ce la fa.
- Dopo un minuto, non di più, l’acqua nella bottiglia si calma.
Diceva l’oste al vino: Tu mi diventi vecchio,
ti voglio maritare all’acqua del mio secchio.
Rispose il vino all’oste: Fa’ le pubblicazioni,
sposo l’Idrolitina del Cavalier Gazzoni.
venerdì, marzo 04, 2011
L’ALLUVIONE DI PORTO EMPEDOCLE
Per tanti anni mio padre lavorò a Porto Empedocle. Credo per tutti gli anni ’70 del Novecento. Era il direttore della locale sezione dell’INAM, antesignana di tutte le USL, ASL, ASP e compagnia bella. Quindi ogni mattina andava regolarmente a lavorare nella cittadina sul mare, a due passi da Agrigento. Ma nonostante fosse così vicina, per me era come se facesse quotidianamente un viaggio lunghissimo. Ogni mattina, con la sua Fiat 124 Special color avorio antico, se ne andava bel bello a Porto Empedocle, ‘a Marina. Poi alle due tornava. Abitavamo di fronte alla stazione e quando partiva il diretto per Palermo, al fischio secco della littorina, mia madre esclamava “Partì Palermu!”. E buttava la pasta. Dopo qualche minuto si sentiva la macchina di mio padre che arrivava, dava l’ultima sgasata al motore (abitudine che non ho mai capito) e saliva a casa. Portava quasi sempre la posta. E il giovedì Topolino.
La stessa cosa avvenne il 27 settembre del 1971. Uscì di casa al solito orario ma contrariamente agli altri giorni, quella volta lì portò con sé anche Fabio, mio fratello piccolo. Cinquenne. Quasi seienne. Non eravamo andati a scuola quel giorno. E non poteva essere altrimenti, ché allora la scuola comi
nciava il 1° ottobre. Mio fratello, così mi racconta, aveva il desiderio di andare a vedere gli animali a casa di un collega di mio padre. Cani e gatti soprattutto, di cui mio fratello era, ed è, appassionato ma che purtroppo a casa nostra non ebbero mai cittadinanza. Quel giorno papà aveva deciso di esaudire la sua voglia, pertanto, lavatolo e vestitolo, se lo portò in ufficio con sé. Per l’invidia nostra, mia e di mio fratello grande, giacché andare all’ufficio di mio padre, benché esperienza rara, era per noi motivo di grande divertimento: avrei potuto passare delle ore a scrivere niente a macchina.È passato davvero tanto tempo, per cui anche i ricordi si sono molto appannati ma so per certo che a un dato momento cominciò a piovere. A fine estate gli acquazzoni non sono rari e anche quello stava per essere derubricato come tale. Invece si aprì il cielo. Catate d’acqua a non finire, anche se nella media del periodo, avrebbe detto il colonnello Bernacca. Man mano che la mattinata scorreva, però, avemmo come la sensazione che qualcosa non stesse andando per il giusto verso, per cui il pensiero cominciò ad andare a nostro padre, che stava a Porto Empedocle, probabilmente in mezzo al diluvio. Con mio fratello piccolo. È davvero difficile ricordare le cose a distanza di tutto questo tempo ma se c’è una cosa che non ho scordato è la preoccupazione di mia madre. Si aggirava per casa rimuginando cose e certamente sperando che tutto si risolvesse al meglio. Forse anche rammaricandosi per il fatto che anche mio fratello era andato quel giorno, proprio quel giorno, a Porto Empedocle con mio padre.
Più il tempo passava e più le cose peggioravano. Non ad Agrigento, però, dove c’era soltanto una bella piovuta. Forse ogni tanto si riusciva a ricevere o a fare qualche telefonata, per cui arrivava qualche notizia, non buona, tuttavia. Anche le parole assumevano valori via via più seri: acquazzone → temporale → alluvione. Infine ci si attestò su questo termine – alluvione – quello che meglio fotografava l’enormità di un agente atmosferico al quale non siamo abituati, che ci spaventa quando lo sentiamo in tv e che porta alla mente piani terra allagati, case devastate, masserizie ammucchiate, famiglie espulse dalle loro case.
Mangiammo senza mio padre e mio fratello a tavola, in un’atmosfera quasi irreale. La tensione, soprattutto la preoccupazione, si tagliava a fette. Ci doveva essere sempre un motivo particolare perché mio padre non fosse a tavola con noi. Quella volta mancava anche Fabio, per cui teste basse e forte senso di incertezza. Mia madre, se sapeva qualcosa non la diceva per non farci preoccupare o forse semplicemente anche lei non sapeva nulla.
Finché non si seppe, credo a pomeriggio inoltrato, che i nostri erano al sicuro, sani e salvi a casa del signor Fiorentino, un impiegato dell’ufficio di mio padre, una brava persona che dopo qualche anno sarebbe emigrato negli States. Passarono la notte lì e benché sapessimo che erano al riparo, fu per noi un’esperienza ben strana.
Il giorno dopo, non so come, visto che c’era tutto quanto bloccato dal fango, mio padre e mio fratello riuscirono a tornare a casa. Furono accolti da trionfatori, stavamo affacciati al balcone in attesa che arrivassero.
A Porto Empedocle vi furono molti, ingenti danni. Due persone persero la vita ma molte rimasero senza casa. Nei giorni seguenti si sentì ancora molto parlare di quella calamità; ricordo alcune immagini, automobili incastrate tra i balconi delle case, fango dappertutto, gli alluvionati ospitati in una scuola. Ma per me quello è il ricordo di mio padre e mio fratello che non tornarono a casa, se non il giorno dopo, intrappolati dall’alluvione di Porto Empedocle. A casa del signor Fiorentino.
giovedì, settembre 09, 2010
IL CALEIDOSCOPIO
Quand’ero piccolo non ero un bambino esigente, non ero di quelli che quando si usciva coi genitori stavano lì a frignare tutto il tempo perché gli comprassero un giochino o qualcosa per cui ogni volta tornava a casa con una cosa nuova. No. Non ero affatto un bambino esoso, perciò quelle rare volte che chiedevo qualcosa, i miei mi esaudivano a lampo. Quindi non avevo intere carrettate di giocattoli, ma a quelli che avevo mi ci affezionavo come fossero parenti stretti. Il mio gioco preferito, il gioco della mia vita, quello col quale passavo delle ore intere è stato il caleidoscopio, uno di quei cannocchiali divisi in due stadi che vanno fatti roteare l’uno in opposizione all’altro, con dentro i vetrini colorati e un gioco di specchietti che crea una fantasmagoria di forme, di geometrie e di colori. Sì, perché ora l’ho capito come funziona, ora che sono cresciuto l’ho capito e mi chiedo perché sono cresciuto. Non potevo rimanere piccolo e continuare a guardare dentro il caleidoscopio, chiedendomi il perché e il percome di tanta meraviglia e stupirmi ad ogni nuova forma?
Comunque, ci ho pensato perché tempo fa mi trovavo con amici ad una fiera, di quelle che si fanno d’estate in ogni città, e in una bancarella di egiziani, tra le infradito di cuoio, i profumi dolciastri, i foulard con gli specchietti e gli scarabei turchese, ho avuto la mia solita epifania e ho visto un caleidoscopio. L’ho preso e ho cominciato a guardarci dentro e ci ho visto i triangolini, i prismi, le forme, le geometrie colorate ma ci ho visto anche un bambino di sette-otto anni coi capelli corti che si stupiva per delle cavolate, che guardava alle cose come fossero prodigi, e che, purtroppo, non ha conservato molto di allora.
