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martedì, aprile 16, 2013

SILVIO, LO STATISTA


Tempo fa un amico mi disse che comunque io la pensi, Berlusconi (foto) è stato uno statista. Ovviamente sapeva che la penso diversamente.

Bene, potrei dare per buona questa affermazione che, peraltro, mi pare bislacca ma ho voglia di capire quantomeno cosa si intende per “statista”. Normalmente quando sento il termine, mi viene in mente un personaggio di grande spessore: politico – va da sé –, umano, culturale, morale. Mi pare comunque uno di quei termini un po’ vaghi, nebulosi, di quelli che ognuno – come il mio amico – può intendere come gli pare e in cui ci si può infilare quello che si vuole.

Giolitti è stato, indiscusso, uno statista, come anche Sturzo e De Gasperi; qualcuno vede in Mussolini uno statista, lo riporto sottovoce e con qualche conato; Gramsci credo lo sia stato benché non abbia mai guidato un governo. La mia generazione ha conosciuto forse gli ultimi statisti italiani. Il vecchio Andreotti, vuoi o non vuoi (e io non vorrei), è stato uno statista; Aldo Moro, qualcuno dice anche Craxi, magari quello prima di Hammamet. Insomma, credo di dimenticarne un pacco. Comunque vada, lo statista è colui che lascia un’impronta nella politica e ci si augura che sia un’impronta buona e magari seguibile per le generazioni future.

In definitiva, uno statista sarebbe una persona di cui si parlerà in futuro e di cui ci si ricorderà per ciò che di buono fece in vita. Se ne leggeranno i libri, editi da Laterza e rintracciabili in libreria nell’apposito stand; se ne ricorderanno i discorsi, che diventeranno titoli per i temi della maturità; se ne citeranno le frasi, su Facebook intendo dire.

Bene, mi chiedo perciò quale libro di Berlusconi troverò sullo stand della Laterza, sempre che io voglia fare un regalo, magari al mio amico che lo considera uno statista. Dubito ne abbia mai scritti. Dubito ne abbia mai letti!

E su quale discorso gli esaminandi faranno esegesi, al fine di strappare un bell’8 alla commissione d’esame? Mi viene in mente quello di insediamento dell’Italia al semestre di presidenza UE, il 2 luglio 2003, quello dei “turisti della democrazia”, quello in cui definì kapò il povero Martin Schulz, reo di averlo criticato.

E le frasi? Con quali frasi dello statista Silvio Berlusconi, abbelliremo le nostre bacheche Facebook, così come oggi facciamo con le massime del Mahatma o di Martin Luther King? Be’, qualcuna in mente mi viene ma ne citerò una soltanto che credo sia il compendio della vita, politica – va da sé –, umana, culturale, morale di questo grande statista di cui noi siamo contemporanei e di cui parleremo ai nostri discendenti: “La patonza deve girare”.

 

venerdì, maggio 18, 2012

ITALO NEL FOSSO



Premesso che non starò qui a difendere Mario Monti però quando sento la gente prendersela con lui, mi viene sempre in mente questa storiella.
Un tizio, Italo, cade in un burrone. Be’, cade non è esatto. Italo è stato buttato giù nel burrone da un altro tizio, il quale l’ha fatto proprio apposta. Non c’è verso che la cosa sia stata casuale o accidentale. No, il tipo maledetto ha scaraventato Italo nel fosso con tutti i sentimenti. E se n’è andato. 
Il povero Italo, allora, comincia a chiamare a squarciagola, invoca aiuto. Dopo un po’ di tempo passa un terzo uomo, Mario. L’uomo sente le urla di disperazione del malcapitato Italo e accorre sul posto.
-         Per favore, buon uomo, mi tiri fuori da qui, grida Italo.
Mario pertanto decide di fare qualcosa per aiutare lo sventurato a venir fuori dal fosso. Dopo tanti tentativi, alcuni anche abbastanza maldestri, Mario riesce a concludere la sua missione. Italo è finalmente fuori dal burrone.
-         Ahi, mi hai fatto male – si lamenta Italo.
-         Ho capito, ma almeno ti ho tirato fuori dal fosso, no? – risponde Mario.
-         Vabbè, però mi hai fatto male. Ho la mano indolenzita. E mi hai anche strappato la camicia.
-         Che vuoi che sia, pensa alla fatica che ho fatto per farti saltar fuori.
-         Non m’importa, ho la camicia tutta strappata. E poi mi hai sporcato tutto.
-         Come?
-         Con la terra che mi è venuta addosso mentre cercavi di tirarmi fuori.
-         Allora cosa dovevo fare, lasciarti dentro?
-         Guarda che hai combinato: mi hai fatto sporcare, mi hai strappato la camicia e ho una mano che mi duole.
Ecco, Italo, incazzatissimo, dimentica che la colpa della sua recente situazione non era di Mario bensì dell’uomo che l’aveva gettato nel fosso e che, a proposito, si chiamava Silvio. 

domenica, aprile 10, 2011

LA MACCHINA DEL TEMPO


A Girgenti c’è un luogo che è come la macchina del tempo, in cui basta varcare la soglia per essere risucchiati indietro di trent’anni e ritrovarsi di botto negli anni Settanta del Novecento. Non dirò di che ufficio si tratta perché magari qualcuno potrebbe offendersi, anche se secondo me non c’è nulla di cui offendersi. È un ufficio in centro città, dove non si aspetta molto – del resto non c’è mai nessuno – però c’è sempre qualcosa da pagare. Io ci sono andato stamattina e ho fatto ovviamente il viaggio nel tempo.

Anyway, appena oltrepassata la porticina in alluminio anodizzato – il materiale più terrificante dopo la fórmica – dell’ufficetto, mi è subito venuta voglia di prendere in mano l’album delle figurine Panini. Si entra in una stanza piuttosto grandetta, in realtà due ambienti separati da un parapetto, un bancone che funge da sportello, in fórmica, appunto, appena appena sollevata agli spigoli, color marrone-effetto-legno. Una porta, in legno pittato chiaro, con inserto di rettangolo verticale in vetro opaco martellato, separa questo ambiente dagli altri.

Entrare in quel luogo è stato il trionfo dei cinque sensi. Il primo senso colpito è stato l’udito: da una radiolina arrivavano le note di una canzone dei Collage. Il secondo l’olfatto, per via di un intenso odore di rinchiuso misto a scartoffie. Poi la vista, per tutto quello che vi dirò; poi ancora il tatto, dal momento in cui i miei polpastrelli hanno indugiato sulla superficie fredda del bancone dove albergava un sottile velo di polvere. Beh, è mancato solo il gusto effettivamente ma è come se, in quel trionfo di anni ’70, avessi assaggiato un bel bicchierino di Rosso Antico. Nell’anticamera, un divano piuttosto sformato, una scrivania in metallo grigio e alle pareti stampe di Agrigento antica – una vecchia edizione del Giornale di Sicilia – debitamente incorniciate.

Al di là della balaustra, due creature di sesso maschile – forse imbalsamate – mi guardavano, certamente chiedendosi cosa volessi da loro. I due uomini stavano seduti a due scrivanie, l’una in legno, quindi marrone, con ripiano verde e lastra di vetro spesso sotto la quale erano stati infilati fogli di carta e pizzini vari; l’altra era più o meno come quella dell’anticamera, in metallo grigio. Il secondo uomo scriveva… a macchina.

