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mercoledì, novembre 04, 2009

IO STO CON SANTORO (ALESSANDRO)



Tempi duri in Italia per i gay. Sono molto ma molto preoccupato per l’ondata di omofobia che sta attraversando questo Paese. Da nord a sud – persino da Canicattì, scherzi a parte – non passa giorno che non arrivino notizie di aggressioni, pestaggi e violenze contro persone omosessuali. Tira una brutta aria per i gay, le lesbiche, i transessuali. La maggior parte di questi episodi, ancorché messi in pratica da teste di cazzo di ragguardevoli dimensioni, ha anche una precisa connotazione politica. Checché ne dicano, anzi non ne dicano, i nostri rappresentanti politici, sono attacchi di stampo fascista. Ripeto, fascista. (Casomai non si fosse capito lo ripeto ancora: fascista.) La squadraccia di arditi coglioni arriva, circonda il malcapitato gay e – cinque contro uno – lo pesta a sangue, in un tripudio di saluti romani, inni al duce e insulti ripugnanti. E del resto “meglio fascisti che froci”, disse con precisa scelta stilistica, forte del suo cognome, Alessandra Mussolini, augusta rappresentante del popolo omofobo.
Purtroppo anche la Chiesa cattolica, non interviene con l’autorevolezza che ci si aspetterebbe in questi casi. Non mi pare di aver sentito – ma sicuramente sarò stato distratto – qualcosa che possa farmi dire che la mia preoccupazione per questi episodi e questo clima sia condivisa dalla Chiesa. Anzi, sui gay cala sempre un forte imbarazzo. E sì che sull’aborto, la famiglia, il fine vita, la Chiesa interviene un giorno sì e un giorno sissignore; ho come il sospetto che sui gay la Chiesa sia capace solo di fare filosofia da quattro soldi.
Solo in alcuni sporadici casi, dal popolo di Dio si ergono voci di dissenso. Una di queste è quella di don Franco Barbero da Pinerolo, che viene definito “il prete dei gay” – con la solita mania che si ha dell’etichettatura facile. In realtà è un sacerdote che ha avviato da anni in tutta Italia, dei cammini di ricerca spirituale per i fedeli omosessuali. Che finalmente si sentono accolti nella famiglia di Dio senza essere discriminati. Inutile dire che don Barbero è stato ed è ferocemente osteggiato dalla Chiesa.
Un’altra buona notizia arriva anche da Firenze, dove qualche giorno fa il giovane parrino don Alessandro Santoro ha sposato una coppia “anomala”: uomo lui, donna lei. Il busillis sta nel fatto che la signora, Sandra, era nata uomo, anzi “donna per sbaglio in un corpo di uomo”, secondo le sue stesse parole; negli anni ’70 si era sottoposta all’operazione per il cambio di sesso e qualche anno dopo lo Stato l’aveva riconosciuta donna. Da 25 anni – mica da ieri – viveva con il suo uomo, Fortunato, col quale, da qualche tempo, aveva iniziato a seguire un percorso di fede, accompagnati da don Alessandro.
Certo, non si può dire che il Nostro sia un personaggio facile. Nessun vescovo, immagino, vorrebbe averlo tra i suoi parrini. In un rione fortemente a rischio – il quartiere delle Piagge –, egli cerca di strappare i giovani dalla strada, organizza la gente facendo fare loro esperienze di vita comunitaria (Comunità di base delle Piagge), apre associazioni (Il Pozzo), giornali di quartiere (l’Altracittà), incoraggia esperienze di consumo etico e solidale, accoglie immigrati organizzando per loro corsi di alfabetizzazione e altro. Pensate che una volta ha pure digiunato per protestare contro l’ordinanza del sindaco contro i lavavetri e un’altra ancora si è presentato in gommone in Piazza della Signoria per sensibilizzare sul problema dei migranti. Ha fatto manifestazioni antirazziste, anticapitaliste, nonviolente. Che tipo! C’è un grande container (foto) dove si fa tutto, alle Piagge: ci si riunisce, si discute, si fa l’asilo ai bambini e il doposcuola agli scolari, si stampa il giornalino e tanto altro. E si celebra pure la Messa. Come nei villaggi africani, in cui la chiesa non è solo il luogo di culto ma il centro vitale della comunità.
Nella Comunità di base delle Piagge, organizzati da quel mascalzone di don Alessandro Santoro, sono sorte iniziative di indiscutibile valore sociale, quali un fondo di solidarietà (il Fondo Etico e Sociale, una sorta di banca dei poveri), un laboratorio politico (Cantieri Solidali), piccola imprenditoria cooperativistica, attività di economia alternativa (progetto Villore, di agricoltura biologica), piccola produzione editoriale (Edizioni Piagge) e tanto altro. E tutto questo non da solo ma grazie alla partecipazione attiva degli abitanti del quartiere che sono diventati essi stessi gli artefici delle loro esperienze. Non è, insomma, uno di quei bravi preti ai quali siamo abituati, quelli, cioè, che tengono aperta la chiesa per un paio d’ore e poi sono irrintracciabili per tutta la giornata. Ma che però organizzano il pellegrinaggio da padre Pio.
Non è certamente ortodosso, don Alessandro, ma almeno cerca di seguire il Vangelo. Meglio ancora, mette il Vangelo al primo posto, cosa che però mette lui al di fuori della Chiesa ufficiale, alla quale il Vangelo piace proclamarlo ma quasi mai metterlo in pratica. Lui, invece lo mette in pratica e questo è un errore che pochi nella Chiesa sono disposti a perdonargli. Il Vangelo prima delle regole, degli apparati, del magistero, della gerarchia, del papa? Non sia mai, ecco perché mons. Betori (foto), Arcivescovo di Firenze, dignitario di Santa Romana Chiesa, di recente sostituito in qualità di segretario della CEI da mons. Crociata (nomen omen!), ha sollevato il povero Santoro dalla cura pastorale della comunità delle Piagge presso la quale operava fin dal 1994. L’Arcivescovo chiede a don Alessandro Santoro “di vivere un periodo di riflessione e di preghiera” e nel frattempo ha già mandato il suo sostituto, don Renzo Rossi, 84 anni.