Tant’è vero che quando gli altri m’hanno chiamato per andar via, invece di mandarli a quel paese e continuare a guardare fino a notte fonda, ho mollato il caleidoscopio, il mio caleidoscopio, e me ne sono andato.
Ridatemi il mio caleidoscopio e con lui la voglia di stupirmi delle cose e di chiederne il perché a mio fratello grande.
lunedì, luglio 12, 2010
LA BELLA BANDIERA
Uno dei cimeli della mia famiglia è una bandiera dell’Italia. Un tricolore commissionato da mio fratello e me a un’anziana zia di mio padre, la mitica zia Pietrina (R.I.P.), e cucito durante i mondiali del Messico del 1970. È fatto con tre larghe bande verticali, sarà in tutto un metro per cinquanta, rossa bianca e verde ovviamente, con degli scampoli di un raso molto morbido e spesso, bello al tocco, che la zia, che era anche sarta o che comunque sapeva cucire come tutte le donne siciliane
venerdì, maggio 15, 2009
DON PAOLINO
Piazza Purgatorio si trova a metà di Via Atenea, la strada principale di Girgenti, ed è una piazza molto importante, sulla quale mi soffermerò per alm
eno tre motivi. Il primo è che c’è la chiesa di san Lorenzo o del Purgatorio, naturalmente. Nella foto si vede bene, ha due scalinate, opposte, che si incontrano davanti al portone e davanti c’è la piazza in questione. In realtà adesso non è più aperta al culto ma dentro si può ancora visitare, l’hanno data in mano a una cooperativa di picciotti che ci fanno mostre, concerti e varie camurrie (sempre meglio di happening). Ebbene, in questa chiesa ci sono delle statue in stile barocco troppo belle, fatte da un certo Serpotta, che aveva una scuola a Palermo ed era bravo forte perché si era inventato uno stile personale; ovvero lui faceva le statue di stucco ma le lavorava con una tecnica tale da farle sembrare di marmo. Uno va lì e dice: “Guarda che belle statue di marmo”, e invece no, sono di stucco.L’altro motivo è che a sinistra della chiesa c’è uno degli ingressi degli ipogei, che sono dei cunicoli sotterranei che attraversano tutta la città e vanno a sbucare ai templi e credo che in tempi remoti li usassero anche come acquedotto. Se poi uno pensa che gli antichi riuscivano a fare arrivare l’acqua nelle case mentre noi no… Roba da restarci secchi, intanto è così.
Ma il motivo principale che personalmente mi lega a Piazza Purgatorio è che lì c’era il salone di don Paolino, il barbiere dove mio padre ci portava da bambini a tagliarci i capelli. Don Paolino era un uomo calvo, prestante nell’aspetto, sempre sorridente e comunista. Assolutamente comunista. Parlava lungamente di politica con mio padre e io non ne capivo una mazza; gli diceva che quando acchianavano (salivano al potere) i comunisti a lui gli nazionalizzavano il salone e gli davano lo stipendio. E aveva questa barberia in un locale con l’ingresso a colonne, che anni fa è stato abbattuto, che dava sulla piazza. Il locale che era sotterraneo – per cui per entrare bisognava scendere delle scale – e prendeva luce (oltre che dall’elettricità) da spesse mattonelle di vetro che erano, e tuttora sono, parte della pavimentazione della piazza.
Don Paolino teneva anche un diurno e a volte la gente andava lì a farsi la doccia, cosa che mi faceva un senso pazzesco. Mi chiedevo il perché la gente non se ne stesse a casa sua a farsi la d
occia, come facevamo noi – quando veniva l’acqua. C’erano le piastrelle bianche e nere alle pareti e le classiche poltrone da barbiere, quelle girevoli con una leva laterale per abbassare e alzare lo schienale e il poggiapiedi in ferro lucido dove c’era scritto – con un bel lavoretto a traforo – Fratelli Scuderi Catania. Sulla mensola aveva tutto il necessario per tagliare i capelli e fare un servizio completo: pettini, forbici, flaconi; le boccette di alluminio: una per la cipria (con pompetta rossa) e una per la lozione (senza pompetta); la spazzola per tirar via i capelli dalla nuca e quella per spazzolare i vestiti a fine taglio; la macchinetta per tagliare i capelli a zero. Teneva anche il necessaire per la barba: il pennello, il catino per la schiuma e il rasoio a mano, che usava anche per rasare i peli superflui dalla nuca e al quale, prima di usarlo, rifaceva il filo sulla fettuccia di cuoio attaccata al muro. C’era uno strano odore nel salone di don Paolino, odore di barbiere.Per noi bambini aveva anche un seggiolone a forma di Topolino e ancora ricordo di quando sedevo lì. Mio padre mi comprava un torroncino al Bar Gambrinus, dolce che particolarmente amavo soprattutto per il ripieno di cu
cuzzata. E io mangiando piano piano il dolce mi facevo tagliare docilmente i capelli. Ricordo ancora che don Paolino diceva a mio padre che io ero democristiano, perché stavo tranquillo e buono solo quando mangiavo. Verso la fine del taglio avevo in mano una cosa di pasta frolla, glassa, cucuzzata e capelli, che continuavo a mangiare mentre don Paolino – che da comunista qual era avrebbe dovuto mangiarseli i bambini e invece aveva una gran pazienza – mi diceva di girarmi, stare fermo, alzare la testa e impartiva ordini che io pensavo fossero una specie di liturgia. Mi abbassava la testa, me la alzava dal mento, me la girava di lato, me la inclinava. Vabbé sia anche chiaro che quando don Paolino ci tagliava i capelli spesso ci sbinghiava; aveva una forbice dentata che era un raffinatissimo strumento di tortura, li asportava i capelli, più che tagliarli; ma ne aveva anche una non dentata e molto affilata che poi era quella che preferivamo. A volta ci tirava involontariamente i capelli o dava un colpo di pettine più forte o, per soprammercato, ci infilzava la forbice nella carne tenera della testa e il dolore era terrificante. Alla fine avevamo il cuoio capelluto in fiamme e il cranio tumefatto. Non lo faceva apposta, è ovvio, e in ogni caso, tolto questo, in generale da don Paolino si andava volentieri.Un giorno di qualche anno fa, mentre ero in macchina, girandomi ho visto un manifesto funebre, sono sceso e ho letto, triste, che era morto don Paolino.