V’era dell’altra mobilia, un armadietto, sedie con seduta decorata a sbalzo, scaffali vari. C’erano sì, due computer, di quelli vecchi con schermo enorme, ma non ne ho compreso l’utilità, visto che nella mia permanenza in quel luogo, non sono stati usati affatto. E in ogni caso, l’obsolescenza se li stava mangiando vivi. Ai muri altre stampe, tutte ben ingiallite. Dietro le due scrivanie, calendari dell’Arma dei Carabinieri, appesi per il fiocco su bande di legno, a formare il classico effetto di rombi in sovrapposizione.

Mentre alla radio Fred Bongusto eseguiva uno dei suoi brani meno noti, mi presento ai due ed espongo il motivo della mia visita. Il secondo uomo si alza – lì capii che era vivo – e viene verso di me. Mi chiede se altre volte avessi fatto la stessa richiesta e alla mia risposta affermativa, prende una carpetta gonfia di carte e comincia a sfogliarle. Una ad una. Lentamente. Non trova nulla, quindi dichiara che tanto non era importante!

Si reca pertanto in un’altra stanza e ritorna dopo un po’ con in mano il classico “modulo da riempire”, a più fogli. Mentre dichiara che dovrà compilarlo con la macchina da scrivere – ah, i rumori della macchina da scrivere: il trrr trrr trrr del carrello, il colpo secco della levetta per andare a capo, il campanellino del fine pagina – da dentro un cassetto prende qualcosa che era rimasto sepolto nella mia memoria, sotto quintali di polvere: la carta carbone. Ho pianto in silenzio.

Fatto sta che il nostro, forse comprendendo il mio sconcerto, decide di abbandonare la fida Olivetti e scrivere il modulo a mano. Per cui si appoggia sul bancone e si dà alla compilazione. L’operazione si è svolta in maniera abbastanza tranquilla e senza spargimenti di sangue. Al momento di firmare ho pressato talmente sul foglio che ho rischiato di spezzare la penna. Ma così io ricordavo: sulla carta carbone devi scrivere bello forte così anche i fogli di sotto vengono leggibili.

Uscito da quell’ufficio sono ripiombato nella solita atmosfera di sempre. Speravo di sentire la voce di mia nonna che mi chiamava ma niente, la macchina del tempo mi ha riportato nello squallido 2011. Adesso mi ci vorrebbe un bel bicchierino di Rosso Antico per riprendermi dallo shock.

venerdì, aprile 01, 2011

UNA PASSEGGIATA AI TEMPLI


Oggi sono andato ai Templi di Girgenti e sin dall'inizio ho pensato di dare alla mia escursione un taglio e un significato un po' particolari. Cioè, ho fatto finta di non essere agrigentino, cercando di immedesimarmi nel turista e guardare il tutto con il suo occhio. Devo ammettere che, a parte alcune cose, l’impressione non è stata delle peggiori. Ragazzi, la Valle non è tenuta affatto male. Certo, l’erba è altina però non mi pare di aver visto sporcizia o roba del genere. Le strade sono molto pulite
anche se non si vedono in giro operatori. E poi c’è questa mostra di imponenti opere in bronzo di un certo Igor Mitoraj (foto) che è una vera bellezza. Colossi neoclassici in prospettiva coi templi dorici. Splendidi veramente. C’è anche qualcosa che non va, naturalmente. Nel pezzo di strada che va dal nuovo parcheggio di Sant’Anna al posto di ristoro si rischia la vita diverse volte: pochi spazi per camminare, curve che non ti consentono di vedere arrivare le auto, strisce pedonali assenti. Si può dire che per evitare questo pezzo di strada è stato creato quel breve sottopasso che consente di entrare dalla Porta V (sotto il Tempio dei Dioscuri) però è anche vero che ognuno è libero di scegliere il percorso che crede e può anche decidere di iniziare dal tempio di Ercole. Ragion per cui si rischia di morire arrotati. I prezzi al posto di ristoro non sono particolarmente da usura. Sei bibite 19 euri non mi pare scandaloso. Certo, non è nemmeno regalato ma altrove devi fare un leasing. Mi sembrano peggio i tre euri del parcheggio di Sant’Anna, dati peraltro a un parcheggiatore privo di alcun segno distintivo quindi, ritengo, abusivo. Per il resto, ripeto, la passeggiata è stata gradevole e non mi sono preso cólari particolari. Una cosa, però, proprio lì al parcheggio mi ha lasciato un po’ perplesso. E cioè, se vuoi iniziare la passeggiata dal Tempio di Giunone, ossia dall’ultimo, quello che sovrasta la rupe e che dista non più di tre chilometri da lì, non c’è un bus navetta che ti ci porta. Fin qui nulla di strano, non m’aspettavo che ci fosse. Il figuro, cioè il parcheggiatore, però ti dice che ci si può andare in taxi. Infatti ci sono sempre uno-due mezzi lì in attesa di clienti. Non ho osato chiedere quale fosse la tariffa del taxi ma credo che sia un modo per spennare il turista. Ne ho proprio la sensazione. Credo anche che il prezzo vari a seconda della nazionalità. Temo che giapponesi e americani paghino molto di più. Per il resto, dicevo, l’escursione è andata benissimo. Mia moglie e io – e i nostri ospiti – abbiamo goduto di una mattinata primaverile splendida. Persino i ragazzi in gita scolastica sembravano educati. Del resto, con una giornata così e un panorama di quel genere… Da questo punto di vista questa città è insuperabile. Per il resto è superabilissima.

domenica, febbraio 27, 2011

LA SCUOLA PUBBLICA NON EDUCA, SILVIO SÌ


Cari colleghi, ieri c'è stato un richiamo esplicito del nostro premier (vi spiace tanto se non uso l'aggettivo "beneamato"?) riguardo la scuola. Egli sostiene che non educa e che gli insegnanti trasmetterebbero agli alunni cose contrarie agli insegnamenti dei loro genitori.
Bene, ammetto di aver fatto questa cosa un sacco di volte e… NE SONO CONTENTISSIMO. Cioè, parecchie volte mi è capitato di inculcare in queste povere generazioni improvvidamente a me affidate, valori (vacci piano con le parole!) di rispetto reciproco, dialogo, solidarietà e amore per lo studio e l’impegno quotidiano (oltre a qualche rudimento della lingua inglese, naturalmente.). Sì, effettivamente i loro genitori avevano insegnato loro tutt’altro.
L’anno scorso, ad esempio, due miei alunni – fratello e sorella ma di classi differenti – si sono assentati lo stesso giorno. Il dì seguente si sono ripresentati, per cui ho pensato bene di chiedere, al maschio, come mai il giorno precedente non fossero venuti a scuola. Mi rispose candidamente che la sera prima c’era stata la puntata finale del Grande Fratello, finita molto tardi, e la madre aveva opportunamente pensato di lasciarli a letto a dormire. Ebbene, ammetto di avergli detto che forse sarebbe valsa la pena mandare i deficienti della casa a quel paese e venire a scuola il giorno dopo. Non mi era sembrato convinto, del resto i suoi genitori glielo avevano permesso, no?
Ha ragione Silvio, noi traviamo i giovani.
I genitori (non tutti, effettivamente) fanno tanta fatica per inculcare ai loro figli i sani principi dell’arrivismo, della diffidenza, dell’invidia, della lotta senza quartiere, della discriminazione, del classismo; poi arriva un travet qualunque, travestito da prof e rompe le uova nel paniere della buona educazione.
Loro: Se qualcuno ti prende in giro, tu lo carichi di mazzate.
Noi: Sapete, è necessario che tutti impariamo a discutere e ad abbandonare ogni forma di violenza.
Loro: Stai alla larga dai finocchi.
Noi: Non è concepibile che ancora oggi si discriminino le persone in base al loro orientamento sessuale.
Loro: Non ti preoccupare, te le compro le Nike da 140 euro.
Noi: Ragazzi, ma voi lo sapete che ci sono bambini nel mondo che non vanno a scuola per cucire i palloni della Nike coi quali voi giocherete?
Conosco insegnanti, miei colleghi, che parlano ai ragazzi del consumo critico, in particolare quello dell’acqua. Parlano di diritti umani. Spiegano cosa significa boicottare alcune marche che operano politiche aziendali scellerate. Presentano loro Gandhi e Martin Luther King, e la nonviolenza. E cercano di far capire loro l’importanza di non discriminare nessuno.
Conosco colleghi che inducono i ragazzi a pensare. E questo Silvio, giustamente, non lo sopporta.

martedì, febbraio 16, 2010

LA LUISONA

Visto che ormai non sto scrivendo nulla da un po' di tempo (e tra l'altro non se n'è accorto nessuno), vorrei postare uno dei pezzi più belli di Stefano Benni - La Luisona - tra i capisaldi della letteratura umoristica italiana.