Sono molto triste per questa vicenda e voglio fare una serie di personali – assolutamente personali – considerazioni. La prima riguarda proprio la coppia che Santoro ha indebitamente unito in matrimonio. Perché hanno voluto sposarsi in chiesa? Non sapevano che non è possibile? Non sapevano che la Chiesa non ammette se non il matrimonio eterosessuale? Eppure io credo che i due, Fortunato e Sandra, hanno voluto proprio questo: entrare con forza, scardinando la serratura, dentro una struttura che non li vuole, proprio per rivendicare il diritto di sedere a un posto con tutti gli altri, come tutti gli altri. Se a loro non fosse importato nulla del matrimonio canonico, sarebbero andati a farsi sposare in chiesa? Magari facendo anche un cammino di fede prima di arrivare al grande passo? Eppure niente, fuori!, non c’è posto in chiesa per Fortunato e Sandra. Sembra che per lei sia una colpa, un peccato essere diventata donna. Come se un giorno, quando era ancora un ragazzo, annoiato nella sua Firenze, si fosse chiesto: Occhè si fa oggi? Si va alle Hascine? Si va a vedè la Fiorentina? No, si va a cambià sesso, nun s’è mai fatto! Non credo sia andata così. Temo ci sia dietro una dolorosa presa di coscienza e una storia di sofferenza, esclusione ed emarginazione, che alla fine l’ha portato a fare l’unico passo possibile. Di cui, peraltro, non si è mai pentita. Eppure per la Chiesa questo non è possibile. È possibile invece che arrivino ragazzetti sprovveduti, che non hanno la benché minima idea di quello che stanno per fare, di cosa sia il matrimonio e la vita in comune ma, poiché eterosessuali, vengono ammessi senza la minima discussione al sacramento. Fanno un corso prematrimoniale – una decina (forse meno) di incontri in cui si discute del nulla; poi, qualche giorno prima della cerimonia, il prete fa il cosiddetto processetto matrimoniale, una serie di domandine facili facili – che lo stesso sacerdote assicura essere pro forma – e la coppia è pronta per il sì. Se dopo un anno i due si separano senza il minimo pentimento, la Chiesa si chiede il perché della crisi del matrimonio, non chiedendosi però se, per caso, non sia anche colpa sua. E poi, cosa non sono quei matrimoni celebrati in chiesa? Il tripudio del lusso, dello sfarzo, dell’inutile, dello spreco. Per un giorno si è capaci di spendere svariate migliaia di euro. Ci sono spose che arrivano all’altare con abiti costati un patrimonio – alla facciazza di chi non mette assieme il pranzo con la cena – ma non c’è un solo parrino che si metta contro questo andazzo scandaloso. Tutti a fare le prefiche, però, quando la signora Sandra chiede alla Chiesa di sposare il signor Fortunato dentro le sua mura. No, non è questa la Chiesa in cui credo.
Ok, ma si può dire: la Chiesa ha delle regole e si devono rispettare. O dentro o fuori. Sì, ma questo chi lo dice, esattamente? La Chiesa stessa o Gesù Cristo, che della Chiesa si suppone essere il fondatore? Io vorrei conoscerlo, il parere di Gesù. Vorrei sapere la sua opinione su parecchie delle cose che succedono – per non parlare di quelle che son successe in passato – oggigiorno nella sua (?) Chiesa. Vorrei sapere cosa ne pensa innanzitutto del caso di don Alessandro Santoro e dei due sposi delle Piagge. E in generale cosa ne pensa del modo in cui gli omosessuali vengono trattati nella Chiesa, mi piacerebbe sapere. E del perché, invece, se è un prete ad essere omosessuale e magari anche ad aver commesso fatti assolutamente non edificanti, la Chiesa lo protegge e lo custodisce possibilmente contro le stesse persone da quel prete oltraggiate. Queste cose io le vorrei sapere. Ma da Gesù, mica da un prete o da un vescovo o da chicchessia.
Poi c’è anche la velata minaccia: o dentro o fuori. Dentro o fuori da cosa? Da una struttura? O dalla grazia di Dio? A non rispettare le regole della Chiesa si è fuori da essa o si è fuori dalla presenza di Dio? Ma noi cristiani (perché tale mi sento, e anche cattolico, a prescindere che qualcuno importante lo riconosca o meno) dobbiamo cercare di essere in grazia di Dio o di compiacere alla Chiesa? Dobbiamo cercare “il Regno di Dio e la sua giustizia” o il favore di personaggi porporati? E poi non capisco il perché nella Chiesa non ci possano essere opinioni discrepanti ma tutto debba essere ricondotto a una disciplina unica dalla quale non si può debordare. Non capisco, ad esempio, perché non si possano criticare le opinioni del papa, dei vescovi, dei preti. So di tantissime persone – i cosiddetti “cattolici del dissenso”, ne conosco un sacco – che amano profondamente la Chiesa eppure raramente si ritrovano in quello che viene emanato dalla gerarchia. Nella Chiesa contano quanto il “due di coppe” però ci sono. Personalmente, di essere un buon cattolico, ligio alle leggi e ai precetti della Chiesa non me ne importa più di tanto. Di essere un buon cristiano, mi importa. Io so di dover essere un giorno giudicato da Dio – è questo casomai che mi preoccupa – non dagli uomini. Io so che quando sarò al suo cospetto, egli mi chiederà conto della mia fede e di come l’ho vivificata con le opere non di quanto ho servito la Chiesa cattolica. Ho come il sospetto che davanti a lui non ci servirà essere stati dei buoni cattolici. Forse non ci servirà neanche essere stati cattolici. Altrimenti dovrei pensare che (giusto per non fare nomi) il famigerato Marcinkus – una vita dedicata a Mammona – sarà lì a godere dell’eternità in virtù del suo cattolicesimo, mentre il Mahatma – non cattolico, ahilui – brucerà nelle fiamme dell’inferno. La salvezza dipenderà da che chiesa hai frequentato o da che religione hai professato in vita? No, non riesco a crederci, a questa cosa. Del resto, Dio non è cattolico.(*)
Infine, per ritornare all’argomento, mi chiedo: che ne sarà delle Piagge? Che ne sarà di quella comunità, di quel lavoro fatto, di quel seme gettato? Pare che mons. Betori non sia mai andato a vedere ciò che è sorto grazie a don Santoro – non ne avevo dubbi – ma sono certo che qualcuno lo avrà informato. Come finirà? A leggere l'Altracittà, il giornale della comunità delle Piagge (http://www.altracitta.org), assieme al dolore per lo strappo di don Alessandro, c’è anche la fiducia e la speranza di andare avanti per la strada che il prete ribelle ha tracciato. Ma si sa come vanno queste cose. Don Renzo Rossi sicuramente avrà tanta e tale energia che non lascerà che quest’opera vada persa. Del resto, ha solo 84 anni…
E Betori ha vinto la sua personale battaglia con don Santoro. Non so col Vangelo, ma con don Alessandro sicuramente. Si beerà, Betori, di aver “messo a posto” un ribelle, un comunista (è una parola sempre utile per denigrare qualcuno), e starà sereno nella sua importante curia da dove potrà tranquillamente parlare di Cristo, del Vangelo, dei poveri e magari raccontare la storiellina tanto bella del buon Samaritano. Secondo me però è proprio lui, Betori, che avrebbe bisogno di un periodo – ma bello lungo – di riflessione, preghiera e rilettura del Vangelo (e poi essere interrogato a saltare) perché ovviamente ne sconosce i principi fondamentali, che invece Santoro oltre a conoscere mette in pratica. Innanzitutto quello dell’accoglienza. Aver sposato quei due è stata l’unica cosa che Santoro doveva fare. E l’ha fatta.
Ma questo è soltanto il mio modesto parere. Che peraltro condivido.