Arrivederci don Paolino, barbiere comunista, vissuto nella speranza che i compagni gli nazionalizzassero il salone. Ma i comunisti in Italia, purtroppo, non sono mai acchianati.
giovedì, aprile 02, 2009
E VIDI CA VEGNU
Ma qui devo assolutamente aprire una parentesi. Vita particolarmente dura avevano i bambini grassi o grossi. Per quanto ancora non si fossero fatti strada i canoni estetici tipici della società odierna, i bambini grassi (anche se sconosciuti) venivano duramente presi in giro con epiteti che andavano dal grossu di minghia, al bombola di gas, fino al classico bussicuni. Credo fossero in assoluto i più bersagliati dalla cattiveria feroce degli altri bambini. Si disperavano, urlavano, minacciavano di chiamare familiari preferibilmente di sesso maschile ma più si arrabbiavano più scatenavano l’accanimento dei loro giovani carnefici che contentavano la propria malvagità solo quando vedevano le proprie vittime scoppiare in lacrime. Quanti bambini grassi hanno pianto da piccoli a causa delle derisioni dei compagni! (Non è per defilarmi ma sin da bambino ne ho sempre avuto rispetto.) A quel punto, cioè al momento del pianto (ma solo perché rappresentava l’acme di una situazione che rischiava di degenerare), interveniva qualcuno pronto a farsi difensore del corpulento amichetto, talora arrecando ulteriore pregiudizio alla sua causa: Veni ccà, fattilla cu mia. Chi t’a fa cu chiddu ca è grossu? Lo stesso trattamento non era riservato ai magri, ancorché scheletrici. Sì, qualche sfottò di prammatica lo beccavano anche loro, magari si ventilava la presenza di una qualche malattia venerea (sifiliticu!) ma ai grassi era riservato ben altro trattamento. E poi, da bambini ognuno di noi aveva il proprio seg
no particolare. C’era l’alto, il basso, il biondo, il bruno, l’occhialuto. Fin qui nulla da eccepire. I problemi sorgevano allorché questi caratteri distintivi venivano utilizzati al solo scopo canzonatorio. Il bambino con gli occhiali era chiamato occhialinu o quattr’occhi e ‘na banana (e subito ci si premurava di puntualizzare che fine facesse la banana!); quello dalla pelle ben pigmentata era nivuru ‘mpiciatu. Il bambino dai capelli biondi era ’u biondinu, quello dalla chioma riccia era ’u ricciolinu, quello dagli occhi a mandorla era ’u cinesinu. Termini, quindi, vezzeggiativi che però non si esitava, alla bisogna, a tramutare in dispregiativi: Biondì / ricciolì / cinesì, mi sta rumpennu a minghia!. E addio vezzeggiativo!Ma torniamo alla tavula longa. La squadra di sotto aspettava che quella di sopra esaurisse i salti di tutti i suoi membri. Salti che perlopiù venivano, intanto annunziati dal grido E vidi ca vegnu!, e poi eseguiti non tanto con spirito sportivo o di puro divertimento, quanto nella segreta speranza di spezzare in due la schiena dell'avversario o di arrecargli una qualunque menomazione fisica, purché permanente. Esauriti i salti, compito della squadra di sotto era resistere fino a dieci, mentre i soprastanti eseguivano le manovre più turpi, fuori dal regolamento e da qualunque convenzione internazionale, per farla cadere. Infatti l’obiettivo della squadra di supra era fare scunucchiari la squadra di sutta. Ovviamente le due squadre alla fine si accusavano a vicenda di scorrettezze e anche tavula longa finiva a schifìo. Era, va da sé, un gioco ad alto coefficiente di pericolosità. Alla fine non si contavano le ginocchia sbucciate, le dita piegate, le schiene doloranti ma soprattutto i pantaloni squarciati nel mezzo, che ci costavano asperrimi rimproveri.
In gran voga era anche Uno manda all’uno (si dovrebbe
scrivere così), la variante nostrana dell’universale gioco della cavallina. Era un gioco solo apparentemente innocuo e amichevole perché nonostante il preventivo abbozzo di regolamento e i giuramenti di correttezza, spesso, come vedremo, il ricorso alla violenza si rendeva quasi necessario. Si faceva la conta ad eliminazione, per cui l’ultimo che rimaneva doveva stare chino (sutta) e consentire a tutti gli altri di saltare. Erano consentiti quattordici salti, drammatizzati e ritmati da una filastrocca, stranamente in italiano, per quanto inframmezzata da parole siciliane (l’italiano era, in genere, mal tollerato) che riporto:- uno – manda all’uno;
- due – manda a due (i primi due salti erano franchi);
- tre – figlio di re (si eseguiva il salto e quando si atterrava si simulava un gesto di napoleonica autoincoronazione);
- quattro – calci in culo e passa arrè (in questo caso si dava un calcio al volo nel sedere della cavallina; calcio che spesso era volutamente forte);
- cinque – raccogli il grano (atterrando si doveva fare un ampio gesto, da gaia spigolatrice, chinandosi con le braccia che si chiudevano a raccogliere un immaginario fascio di spighe);
- sei – piedi in croce (si atterrava incrociando i piedi);
- sette – due pugni (invece di poggiare le mani si poggiavano i pugni chiusi. Si poggiavano per modo di dire; alcuni avevano come fine ultimo la lesione delle vertebre della cavallina);
- otto – scivolò (invece di sorvolare la schiena, ci si scivolava sopra. Ed era anche doloroso, per chi stava sotto);
- nove – ti lascio questa sella (e si lasciava un fazzoletto sulla schiena della cavallina. I fazzoletti di allora non erano gli igienici Scottex di adesso ma i classici fazzoletti di stoffa, per cui erano già pieni di patacche di mòccaru, fresco o già solidificato e croccante);
- dieci – me la riprendo (si riprendeva il fazzoletto);
- undici vado a messa (questo era un vero colpo di teatro: ci si rimboccava la maglia sulla testa a simulare le vecchine che andavano a Messa col velo in testa);
- dodici – scappiddazzu (in questo caso si saltava unendo le mani e dando un colpo sulla schiena a mani unite. Come nel caso del numero sette, il fine ultimo era il male fisico dell’altro);
- tredici – mi preparo per scappare;
- quattordici – sputo e scappo (si scaracchiava sul muro e si scappava).
Alla fine l’uomo-cavallina doveva cercare di acchiappare qualcuno e, se vi riusciva, decadeva dal compito per affidarlo all’altro. Anche questo gioco non era esente da proteste e risentimenti, soprattutto fisici. Ho già ricordato che alcuni numeri prevedevano l’uso della violenza, per cui chi era sotto a volte, colpito duro, abbandonava prima del tempo, veniva tacciato di essere fattu di ricotta e, come sempre, finiva a sciarra.