Al bar Sport non si mangia quasi mai. C’è una bacheca con delle paste, ma è puramente coreografica. Sono paste ornamentali, spesso veri e propri pezzi d’artigianato. Sono lì da anni, tanto che i clienti abituali, ormai, le conoscono una per una. Entrando dicono: «La meringa è un po’ sciupata, oggi. Sarà il caldo». Oppure: «È ora di dar la polvere al krapfen». Solo, qualche volta, il cliente occasionale osa avvicinarsi al sacrario. Una volta, ad esempio, entrò un rappresentante di Milano. Aprì la bacheca e si mise in bocca una pastona bianca e nera, con sopra una spruzzata di quella bellissima granella in duralluminio che sola contraddistingue la pasta veramente cattiva. Subito nel bar si sparse la voce: «Hanno mangiato la Luisona!» La Luisona era la decana delle paste, e si trovava nella bacheca dal 1959. Guardando il colore della sua crema i vecchi riuscivano a trarre le previsioni del tempo. La sua scomparsa fu un colpo durissimo per tutti. Il rappresentante fu invitato a uscire nel generale disprezzo. Nessuno lo toccò, perché il suo gesto malvagio conteneva già in sé la più tremenda delle punizioni. Infatti fu trovato appena un’ora dopo, nella toilette di un autogrill di Modena, in preda ad atroci dolori. La Luisona si era vendicata.
La particolarità di queste paste è infatti la non facile digeribilità. Quando la pasta viene ingerita, per prima cosa la granella buca l’esofago. Poi, quando la pasta arriva al fegato, questo la analizza e rinuncia, spostandosi di un colpo a sinistra e lasciandola passare. La pasta, ancora intera, percorre l’intestino e cade a terra intatta dopo pochi secondi. Se il barista non ha visto niente, potete anche rimetterla nella bacheca e andarvene.
(da Bar Sport, Garzanti, Milano)

giovedì, ottobre 15, 2009

SORELLE D’ITALIA

Non si può dire che non ci appassioniamo alle minchiate, noi Italiani. L’ultima in ordine di tempo è la polemica, al vetriolo, che sta infiammando la penisola. No, nulla a che vedere con le prodezze sessuali del nostro premier erotomane e neanche coi migranti che muoiono a decine nel mare nostrum; non con le quotidiane aggressioni ai gay e nemmeno, mi si consenta, con la gran cazzata delle ronde padane né con la metodica, paziente demolizione di quel che resta della scuola pubblica. No. Come si permettono, no, dico come si permettono a usare l’inno nazionale per pubblicizzare delle calze da donna? È questa la polemica che sta tenendo viva l’attenzione degli Italiani. Non mi dite che non sapete di cosa parlo. La ditta Calzedonia – la stessa che fa quella promozione di calzini di cotone filo di Scozia da uomo, 5 paia a € 10, ve le consiglio – lancia una campagna pubblicitaria con uno spot in cui una serie di pezzi di gnocca si fa ritrarre con addosso le belle calze della ditta. Perché, si sa, se non sei figa non usi le calze. Vi immaginate delle donne chiatte che fanno le pubblicità ai collant? O delle cinquantenni un po’ malandate in autoreggenti?
Bella réclame, comunque. Ambienti molto suadenti; giornate di sole ma non di caldo; una donna si sveglia, una porta si apre al nuovo giorno, una corsa in moto, bambini che giocano e la città di Roma col cuppolone sullo sfondo, ben delineato. Insomma, una vera meraviglia: ci son solo persone sorridenti. Proprio come nell’Italia d’oggidì.
Epperò, cosa c’è che non va? Questi gran geni hanno usato come colonna sonora l’inno nazionale, sì, proprio quello di Novaro-Mameli: il Canto degli Italiani, meglio noto come Fratelli d’Italia. C’è una cantante che lo interpreta in modo accattivante e con bravura, aggiungerei. Nulla che faccia pensare alle carnascialate dei prepartita, quando i nostri strapagati ragazzi in maglia azzurra e mutanda bianca lo eseguono a squarciagola, stonati come mufloni, solo per dimostrare che lo cantano. Qualche anno fa ci fu un’altra polemica, quella dei calciatori che non cantavano l’inno nazionale. “E rappresentano l’Italia, e lo devono cantare, e gli altri lo cantano perché i nostri no…” Due palle così! E allora, tanto hanno fatto e tanto hanno detto che alla fine i calciatori sono stati costretti a cantarlo. Si vede chiaramente che alcuni non lo conoscono neppure e in generale lo massacrano, arrivando a cantare anche l’intermezzo potopom-potopom-potopom-pom-pom-pom-pom tra una strofa e l’altra e l’urlo Sììì alla fine del brano. Una vera schifezza. Ma almeno l’amor di patria è salvo. Sai, in un paese fascista…
Ma torniamo alle cose serie, si fa per dire. C’è chi si è infastidito, chi si è davvero arrabbiato per l’uso improprio dell’inno e chi se n’è proprio risentito. “Con il canto degli italiani non si gioca” – ha tuonato Angelo Vaccarezza, PdL, presidente della provincia di Savona; due consiglieri pidiellini della regione Liguria, Plinio e Saso, hanno chiesto all’Authority di prendere provvedimenti, giacché secondo loro lo spot sarebbe “obiettivamente – non soggettivamente (nota mia) – di discutibile gusto, inopportuno e gravemente irriverente”; Romano la Russa, coordinatore provinciale del Pdl a Milano, invece si rivolge direttamente alla ditta Calzedonia intimandole di ritirare “immediatamente la messa in onda di quella pubblicità infame”.
Ovviamente non intervengo su queste dichiarazioni. Certo, penso che questi signori ne avrebbero altre cose di cui schifarsi, se fossero seri. Basterebbe che guardassero all’interno del loro partito-azienda. Ne troverebbero; a bizzeffe ne troverebbero. Ma preferiscono guardare queste cose qua, quindi s’indignano.
Stamattina mi è venuta in mente questa roba mentre stavo chiamando l’appello in II C. Non credo ci fosse alcuna relazione tra lo spot di Calzedonia, l’appello in II C e l’inno nazionale ma fatto sta. Allora ho pensato di chiedere ai miei alunni, intanto se avevano visto la pubblicità del disonore, poi se era loro piaciuta e se avevano qualcosa da dire in merito. Poi ho avuto la folgorazione: Ma a voi, questo inno nazionale piace? E no, perché, diciamolo fuori dai denti: Fratelli d’Italia fa cagare anziché no. No, è proprio brutto, stupido forte. La melodia è una marcetta melensa e le parole, poi… Sicché ho pensato di commentarlo coi miei ragazzi della II C.
Riporto il testo e a seguire i commenti dei miei alunni, che, giuro, sono reali.