(*) La frase non è mia, purtroppo, ma di mons. Carlo Maria Martini – non esattamente un cretino.

mercoledì, luglio 08, 2009

Omelia dell'arcivescovo Francesco Montenegro alla festa di San Calogero

Oggi mons. Francesco Montenegro (foto), Arcivescovo di Girgenti, entra di prepotenza nel novero dei parrinazzi. Predicando per la festa di San Calò, di cui ho dato resoconto nel post precedente, il nuovo (be’, è già passato un anno dal suo insediamento) titolare della cattedra di San Gerlando, ha così commentato.
***
"Il termine Calogero, significa “bel vecchio”; nel mondo greco ciò che è bello, è anche giusto e buono. Egli, nato verso il 466 a Calcedonia sul Bosforo, (Tracia), giunse a Roma, ricevendo dal papa il permesso di vivere da eremita. Grazie ad una visione, venne in Sicilia. Fu a Lipari, a Sciacca, poi sul Monte San Cronio, dove è vissuto per 35 anni.
Probabilmente è arrivato su un barcone. Oggi diremmo che è arrivato nella nostra terra senza permesso di soggiorno, con pochi soldi in tasca. Per cui è vissuto di carità, aiutato dalla buona gente di allora. E’ vissuto così nella preghiera e disponibile, nonostante la sua pelle nera, ad aiutare i fratelli bianchi che lo avvicinavano.Se è così, per coerenza con le leggi di oggi, dovremmo smettere di fare festa, togliere il simulacro di S. Calogero dall’altare e cacciarlo assieme a tutti coloro che non hanno la nostra nazionalità, perché probabilmente è da considerare un clandestino.Si dice che gli immigrati danno fastidio, che sono poco decorosi o pericolosi. Però, è strano, che non danno fastidio se sono bravi nel giocare a pallone o sanno cantare (per vederli paghiamo e siamo disposti ad affrontare viaggi per vederli)… o li veneriamo senza porci il problema della pelle, se sono santi. Stranieri gli uni e stranieri gli altri.
Chiediamoci: chi di noi sapendo che in un altro paese la media della vita si allunga di venti-trent’anni, non tenterebbe di raggiungerlo? La loro non è una vacanza. Se vengono da noi, è perché la vita nelle loro terre non è vita, è inferno. E se il viaggio è inferno, inferno per inferno vale la pena rischiare. Loro cercano pace, dignità, scuola, cibo. Vogliono vivere.
Il nostro cuore, perciò, si faccia casa per dare accoglienza. Amare è abitare nel cuore degli altri. Le nostre mani si tendano, curino, raccolgano e sostengano. I nostri occhi abbiano uno sguardo di benevolenza. C’è Gesù nel volto dell’uomo che ci è accanto, anche se immigrato. “Ero forestiero e mi avete accolto”.
E’ scritto nella Bibbia: “Perseverate nell’amore fraterno. Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo”.
La presenza dello “straniero” nella nostra vita non è un male da estirpare, ma una realtà con la quale confrontarsi. Assieme possiamo costruire una comunità diversa.Diceva s. Giovanni Crisostomo: “Il cristiano è un uomo a cui Dio ha affidato tutti gli altri uomini”.
L’eucaristia esige che scegliamo se stare dalla parte dei nostri interessi che spesso ci mettono gli uni contro gli altri, o dalla parte di chi cerca l’interesse di tutti. Se metterci dalla parte del male di alcuni o del bene di tutti.Gesù ci ha parlato di un sogno: “Molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli”.Perché non farlo divenire realtà.
Nell’A.T. era scritto: “Lo straniero che dimora in mezzo a voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi”. Ciò significa che l’accoglienza dello straniero è il prolungamento dell’amore di Dio. “Il Signore ama il forestiero e gli dà pane e vestito: amate il forestiero”.
"Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro". L’accoglienza non è fare una semplice elemosina, ma accogliere la persona che ho di fronte. Accogliere lo straniero è fare spazio nella città, nelle leggi, nella casa, nelle amicizie. L’accoglienza è diversa dalla beneficenza. Insomma il forestiero va accolto come riceveremmo il Signore, cioè con riguardo, con delicatezza, umilmente.
Il mondo e perciò soprattutto il cristiano vanno verso l’unità della famiglia umana. Non è possibile accettare un popolo superiore ad altri popoli. Gesù è morto sulla croce per riunire la famiglia umana: è morto perché nel mondo ci fosse uguaglianza e solidarietà, e non interessi di parte.
Si potrebbe dire: dal modo con cui i cristiani guardano lo straniero e gli esclusi si comprende in quale Dio essi credono.
Se siamo disposti a ciò, facciamo la festa di s. Calogero, altrimenti, come vi dicevo, per coerenza, togliamolo dall’altare e dalla nostra città.
Chiudo con una frase dell’Abbè Pierre: “Io ho tentato nella mia vita di mettere la mia mano nella mano di chi soffriva di più. Per ricompensa mi sono sempre ritrovata nell'altra mia mano la mano di Dio”. Che le nostre mani siano sempre piene. Auguri".

martedì, maggio 26, 2009

VACCI PIANO CON LE PAROLE



Forse però, ragazzi, almeno tra coloro che condividiamo un certo modo di vedere l’immigrazione, dovremmo cominciare, quantomeno, ad “aggiustare” il nostro lessico. Non uso ormai da anni la parola “clandestino” – credo di non averla mai usata –, posto che di una persona che scappa dal suo paese non mi interessa sapere se è in regola o meno. È un termine che denota negativamente qualcuno, così, senza neanche conoscerlo. Del resto non sento mai chiamare qualcuno “evasore”, anche se di quello si sa che se ne straimpippa del Fisco. O “frequentatore di puttane”, anche se si sa che non disdegna il puttan tour. Né, è questo è grave, sento chiamare “condannato” o “inquisito” o “imputato” gran parte dei personaggi che affollano il nostro Parlamento e il nostro Consiglio dei Ministri. Anzi, quelli li chiamiamo “onorevoli”.
Abolirei anche “extracomunitario”, giacché ne metterebbe in luce soprattutto la sua non appartenenza a quel club esclusivo che è la Comunità Europea. Peraltro non credo che i migranti brucino dalla voglia di diventare “intracomunitari”, credo cerchino solo la dignità negata.
Infine farei attenzione (ma molta) a non chiamare “centri di accoglienza”, quei mostruosi CIE (già CPT). Ci basta che lo facciano le televisioni, no? Guardate un po’ in giro per il web e cercate di capire il tipo di accoglienza che si pratica in quei luoghi. Il CPT di Girgenti è stato chiuso anni fa in seguito a una visita della Commissione per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa. Forse praticavano un’accoglienza un po’ “focosa”. Del resto, si sa, l’accoglienza del Sud…

giovedì, maggio 21, 2009

Lacrime, spinte e manganelli, così l'Italia respinge i disperati

(di Francesco Merlo)

Una foto da Paris Match sul trattamento riservato ai migranti riportati in Libia

QUEI guanti di lattice, che servono a non toccare l'orrore, sono come il nostro pensiero, come i nostri ragionamenti sull'immigrazione-sì e l'immigrazione-no, le quote, i conteggi, i controlli, le leggi. Le guardie di finanza usano guanti di gomma e noi usiamo guanti mentali. Proprio come loro li indossiamo per non entrare in contatto con il male fisico, con la sofferenza dei corpi.
Ma bastano una, due, tre foto come queste per farci scoprire la fisicità. Le guardiamo infatti senza più la mediazione della logica, ne percepiamo l'efferatezza e la bruttura. E saltano i ragionamenti, non c'è più bibliografia, spariscono i distinguo del "però questo è un problema complesso". Ecco dunque la banalissima verità che sta dietro ai nostri dibattiti, al nostro accapigliarci sull'identità e sulle frontiere: stiamo buttando fuori a calci in faccia dei poveretti che ci pregano in ginocchio stringendo le mani delle nostre guardie di finanza, mani schifate e dunque inguantate.
E ci cade a terra anche la penna perché l'occhio è molto più veloce e diretto dell'intelligenza con la quale siamo abituati a mentalizzare il mondo. Ci cade la penna perché capire e spiegare è già tradire l'orrore, significa infatti infilarsi il guanto dell'orientamento politico, dei libri che abbiamo letto, della nostra battaglia contro la xenofobia, significa parlare dell'esplosione demografica e del deflusso inarrestabile dell'umanità dai paesi dell'infelicità a quelli dell'abbondanza... E invece qui non si tratta né di cultura né di generosità, qui il pensiero si mostra per quel che è: un guanto di lattice, appunto.
Qui ci sono da un lato i corpi tozzi, grassi e forti della Legge, la nostra legge, e dall'altro lato i corpi umiliati e maltrattati dei disperati che non vogliamo in casa nostra e che respingiamo. E nella loro sofferenza c'è un surplus di mistero che non si esprime necessariamente nella magrezza e nelle cicatrici perché - guardateli bene - quei corpi avviliti sono ben più vigorosi dei corpi sformati degli aguzzini che ci rappresentano, degli italiani "brava gente" con il manganello. Sembrano addirittura più sani, certamente sono più vivi.
Dunque ancora una volta è l'occhio l'organo vincente. Ancora una volta scopriamo che la mente ci abitua a non vedere le cose. È infatti facile dire che in casa nostra devono entrare solo quelli che hanno un permesso di lavoro e che ci vuole un legge per facilitare le espulsioni dei clandestini. Grazie alle foto dei reporter di Paris Match ora sappiamo che tutto questo significa una scarponata sulle dita di una mano aggrappata alla murate di un'imbarcazione , o un pugno sui denti o...
A Porta a Porta o a Ballarò si può trovare una motivazione per tutto, si può spiegare ogni cosa. Ma davanti a queste foto ragionare diventa un crampo. Guardate che cosa è la fisicità della politica della dolce e bella Italia: respingere a calci, prendere di peso gli infelici e buttarli fuori dalla Bovienzo che fa servizio da Lampedusa a Tripoli, portarli davanti alle coste libiche e far credere loro che è ancora Italia, trascinarli a terra nudi. E non sono foto di scena, immagini di un film, non sono finzioni. È davvero questa la nostra politica, con un rapporto stretto tra quello che qui stiamo vedendo e quello che qui non si vede. La nave Bovienzo infatti è come le nostre strade di notte dove piccole creature nere si vendono ai camionisti. La Bovienzo è la violenza sulle donne, anche quella che ci viene restituita in forma di stupro. La Bovienzo sono i soprusi e il disprezzo per i miserabili. La Bovienzo sono le ronde razziste e i barboni bruciati. La Bovienzo è l'Italia dei mille divieti e dei mille egoismi. La Bovienzo è l'Italia generosa che è diventata feroce per paura. La Bovienzo è l'Italia che guardando queste foto si riconosce irriconoscibile: ma davvero siamo noi?