Ammucciaré era invece il classico “Nascondino”. Non ho niente d
a dire in proposito se non che mi sono sempre chiesto cosa volesse dire tingolo, la parola che si diceva quando un giocatore nascosto si faceva scoprire. ‘Ncagliaré era semplicemente il rincorrersi per acchiapparsi. C’era un bar vicino all’INA Casa dove andavamo a abbucari. L’intera attività del giocare a flipper era resa con questa splendida sineddoche: la sola azione dell’inserire la monetina significava tutto il resto. Per cui Amunì a abbucari o semplicemente Abbucàmu significavano “Andiamo a giocare a flipper” o “Giochiamo a flipper”. E sempre a proposito di soldi, ogni tanto si facevano anche dei giochi con le monete, da 50 e da 100 lire, i più in voga dei quali erano ‘a fussité, che consisteva nello spingere le monete a colpi di pollice verso una fossetta, e ‘u parmu, in cui le monete venivano spinte a colpi di pollice e poi le distanze misurate: quando si mandava la propria moneta a un palmo dall’altra, si vinceva l’altra moneta.Quindi erano tutti giochi che si facevano senza l’ausilio di mezzi, a parte il calcio, naturalmente, dove occorreva il pallone. Ma vi erano anche giochi per i quali servivano degli strum
enti. Uno di questi era ’a tortula (foto), la trottola. Correva voce che un vecchio a piazza Municipio le fabbricasse ancora ma noi le compravamo lesti e boni da qualche parte vicino all’INA Casa. Erano fatte di legno, secondo me molto belle (qualcuno le decorava pure), e occorreva anche una certa bravura nel farle girare bene. Un lungo chiodo le attraversava in tutta la lunghezza: la punta del chiodo era poi la punta della stessa trottola, quella che la faceva girare. Intanto necessitava una corda, ad un’estremità della quale veniva assicurato un tappo di bottiglia appiattito e bucato. La corda, ‘a lazzata, veniva fatta girare saldamente attorno alla trottola, il tappo tenuto tra l’indice e il medio e con un secco movimento del braccio la corda veniva strattonata e la trottola prendeva a girare. Si facevano delle gare che iniziavano col lancio della sfida (Ti muchi?), e potevano terminare con la distruzione, a colpi di punta (pizzati), della tortula dell’avversario da parte del vincitore e con una bella, solita sciarra, che tanto l’occasione era sempre buona. Vi erano di quelli che riuscivano a far girare la tortula sulla mano o addirittura sulla punta della scarpa ma io, ovviamente, non ci sono mai riuscito. Mio fratello Alessandro ama ricordare che il fine esclusivo della mucata era la distruzione della tortula dell’avversario. È per questo motivo che spesso si incontravano picciuttazzi che appuntivano il chiodo della propria tortula sfregandone vigorosamente la punta sul cemento, preparando le armi alla battaglia. Una volta fu sull’orlo di uno choc infantile allorché il suo piede si imbatté in una emi-tortula, vittima di una recente mucata, di cui scorse, poco distante, l’altra metà. Rimase di gesso!Poi c’era il periodo del carretto, per costruire il quale erano necessarie conoscenza, arte e bravura. Il carretto era altamente tecnologico per cui si doveva anche essere in possesso di competenze di fisica, meccanica e falegnameria. Infatti bisognava avere già una certa età per farne uno, fai conto una decina d’anni e bisognava anche in qualche modo dimostrare d’essere stati in gradi di costruirlo da soli, pena lo sfottò (Inghia, t’u fici to pà). Servivano:
- una tavola ampia,
- un’asse,
- due cubi di legno, ‘i cugna,
- altri pezzi di legno,
- dei chiodi; più
- un lungo bullone con dado e soprattutto
- tre cuscinetti a sfera, di cui due di uguale diametro e uno più piccolo.
Ragion per cui si doveva fare il giro di falegnami e meccanici della zona a chiedere di fornirci i suddetti pezzi, che spesso ci facevano anche pagare, in taluni casi fregandoci. Rovistavano in mezzo a secchi pieni di materiale vecchio – e bisunto nel caso dei meccanici – alla ricerca dei pezzi migliori, tra cui i più ricercati erano certamente i cuscinetti a sfera. Ci vorrebbe un disegno per meglio spiegare la costruzione del carretto ma proverò a farne a meno. Sopra tutto vi era la tavola che serviva da pianale su cui stava il conducente, con modalità diverse che poi spiegherò; nella parte posteriore della tavola, al di sotto di essa, veniva inchiodato un lungo pezzo di legno alle estremità del quale venivano inseriti i cuscinetti a sfera. La parte più elaborata era lo sterzo che era costruito con un’asse sotto la quale venivano fissati due cubi di legno, 'i cugna, che facevano da rudimentale forcella; dopodichè un mozzo veniva fatto scorrere dentro un terzo cuscinetto, il più piccolo dei tre, e inchiodato ai cugna. Lo sterzo, infine, era fissato alla tavola mediante un bullone e un dado. Detta così può sembrare una cosa semplice ma in realtà a tutto ciò doveva sottostare, come ho già detto, la conoscenza. Per esempio, dei materiali: il legno doveva essere di un certo tipo piuttosto che di un altro; bisognava eliminare il rischio di scheggiarsi le mani con le cciarde, per cui a volte necessitava un lavoro di limatura. E poi i cuscinetti migliori erano quelli più piccoli che comunque dovevano essere ben oliati. Qualcuno si concedeva anche qualche accessorio civettuolo, tipo una fodera o un’imbottitura sul pianale o dei catarifrangenti sul didietro. Una vera sciccheria.
E poi, a lavoro ultimato, si doveva dimostrare di essere in grado di guidare un carretto. Vi erano diversi tipi di guida a seconda della disciplina: per le gare sulla distanza si prediligeva la posizione col ginocchio destro sulla tavola e il sinistro a dare la spinta; per le discese la posizione era quella del bob o dello slittino, cioè seduti con le spalle un po’ all’indietro, le gambe in avanti e le braccia sullo sterzo. Per affrontare meglio quest’ultima posizione, certuni attaccavano alle estremità dello sterzo una fune e con essa lo manovravano. Noi facevamo delle discese ad altissimo coefficiente di pericolosità nella Discesa Metello, meglio nota come 'a Scinnuta d’o Garden. In questa discesa, dicevo, bisognava davvero dimostrare perizia giacché ci si misurava con strettoie, alta velocità acquisita dal mezzo (soprattutto verso la fine), pedoni che normalmente salivano o scendevano o uscivano a sorpresa dai magazzini che davano sulla via e soprattutto le macchine che salivano, ignare del fatto che degli incoscientissimi ragazzini si scapicollavano sui loro carretti. Era una prova di grande suggestione e notevole impatto visivo, davvero ricordava le gare di bob. Come molto bella era anche quella che facevamo sulla passerella del nostro palazzo di Via Acrone: ci davamo una bella spinta e, alla fine della passerella, che era un po’ in discesa, sterzavamo bruscamente per accapputtari. Non era pericolosa come la discesa, nella quale rischiavamo la vita, ma a volte succedeva che cappottando il carretto ci finisse addosso facendoci anche male.
Dico la verità: mi piaceva da morire il gioco del lignu santu o lignusà. Era un gioco moderno, avvincente, e perciò stesso poco praticato. Era un gioco a bassissimo budget. Occorrevano, infatti, un pezzo di legno piuttosto lungo, fai conto una settantina di centimetri, e un pezzo piccolo. Erano materiali che in genere si trovavano con una certa facilità anche se spesso vi era un notevole lavoro di ripulitura da fare, soprattutto dai lunghi chiodi arrugginiti di cui erano pieni (a volte penso che siamo vivi per miracolo!). Allora, si metteva il pezzo piccolo per terra e col pezzo lungo, usato a mo’ di mazza da baseball, gli si dava un colpo cercando di farlo sollevare da terra e lo si colpiva al volo. Non sempre il pezzetto riusciva a sollevarsi bene per cui il colpo riusciva a arrunghia maccu, ossia facendo strisciare a terra la mazza, colpo peraltro non consentito. Spesso, invece, il bastoncino riusciva a percorrere delle belle distanze (talora anche dei “fuori campo”) che venivano misurate usando la stessa mazza come strumento di calcolo. Anche il lignu santu, vuoi per la scarsa perizia di alcuni (immediatamente sanzionata dalle canzonature dei compagni), vuoi per il problema relativo allo stabilire quando era arrunghia maccu e quando no, vuoi ancora per fatti legati alla misurazione, era spesso motivo di sciarri nivuri.