Fratelli d'Italia,
L'Italia s'è desta;
Dell'elmo di Scipio
S'è cinta la testa.
Dov'è la Vittoria?
Le porga la chioma;
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte!
Siam pronti alla morte;
Italia chiamò.

· Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta. Com’è l’Italia? Seddesta? Chi veni a diri? S’è desta, si è svegliata. Non potevano dire che si era svegliata? Ma è un testo poetico. Un si capisci, provessù.
· Dell’elmo di Scipio. Cos’è l’elmo? Lermo? L’elmo. Ah, provessù, ‘u cappeddu d’i surdati. Brava, il cappello dei soldati. Ma perché era discipio? Di Scipio, maiuscolo e staccato, non discipio. E cu era Scipio? Come, Scipio, Scipione, Scipione l’Africano, il grande condottiero. Chi era nivuru? No, non era nero ma aveva combattuto in Africa, sicché l’hanno chiamato l’Africano. Era bianco. Menu mali. E che c’entra con l’Italia? Come che c’entra? Era di Roma, i tempi degli antichi Romani, li avete studiati, no? Vabbè.
· S’è cinta la testa. Chi si fici? S’è cinta la testa. Che vuol dire? Si piglià ‘a cinta e s’a misi ‘n testa? No, se l’è messo in testa. Soccu? (Cosa?) L’elmo di Scipio. Non potevano dire: e l’elmo di Scipio se l’è messo in testa? Era una poesia, scritta da Goffredo Mameli nell’800 e si sa che le poesie spesso hanno un linguaggio difficile, a volte strano.
· Dov’è la vittoria. Chi? Vittoria. Vittoria chi? Ma perché, la canzone non dice: dov’era Vittoria? No, dice: dov’è la vittoria? Mi pariva. E dov’era la vittoria? A Roma. E chi faciva ‘a vittoria a Roma?
· Le porga la chioma. Cos’è la chioma? ‘I capiddi, provessù. Esatto, i capelli.
· Che schiava di Roma Iddio la creò. Picchi, provessù? Perché cosa? Perché Dio l’ha fatta schiava di Roma? Perché Roma era la più forte di tutte quindi la vittoria era assoggettata a Roma. Mah, nenti si capisci. Ragazzi, dovete considerare il linguaggio poetico, non potete pensare con la mente di oggi, cercate di pensare con la mentalità dell’800. Seee…
· Stringiamci a coorte – dico scandendo le due o. A corte, provessù. Non a corte, a coorte. Chi è ‘sta coorti? Dai, non lo sapete? Era un’unità dell’esercito romano. Ah veru, nnu dissi ‘a provessoressa. Visto che lo sapete? ‘A tartaruca, provessù. Cosa? La testuggine, sceccu. Bravi, la testuggine; i soldati della coorte si mettevano l’uno accanto all’altro, con gli scudi ravvicinati e formavano una corazza, tipo quella delle tartarughe. Così erano praticamente imbattibili.
· Siam pronti alla morte. Chi di voi è pronto alla morte?
Nessuno ha alzato la mano, anzi, ho visto qualcuno dei più grandicelli portarsela – la mano – in zone del corpo ritenute, a torto o a ragione, apotropaiche. Ma come, non siete pronti a morire per l’Italia? Mi si stavano innervosendo. Ho lasciato perdere.

sabato, ottobre 03, 2009

MINCHIATINA


Giacché attraverso un periodo di blackout, vi sbatto calda calda una bella minchiatina di coq baroque - con tutto il rispetto. (Sì ma cliccate sulla figura sennò non si capisce una bella cippa)

Buon weekend.

giovedì, settembre 10, 2009

TASSISTI E BERLUSCONI


I tassisti amano Berlusconi. Be’, non c’è dubbio che tra i tassisti italiani abbia avuto percentuali talmente bulgare che a Sofia se le sognano. Questo forse (e senza forse) dovuto alle famose liberalizzazioni dell’ex ministro – e prossimo segretario PD – Bersani, che, a detta degli autisti di piazza, avrebbero danneggiato a strafottere la categoria. Una sera, anzi una notte, rischiai il linciaggio all’aeroporto di Ciampino, dove un gruppo di tassisti non voleva portarci – me e mia moglie – a Roma per 30 euro (tariffa dichiarata dal manifesto affisso da loro stessi sui muri dell’aerostazione). Essi evidentemente aspettavano i turisti giapponesi o americani da spellare vivi. Venni fuori con una frase: “E poi vi lamentate di Bersani!”. Al pronunziare quel nome ho visto gente con gli occhi iniettati di sangue, sopraffatta dal furore. Mi venne risparmiata la vita solo per la presenza della mia buona moglie, ne sono certo. Per cui credo che i tassisti italiani abbiano votato a valanga per quel simpaticone.
Ma dove il Cavaliere riscuote grande successo – ben più che con le quindicenni a Villa Certosa – è tra i tassisti del resto del mondo. Successo ed estrema curiosità, invero. I tassisti del globo sono assolutamente calamitati dalla figura di Berlusconi. Lo so per certo.

Dublino, luglio 2003: io e ‘st’amico mio, Federico, prendiamo il taxi dall’aeroporto per raggiungere altri amici che ci avevano preceduto al centro della capitale irlandese. Il tassista di tanto in tanto ci fa vedere qualcosa della città e a un certo punto, mostrandoci un pub dall’altro lato della strada, ci spiega che è quello in cui il Primo Ministro, finita la sua giornata di lavoro, va a farsi la classica pinta di Guinness. “Come se Berlusconi andasse…”, faccio per dire al mio amico ma… quel nome arriva come una fucilata per il buon uomo. “Oh, Pelusconey – grida lui – Sivio Pelusconey”. Qualche giorno prima l’ineffabile Silvio aveva funestato il Parlamento Europeo, di cui era appena diventato presidente del semestre di turno, con la celebre curtigliata col deputato Schulz (il kapò, per intenderci). Assolutamente estasiato dal nostro premier – non sono certo che ci invidiasse, però –, l’amico tassista ci chiede se il nostro uomo è davvero così o magari lo fa per scherzo; se ci è o ci fa, in definitiva. Lo abbiamo assicurato che è tutta farina del suo capiente sacco. Continuando freneticamente, l’uomo ci racconta che per tutta la settimana successiva all’episodio incriminato, i giornali di tutta l’EIRE avevano dato in prima pagina resoconti di vario genere e di vario tenore sul fatto e sul suo indiscusso protagonista. Ecco perché il nostro tassista, come se fossimo suoi amici (suoi di Silvio, ovviamente) ci chiedeva notizie e informazioni sul brevilineo eroe italiano.