FRANCESCO MERLO
La Repubblica – 15 maggio 2009

martedì, aprile 28, 2009

IO STO CON MONSIGNORE


Questa notizia è di un paio di mesi fa ma visti i miei riflessi lenti, la pubblico solo adesso. La sostanza non cambia.
***
Mi sembrava strano. No, dico, mi sembrava strano che sull’istituzione delle ronde il Vaticano si esprimesse in maniera contraria. L’aveva fatto, invero, Mons. Agostino Marchetto (foto), segretario del Pontificio Consiglio per i Migranti, dicendo che le ronde rappresentavano la morte del diritto, che non erano la soluzione al problema, che qua che là, bla bla bla. Si è spinto fino a dire – udite udite – che se ciò serve ad alimentare un clima di criminalizzazione dei migranti, certamente questo non trova il consenso della Chiesa. Non prenda iniziative, monsignore. Non è che alla Chiesa gliene freghi dei migranti e della loro criminalizzazione, per cui ancora una volta si tira su la tonaca e salta sul carro del potente. Infatti, padre Lombardi (per curiosità, quando si diventa “monsignore”?), il responsabile della sala stampa vaticana, ha smentito stizzito la presa di posizione di Marchetto. Stizzito perché i media avevano equivocato, spingendosi a dire che le parole di monsignore erano la posizione del Vaticano. Ma andiamo, il Vaticano che si schiera coi migranti, coi poveri, con gli zingari e magari contro il governo fascista e razzista del devoto Silvio Berlusconi? Anche il Cardinal Bagnasco – colui che benediceva (o benediva? Boh!) portaerei militari (del resto, le portaerei sono solo militari) – ha preso le distanze dal Marchetto, ci mancherebbe, arrivando a dire che loro non interferiscono sulle scelte del governo e della politica. Ho riso per un quarto d’ora abbondante.
Ma Marchetto, fatti due conti. Quando ci sarà da chiedere l’8 per 1000, a chi lo chiediamo, ai rom? E quando ci sarà da rifinanziare le scuole cattoliche con denaro pubblico o far rimanere gli insegnanti di religione mentre gli altri se ne vanno a casa, a chi ci rivolgiamo, ai nigeriani o ai senegalesi?
Comunque, io sto con monsignore. Poverino, magari si ricorda ancora di quando, giovane seminarista, leggeva la parabola del buon samaritano e, piccolo, pensava che mai avrebbe fatto come il levita, né come il sacerdote (anche se sacerdote sarebbe diventato), che erano passati oltre. No, lui avrebbe fatto come il samaritano, il buon samaritano, avrebbe curato il viandante malmenato, lo avrebbe accompagnato in albergo, avrebbe pagato in anticipo tutte le cure, riservandosi di pagare ancora al suo ritorno. Mi fa tenerezza, monsignore. Magari lui davvero pensa che bisogna dar da mangiare agli affamati e da bere agli assetati; pensa che davvero bisogna ospitare il viandante. Povero, caro monsignore, ma dove vivi? Sei segretario di un ufficio della curia di Roma, mica dell’oratorio di Santa Cunegonda; davvero non ti sei mai accorto di nulla? Vabbé.
Comunque io sto con te, monsignore – sono passato al tu. E sto col Vangelo, quel libro di favole ad uso dei preti dei sacri palazzi. Quel manuale di stile di vita ad uso, invece, dei parrinazzi. Io sto coi preti che lavorano con i rom e gli immigrati, per strada, e che per questo ricevono minacce dai buoni cristiani, fascistizzati da un’informazione marcia. Sto con Alessandro Santoro, con Alex Zanotelli, con Giorgio Poletti e gli altri. Insomma io sto col vecchio Gesù Cristo. La loro è la Chiesa in cui credo.

martedì, febbraio 17, 2009

Eluana è morta, Eluana ora vive

È passata più di una settimana dalla morte di Eluana Englaro. Il nostro paese ha dato una pessima prova di sé dimostrando di non essere maturo per affrontare dibattiti di questo tenore. O meglio, il nostro paese è peggiorato, e di molto, dai tempi in cui si discuteva di temi importanti – come il divorzio o l’aborto – con veemenza, sicuro, e magari anche con scorrettezze ma certamente con l’intenzione di imprimere una svolta alla società. Forse è meglio godersi il Festival di San Remo e pensare che anche quest’anno l’Inter vincerà lo scudetto.
Io ho trovato uno scritto di don Paolo Farinella, uno dei miei parrinazzi preferiti. Egli propone un accostamento tra la vicenda di Eluana e il passo del profeta Isaia (cap. 53), che parla degli ultimi giorni di Cristo. È la parte centrale del testo che (forse) leggerete. Non ci posso fare nulla: la Parola di Dio mi commuove sempre; le parole degli uomini (soprattutto di quelli che usano Dio per i loro turpi interessi) molto meno.
(P.S. Non ho idea del perché mezzo post sia venuto arancione. Pazienza.)

***
Eluana è morta, Eluana ora vive (libera parafrasi di Isaia 53)
"Laudato sie, mi signore, per sora nostra morte corporale"

Genova 9 febbraio 2009. Ha preso tutti in contropiede e se n'è andata con un sussulto di dignità, quasi volesse scappare prima che gli avvoltoi del senato, comandati a bacchetta dal loro padrone, decidessero di condannarla all'ergastolo in uno stato di vita che vita non è, perché non umana. Se n'è andata, lontana da suo padre e da sua madre, quasi volesse risparmiargli l'ultima goccia di fiele che essi sorseggiano da diciassette anni. Se n'è andata, approvando le scelte della sua famiglia, l'unica che in questa tragedia fu ed è scevra di interessi e la sola che può vantare gratuità e amore senza ricompensa. Se n'è andata quasi a smentire un pusillanime che non ha esitato a sfregiare la vita e la morte, il Diritto e lo Stato per trarre vantaggi e benefici per sé e la sua bulimia di potere. Se n'è andata per non essere complice del sigillo diabolico tra pagani e devoti, scribi e farisei, che aggiungono pesi sulle spalle degli altri, senza mai muovere un dito per aiutare a portarli.

E' cresciuta come un virgulto sorridente davanti a Dio e come una radice nella terra arida degli avvoltoi. Non aveva apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lei diletto, perché in coma irreversibile. Disprezzata dal potere e dal fanatismo fu denudata ed esposta su pubblica piazza, quando l'uomo senza ritegno e senza valore, celiò sulla sua capacità di partorire. Donna dei dolori che ben conobbe il patire da oltre diciassette anni, Eluana ora sta davanti a noi invisibile, ma presente, promessa di vita oltre la soglia della morte, che come sorella viene ad abbracciarla per trapiantarla nell'Eden della dignità. Disprezzata dagli scribi e dai farisei, sempre contemporanei, non volle far parte del coro dei suoi difensori per partito preso perché schiavi dei loro astratti principi, e non sanno cosa sia libertà di decidere secondo coscienza, in nome di chi disse che lei è comunque e sempre superiore al sabato. Gli urlatori in difesa della vita, costi quel che costi, sono lefebvriani allo stato puro perché vogliono imporre Dio anche a chi ha scelto di non credere: come quelli sarebbero capaci di uccidere chi non si converte. Eluana è stata trafitta dalla superba protervia che cerca ragione a forza di urla; schiacciata dalla impura indecenza, ora entra nella vita che la morte annuncia e rivela, principio di risurrezione.

