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lunedì, settembre 19, 2011

KAYUKO (3)

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Cari Ornella e Sandro,

Habari gani? Quanto a me, nzuri sana. Sono Josephu Kayuko, detto semplicemente Kayuko, il bambino che avete conosciuto più di venti anni fa all’orfanotrofio Furaha na tumaini, di Mbololo, Tanzania. Voglio subito darvi una bella notizia: mi è stato dato dal Governo l’incarico di dirigere il dispensario del villaggio di Mugambe, a due ore di macchina da Iringa, verso il Ruaha Park. Ho già preso servizio da tre mesi. Il lavoro di un medico africano è duro, ma questo lo sapete, e Mugambe è molto povero, come gli altri villaggi, del resto. In questo periodo in particolare la situazione è ancora più drammatica a causa della siccità. Baba Mario e baba Kalinga, giù alla missione fanno fatica a soddisfare tutte le richieste della gente che espone senza fine i propri shida. E chi non ha problemi quaggiù? Va bene hakuna matata ma in certi periodi è davvero dura. Chi non ha cibo, chi non ha vestiti, scarpe, o soldi per comprare qualcosa. Chi non ha niente. Chi ha la casa col tetto sfondato o non può mandare i figli a scuola. Da questo punto di vista purtroppo non è cambiato molto dai vostri tempi. E poi c’è chi non ha medicine, praticamente tutti. Ogni mattina decine di mama, bibi e watoto affollano il dispensario. Uno ha la malaria, l’altro la pellagra, l’altro ancora il beriberi. Io li curo ma spesso con poca convinzione. Dovrebbero mangiare e lavarsi di più e meglio e non ci sarebbe bisogno di venire da me.

Un paio di mesi fa ho incontrato Antonella, forse la ricorderete, l’operatrice della ONG che ci seguiva quando eravamo piccolissimi a Furaha na tumaini. Era venuta per rivedere i posti dove aveva trascorso qualche anno della sua vita parecchio tempo fa, e mostrarli ai suoi figli. Ha cercato alcuni dei bambini di allora ma ne ha trovati solo pochi. Diversi di loro sono morti, purtroppo; tra malaria, ukimwi e qualcos’altro qui è una strage continua. Altri sono andati da qualche parte a lavorare. Ma per chi viene dall’interno del Paese, la vita nella grande città non è certo semplice: sei quello che fa i lavori peggiori, sfruttato e maltrattato e spesso rischi di finire male. Per cui, di molti si sono perse le tracce.

Antonella mi ha aiutato a ricostruire parte della mia vita, attraverso i suoi racconti. Mi ha detto del nostro incontro e la cosa mi ha fatto davvero piacere. Mi ha anche dato il vostro indirizzo e mi ha raccontato di come siete rimasti impressionati il giorno in cui mi avete conosciuto.

La mia bibi mi aveva raccontato le circostanze della mia nascita, di come sono finito a Furaha na tumaini e dei primi tre anni passati lì. Mi ci portarono mezzo morto di fame e di stenti ma quelli del centro sono stati bravi a tirarmi su, insieme a tanti altri bambini come me. Non ricordo nulla di quel periodo ma la bibi mi ha raccontato di quando stavo lì e di come poi mi hanno preso loro e mi hanno cresciuto. E quando stavo lì, più o meno a due anni ho incontrato voi. Forse sarebbe meglio dire che voi avete incontrato me. Dopo, però, la vita non è stata rose e fiori per me e per le persone che vivono quaggiù.

Di mia madre non si è saputo nulla per tanti anni. Poi, cinque anni fa, la Polizia di Dar es Salaam ci ha comunicato che era morta in città. Aveva contratto l’ukimwi. Quello che non ho mai saputo è perché è andata via.

Dopo Furaha na tumaini sono andato al chekechea della missione. Era bello, l’asilo, mi divertivo con i miei amichetti ma soprattutto riuscivo a mangiare a pranzo, per cui per i miei nonni ero una bocca in meno da sfamare. Almeno a pranzo. Lì cominciai anche ad avere problemi agli occhi. E non solo. Poiché ero stato malnutrito nei primissimi tempi della mia vita, ho continuato ad essere cagionevole di salute. Antonella racconta di avermi portato diverse volte in città per farmi visitare. Addirittura mi hanno fatto mettere anche gli occhiali, e questo mi rendeva differente dagli altri miei amici. Un bambino africano con gli occhiali è una cosa non comune, per cui ero certamente il più visibile e il più riconoscibile di tutti.