Ogni tanto capitava di trovare dei pezzi di cartone piutt
osto grandi (Talé chi acchiavu!), fai conto imballaggi di frigorifero, di televisore o di lavatrice, visto che gli elettrodomestici facevano ormai parte della vita quotidiana delle moderne famiglie italiane, per cui si decideva di costruire una capanna. Contrariamente a quanto avveniva per altri giochi nei quali era favorita la partecipazione di quanti più bambini possibile, nella robinsoniana attività della capanna il reclutamento avveniva per esclusione: Tu n’a capanna un ci sì! Chi pronunziava questa frase era naturalmente colui o coloro che avevano trovato il cartone (U cartuni è mé!) e che ne erano pertanto legittimi proprietari oltre che impresari del progetto. Da qui le prime sciarre; gli esclusi facevano dichiarazioni di disinteresse totale alla cosa (Iu t’a ficcu ‘n culu a tia e a capanna vidè!) o addirittura promesse di danneggiamento dei materiali da costruzione (Ti l’abbrusciu stu minghia di cartuni!). Si faceva un abbozzo di progetto su come dovesse venire la capanna e normalmente si andavano a cercare degli altri materiali (legni, lacci, mattoni etc…) che sarebbero serviti per la costruzione. Questa ricerca era effettuata anche dagli esclusi ma per un motivo diverso: trovare dei pezzi di legno o del materiale generico significava danneggiare o rallentare il progetto-capanna ma poteva anche significare l’esserne automaticamente riammessi. Trovato qualcos’altro di utile, si cominciava la vera e propria costruzione. Naturalmente l’organizzazione era motivo di disaccordo giacché c’era chi proponeva una cosa, chi faceva il contrario e le sciarre erano assicurate. Ma dopo tanto lavoro, accuse reciproche e camurrìe varie, la capanna era bell’e finita e a volte venivano fuori anche delle piccole opere d’arte. Vi si entrava dentro, si stava un po’ e a quel punto si capiva di aver totalmente perduto interesse alla capanna.giovedì, marzo 26, 2009
SUPER SANTOS
Sono nato nel 1962.
E questo potrebbe anche non significare niente ma mi pare una giusta premessa per continuare quello che voglio dire. Sono nato nel ’62, dicevo, per cui ho vissuto la mia infanzia a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Ciò vuol dire che non faccio parte né della generazione scampata alla guerra, né di quella del computer. Io s
ono un figlio del boom economico (o dell’immediato post-boom), sono cresciuto nell’Italia della Democrazia Cristiana e della Seicento FIAT, delle cucine in formica (foto) e di Italia-Germania 4-3, di Un disco per l’estate e di Rischiatutto. L’ultima generazione che crebbe nelle strade, ovviamente in condizioni certamente migliori di quelle in cui i nostri padri furono costretti a vivere. Tuttavia anche noi abbiamo attinto a quella palestra che è, appunto, la strada. E questo ci ha forse insegnato ad essere più scaltri, a sapercela cavare meglio nella vita. Può anche darsi che non ci sia servito a nulla. Ma tant’è.Più che in una strada, i miei fratelli e io siamo cresciuti in un cortile, ‘u chianu dell’INA Casa, in Via Callicratide, nel popolare e popoloso quartiere del Sottogas. Giocavamo a calcio, insieme a tanti altri bambini, in questo cortile che a noi sembrava l’Olimpico ma che a guardarlo adesso non è che una piazzetta. E tornavamo a casa con i lividi alle gambe, le ginocchia sbucciate, i cucuruna in testa e altri infortuni simili.
Perché le partite che si giocavano erano tutt’altro che amichevoli. Nell’attesa che si raggiungesse il numero legale per organizzare una vera e propria partita, i presenti si intrattenevano nel passaggi-e-tiri-‘n’porta, una sorta di allenamento al match, nel quale il tormentone era l’esortazione del portiere: ‘Mpégnami! Quando si raggiungeva un congruo numero di ragazzini, il quorum sostanzialmente, si formavano due litigiosissime squadre nel seguente modo: tutti i partecipanti alla partita (quindi tutti i presenti) si schieravano al muro e due “bravi” sceglievano alternativamente i calciatori a partire dai migliori fino alle schiappe (anni dopo mi resi conto del perché venivo scelto sempre per ultimo). C’erano delle liti, le sciarre, propedeutiche alla formazione delle squadre ed erano tese a stabilire chi dovesse scegliere i propri uomini. La partita cominciava prima del fischio d’inizio (si fa per dire, ovviamente) con della pretattica in puro stile Mohamed Alì: Vi facemu u culu tantu, Si pparli assà abbuschi, Ti fazzu firriari, e altre lepidezze del genere. Poi si faceva la tattica vera e propria: Tu ti marchi a iddu, Isamilla ca ci vaiu di testa, etc…; e si stabilivano alcune regole, tipo il fallo laterale o la sponda, ovvero se la palla potesse rimbalzare sul muro oppure no. La regola più importante era la famosa A-tri-corner-u-rigori. Infatti i calci d’angolo non venivano battuti subito ma, quando se ne accumulavano tre, la squadra guadagnava il diritto a battere un rigore. I più scarsi andavano in porta, anche se poi ad un eventuale rigore, doveva lasciare il posto al più bravo. U paru iu!, diceva quest’ultimo, e il legittimo titolare della porta, suo malgrado, si faceva docilmente da parte.
Si davano e si prendevano calci di quelli pazzeschi. Non esisteva spirito sportivo, manco a dirlo; quando una squadra era in netta superiorità rispetto all’altra, i suoi giocatori, dopo ogni gol, si lasciavano andare a un insulso ritornello, snervantissimo per l’avversario, che faceva Eho eho, vi stamu ‘mmriacannu!, e che ogni tanto, giusto per gradire, provocava qualche sciarra. Apro una breve parentesi: la sciarra in linea di massima, era di due tipi. La prima era la scazzottata vera e propria, che consisteva nello sbinchiarisi a vastunati, con interventi degli altri compagni per dividere i contendenti o, talora, per ammiscarisi in difesa di uno dei due. In realtà era piuttosto raro che una sciarra degenerasse in questo modo; ricordo pochissime liti di tale virulenza. L’altro tipo di sciarra, certamente più diffuso, seguiva una specie di rituale sicuramente più cavalleresco, che ricorda quello, ad esempio, dei maschi dei cervi reali, quando la fanno a cornate. Non ci si partiva subito a testa bassa per darle; inizialmente ci si guardava in cagnesco, digrignando i denti, mugugnando minacce e invettive varie. Poi ci si avvicinava e ci si cominciava a dare dei reciproci colpi di petto. Una cosa spettacolare. Nel frattempo si continuavano a profferire frasi minacciose o ingiuriose. Ma quando la sciarra seguiva questo andamento, non c’era volontà di farla finire a schifìo, per cui, dopo un lasso di tempo di questo strano rimbalzo toracico, intervenivano i compagni di gioco per spàrtiri i due litiganti. I quali, da lì a poco, avrebbero ripreso a giocare assieme come se nulla fosse accaduto.