Chi ha ballato sulla sua tomba prima ancora che morisse ha avuto anche l'impudenza di gridare "assassino" e "boia" al mite babbo, l'unico che l'ha amata senza riserve, con il coraggio di lasciarsi generare dalla figlia che lui aveva generato e anche perduto. Finalmente ora può restituirla alla dignità della morte che è l'unico modo per ridarle la vita.
Nel turbinio di questo mondo pazzo e folle, Eluana, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; come agnello condotta al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Eluana è morta. Silenzio. Sipario.

(Nota. Intanto si sentono le rane gracidare forte, ma in diminuendo, fino al silenzio totale. Si spengono le luci in dissolvenza e il buio raddoppia il SILENZIO che tutti ascoltano senza profferire parola).

Altissimu onnipotente bon signore,tue so le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione.
Laudato si, mi signore, per sora nostra morte corporale,da la quale nullu homo vivente pò skappare.
(San Francesco d'Assisi, Cantico delle creature, vv. 1-2; 28-29; sec. XIII)

di Paolo Farinella, prete

giovedì, febbraio 12, 2009

BARZELLETTINA


Un giorno la Santissima Trinità decise di prendersi tre giorni di vacanza e si accordarono per passarli sulla terra. Si misero d'accordo sul dove andare.

Il primo giorno decise Dio. Lui scelse di andare sul monte Sinai e Gesù e lo Spirito Santo gli chiesero perché. "Perché voglio rivedere il luogo dove mi sono manifestato a Mosè nel viaggio verso la terra promessa. E così andarono.

Il secondo giorno fu il turno di Gesù e questi scelse il pozzo di Giacobbe. Dio e lo Spirito Santo gli chiesero perché e Gesù rispose: "Perché quel luogo mi ricorda l'incontro con la Samaritana". E così andarono.

Il terzo giorno venne il turno dello Spirito Santo. Dio e Gesù gli chiesero dove volesse andare e lo Spirito Santo rispose: "Vorrei andare al Vaticano". "Al vaticano?" risposero Dio e Gesù. "E perché vuoi andare lì?" insistettero i due.

"PERCHE' NON CI SONO MAI STATO" rispose lo Spirito Santo.

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Tratta dal blog di don Franco Barbero: http://donfrancobarbero.blogspot.com

venerdì, gennaio 30, 2009

Vincono i reazionari, progressisti schiacciati

di don Vitaliano della Sala - il manifesto, 25 gennaio 2009

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Che il Papa abbia accolto la richiesta formulata da mons. Bernard Fellay, Superiore della Fraternità Sacerdotale San Pio X, di rimettere la scomunica in cui erano incorsi i 4 vescovi lefebvriani ordinati illecitamente nel 1988 è, di per sé, una bella notizia, a prescindere dall'essere d'accordo o meno con i seguaci di mons. Marcel Lefebvre. Inutile dire che il sottoscritto non condivide molto con questo gruppo tradizionalista.L'esclusione ha tracciato lungo la storia della Chiesa una scia rossa di sangue e di dolore, mentre si sente sempre più il bisogno di una Chiesa che, come diceva don Tonino Bello, il compianto vescovo di Pax Christi, deve essere capace di realizzare anche al suo interno una «convivialità delle differenze» tra chi la pensa in modo diverso, fatte salve le Verità di fede: solo in una logica dell'inclusività è l'avvenire anche della Chiesa.Riflettere sul tema dell'esclusione nella Chiesa, mi ha fatto ricordare la parabola evangelica del piccolo granello di senape che diventa un albero frondoso, «e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra» (Luca 1, 51-53): paradigma della Chiesa-altra che sempre più cattolici sognano e si impegnano a costruire. Una Chiesa inclusiva, che non emargina, non usa la pesante scure del giudizio su nessuno; una Chiesa degli esclusi e non dell'esclusione, capace di accogliere, di portare tutti nel suo seno.Si sa molto dell'Inquisizione nel medioevo; poco si sa e meno si parla dell'Inquisizione moderna, probabilmente perché solo pochi sono a conoscenza dell'impressionante tuffo nel passato che sono i processi "interni" che le varie Congregazioni vaticane intentano ogni anno contro preti, religiosi e teologi cattolici, in maggioranza progressisti, rei di non aderire, non tanto alle verità di fede e ai dogmi, quanto piuttosto alle mille pieghe delle elaborazioni del magistero pontificio, di cui si vuole ostinatamente ribadire, contro la centralità del Vangelo, la fondamentale importanza.Qualcuno dovrebbe raccogliere i frammenti di storia di tutti i provvedimenti disciplinari, o delle precisazioni dottrinali, emanati dal Vaticano negli ultimi 25 anni contro quei sacerdoti, teologi e religiosi che hanno adottato un approccio molto più ampio e flessibile nel trattare la delicata questione dei rapporti tra annuncio evangelico, strutture religiose, contesti storico-sociali e norme morali. Ne emergerebbe, tra l'altro, la storia del tentativo di difendere la visione della Chiesa come istituzione – gerarchica, autoritaria e centralista – tutta tesa a tradurre il messaggio rivoluzionario del Vangelo in norme morali e giuridiche, e purtroppo i lefebvriani di questa chiesa sono nostalgici e paladini. Provvidenzialmente e malgrado ciò, non si è riusciti a impedire che il cattolicesimo proseguisse quel cammino di rinnovamento iniziato con la seconda metà dello scorso secolo e con il Concilio Vaticano II. Ma non possiamo evitare di porci qualche domanda: come mai si sdoganano solo i gruppi più reazionari, che appoggiano politiche di estrema destra, razziste e xenofobe, che negano l'Olocausto, che ripropongono una immagine di Chiesa slegata dalla gente e nella quale i fedeli laici non valgono nulla, una Chiesa trionfalmente alleata con i potenti, potente essa stessa, mentre al contrario si condannano e si contrastano aspramente i settori progressisti e le Teologie della liberazione?Nella Chiesa c'è chi, come i lefebvriani, può permettersi di criticare e dissentire, addirittura contestare le decisioni non solo del papa, ma di un Concilio, quello Ecumenico Vaticano II. Invece c'è chi per molto meno, per il solo fatto di porsi e porre domande, perché approfondisce scientificamente gli argomenti teologici, perché sceglie di stare dalla parte dei poveri difendendoli, denuncia le ingiustizie e accusa i potenti, viene tacciato di disobbedienza, punito, processato, cacciato: sto parlando delle centinaia di vescovi, preti, suore e laici "progressisti", inquisiti dai tribunali ecclesiastici, colpiti da provvedimenti canonici ed emarginati sotto i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Nella Chiesa-altra che sognano i "progressisti", i "tradizionalisti" hanno non solo il diritto di esistere ma, anzi, possono essere una ricchezza; temo invece che nella Chiesa che vogliono restaurare i "tradizionalisti" come i lefebvriani, i "progressisti" siano solo un "cancro da rimuovere" a tutti i costi. Per questo il provvedimento a favore dei seguaci di mons. Marcel Lefebvre ha creato in me sconcerto, tristezza e dolore, perché rischia di acuire nel mondo cattolico una sorta di "scisma sommerso" (come scrive Piero Prini nel suo libro con questo titolo). Per fortuna il futuro del cristianesimo, nelle singole comunità e nel mondo, non è affidato solamente alla quantità di documenti stampati a Roma.


martedì, dicembre 30, 2008

PAGHERANNO SOLO I POVERI

Capisco che in tempi di Capodanno ognuno vorrebbe sentire solo cose allegre e di buon auspicio. Ma siccome purtroppo la realtà odierna è quella che è – leggasi: fa schifo –, prima degli auguri di “buona fine e buon principio”, vi beccate un’intervistina col cardinale Maradiaga (foto), il prelato honduregno osservatore del Vaticano alla Banca mondiale e al Fmi (oltre che ottimo sassofonista, nota mia), che sentenzia: IL CAPITALISMO E’ FALLITO. Per questo viene promosso parrinazzo con decorrenza immediata. L’intervista è di Alberto Bobbio (Famiglia Cristiana n. 45/2008).

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«La crisi non è finita. Anzi, siamo solo all’inizio. Ma io una domanda la voglio fare: dove sono finiti i soldi che le Borse hanno bruciato in queste settimane? Perché i soldi nessuno li brucia, né si volatilizzano. Più semplicemente, spariscono nelle tasche di quelli che sono già ricchi, a tutto danno dei poveri».