Poi ho iniziato ad andare alla Primary School. La shule mi piaceva molto, soprattutto lo swahili. Purtroppo avevamo anche lì dei problemi, il mwalimu era bravo e simpatico, ma la scuola era messa davvero malissimo. Neanche i banchi bastavano per tutti, per cui molti di noi erano costretti a stare seduti per terra e quando il mwalimu lasciava un compito da fare, dovevamo stare in ginocchio a scrivere, col quaderno per terra. Però eravamo felici lo stesso. Solo adesso però ne ho capito il motivo: perché eravamo bambini.

Io – allora non ne capivo il perché – ero stranamente messo un po’ meglio degli altri. Avevo la divisa più pulita e ogni anno la bibi riusciva a comprarmela. La divisa di scuola era obbligatoria, camicia bianca e pantaloni azzurri, però la usavamo anche fuori da scuola per cui dopo qualche mese era praticamente già da buttare. Io avevo sempre le scarpe. Ed ero uno dei pochi ad averle sempre, cosa strana da queste parti, anche adesso. Quando finiva un quaderno, la bibi me ne dava un altro; i miei compagni invece erano costretti a cancellare ciò che avevano scritto e riutilizzare il quaderno vecchio. Io invece avevo sempre dei quaderni, delle matite e una gomma. Un anno, in sesta, riuscii ad avere anche un libro. Solo il mwalimu lo aveva. Quell’anno anche io.

Anche a casa sembrava aleggiasse una sorta di nuvola che provvedeva a noi anche quando tutto intorno c’era la siccità, la fame e la miseria. A noi non mancava mai un piatto di ugali e fagioli. Con ciò non voglio dire che eravamo ricchi ma almeno il cibo non ci mancava.

Anche per l’accesso alla sanità, ora che ricordo bene, eravamo combinati un po’ meglio degli altri. E anche in questo caso non ne capivo il perché. Parecchie volte ho avuto la necessità di ricorrere al dispensario. La mia costituzione fisica non mi consentiva grossi sforzi per cui ogni tanto mi capitava di finire in ospedale. A causa dell’acqua, ad esempio, che qui non è mai pulita. La facciamo bollire più volte, la filtriamo e così cerchiamo di renderla un po’ migliore ma niente, sporca è e sporca rimane e il nostro tumbo ne risente. Quante volte sono stato portato in dispensario per problemi di stomaco e tutte le volte sono guarito. Ma dei miei amici non tutti sono stati così fortunati. Pascali, per dirne solo uno, è morto a nove anni a causa della diarrea. La diarrea, capite? E come lui anche altri. Per non parlare della malaria, io l’ho presa parecchie volte e ce l’ho sempre fatta ma quanti invece se ne sono andati? Greyson, un mio compagno di scuola, un giorno non è venuto a giocare a mpira. Allora siamo andati a casa sua. La sua capanna era molto lontana dalle nostre. Non lo abbiamo trovato e la sua bibi ci disse che lo avevano portato al dispensario, forse aveva la malaria. Greyson non è più venuto a giocare a mpira. Eravamo amici.

Alla fine della Primary School ero certo che sarei andato con mio nonno a lavorare il campo. Pochissimi giovani riescono ad andare alla Secondary e io davo per scontato che anche io facessi parte del grosso numero che abbandona la scuola. A malincuore, nel mio caso, perché nei sette anni di scuola elementare mi ero in qualche modo appassionato allo studio. Anzi, negli ultimi anni cominciai ad avere passione anche per le scienze. Pensate il mio stupore quando la bibi mi disse che sarei andato alle superiori. Ma come? La maggior parte dei miei compagni resterà a casa perché non se lo può permettere e io invece potrò continuare ad andare a scuola? Era tutto molto strano. Tra l’altro, al nostro villaggio non c’era, e non c’è neanche adesso, la scuola superiore, per cui sarei dovuto andare almeno a Iringa, affittare una stanza, provvedere al cibo, al vestiario e al corredo scolastico. Chi mi avrebbe dato gli shilingi necessari? Fatto sta che andai alla Secondary. E furono quattro anni indimenticabili, in cui sperimentai tante cose, e che mi fecero fare delle nuove scoperte nella vita. Andavo in un istituto a indirizzo scientifico e lì la mia passione per le scienze continuò a crescere. Imparai anche l’inglese, con il quale adesso ho la possibilità di scrivervi. A Iringa dividevo una camera con altri due amici, Lazak Likiliwike e Zakaria Sanga, la vita era abbastanza dura, non potevamo fare troppi i brillanti e dovevamo accontentarci del poco che avevamo. Ma sicuramente, anche così, eravamo dei privilegiati rispetto a tanti nostri coetanei. Ed io continuavo a non capire chi o cosa mi assicurava questo privilegio.