Buenos Aires, luglio 2008: come la gran parte degli argentini, anche il nostro tassista ha antenati – neanche poi tanto lontani nel tempo – italiani. Dopo averci chiesto – stavolta ero con mia moglie, in luna di miele, perdipiù – se fossimo italiani, il caro autista spara la domanda: “Como es la historia de Silbio Verlusconi con su secretaria que se puso ministro?” Non abbiamo capito, lo ammetto, cosa volesse dire ma continuando ci fece capire che si riferiva alla storia – notoriamente insufflata dalla sinistra becera ai media internazionali – della ministra Carfagna, colei che di fronte a cotale marcantonio pare sia rimasta “a bocca aperta”. L’amato tassista non poteva credere che fosse andata così; l’aveva sentito alla radio ma stentava a convincersene. Pertanto chiedeva a noi se la cosa fosse vera. Ma sarà vera, poi? Per come sono andate le cose e secondo recenti sviluppi, forse sotto c’è ben altro, caro tassista porteño, cose che noi umani…

Dar es Salaam, agosto 2009: il nostro tassista si chiama Iddy ed è un giovanottone nero – del resto è tanzaniano. Parla in inglese, il raccogliticcio (detto con tutto il rispetto) inglese africano, e sin dai primi momenti si rivela molto amichevole, simpatico e di piacevole conversazione. E siccome anche noi tre (io e miei amici Maurizio ed Emanuele) condividiamo le stesse caratteristiche, Iddy si apre molto. Poiché siamo italiani, si sente in dovere di consigliarci localini di una certa caratura, con donnette disinvolte, non so se mi spiego. Poi la conversazione cade sull’Italia e sul fatto che a lui piacerebbe venirci. Gli diciamo che in questo momento storico per gli immigrati non è aria, in Italia; forse è meglio che si tenga il suo bel taxi a Dar es Salaam. Ed è qui che il nostro amico Iddy non si trattiene più. “Sivlusconi – ci chiede – Sivlusconi”, in un intreccio tra nome e cognome del nostro beneamato Premier. In fin dei conti anche Emilio Fede, se ci avete mai fatto caso, lo pronunzia così. Aveva sentito alla radio – i tassisti sono tra i principali radioascoltatori al mondo – le storie di Villa Certosa, le femminette allegre e Topolanek, la festa di Noemi, le pulle di Bari e tutto il resto. Insomma, Iddy era inebriato ed è a questo punto che esce fuori al naturale: “Jik-jik – comincia a dire, mimando un rapidissimo atto sessuale sul sedile del taxi – Sivlusconi jik-jik”. Io e i miei tre fidati amici ovviamente ci sganasciamo, mentre il buon Iddy per tutto il viaggio continuerà la sua copula simulata al grido divertito di “jik-jik Sivlusconi”.

Niente da fare, Silvio Berlusconi (Sivio Pelusconey – Silbio Verlusconi – Sivlusconi) è la star di tutti i tassisti del mondo. Sono assolutamente orgoglioso di lui. E mi sto già comprando il taxi.

mercoledì, agosto 26, 2009

QUASI QUASI…


Certo, la vita in Africa non è delle più semplici. Neanche per me che sto un mese e poi torno via. Il caldo, le zanzare, la mancanza di acqua (per dire le minchiate); la povertà, la malaria, l’AIDS (per dire le cose serie).
Però il fatto è che, rientrando nella bella, cara, civile, democratica, cristiana Italia trovo che 73 persone sono annegate in mare perché non sono state soccorse; i gay vengono aggrediti, picchiati, accoltellati per spasso; le controversie in famiglia vengono trattate a pistolettate… Non è che, quasi quasi, è meglio tornarsene in Africa?

mercoledì, giugno 03, 2009

AS-SALAM ALAIKUM


‘Alif Ba Ta Tha…
Sto imparando l’arabo. La lingua di Allah. Lo sto studiando, voglio imparare a parlarlo bene. Non so dire di preciso quand’è iniziata questa storia dell’arabo. Ah, sì, all’inizio del mio periodo universitario, in Lingue, quando c’erano quelli che ti consigliavano le materie complementari più facili. Storia e Istituzioni Musulmane, si chiamava. Lì per lì mi venne da sorridere, figurati. Abituati com’eravamo al Liceo: Italiano, Matematica, Filosofia, materie dal nome secco, deciso; figurati se andavo a prendere in considerazione una materia con quel nome lì. Fatto sta che la inserii nel piano di studi. E la studiai. E mi piacque. Fu il primo esame che feci ed ebbi trenta e lode, l’unico della mia carriera universitaria. Cominciò così il mio rapporto quasi trentennale col mondo arabo e con l’arabo. La lingua del Profeta.
L’anno successivo biennai la materia, che nel frattempo aveva cambiato nome: Islamistica. Mi piaceva troppo per non rifarla. 28, vabbé. Però non era ancora la lingua. Imparai solo alcune parole, delle formule rituali, il saluto, la shahada, ma fu allora che mi venne forte il desiderio di imparare l’arabo. La lingua del muezzin.
Un altro incontro con l’arabo l’ebbi nell’85, con un gruppo d’iracheni. Anzi, proprio col gruppo iracheno, quello che partecipò alla Sagra del Mandorlo in Fiore a Girgenti. Io ero il loro accompagnatore. Si era nel bel mezzo della guerra con l’Iran di Khomeini. Diventammo molto amici e si divertivano a farmi parlare in arabo. E io mi divertivo a farlo. Uno di loro, per spasso, mi fece bestemmiare, con disappunto dei compagni. Erano il gruppo nazionale di ballo folklorico di Baghdad ed erano proprio bravi, provavano assiduamente nello scantinato dell’Hotel della Valle. Rappresentavano il loro paese, questo era il loro mestiere, ci tenevano a che l’Iraq facesse bella figura e fosse rispettato. Erano di gran lunga i migliori. Ma quell’anno il festival fu vinto dal gruppo degli Stati Uniti, un manipolo di ragazzoni (dello Utah, credo) con cappelloni da cowboy e camicie a scacchi che ballavano, male, delle danze da saloon, melense anziché no. Quando tornammo in hotel, dopo la premiazione, molti di loro piangevano per la delusione e l’ingiustizia subita. Dicevano dùlar dùlar sfregando i pollici con gli indici, mentre io non riuscivo a guardarli in faccia. Parlavano forte, urlavano il loro dispiacere. In arabo, ovviamente. La lingua degli sconfitti.
Qualche anno fa, poi, conobbi due fratelli tunisini, Monzef e Khairy. Erano bravi e pazienti con me, mi chiamavano “brofesore”, ustàdh, volevano a tutti i costi che imparassi la loro lingua e mi davano delle lezioni, di lessico soprattutto, seduti sullo scalino di una bottega di generi alimentari. Il bottegaio mi guardava come se fossi pazzo di catena a imbarcarmi in una cosa infattibile come studiare l’arabo. Una volta mi invitarono a casa loro. Mangiammo kuskus con peperoncini interi, fritti. E studiavamo arabo. La lingua di Monzef e Khairy.
Poi i due fratelli se ne sono andati. Adesso fanno gli operai specializzati in una fabbrica del nord-est e uno di loro, ho saputo, si è sposato. Se ne sono andati lasciandomi con qualche vocabolo in più ma con la voglia di imparare meglio questa lingua stupenda. Stupenda proprio perché stupisce. Stupisce te stesso che ti senti quasi proprietario di una competenza che pensavi impossibile avere. Stupisce l’italiano, con la sua supponenza (“Vabbé l’inglese, ma l’arabo!”), con la sua superiorità d’accatto (“Sì, ora imparo l’arabo. Imparino loro l’italiano!”), con la sua iattanza (“Si vede che non hai niente da fare!”) o con la sua aperta ostilità verso l’invasore islamico. E stupisce soprattutto loro, gli Arabi. Basta il saluto nella loro lingua per stabilire un contatto che non è solo linguistico. Subito ti guardano increduli, poi ridono, ti mostrano agli altri, ti chiedono come fai a conoscerlo, se sei muslim. Provate a dire As-salam alaikum a uno di quei ragazzi maghribyy che vendono parasole per auto a San Leone; a una donna che, intabarrata, trascina sporte e figlioletti ricciuti per le vie della madina shaykha, il centro storico di Girgenti; al vecchio imam o ai giovani senegalesi della scalinata della stazione. Provate un po’. Testate la loro reazione. Difficilmente vi capiterà di vedere gente più felice. E solo perché sono stati salutati in arabo. La lingua del Corano.
Insha-llah, se Dio vuole, prima o poi lo imparo bene. Sto facendo il corso, quello che organizzano ogni anno. Ana adrusu al-lugha al-arabyy. L’arabo è, per antonomasia, una lingua difficile, nulla a che vedere con le quisquilie canore di Franco Battiato. Strani suoni uvulari, laringali, aspirati, interdentali, a noi sconosciuti. La qaf e il ghain, la kha e la tha, la dhal e il ‘ain, simile a un belato. E poi la lingua scritta. Da destra a sinistra; segni che cambiano a seconda della posizione nella parola; con puntini, senza puntini, con la pancia, senza pancia. Quelle che legano a sinistra e quelle che no. E niente vocali, olé, solo fatha, kasra e damma. Poi la shadda e il sukun; la ta tawila e la ta marbuta. Mi sto impegnando, sto cercando dentro di me anche delle motivazioni spirituali che ne giustifichino lo sforzo. Vivo in una città araba, partecipo della natura e del sangue arabo che è dentro di noi. Voglio parlare l’arabo. La lingua dell’Islam.
Sto imparando l’arabo. La lingua di popoli fieri, di genti nobili. Ed è come se mi appropriassi di un po’ del carattere di tutti gli arabi della terra: dello sceicco e del beduino, del bambino dell’Intifada e del cammelliere del Sahara, dell’ayatollah e della donna afghana sepolta dal burqa.
Sto imparando l’arabo. La lingua del Sud.
… Ha Waw Ya.