Il cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, presidente della Caritas internazionale e osservatore della Santa Sede alla Banca mondiale e al Fondo monetario internazionale (Fmi), parla con la solita schiettezza, e aggiunge: «Chiedo che la comunità internazionale, come ha fatto per i crimini di guerra, costituisca un Tribunale internazionale per i crimini finanziari che, sicuramente, producono molti più morti delle guerre, per fame, sete e malattie».

Eminenza, di chi è la colpa?
«Degli uomini che hanno fatto del mercato un dio. Bush e l’intero sistema finanziario americano non possono assolversi dicendo che il capitalismo si è comportato male. Significa non riconoscere i propri errori. Tutto ha un limite, anche il consumo, anche il guadagno. Chi ha portato alla crisi deve fare un passo indietro, altrimenti provocherà altri danni in futuro».

Qualcuno dice che bisogna rifondare il capitalismo…
«Non basta. Bisogna inventare qualcosa di nuovo. È ora di finirla di procedere attraverso aggiustamenti strutturali dell’economia, che premiano soltanto i ricchi e allargano il solco con i poveri. Bisogna mettersi in testa che il capitalismo finanziario, dominatore dell’economia negli ultimi 30 anni, è fallito. Non va rifondato, va cambiato».

Quanto pagano sulla loro pelle i poveri questa crisi?
«Ancora non lo sappiamo, ma il costo sarà altissimo. La crisi del petrolio con i prezzi alle stelle ha prodotto prima dell’estate 100 milioni di poveri in più. Per sfamare un miliardo di persone denutrite nel mondo bastano 30 miliardi di dollari all’anno, cioè meno del 5 per cento del piano della Casa Bianca a favore delle banche. In primavera i leader riuniti a Roma hanno detto che per gli Obiettivi del millennio non c’erano soldi, ma nessuno ha avuto difficoltà a trovare miliardi di dollari per le banche».

Perché lei dice che siamo soltanto all’inizio degli effetti della crisi?
«La recessione porterà a un aumento della disoccupazione quasi ovunque. In America centrale e latina le rimesse di chi è emigrato negli Usa stanno già diminuendo. Vi sarà una contrazione delle importazioni americane e anche delle produzioni destinate al mercato estero. Così i prezzi aumenteranno e i ricchi faranno pagare la crisi ai poveri».

Chi non ha vigilato?
«Il Fondo monetario internazionale. Si è occupato solo del Terzo mondo, imponendo misure durissime ai Paesi poveri, e non ha sorvegliato le nazioni ricche. Non è vero che le regole non sono state rispettate. Le regole non c’erano per precisa volontà dei legislatori e della Casa Bianca. Ma il Fmi non ha mai avuto nulla da obiettare».

Cosa hanno fatto gli Usa?
«Hanno continuato a contrarre prestiti colossali per sostenere i tagli alle tasse e finanziare gli impegni militari. I soldi per le armi si trovano sempre, soprattutto se le guerre sono inutili. Tuttavia, il rapporto tra guerra e indebitamento può essere fatale agli americani. Se la Cina, che ha enormi investimenti nel sistema finanziario statunitense, decidesse di non comperare più buoni del Tesoro americano, gli Stati Uniti crollerebbero e gli impegni militari americani sarebbero completamente travolti».

È per scongiurare questa prospettiva che si sono avviate frenetiche manovre di salvataggio?


«Certo. Non si vuole scardinare il capitalismo finanziario e si giustifica perfino l’intervento massiccio dello Stato a favore delle banche, chiedendo più denaro in prestito».

Invece lo Stato cosa deve fare?
«Secondo la dottrina sociale della Chiesa, ha un ruolo chiave: stabilire regole, sorvegliare e garantire il bene di tutti. Esattamente ciò che oggi manca. Quella di oggi è anzitutto una crisi etica, dove non c’è limite al desiderio. Vale per gli impegni militari e vale per la bolla immobiliare. Il mondo non gira solo attorno ai soldi. Ci sono altri valori».

Perché siamo a questo punto?
«Nessuno si fida più degli altri. La paura ci domina: paura di perdere denaro, paura degli altri popoli, paura di non poter più consumare. Il terrorismo, dopo l’11 settembre, ha raggiunto il suo scopo: ha spalmato il mondo di paura e ha favorito lo sviluppo del razzismo, che produce più poveri e chiude le società. Le violente politiche anti-immigrazione di molti Governi, compreso il vostro, lo dimostrano con chiarezza. E la recessione peggiorerà le cose».


domenica, dicembre 21, 2008

BENEDETTA FINMECCANICA


L’holding italiana, in parallelo al business delle armi, si butta a capofitto nel mondo della solidarietà, con altri tre progetti in Africa, sostenendo iniziative delle chiese locali e dei salesiani.


Fare cassa con la carità, evidentemente, non è più una prerogativa solo di onlus o associazioni varie. Lo dimostra la politica di
Finmeccanica, l’holding armiera italiana, che ha deciso di buttarsi a capofitto nel mercato della charity. Che non è solo beneficenza. «Ma un impegno sincero nel sociale. Perché non possiamo esimerci dalle responsabilità solidali e culturali richieste dal contesto sociale», ci ricorda affettuosamente Pier Francesco Guarguaglini, presidente nonché amministratore delegato del colosso, leader internazionale nei settori aerospazio, difesa e sicurezza. Del resto un’azienda che vende carrarmati, navi e aerei da guerra, grandi sistemi di difesa…dovrà pure pagare una tassa espiativa, un balzello per la purificazione mondano/affaristica? Così, dopo aver lanciato sul suo sito la campagna “Finmeccanica per i bambini africani. Tecnologia e ricerca vestono la solidarietà” (in cui la multinazionale delle armi pubblicizza e mette in vendita una serie di articoli sportivi per tutte le tasche, il cui ricavato è destinato a un progetto d’istruzione per i bimbi africani, gestito dalla organizzazione non governativa inglese International Childcare Trust, vedi Nigrizia), ora il vertice dell’holding, «al tradizionale concerto di Natale», ha annunciato altri tre progetti di solidarietà in Africa.
E per avere la totale remissione dei peccati commerciali, tutti e tre i progetti hanno ricevuto la benedizione della Chiesa. In Nigeria, infatti, sarà organizzato un Festival della Scienza e creato un
Science Center ad Owerri, portato avanti in Italia dall’associazione Assumpta Science Center e patrocinata dal Pontificio consiglio della cultura e dall’Ufficio pastorale universitario del Vicariato di Roma. In Rd Congo, Finmeccanica, in collaborazione con le missioni salesiane, potenzierà e migliorerà le attività di formazione professionale ed educative degli studenti del College “Technique Don Bosco”, a Kinshasa. In Camerun, sarà realizzato, infine, un mini villaggio, nel distretto agricolo di Mbanda, Diocesi di Eseka (Yaoundè), dotato di un luogo di culto, di attrezzature scolastiche, di un campo medico e di aree adibite all’insegnamento professionale, «sotto il patrocinio e la responsabilità diretta della diocesi di Eseka».
Nei piani alti di Finmeccanica hanno perfino battezzato all’africana la triplice iniziativa, intitolandola “Mwana Simba”, rubando l’espressione a un proverbio in kiswahili che recita: mwana simba ni simba. Gli uomini del marketing aziendale lo hanno tradotto in «un cucciolo di leone un giorno sarà un leone», volendo trasmettere l’idea di un impegno positivo verso le giovani generazioni africane. Ma l’espressione può essere interpretata anche in un altro modo: “un cucciolo di leone è pur sempre un leone”. Traduzione che calza a pennello per Finmeccanica, che potrà far di tutto per apparire un cucciolo dolce, che sostiene iniziative sociali buone, ma che, in realtà, resta sempre quel leone che pensa prima di tutto a
commerciare armi e a incassare milioni di euro. Lustrandosi l’immagine con l’Africa.
Operazione che sa fare con molta disinvoltura, visto che in passato ha già sponsorizzato altre ong (come Watoto Kenya, che si occupa di bambini poveri in Kenya), e soprattutto la
Comunità di Sant’Egidio di Andrea Riccardi, a cui avrebbe versato quasi 300mila euro per un progetto di prevenzione e cura dell’Aids ancora in Africa. E per non farsi mancare neppure le preghiere francescane, le pubblicità di Finmeccanica continuano ad apparire su San Francesco patrono d’Italia, rivista mensile dei francescani del Sacro Convento di Assisi.
Certo, Finmeccanica è inossidabile e giustamente impermeabile ai sensi di colpa. Anzi. Ma neppure alcuni bravi cristiani e alcune organizzazioni religiose, evidentemente, hanno la puzza sotto il naso.