Alla fine del quarto anno della Secondary, si deve scegliere se finire gli studi o continuare per altri due anni, quelli che aprono le porte all’università o a studi superiori più specialistici. Quanto a me, nonostante avessi voglia di andare avanti, propendevo per la prima ipotesi: smettere con la scuola. Non perché non avessi voglia di studiare, anzi. L’avrei lasciata per l’impossibilità economica di continuare. Già che ero a Iringa avrei cercato un lavoro, mi sarei reso indipendente e avrei aiutato la bibi a tirare avanti.

Mio nonno, babu, nel frattempo era morto. Aveva trascorso una vita a zappare, seminare, aspettare la pioggia e raccogliere. Sempre e solo mais. È dura la vita del mkulima africano. Anch’io sarei dovuto diventare un mkulima e in tanti momenti della mia vita ho anche aiutato babu nel lavoro del campo. Ma in generale per me la vita è andata diversamente.

Infatti sono rimasto molto sorpreso nel sapere che avrei potuto andare avanti negli studi. È stato per me un momento davvero importante perché mi si concretizzava la possibilità di accarezzare un pensiero che non osavo neanche sperare: diventare medico. Il mio Paese è malato, grave, e ci vuole qualcuno che si assuma la responsabilità di curarlo. Volevo farlo io ma non ci speravo. Poi invece questa possibilità parve potersi concretizzare. Gli altri due anni a Iringa sono stati ancora ricchi di esperienze di maturazione. Ormai del bambino di Furaha na tumaini era rimasto davvero poco. Furono gli anni in cui acquisii la consapevolezza che il mio destino cominciava a delinearsi e non volevo perdere l’occasione. Non sapevo come avrei fatto a trovare i soldi che mi servivano per affrontare gli studi universitari ma ormai ero nel ballo. Nel tempo libero lavoravo, scaricavo ceste al mercato, spazzavo le strade, servivo nelle caffetterie per i turisti, i pochi che venivano a Iringa. E ovviamente studiavo. Studiavo sodo e frequentavo la scuola, ormai dovevo farcela. Qualcosa o qualcuno mi stava spingendo su una strada che mi piaceva percorrere. E io la stavo percorrendo.

Sì, la faccio breve. Alla fine dei due anni, mi sono iscritto alla Tumaini University, sempre a Iringa, che ormai era diventata la mia città adottiva. Tumaini significa speranza e mai come allora ho provato questo sentimento, per me e per il mio Paese.

Adesso più che mai. Lavoro in condizioni estremamente precarie ma sono contento di poter aiutare il mio popolo. Io sono stato aiutato, non so da chi anche se lo immagino. Sono stato aiutato in tanti modi ma la cosa più grande che mi è stata donata è la possibilità di poter studiare. Questo dovete fare per l’Africa, se la amate: dare ai suoi figli l’opportunità di studiare. Quando ero piccolo alcuni bambini del mio villaggio sono andati a vivere in Europa, adottati da famiglie italiane o britanniche. Si diceva che erano stati fortunati a trovare un futuro sicuramente migliore di quello che avrebbero avuto qui in Africa. Ma il guaio è che sono andati via e l’Africa li ha persi per sempre. Non so se sarei voluto andar via anch’io. Oggi dico no, dico che è stato cento volte meglio per me restare qui. Se a me fosse capitata la “fortuna” di andare a vivere all’estero probabilmente oggi lavorerei in un grande ospedale con bellissime attrezzature. Ma non sarei in Africa.

Se mi invitate, un giorno vi vengo a trovare.

Asante na shukuru.

Kayuko

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venerdì, settembre 16, 2011

KAYUKO (2)

In mattinata, Sandro e Ornella tornarono a Furaha na tumaini. Sulla strada si fermarono a guardare un signore che stava facendo i mattoni per la sua casa. L’uomo aveva scavato un grande fosso sul terreno, smosso tutta la terra, l’aveva abbondantemente annaffiata con l’acqua, lavorata coi piedi per far diventare il fango piuttosto omogeneo, senza troppi grumi e stava procedendo all’ultima fase. Aveva un attrezzo, un telaio rettangolare a forma di H, chiuso alle estremità, quindi con altri due rettangoli interni; riempiva di fango l’aggeggio e lo andava a vuotare sul terreno rilasciando ogni volta due mattoni. Con quelli avrebbe costruito la sua casa.

Arrivati al centro, i due si fiondarono da Kayuko. Forse volevano cercare conferma nella decisione che aleggiava. Trovarono i bambini nel momento del cambio dei pannolini. Le operatrici ovviamente non usavano i pampers bensì le kanga, tagliate a strisce, che facevano sia da assorbente che da mutandina. La kanga è la veste multicolore delle donne africane, che viene usata, principalmente, come gonna ma anche per portare il bambino piccolo sulla schiena e per un altro migliaio circa di utilizzi. Man mano che un bambino o una bambina veniva cambiato, le donne lo adagiavano per terra e il piccolo cominciava a gattonare, strisciare, cercare di sollevarsi da terra e camminare. Tutti quei bambini sul pavimento erano uno spettacolo di tenerezza.