lunedì, maggio 25, 2009

CIAO, PAOLINO



Provo sempre meno interesse per il calcio. In passato, da ragazzo sono stato milanista. Beh, non ho elementi per dire che non lo sono ancora adesso, nonostante il mio crescente disinteresse per il mondo del pallone. Però, che cavolo, un saluto al grande Paolino Maldini voglio farlo anch’io. Ieri il capitano del Milan ha lasciato il calcio, ad un’età veneranda per la media, e si godrà la famiglia. O forse resterà nell’ambiente con altre mansioni. Spero abbia messo da parte qualcosina che lo faccia campare dignitosamente. Epperò quando se ne va uno così, alla fine mi dispiace. E allora ciao e buona pensione. Gliel’avranno fatta la festa e regalato l’orologio?

lunedì, maggio 18, 2009

VOCAZIONI


Io ho un amico che aveva e ha tuttora la vocazione. A farsi prete, naturalmente. Il problema è che lui non è un prete. Si chiama Vittorio, lo conosco fin dai tempi delle Elementari e già da allora manifestava interesse per la cosa. Ricordo che quando andavamo a casa di un qualunque compagno di scuola, finiti i compiti, giocavamo in qualche modo – a casa di uno, ad esempio, si giocava sempre al Gioco dell’Oca –, a casa di Vittorio, invece, una bella santa messa non ce la levava nessuno. Nel senso che lui proponeva a tutti noi di fare una celebrazione eucaristica. E siccome eravamo a casa sua… Lui faceva il parrino mentre a noi toccavano ruoli da comprimario, vuoi il chierichetto, il sagrestano o semplicemente l’assemblea. C’è da dire che era preciso, liturgicamente ineccepibile. Conosceva tutta la messa e non saltava un solo passo. Lui si inventava il salmo responsoriale e noi dovevamo rispondere; si faceva dare delle ostie dal prete della sua parrocchia e ci somministrava l’Eucarestia; prendeva il vino dalla cucina e lo mescolava con sapienza con l’acqua; faceva delle interessanti omelie.
Vittorio frequentava la parrocchia (come noi, del resto) e aveva un’ammirazione smisurata per il suo parroco. Aveva anche la segreta speranza di diventare papa; diceva che Paolo VI era un grande uomo – e sì che io lo trovavo noiosissimo – ma aveva una venerazione per papa Giovanni. Sempre ci diceva che da grande avrebbe fatto il prete e che niente e nessuno gli avrebbe fatto cambiare idea. “Ma non vuoi sposarti e avere figli?”, gli chiedevamo. “Assolutamente no – rispondeva Vittorio – io sono un prete”. Già si sentiva parrino. Una volta ne ho parlato coi miei e mi hanno risposto che non c’era dubbio: la vocazione gli sarebbe passata e avrebbe avuto una vita normale come tutti gli altri.
Non era vero. Lui la vocazione continuò a maturarla; anche da adolescente seguitava a dire che voleva farsi prete. Non andavamo più a scuola assieme e non ci sottoponeva a messe coatte, però la vocazione continuava ad averla. Alla domenica, come niente, si sciroppava tutte le messe della parrocchia. Serviva la messa, leggeva le letture, aveva anche imparato a suonare l’organo. Insomma era il factotum della chiesa. Questo lo portò ad avere i primi scontri con i suoi genitori, che avevano pensato per lui un futuro diverso che non quello di parrino.
Alla fine delle superiori, Vittorio decise di entrare in Seminario ma la sua famiglia ne fu totalmente contraria: doveva fare l’avvocato. Pertanto, non senza malanimo, si iscrisse a Giurisprudenza. Pensava di fare contenti i suoi genitori – per il momento, almeno – poi, quando avrebbe avuto in mano la sua vita, avrebbe preso la decisione per la quale viveva: farsi prete.
Dopo cinque anni e una carriera universitaria non particolarmente brillante, per la felicità della sua famiglia, Vittorio si laureò. Continuava a sentire dentro di sé la chiamata di Dio ma anche stavolta non fu forte abbastanza da imporre ai suoi la sua volontà. Suo padre lo mandò a fare pratica da un avvocato suo amico, che gli avrebbe insegnato il mestiere e lo avrebbe lanciato nella professione forense. Ma non era abbastanza bravo, Vittorio; l’unica legge che gli interessava era quella divina, per cui sin dall’inizio si capì che non avrebbe fatto strada.
Lo capì anche suo padre, che lo costrinse, nonostante le rimostranze del figlio, a tentare la strada del concorso pubblico; come archivista, impiegato alle Poste, negli enti, nei comuni e nelle prefetture di mezza Italia. Il buon Vittorio, nonostante non avesse abbandonato il desiderio di diventare un sacerdote, fece concorsi di ogni genere e attraversò tutta la penisola. Anche le domande di supplenza nelle scuole fece, per insegnare materie giuridiche. Finalmente, ma non per lui, trovò un posto da impiegato all’INPS. La famiglia ne fu molto contenta, Vittorio molto meno: questo allontanava ancora il suo progetto di farsi prete.
Infine iniziò una relazione con Rosa Maria, una ragazza della parrocchia, un po’ grassoccia ma tanto simpatica e buona. La famiglia di Vittorio inizialmente ebbe da ridire anche su questa storia ma alla fine, pensando che era sicuramente meglio così che con un figlio prete, lasciò che gli eventi facessero il loro corso. Lui impiegato, lei articolista, Rosa Maria insistette perché si sposassero. Vittorio per un po’ resistette, forse per tenere ancora accesa quella fiammella della vocazione che mai si era spenta del tutto; alla fine, ormai trentino, capitolò.
Oggi Vittorio conduce una vita normale. I suoi colleghi lo reputano una bravissima persona e lo stimano molto. È padre di tre figli: Gerlando di sedici anni, Antonella di dodici e Andrea, venuto dopo molto tempo, di tre. Ha una casetta in cooperativa a Fontanelle. Accompagna i figli a scuola alla mattina, va a fare la spesa al Di Meglio, va al mare alla IV Traversa e spesso al sabato va a passeggio con la famiglia in Via Atenea.
Ma tutte le domeniche, quando Vittorio porta moglie e figli a Messa, è pervaso da una profonda tristezza.
Perché ho raccontato questa storia? Perché, ecco, io penso a Vittorio tutte le volte che a Girgenti qualcuno tira fuori la stronzata della vocazione turistica della città. Proprio come il mio amico, che aveva tutte le carte in regola per diventare parrino – e in cuor mio penso che sarebbe stato un buon prete –, a Girgenti in potenza non mancava nulla per diventare una città ad economia esclusivamente turistica. Però non lo è diventata e sono certo non lo diventerà mai più.
Proprio come Vittorio, che non sarà mai più un prete.