Gianni Ballarini (da
Nigrizia, mensile dei comboniani)

giovedì, novembre 20, 2008

DOLCE CUOR DEL MIO GESU’


Alla fine ce l’ha fatta, l’ex onorevole dell'UDC Luca Volontè, fondamentalista cattolico, a farsi pubblicare l'imperdibile volume sulle giaculatorie. Egli chiese aiuto a parroci e parrini vari affinché gliene segnalassero alcune. In qusta sua ricerca, a un certo punto, incappò in don Paolo Farinella, prete a Genova. Riporto lo scambio epistolare tra i due. La risposta del nostro parrinazzo è una delle cose più divertenti che abbia letto negli ultimi anni.

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1) Lettera di Volontè (foto) a don Paolo Farinella

Egregio Signor Parroco,
sono [sic!] a disturbarla per chiederle la cortesia di inviarmi, se possibile con sollecitudine, una giaculatoria, di quelle che insegnavano le nonne ai nipotini. Io le ho imparate così e così le insegno alle mie figlie. Purtroppo vedo che questa sana memoria cristiana, che ci accompagna durante la giornata, và [sic!] scomparendo e rischia così di finire una ricca e proficua “trasmissione di fede”.
Perciò mi sono deciso a chiederle una (o più) “giaculatorie” che insieme a quelle dei suoi confratelli delle altre parrocchie italiane, vorrei raccogliere in un volumetto semplice che penso utile ed edificante. Confido nel potere aver una sua risposta entro il mese di luglio. Spero di averla convinta e non averla disturbata,
Suo in Cristo
Luca Volontè


2) La risposta di don Paolo Farinella (foto)

Sig. Luca Volontà – Camera dei Deputati
Roma
e p.c.
ad una marea di amiche e amici che prego di diffondere ciascuno con i propri mezzi via e-mail

Lei non mi conosce perché se mi conoscesse non mi avrebbe scritto la delirante richiesta, di cui sopra. In quanto cristiano la ritengo responsabile in solido dello sfascio dell'Italia in cui il governo Berlusconi da lei e dal suo partito sostenuto e condiviso anche in appoggio a leggi immorali totalmente in contrasto con la dottrina della Chiesa, quella Chiesa di cui lei ora si fregia per convenienza partitica, raccogliendo “giaculatorie” da pubblicare, mi pare di capire, in un libro, non per le sue figliole (poverette!), ma per inviarlo come propaganda a tutte le parrocchie italiane e istituti religiosi, maschili e femminili, credendo così di millantare un credito che eticamente lei ha perso il giorno in cui ha votato la prima legge ad personam, favorendo gli interessi personali e di casta del deputato Berlusconi e famigli. D'altronde, anche nel suo partito, lo stesso segretario Follini si è dissociato, sebbene in ritardo e per questo lo avete dimissionato. Dal punto di vista della morale cristiana è ladro tanto chi ruba quanto chi para il sacco. Lei di sacchi ne ha parati uno stock intero in cinque anni. Da cattolico?
Ogni volta diceva una “giaculatoria” per non rischiare di fare “finire una ricca e proficua “trasmissione della fede””? Quando ha votato il conflitto d'interessi quale giaculatoria ha detto, potrebbe inviarmela? O per la legge sulle tv del padrone, a chi ha chiesto protezione? A santa Chiara? A santa Scura? O a Santa Opaca?
La “sollecitudine” che lei invoca per inviarle le “giaculatorie”, la impegni più proficuamente a meritarsi il lauto stipendio (12.000?/15.000? euro al mese?) che noi con le nostre tasse le paghiamo perché serva il paese e non perché si preoccupi della “trasmissione della fede”. Lei è stato eletto non per assemblare giaculatorie, ma per servire il popolo sovrano, facendo una opposizione legittima ma proporzionata al dovere della maggioranza di governare il Paese, specialmente nello stato comatoso in cui voi lo avete lasciato.
Se lei ha imparato le giaculatorie da piccolo, le reciti in silenzio e non le sbandieri in piazza perché così fanno anche gli ipocriti e i pagani: per farsi vedere e per averne un utile. Lei vorrebbe farmi credere che è preoccupato per la “trasmissione della fede”? Via, sig. deputato! Lei crede veramente che io sia così stupido da non capire il suo diabolico piano?
Lei ha perso le elezioni e il potere, vuole mantenere i contatti con quel bacino di riferimento cattolico che sono le parrocchie (la maggior parte delle quali sono da lei distanti, tanto per precisare, ovvia!) e accreditarsi come deputato credente e praticante fino al punto da raccogliere “giaculatorie” e pubblicarle con il suo nome e cognome (Andreotti docet!) e fare così propaganda sistematica per i gonzi che possono cascarci.
Vedo anche che lei ha fretta in questa santa fatica editoriale se mi chiede una giaculatoria entro luglio: forse che vanno in scadenza come il tonno e l'insalata?
Io, invece, Paolo Farinella, prete di Genova, elettore e quindi pro quota parte attiva del popolo sovrano di cui lei è dipendente, considerato che ha scritto con la carta intestata della Camera (quindi gratuita), chiedo a lei che ha l'obbligo morale e giuridico di rispondere:
1. Ritiene lei che la raccolta delle giaculatorie, una per parrocchia di tutta Italia (circa 40.000) sia una priorità essenziale ed esiziale per la sopravvivenza del popolo che lo ha eletto al Parlamento? Presenti un disegno di legge, sia discusso in commissione e in Camera e si voti sulla proposta e sulla copertura finanziaria (forse si ridurranno le pensioni minime perché con una giaculatoria al giorno gli anziani riescono a levare il medico di torno?).
2. Se la sua iniziativa è privata, perché usa la carta intestata della Camera che le compete solo nell'esercizio della sua funzione di deputato che nulla a che a fare con questa stupida e ignorante iniziativa? Non è questa la morale cattolica? Lei ha studiato una morale ad elastico?
3. Quante copie intende stamparne dell'eventuale libro di giaculatorie? A spese di chi? Per la spedizione eventuale alle parrocchie e/o ad altri chi paga le spese postali? Il francobollo di posta prioritaria che c'è sulla busta della sua missiva chi lo ha pagato? Lei di tasca sua o noi di tasca nostra per intromissione indebita delle sue mani? Lei ha il pudore ancora di dire che non avete aumentato le tasse e non avete messo le mani in tasca ai cittadini? Cosa sta facendo lei, non sta mettendo le mani nelle mie e altrui tasche?
4. Per preservare la “trasmissione della fede”, sarebbe meglio che non usasse i soldi dei cittadini, come esige la morale cattolica per spedire lettere sue personali o per stampare libri di giaculatorie inutili e fuorvianti. Deputato Volontè, “giaculi” meno e non sperperi i soldi degli Italiani e impegni il suo tempo a servizio del popolo. Per la morale cattolica con o senza giaculatorie, se così fosse, si chiama furto e, se lei persiste, furto aggravato che, secondo san Paolo è sanzionato con l'inferno.
Comunque voglio accontentarla e le mando la seguente giaculatoria che mi insegnò mio nonno oltre cinquant’anni fa: “Dai democratici cristiani che si servono della fede per i loro sporchi affari, liberaci, o Signore”, che io aggiorno per suo diletto e trastullo fideistico: “Dalla peste, dalla fame, dalla lebbra e dall’Udc liberaci, o Signore, ora e sempre. Amen”.
Spero che non ci sia più una prossima volta, ma se dovesse esserci, la prego di non firmarsi più “in Cristo, suo...” perché lei non è “mio”, essendo la schiavitù abolita da qualche secolo e poi perché è meglio non mischiare il suo partito con l'acqua santa in quanto incompatibili ex radice.
Mi saluti le sue figlie e esprima loro tutta la mia umana solidarietà in caso di una loro autonoma e sperabile rivolta filiale.