Ma torniamo alla nostra partita. Io giocavo quasi sempre in porta, per il motivo che ho detto prima, e devo dire che a un certo punto cominciai a essere considerato anche abbastanza bravino. Immaginavo, co
me tutti del resto, di giocare un giorno in serie A, magari in una squadra di second’ordine, posto che Cudicini, Albertosi o Lido Vieri erano praticamente intoccabili. I miei sogni di guardapali sfumarono verso la fine delle elementari con l’avvento della miopia – e degli occhiali. Nelle nostre partite non esisteva l’arbitro (neanche le regole, se è per questo), per cui i casi controversi venivano trattati uno ad uno con largo uso del turpiloquio, dell’insulto personale e familiare e della sciarra. Era tollerato il cosiddetto enzi ovvero la palla toccata col braccio. Mi chiedevo spesso cosa significasse questo strano nome e mi resi conto che enzi era solo una pessima pronuncia della voce inglese hands (mani), ma solo parecchi anni dopo aver preso la laurea in lingue e cioè in tempi recenti. Ci si davano degli spintoni terrificanti che venivano chiamati spalletta regolare ma nessuno fu mai in grado di citare la regola alla quale ci si rifaceva, tutt’al più si nominavano dei fantomatici cugini che conoscevano il regolamento a menadito e che avevano assicurato che quella spallata da scaricatore di porto era regolare.Alcuni ragazzini si destreggiavano molto bene e per questi vi era anche un motivo in più per ben figurare: in una palazzina dell’INA Casa, una signora teneva uno “stanze in famiglia” dove erano alloggiati alcuni calciatori dell’Akragas. Ogniqualvolta costoro uscivano di casa o si affacciavano al balcone, si innescava una sorta di effetto osservatore-della-Nazionale, in virtù del quale alcuni dei giovanissimi promettenti calciatori (i più bravi, per la precisione) facevano sfoggio dei loro migliori numeri di tecnica sopraffina. Si impadronivano del pallone e palleggiavano, anche di testa, fino allo sfinimento, si producevano in dribbling (scartari) e finezze varie oppure tiravano delle poderose sufuniate, anche se con il pericolo della puntazzata e quindi del pubblico ludibrio. In ogni caso bisogna dire che i calciatori dell’Akragas erano più interessati alla figlia di una signora del pianterreno che non alle finezze dei giovanissimi frombolieri!
A volte il pallone finiva in dei giardinetti di civili abitazioni per cui occorreva che qualcuno scavalcasse le inferriate per andarlo a raccattare, col rischio, a volte rivelatosi più che fondato, di essere beccati dai proprietari, rimproverati aspramente o, perché no?, malmenati. Spesso mi offrivo volontario per questa incombenza: scavalcare mi piaceva un sacco, che posso dire? Mi destreggiavo abilmente tra fili spinati e spuntoni delle inferriate, anche se qualche maglioncino e qualche paio di pantaloni li ho pure sacrificati alla causa.
Ma il vero terrore era che il pallone, normalmente Super Santos, sfondasse il vetro di una finestra che malcapitatamente dava sul campo di gioco
, anzi proprio alle spalle di una delle due porte (era la casa della signora la cui figlia era concupita dai calciatori dell’Akragas). La qual cosa a volte capitava e in questa sequenza: tiro forte, pallone seguito da sguardi inorriditi, coro di Iiinchiaaa!, sfondamento del vetro, urla della padrona di casa, e la medesima che un attimo dopo si affacciava alla finestra con in una mano il pallone e nell’altra uno strumento da taglio. Occorre anche dire che del grido di disperazione esisteva pure la frequentissima variante Iiigghiaaa!, determinata dall’impossibilità da parte di molti bambini di pronunziare i suoni nasali, visto che il naso era perennemente intasato di mòccaru. Del resto fummo tutti dei bambini muccarusi. Ma tornando all’apparizione della furibonda donna con pallone e arma da taglio, a questo punto vi erano due possibilità: se aveva un coltello, generalmente da pane, la sfera veniva aperta al suo Equatore e le due calotte in seguito usate come papaline; se aveva una forbice da sarta, si seguiva il procedimento del taglio a “buccia d’arancia” (la spirale di gomma veniva restituita). L’autore della prodezza pedatoria subiva, ovviamente, un processo sudamericano; veniva preso di mira, beccato in più modi (pedi tunni! era il migliore), soprattutto dal proprietario del pallone che pretendeva il risarcimento danni, e la partita finiva in sciarra (come sarebbe finita comunque!).Dopodiché, terminate le ostilità sportive, tutta questa folla di piccoli calciatori si recava alla porta di una donnetta che stava al pianterreno di una delle palazzine a chiedere un bicchiere d’acqua. E la signora Arancio (questo era il suo nome), andava in cucina, lasciandoci in attesa sullo zerbino con la scritta SALVE e dopo un po’ tornava con bottiglie e bicchieri, rigorosamente di vetro, e ci dissetava, concedendoci a volte anche il bis. Ogni tanto mio fratello ricorda il grado di trasparenza e l’odore di quel vasellame, la cui opacità era dovuta ai sommari risciacqui cui erano sottoposti quei bicchieri da chissà quanti anni e l’olezzo apparteneva ad una gamma olfattiva che andava dall’acido muriatico all’olio di infima qualità. Ora, io credo che chiunque, anche la persona più gentile, ci avrebbe garbatamente licenziati dopo il primo bicchiere d’acqua – voglio dire, mia nonna abitava due piani sopra, tutti abitavamo in quelle palazzine, perché non andavamo a bere a casa nostra? –, chiunque ci avrebbe cacciato via senza tanti complimenti, ma non lei, che dispensava bicchieri d’acqua a tutto spiano con inspiegabile, ingiustificata generosità. E sì che allora, come anche adesso, ad Agrigento l’acqua scarseggiava; nei giorni della distribuzione – tutti lo ricorderanno – si riempivano decine di bottiglie, che venivano stivate sotto il lavabo della cucina, per coprire il fabbisogno della famiglia fino alla successiva distribuzione. Voglio credere che la gentile signora Arancio, venuta meno diversi anni fa, stia ancora riempiendo bicchieri d’acqua in Paradiso!