giovedì, maggio 07, 2009

LA SPIRITUALITA’ DELLA SIGNORA SILVANA

Ho ascoltato in radio in questi giorni un’intervista a Silvana Giacobini. Chi non conosce la Giacobini! Onnipresente nei salotti televisivi – da Porta a Porta a Quelli che il calcio passando per L’isola dei famosi – la bionda direttrice del settimanale patinato Diva & donna (no, dico!), organo ufficiale del gossip nazionale, rispondeva a domande sulla sua folgorante carriera. Parlava del lavoro duro, naturalmente, della capacità personale e di altri ingredienti che costruiscono il successo, fino a soffermarsi… sull’aiuto di Dio. Sì, dell’Onnipotente in persona. Ha detto di aver avuto una grossa mano da parte del Signore e mi ha colpito la sua insistenza su questo tasto. Voleva a tutti i costi che l’intervistatrice fosse conscia del fatto che il suo successo ha anche una marcata matrice divina. Come non crederle? Sarò sincero: ho trovato la cosa un po’ tirata per i capelli. Yahweh che si interessa di cronaca rosa? Il Dio dei nostri Padri che si appassiona ai rotocalchi patinati? Il Signore degli Eserciti che si intrippa col gossip? Per cui, spinto dalla curiosità e dalla ricerca del sacro che è in ognuno di noi, compro – al modico prezzo di € 1,30 – Diva & donna, il settimanale di cui la Giacobini è direttrice (l’avevo già detto, vero?). “Finalmente troverò del cibo per la mia anima – pensavo –, che so, un po’ di esegesi biblica. Saperne qualcosina in più sulle Sacre Scritture non ha mai fatto un filo di danno. A nessuno. Del resto, se Dio ha aiutato lei a portare avanti con coraggio e perseveranza Diva & donna, vuoi che non aiuti me a trovare parole di vita?”
Sicché apro il giornale, il nr. 17 del 28 aprile 2009, e a pagina 18 (ma non prima di un’imperdibile intervista a Renato Schifani) mi imbatto nell’ipotizzata liaison tra Simona Ventura e Francesco Facchinetti, avvenuta negli studi di X Factor. Foto impietose ritraggono Simona che civetta col figlio di Dodi e il titolo – Il gioco delle tentazioni – è galeotto alquanto. A pagina 24, una risollevata Mara Venier confida a Paola Perego le sue paure sul set de La fattoria, in Brasile, e le dice: Cara Paola, così ho vinto la mia sfida. “Non è ancora il momento – penso – ma confido molto”, e intanto una sorta di presenza divina aleggia tra le pagine del giornale. Salto Kim Rossi Stuart e Cesara Buonamici (ripromettendomi di ritornarci su) e cerco la presenza dell’Altissimo qualche pagina più in là. Ma trovo Carmen Di Pietro. Carmen Di Pietro? L’ex porno star? Cosa ci farà una come lei su un giornale sacro? Ci sono. È la storia di Maria Maddalena, la peccatrice che incontra il Signore. Invece no, l’articolo parla del debutto della figlioletta della Di Pietro, Carmelina, in non so che trasmissione. Leggo un po’ distrattamente, devo ammetterlo, ero andato a cercare il Signore e finora ho trovato solo signore. Vado avanti un po’ deluso ma non scoraggiato. La mia perseveranza viene ripagata. Leggo: Ho avuto un’esperienza di pre-morte. Finalmente! Vittorio Marcelli, concorrente del Grande Fratello 2009 racconta una brutta disavventura avuta come surfista… Basta, sono amareggiato. Dov’è il Signore che ha guidato Israele nel deserto (foto) e ha aiutato la Giacobini? Salto Enrico Vanzina come Castelnuovo la staccionata e mi imbatto in Giovanni Rana. È simpatico, sì, ma non è ancora il buon Dio. Sono molto sconsolato ma vado avanti. A pagina 114 c’è l’inchiesta – alé, ci siamo, penso – che si intitola… Siamo Barbie ma oltre alle gambe c’è di più. Che cosa? Pensavo citassero Isaia o il libro dei Maccabei e invece qui si cita solo Jo Squillo! Che dolore. Non me la sento neppure di leggere le storie segrete del Grande Fratello, la speranza è ai minimi. Sfoglio ormai distrattamente e non trovo stimoli per andare avanti. Qualcuno mi sa spiegare cosa c’entra Dio con Diva & donna? Una risposta deve pur esserci. Su, datemela, così posso tornare gioiosamente a leggere – a pag. 159 – il grande successo di Giorgio Mastrota.