Paolo Farinella, prete
Genova
PS. Se lei dovesse pubblicare un libro di giaculatorie a spese pubbliche, io citerò in giudizio lei e aventi causa, chiedendo i danni materiali e morali. Un consiglio gratis: impegni il suo tempo libero a studiare la grammatica e la sintassi, sicuramente le sarà più utile.

venerdì, settembre 26, 2008

LETTERA APERTA AI MISSIONARI

Pubblico qui, e inauguro così la rubrica “Parrinazzi”, una lettera di p. Fausto Marinetti, un prete solidamente ancorato alla realtà di ogni giorno, quella fatta più di lacrime, sudore e sangue che non di lustrini e paillettes. I parrinazzi questo sono: preti che seguono il vangelo di Cristo più che quello di papi e vescovi; si sporcano le mani per la strada rifuggendo le calde atmosfere delle sagrestie; preferiscono il campo nomadi alla curia. Il primo parrinazzo è padre Fausto Marinetti, appunto. L'incontro con don Zeno Saltini (fondatore della Comunità di Nomadelfia) gli cambia la vita. Imbevuto del suo amore per i popoli-fratelli s'immerge nelle stigmate del nordest brasiliano. Denuncia le cause dell'ingiustizia strutturale con libri-testimonianza (L'olocausto degli empobrecidos, Lettere dalla periferia della storia). Rientra in Italia nel 2000 e si dedica all'approfondimento e diffusione della "profezia" del terzo mondo. Su questo blog lo vedrete altre volte; ad esempio posterò una sua lettera intitolata “Caro Dio” (già dal titolo…) e la sua Lettera al papa dal Brasile. Come posterò anche altri pezzi di altri parrinazzi, gente molto seria e impegnata e che per questo nella Chiesa conta molto. Quanto il due di coppe, esattamente.
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Cari amici,
a chi altri, se non a voi, testimoni della "vita abbondante", confideremo il tormento dell'anima?
Il Mediterraneo sta diventando la tomba di tanti fratelli, i quali, pur di non lasciarsi mangiare dalla denutrizione, affrontano la morte in mare. Più di 20mila l'anno intraprendono il "viaggio della speranza", con un pedaggio annuale di mille vittime. Morte o "uccise" dall'ignavia generale?
Si parla di "ecatombe di disperati", di "derubati della speranza" da parte dell'economia globale. I pescatori sono stanchi di pescare "uomini tonno", "donne tonno". E perfino "bambini tonno". Nel "mare nostrum", l'acquasantiera della civiltà cristiana? O fossa comune, nella quale abbiamo seppellito giustizia e solidarietà umane, prima che cristiane?
Ma dove sono i padri universali, i prelati, seguaci di colui che è venuto perché tutti siano salvi dalla fame, dalla schiavitù del bisogno? Troppo intenti a celebrare le glorie cattoliche a Rimini? A quando un "meeting" per i popoli alla deriva, per i clandestini di tutte le latitudini?
Quale "amicizia dei popoli" celebrate? Vi preme il "popolo delle (cosiddette) libertà", perché vi elargisce sovvenzioni (scuole, oratori, cappellani, cooperative cielline), favori, mantenendovi alla sua greppia?
[Ah, Formigoni, Formigoni... attenzione a sbandierare modelli lombardi di sanità con la clinica dei dottor-Mengele! Ah, "Compagnia delle opere" con i prodigi alla Why-not...! Perché il vostro arcivescovo di Mosca non riferisce i risvolti dell'ecumenismo ciellino, che provoca l'ira degli ortodossi per proselitismo sleale, perché "avanza" a suon di dollari? E le conversioni del riso in India, le scuole cattoliche per le classi abbienti (altro che per i poveri), che innescano l'ira degli indù? Martiri? Quanti indios abbiamo martirizzato in nome di Cristo in America Latina e dintorni?]
E' lecito rispondere alle emergenze globali, con 12 carcerati modello? Basta la testimonianza di una sieropositiva per rispondere ai 40 milioni di aidetici destinati a morte sicura?
Interrogativi, che non sono un lusso cattolico, ma un tormento umano: si può assistere indifferenti, ignavi all'uccisione dei fratelli in umanità senza un sussulto di coscienza? Attribuiremo tutto, come sempre, al destino, alla sfortuna, alle avverse condizioni socio-economico-politiche-metereologiche?Al rimpallo delle responsabilità da una costa mediterranea all'altra? Ai facili alibi, all'impotenza generale, all'illegalità, allo stato di diritto? I Biffi ed i Maggiolini continueranno a dare man forte ai crociati padani, gridando all'invasione mussulmana? Alla minaccia ai valori cristiani? Ma il diritto alla vita non è né mussulmano né cristiano, vero?
Non insegnate nelle università e seminari che in "estrema necessità, tutto diventa comune"? La morale cattolica non legittima il "furto" quando ad uno è stato sottratto il minimo vitale, che gli spetta per diritto? Se vale per l'individuo, non deve valere, a maggior ragione, per un popolo? Non è loro diritto attraversare qualunque mare, affrontare qualsiasi tempesta di egoismi collettivi, di accumulo di capitali?
Ogni coscienza di cittadino del mondo (prima che di una chiesuola) deve sentirsi in dolo. Come pesano quei mille "tonnati" all'anno! Come scaricarli, come giustificarsi?
Accoglienza, diritto d'asilo, protezione umanitaria? Basta girovagare su You tube per vedere le tragedie che si consumano nei vari CPT disseminati nei paesi mediterranei! Centri di detenzione, prigioni? Per delitto di clandestinità. Ma non apparteniamo tutti alla stessa patria dell'umanità?
Non si può minimizzare, certo. Ma si può illudersi di affrontare tale emergenza con la solita politica dei cerotti, del buonismo caritativo?
Acque territoriali? Codici di navigazione? Competenze portuali? E' evidente che il diritto delle nazioni è insufficiente per produrre soluzioni globali. L'invasione dei clandestini non può essere gestita con le normative dei razzismi patriottici...
Nuovi scenari, nuove emergenze.
Il popolo dei clandestini è forse una nuova "nazione", che reclama il diritto minimo alla vita, al lavoro, alla salute? "Se non c'è da vivere in Africa o in Asia, non abbiamo forse il diritto di andarcelo a conquistare dove è possibile? Voi, popoli colonizzatori, non avete fondato l'ideologia della conquista sul diritto naturale di "un posto al sole"? Con la benedizione del papato, con le indulgenze, con i missionari al seguito?".
"Ma noi non possiamo ricevere tutti quanti! Se la zattera del benessere non può alloggiare più di 800 milioni di fortunati che cosa possiamo fare?".
Lo sanno anche i sassi che si spendono 17 miliardi di euro per mantenere cane e gatti primo-mondiali, mentre ne bastano 13 per sfamare i popoli denutriti. Che ciò che spreca un americano è sufficiente per mantenere 5 famiglie africane.
E se quanto si spende per "difendersi" dagli straccioni, per sussidiare l'agricoltura dei popoli arricchiti, per mantenere uno standard di vita criminale, per produrre armi e beni superflui, ecc. fosse investito nei loro paesi d'origine? E se andassimo oltre alla cultura dell'assistenza e cominciassimo a coniugare OPERE DI GIUSTIZIA GLOBALE?
Suvvia! Che aspetta la cristianità a devolvere parte dei suoi beni, delle sue case affittate, dei suoi conventi vuoti come segno/sacramento di giustizia? Quale responsabilità storica non farlo?
Quelle migliaia di vittime della nostra ignavia non sono più là, sotto il mare nostrum, sono qui, ci circolano nell'anima. Come sale, fermento, fuoco per accendere passioni di nuova umanità.

Fausto Marinetti