venerdì, marzo 20, 2009
PUPA’
rovesciata acrobatica (la stessa immagine dell’album) dal giornalaio di via Manzoni ed era una gioia scartarle, buttare gli involucri per terra, ovviamente, sentire l’odore dell’adesivo che ricordava quello della camomilla, vedere quali giocatori avevamo trovato, gioire se non li avevamo ancora, restare delusi se li avevamo già. Poi prendevamo l’album per impiccicare i nuovi o mercanteggiavamo sui mancanti. Passavamo le giornate a giocarci, a scambiarceli o ad appiccicarli sugli album. Si giocava col soffio (‘u sciusciù), con l’esplosione labiale (‘u ppà), c’a malizia e senza malizia, ovvero con l’uso o meno di stratagemmi che lo rendessero più difficile, come per esempio, piegare la figurina e metterla a pancia in giù. Ci si buttava a terra senza il benché minimo rispetto per i vestiti e per la propria persona. Il primo soffiatore veniva scelto col sistema dell’io-io-iiio (detto anche tuni-tuni-tuuuni), una conta simile alla morra cinese, per cui alla fine si sommavano le dita e si contava in senso orario a partire da io o da tuni (cioè tu). Si contava sempre, tranne se usciva il numero tre; in quel caso, infatti, si diceva tri chiova
– immagino l’allusione fosse ai chiodi della croce di Cristo – e si rifaceva la conta. Anche se veniva fuori il quattro si ricontava, dicendo quattru pedi ‘i sceccu. A chi toccava, soffiava per primo. Il fine ultimo del gioco era vincere tutti i pupà, ovvero spulìri (o scapulìri) l’avversario e per questo a volte si giocava d’azzardo mettendo a terra anche molte figurine. Soffiare sui pupà non era neanche semplice perché occorreva farlo bensì molto forte ma cercando al contempo di far passare l’aria attraverso la lingua a U. E, come al solito, alcuni erano dei veri e propri assi ma non mancavano i bari.I pupà venivano scambiati, dicevo. C’era tutta una liturgia: il proponente gli scambi sciorinava il mazzo di pupà, uno ad uno a velocità supersonica e l’interlocutore, riconoscendo le effigi dei calciatori, controllava mentalmente se possedeva quelle figurine (che si dividevano in tre categorie: i giocatori, le squadre e gli scudetti) o se gli mancavano. E quindi una litania di ce l’ho, ce l’ho, ce l’ho veniva ogni tanto interrotta da un mi manca. Qui avveniva lo scambio. Se era una figurina normale – che ne so, Giubertoni, Frustalupi, Garlaschelli – veniva scambiata con un altro pezzo, o con due-tre se era una squadra o uno scudetto. Se invece era una rara, si mercanteggiava sul prezzo e alcuni mettevano in mostra spirito levantino e capa
cità dialettiche non indifferenti che li portava a sparare cifre improponibili anche per calciatori ordinari laddove non infimi; altri, tra cui io, che non mostravamo alcuna propensione per il commercio, a volte sbolognavamo pezzi rari a cifre risibili. Ero la disperazione di mio fratello. Riuscivano a fregarmi in qualunque modo. Vero è anche che in alcuni casi – fai conto Martiradonna del Cagliari, Bui del Torino, Pizzaballa della Sampdoria etc… – erano pupà ben spesi. Il fine ultimo era completare l’album. E qui riapro una delle ferite più sanguinolente della mia vita: io non ho mai completato un album! Quando i più attaccavano col secondo, a me mancava ancora mezzo Lanerossi Vicenza, un quarto di Verona Hellas o parte del Palermo (che so io, Tanino Troja, giusto per dire) e si era già a fine campionato. Mi vergognavo come un delinquente ma a un certo punto credo di aver dato la colpa al destino.domenica, marzo 08, 2009
AKRAGAS – NISSA
Due motivi mi stanno spingendo a scrivere questa cosa. Il primo è che l’
altro giorno ho finito di leggere “Febbre a 90°” di Nick Hornby, un inglese, libro carino, autobiografico tra l’altro, che parla del rapporto di questo tipo qua, l’autore, con la sua squadra di calcio del cuore, l’Arsenal, e di come la sua stessa vita abbia ruotato attorno a questa storia. Ora, se vivi a Londra, però, e tifi per l’Arsenal puoi permetterti anche il lusso di scriverci un libro ma se vivi a Girgenti e tifi per l’Akragas, le cose si complicano un tantino. Un libro te lo scordi, tutt’al più puoi vedere se viene fuori qualcosina simpatica tipo questa che sto cercando di scrivere io. Bah!Mio padre cominciò a portarci allo stadio (al campo si diceva allora e si dice tuttora a Girgenti) alla fine degli anni ’60. Mio fratello ed io eravamo sempre molto contenti di andare anche se, in effetti, di calcio ne capivamo pochissimo e quelle due ore le passavamo più a divertirci con altri bambini che a guardare la partita. A dire il vero anche adesso non ne capisco molto mentre mio fratello anche allora se ne intendeva di più. Ma il bello di andare al campo era tutto quello che ci stava attorno.
Le domeniche si dividevano in tre categorie: quelle in cui non c’erano partite, quelle con l’Akragas in casa e quelle con l’Akragas in trasferta. Naturalmente la nostra preferenza andava a quelle della seconda categoria perché la partita in casa rappresentava un momento di estrema gioia. Poteva anche capitare che per qualche motivo non si potesse andare ma erano casi rari. Papà, oggi ci andiamo al campo? – Sì!, e la felicità si impadroniva di noi. Frasi come Oi ioca l’Agragassi o Mangiamo un po’ prima, ché dobbiamo andare al campo,
A quel punto si celebravano due riti.
1) Un’autobotte entrava in campo e lo irrorava per migliorarne le condizioni, e con degli spruzzatori situati nella parte anteriore disegnava una spirale oblunga che dall’esterno si restringeva fino a chiudersi a centrocampo e
2) un inserviente, il claudicante custode per la precisione, entrava in campo con una stranissima carriola che rilasciava dietro di sé una stria di gesso allo scopo di rifinire le linee del campo di gioco. Sia chiaro che entrambe le attività per noi erano degli esercizi di stile supremo.
Queste operazioni avevano come sottofondo sonoro l’altoparlante che diffondeva musica ma anche inserzioni pubblicitarie offerte dalla ditta Pubblilancio. Ricorderò (perché sono le uniche che ricordo) soltanto quelle delle candele Lodge e degli orologi Bulova (Bulova, l’orologio dell’era spaziale! – Se pensate a un regalo, pensate a Bulova! – Bulova Bulova Bulova!). E finalmente l’annuncio più atteso: Diamo lettura delle formazioni. Ovvio il tripudio di applausi che accompagnava i nomi dei calciatori dell’Akragas, altrettanto ovvia la bordata di fischi all’indirizzo degli ospiti. L’annuncio terminava con: Arbitro Signor …… da ……, e fischi e improperi (preventivi!) per la terna arbitrale.
Dopodiché si cominciava. Amavo più d’ogni altra cosa le manfrine iniziali, l’ingresso dei calciatori, il saluto al pubblico, la monetina, le strette di mano, lo scambio dei gagliardetti, il controllo delle reti da parte dei guardalinee, il fischio d’inizio, le urla dagli spalti. E in quei momenti avrei dato qualunque cosa pur di fare il raccattapalle. Un momento altamente liturgico era quando la squadra posava per le foto di rito, come sempre fatte (anzi tirate) dal Cav. Piro e dal Sig. Arena, compianti fotografi ufficiali del campo. Durante la settimana, poi, queste foto venivano affisse nelle bacheche all’aperto dei due studi fotografici, in via Atenea, e si andavano a vedere cercando di rintracciare i nostri volti tra le centinaia fotografati in tribuna. C’era anche il rito del sale. Un anziano signore lanciava in campo dei pacchi da un chilo di sale che dice che porta bene, poi qualcuno in campo rimuoveva il cellophane del pacco e restavano gli scaramantici montarozzi. Mio padre e gli altri sedevano più o meno al centro della tribuna, mentre noi ragazzini potevamo stare giù, a livello del terreno di gioco o nei fossati tra gli spalti e la rete di recinzione, a fare tutt’altro che guardare la partita.
Ma ricordo che ci divertivamo sempre soprattutto a guardare le persone, a sentire quello che dicevano, tant’è vero che ancora oggi ricordiamo alcune frasi sentite allora, tipo Colpa tua, Turcato! o Con quei capelli impiccicosi e lurdi! o ancora Pappalettera, s’accucummara! Ogni tanto infatti qualcuno sosteneva che si fosse iniziato a giocare con un pallone accucummaratu e si sentivano anche litanie di bestemmie molto fantasiose (cantante, brutto, americano…) oltre agli evergreen della blasfemia. Altri ancora portavano con sé lo strumento più popolare del pomeriggio sportivo: la radiolina. Alcune erano abbastanza nuove e funzionali, spesso regali delle prime comunioni dei figli. Altre erano apparecchietti assemblati grossolanamente dagli stessi proprietari che univano i fili della radio ad una pila di quelle grosse e li tenevano assieme con dello scotch da elettricista o con un elastico, preferibilmente di quelli a banda larga (in taluni casi si trattava di camere d’aria tagliate in sezione). Poco funzionali, difficili da sintonizzare, con le antennine praticamente inservibili, erano tuttavia utilissime perché le voci basse e gracchianti di Bruno Ameri, Sandro Ciotti, Alfredo Provenzali e gli altri, opportunamente amplificate dai proprietari delle radioline (Golli d’o Napoli – Cu signà? – Cané), aggiornavano i presenti sui risultati dei campi importanti, quelli della serie A. A volte si formavano addirittura dei capannelli attorno alla radiolina. Una delle minacce più ricorrenti era quella di tirare la radiolina all’arbitro. Un altro aggeggio piuttosto popolare era il cuscino da stadio che molti tifosi portavano con sé per attutire la durezza del contatto tra il sedile di cemento e le proprie terga. Erano cuscini rettangolari, che si aprivano a libro, recanti le insegne delle maggiori squadre italiane, l’Inter, il Milan e la Juventus. Non mancavano, per la verità, anche cuscini ordinari da sedia di cucina. Nei momenti da massima tensione se ne vide volare più d’uno.