martedì, aprile 14, 2009

INAUGURAZIONI


Stavo per partire per le vacanze pasquali, allorquando vengo fermato da una notizia sulla quale intendo soffermarmi assolutamente. A poche settimane dal crollo di una parte di Via Giovanni XXIII, il Comune di Girgenti inaugura l’apertura dei lavori per il ripristino della stessa. I fatti: un paio di mesi fa, a causa delle numerose, insolite piogge di quest’inverno, una parte di Via Giovanni XXIII – il pezzo terminale, quello giusto sopra Villa Cavetta – cede. La corsia di marcia viene dimezzata, l’area transennata, e, come sempre accade a Girgenti, lasciata a se stessa. Intanto continua a piovere e, dopo un mesetto circa dal primo intervento – ossia il transennamento –, la mattina seguente una nottata di belle piogge, il costone scunocchia e va a finire nella zona sottostante (foto), seppellendo due automobili ma, fortunatamente, nessuna persona. Grazie a dio la villetta era chiusa, non perché era presto ma soltanto perché a Girgenti le villette comunali normalmente sono chiuse, per cui non c’erano nonni con nipotini, studenti in vacanza arbitraria, coppiette, etc... Se si fosse intervenuto prima magari si sarebbe potuto evitare lo sfacelo che poi c’è stato.
A distanza di meno di un mese, quasi fosse una cosa che ha del miracoloso – tipo il sangue di San Gennaro –, viene dato l’annuncio dell’inizio dei lavori di recupero. ‘Sti cazzi, direbbero a Roma, ma siccome qui non siamo a Roma né in qualunque altra città normale d’Italia, l’annuncio viene preso come qualcosa di formidabile, anche perché così viene dato. E va bene anche questo. Ma la cosa che davvero fa morire dal ridere è che si è fatta una vera e propria inaugurazione. Questo fa schiantare. Sindaco, una manciata di assessori, un assessore regionale, qualche alto funzionario di qualche ufficio importante si recano nel posto del disastro a celebrare l’inizio dei lavori. Ora, in una città normale, insisto, questo non glielo avrebbero fatto fare. Quando io racconto queste cose agli amici di fuori, loro mi chiedono se scherzo o se dico la verità. E io provo vergogna nel dire che è la verità.
Questa inaugurazione mi ha fatto venire in mente, oltre alla cerimonia di presentazione del plastico dell’aeroporto – che poi non si fece (l’aeroporto non il plastico) –, a quella suggestiva riapertura del viadotto Rocca Daniele, avvenuta qualche mese fa. A causa di un crollo che interessò una parte (si trattava di pochi metri) dell’omonimo viadotto, per circa un anno il traffico sulla famosa 640 Agrigento-Caltanissetta fu deviato. L’automobilista doveva uscire allo svincolo precedente il viadotto, entrare nell’abitato di Favara e dopo un tragitto di qualche chilometro più lungo del normale, usciva nuovamente sullo stradone. I lavori di ripristino durarono meno di un mese ma il disbrigo delle pratiche quasi un anno. Alla fine, il solito gruppetto di autorità – alcune delle quali con fasce tricolori – si ritrovò sul luogo per inaugurare il tratto di strada riaperto. Questa volta stapparono bottiglie. Cosa cazzo (ops…!) c’era da brindare?
Allora, visto che ogni occasione è buona per fare caciara (oggi ce l’ho col romanesco), io propongo l’istituzione dell’Assessorato alle Inaugurazioni. Fai conto che in questa città oggidomani avviene una cosa straordinaria, di quelle che non avvengono in nessuna parte del mondo – la riparazione di un lampione, un decespugliamento, l’Akragas vince una partita – sai che devi festeggiare, no? Oppure si apre una casa di riposo o un asilo. Allora, invece di far scapicollare l’Assessore al Verde Pubblico o quello allo Sport o quello alle Politiche Sociali o ai Lavori Pubblici – che sicuramente hanno un sacco di cose da fare e poi a loro queste manfrine davanti alle telecamere non piacciono mica –, interviene l’Assessore alle Inaugurazioni, Festeggiamenti e Cerimonie e ti porta avanti la tua bella festicciola. Si fa un discorsetto iniziale, magari si taglia un nastro poi si stappa una bottiglia, si fa una bicchierata, due pasticcini e si va via perché magari dopo un’ora c’è un’altra cosa da inaugurare. Molto semplice, no? L’Assessore deve essere uno di quelli foto/telegenici, che sappia parlare ma non troppo bene (il congiuntivo è un lusso che non possiamo permetterci), che sorrida sempre, che abbia voglia di apparire in pubblico e soprattutto che abbia leccato i culi giusti. Dai, non ci vuole molto a dire una frase tipo: “Ringraziamo l’Assessore Vattelappesca per l’attaccamento che ha dimostrato per la città e per avere fortemente voluto quest’opera. Peccato che non c’è, se c’era la vedeva”. Andiamo, non ci vuole un genio per una cosa del genere. E poi al Comune non costerebbe niente. Qui sta la genialità dell’operazione. Tutto il costo delle inaugurazioni se lo sobbarcano gli sponsor. Anche perché in questo modo, durante la cerimonia mi puoi anche fare la degustazione del prodotto tipico, la presentazione della nuova automobile, la mostra del corredo. Mi puoi fare il rinfreschino, vivaddio. E l’Assessore, naturalmente – e anche questo è uno dei suoi compiti – deve ricordare e ringraziare gli sponsor: “Ringrazio il Presidente Tizio e il Supermercato Al Risparmio, che hanno permesso che oggi eravamo qui”. Oppure: “Vi porto il saluto del Sindaco, a voi, cari concittadini e agli amici della Pasticceria fratelli Caio, che se non c’erano loro questa cosa non si faceva”.
A Girgenti, ormai, l’Assessorato alle Inaugurazioni è una necessità.

giovedì, febbraio 19, 2009

BASTA ALBERI A GIRGENTI!





Basta, facciamola finita con questa storia degli eucalipti. Mi son rotto le scatole. Stanotte ho sognato l’assessora Passarello che andava in giro per la città su un’Harley Davidson, con stivaloni e sega circolare; ogni tanto scendeva dalla moto e tagliava un eucalipto. Aveva pure la bandana, aveva. Non si campa più. Perciò ho deciso di saltare la barricata e dichiararmi a favore del taglio indiscriminato (sta’ a vedere chi stabilisce il discrimine) degli eucalipti a Girgenti. Dirò di più. Sono per il taglio di tutti gli alberi della città. Non solo gli eucalipti. Eccheccacchio.
Comincerei coi pini che qua e là infestano il territorio cittadino. Ce n’è un po’ dappertutto, a Bonamorone, a San Leone, sotto i Templi. Proprio con quelli inizierei. Avete presente quel bellissimo viale sotto il Tempio della Concordia? Zzzzzzzzzz…… una bella segatina e chi s’è visto s’è visto. Stesso trattamento riserverei a quelli del viale dei Pini a San Leone, che grazie a questo intervento dovrà cambiare nome. Qualche anno fa qualcuno cercò di farli tagliare perché davano fastidio a quelli delle villette. Intervenne provvidenzialmente un ambientalista nostro concittadino che fece bloccare lo scempio e salvò gli alberi. Lo stesso ambientalista, ora, è favorevole al taglio degli eucalipti. Niente più pigne, quindi, che ti cadono sul cofano della macchina stimolandoti il bestemmione; niente più aghi di pino (e silenzio e funghi), niente asfalto rialzato, rami, cortecce. Zero.
Mentre siamo a San Leone, una visitina a quelle palme – prima che gliela faccia il vermiciattolo del punteruolo rosso – non gliela vogliamo mica fare? Tra l’altro la palma si taglia facilmente. Del resto, non fanno neanche datteri, che ci teniamo a fare.
Gli alberi che mi dispiacerà veder segare sono quelli del Viale, soprattutto quelli di Piazza Cavour, dove andavamo a giocare a calcio quando eravamo piccoli. Ogni tanto il pallone finiva sugli alberi a causa di inopinabili sufuniate e ci toccava arrampicarci, soprattutto su quegli alberi che facevano da pali alla porta. Che bei ricordi. Ma dura lex sed lex. Anche gli alberi di Piazza Cavour – non ho mai saputo come si chiamano – subiranno la terribile legge della sega circolare. Zac! Facciamo le cose serie, noi, mica possiamo lasciarci commuovere da sdolcinati ricordi di gioventù.
Tanto s’è detto sugli eucalipti. Quindi quei boschetti che circondano la città, a partire da dietro il cimitero, via via sino a valle di via Imera per poi riprendere sotto via Santo Stefano, a girare, per andare a finire a Fondacazzo, ebbene: non ne resterà neanche uno stupido ramoscello. L’unico dubbio è se passarli a fiammifero o se, niente niente, chiamare una squadra di spaccalegna con le camicie a scacchi, tipo “Sette spose per sette fratelli”, per allietare le giornate degli agrigentini senza chiffari – e sì che sono tanti.
La fine arriverà anche per i comuni, vili vegetali che popolano le nostre contrade. Il fico d’India e la zabbara subiranno lo sterminio; siepi, macchie e arbusti vari diventeranno un pallido ricordo e finalmente si ripuliranno le strade da tutte le erbacce.
Last but not least, suonerà la tromba del giudizio per ulivi e mandorli della Valle dei Templi. Sissignore! Non incominciate a piagnucolare, eh? Dimostriamoci popolo serio e maturo. Niente sentimentalismi. Dispiacerà anche a me, già lo so, ma è uno sporco lavoro e qualcuno deve pur farlo. La scure della Passarello si poserà anche sui nodosi tronchi dei nostri alberi più sacri. L’ulivo saraceno patirà l’ascia e il mandorlo s’accascerà ai duri colpi dell’accetta. Suo malgrado.