Noi ragazzini spesso stavamo attaccati alla rete di protezione per vedere da vicino i giocatori che battevano il fallo laterale. Mi dispiaceva e sin d’allora mi disgustava quando qualcuno si scapicollava giù dalla tribuna e sputava ai guardalinee (e poi ‘sti signori correvano per il resto della partita con degli scaracchi verdastri attaccati alla giacchetta nera), magari apostrofandoli con un bel “segnalino, cornuto”. Non c’era il tifo organizzato, come adesso, per cui il massimo della coralità era il classico Akragas seguito da un triplice, veloce battito di mani, oppure il grido spontaneo A-gri-gge-ndo, eseguito da tutti ad un ritmo sempre crescente e accompagnato dal battito delle mani a sfumare. A fine partita, si vedevano dei falò in gradinata, perché qualcuno, chissà perché, andando via appiccava il fuoco a dei giornali, lasciandoli in fiamme sugli spalti.
L’Akragas, dacché la ricordo io, si è sempre distinta per la sua pochezza tranne in un periodo, negli anni ’80 (non posso essere molto preciso con le date) in cui raggiunse la serie C1. Questo fu il massimo del suo splendore ma io non ne parlerò. È retrocessa diverse volte, è fallita diverse volte e diverse volte è rinata in seguito ad alchimie societarie che mi è sempre stato difficile comprendere, figuriamoci spiegare. Era poca cosa, dicevo, giocava in serie D, ma per noi era la nostra squadra, rappresentava la nostra città e ci aggregava intorno a dei colori, quelli biancazzurri, di cui tutti andavamo fieri. Eravamo orgogliosi della nostra città, allora! Lo stadio era pieno di gente e i calciatori erano degli eroi. Non sto scherzando: il roccioso Nardi, il basso Penna, il bruno Guerra, Muffato all’ala destra e Lovise ‘n porta, Zamengo e Di Fatta, Ferrari e Ferranti, Mascheroni e Brogiotti, tutta gente che non ha lasciato alcuna traccia nel calcio italiano. Tutta gente, però, che ha radunato una città intorno a qualcosa di concreto: il pallone. Le partite avevano tutte una storia che francamente non ricordo bene; non so dire che una partita in particolare mi sia rimasta impressa ma posso parlare, se volete, dell’uomo che vendeva chewing-gum, ghiaccioli e mentine Tic-tac. La sua vanniata era: Cionghi cionghi ghiaccioli cionghi.
Come in tutti i campionati di calcio le partite più importanti erano quelle con la capolista o gli scontri con le avversarie dirette. Ma la partita che conservava sempre un fascino tutto suo, quella che importava a tutti a prescindere dalla posizione in classifica, il derby dei derby, in una parola la madre di tutte le partite, era una sola: Akragas-Nissa. Era sempre la partita dell’anno, talmente importante che era l’unica che godeva dell’onore della trasferta. Grazie a dei parenti di certi amici (uno di quei compagni di partite) che ci invitavano a pranzo, a volte si andava a Caltanissetta e si passavano delle belle giornate anche se noi bambini non potevamo andare allo stadio perché ritenuto pericoloso; immagino non fosse certo più pericoloso di quando la Nissa veniva ad Agrigento, ma tant’è! Quando si giocava ad Agrigento non ci era permesso di stare giù a giocare, nostro padre ci voleva seduti accanto a sé, non sbagliando, visto che per quella partita lo stadio si riempiva fino all’inverosimile e molte persone venivano anche da Caltanissetta. Si conoscevano anche alcuni dei giocatori della Nissa, tanto era importante l’evento: il portiere Cerami, tipo bassino e sbilenco ma bravissimo e il bomber Cipollone, la bandiera della squadra (credo lo ricordassimo più che altro per il cognome). Ogni azione veniva sottolineata da fischi o applausi, i contrasti tra calciatori erano importanti come la guerra del Vietnam e un rigore faceva perdere il lume della ragione a più d’uno. L’arbitro era particolarmente beccato, qualunque cosa facesse, qualunque decisione prendesse (arbitru a favuri!) e cioè: se un nostro giocatore azzoppava un avversario volontariamente e con cattiveria e l’arbitro fischiava la giusta punizione o il giusto rigore, apriti cielo! Ma se un nostro uomo sveniva per cause naturali nella loro area senza che nessuno lo sfiorasse e l’arbitro non fischiava il rigore… Veniva insultato senza pietà e minacciato di morte; si organizzavano commandos, con reclutamenti su base volontaria, per aspettarlo fuori dagli spogliatoi e dirgliene o fargliene di tutti i colori.
E poi c’era il gol! Un gol dell’Akragas, evocato sin dal fischio d’inizio (e ’cca c’è 'u golli!), era l’anticamera dell’infarto. La gente, con gli occhi fuori dalle orbite, si abbracciava (io stesso ho abbracciato dei perfetti sconosciuti) e subito si gridava du-e du-e du-e esortando i nostri uomini al secondo gol. Il gol ci dava la possibilità di parlare dell’Akragas, la nostra squadra, come se fosse il Milan e dei nostri uomini come se fossero Pierino Prati e Gianni Rivera. Ma il gol della Nissa era peggio; uomini furibondi promettevano di non mettere più piede allo stadio e auguravano a calciatori, allenatore e dirigenti le peggiori disgrazie per loro e per le famiglie, salvo a dimenticare tutto ad un nostro gol. La gente era veramente appassionata, entusiasta e a volte qualche cazzotto volava davvero. Ricordo, in particolare un accenno di sciarra tra uno dei compagnucci di mio padre e un nisseno che aveva dato del cornuto a un nostro giocatore, reo di aver retropassato il pallone al nostro portiere.
I torinesi parleranno di Juve-Toro e i milanesi di Inter-Milan, noi agrigentini parliamo di Akragas-Nissa, la nostra partita, il nostro derby. Settimane prima se ne cominciava a parlare e il giorno fatidico ci ripagava dell’attesa.
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Qualche giorno fa c’è stata Akragas-Nissa. Mio fratello ed io ci siamo andati. Le due squadre vivacchiano in un girone chiamato Eccellenza, ma non si è visto eccellere nessuno. Lo squallore si tagliava a fette. Non faceva molto freddo, sebbene fossimo a Natale, ma non c’erano più di duecento persone, e una cinquantina di ragazzi venuti in pullman da Caltanissetta che ci prendevano in giro. In particolare cantavano un refrain dal ritmo accattivante: giur-ginta-nope-zzodi-mme-rda. Non riuscivamo neanche a incazzarci. Abbiamo rivisto alcuni di quei ragazzini che allora giocavano con noi in tribuna laterale e abbiamo ricordato “i vecchi tempi”.
E questo è il secondo motivo per cui ho scritto questa cosa.
Febbraio 2001