Non fu facile riconoscere Kayuko, non perché, come si dice dalle nostre parti, “i neri sono tutti uguali”, ma perché effettivamente alcuni di loro si somigliavano molto e poi perché avevano passato troppo poco tempo assieme per ricordarselo bene. Poi lo videro che gattonava in un’area un po’ lontana della stanza e lo andarono a prendere. Stettero con lui tutta la mattina e notarono che al bambino piaceva molto avere qualcuno che si occupasse di lui. Giocava e rideva contento. Ad ora di pranzo, Sandro gli diede pure da mangiare; le donne del posto gli permisero di imboccarlo e ovviamente si stupirono molto nel vedere un uomo compiere quell’attività femminile. Kayuko mangiò riso e fagioli – e cos’altro? – che del resto è la dieta base di qualunque bambino africano dopo lo svezzamento: direttamente dal latte materno a riso e fagioli. Provava molta tenerezza nell’accudire il piccolo e la cosa gli fece aumentare la voglia di prendersene cura più a lungo, molto più a lungo.

La mattina successiva, a Furaha ni tumaini c’era una festa popolare. Ornella e Sandro andarono, accompagnati da Antonella, la ragazza della ONG che in quei giorni era stata per loro un preziosissimo cicerone. A lei la sera prima avevano spifferato la loro intenzione di vedere se era possibile avviare una pratica di adozione per Kayuko. La ragazza gioì molto di quella cosa e anzi diede loro delle dritte utilissime. Alla festa ci furono balli e canti. Si divertirono da matti, loro e il bimbo, poi se ne andarono. Tristi. L’ultima polaroid che si portarono di lui fu scattata davanti la porta del camerone, Kayuko a terra, gattonando, li guardava, con l’occhietto semichiuso e le labbra tra i denti.

Sulla strada per Kyamani si fermarono un giorno a Iringa. Andarono a trovare due tizi, italiani, che avevano lasciato baracca e burattini e si erano stabiliti in Africa, fondando una specie di casa per bambini in situazione di handicap fisico. L’avevano attrezzata di palestra e sala per la fisioterapia e giornalmente accoglievano diversi bambini disabili. In sovrappiù, avevano adottato tre bambine in situazione di svantaggio. A loro raccontarono l’incontro con Kayuko, ne discussero ed essi furono prodighi di consigli e avvertenze.

Ornella e Sandro lavorarono a Kyamani per altre tre settimane, poi tornarono in Italia, con la solita voglia di ritornare in Africa ma questa volta con un motivo in più. Avevano nell’occhio ancora Kayuko, il bambino di Mbololo.

Un paio di mesi dopo il loro rientro in Italia, Ornella ricevette una lettera da parte di Antonella, l’operatrice della ONG di Mbololo, quella che li aveva scarrozzati in giro. La ragazza li aggiornava sulle ultime notizie da quel fronte. Al centro si stavano facendo dei lavori di scavo per la raccolta e il drenaggio dell’acqua piovana. Si doveva riuscire a convogliarla dentro delle cisterne per far fronte alle esigenze idriche del centro e del villaggio, nei periodi di siccità, cioè molto spesso. Inoltre si stavano facendo degli altri lavori anche alla sala giochi dei bambini: la stavano ripitturando, in verde, e l’avrebbero dotata di tanti altri giochi e cuscinoni, che nel frattempo erano arrivati in container dall’Italia. Il falegname del villaggio, oltre a ciò, aveva già realizzato un grande box, in cui i bambini potevano esercitarsi a camminare e altre cose stava costruendo.

Quanto ai bambini, Antonella raccontava che effettivamente quello era un periodo di grandi scoperte per loro. Sembrava si fossero decisi tutti insieme a camminare, a parlare e a scoprire ogni giorno tante cose nuove. Erano uno stimolo gli uni per gli altri.

“Adesso vi chiederete cosa fa il vostro piccolo amichetto” – disse a un certo punto della lettera, la ragazza. E raccontò loro che era stato portato in ospedale a Iringa per il piccolo problema di strabismo. Era stato visitato da un oculista, il quale, però, aveva consigliato un esame più approfondito, magari a Dar es Salaam. Anche una fisioterapista aveva incontrato Kayuko, per la sua difficoltà, a due anni, di camminare ormai speditamente come tutti i bimbi di quella età. La professionista aveva confermato che il problema era in relazione stretta con i primi mesi di vita del bambino, quelli della malnutrizione.

I due sanitari avevano poi manifestato la loro preoccupazione rispetto a questa nuova malattia che, appena arrivata anche in Africa, stava facendo dei danni enormi. AIDS, si chiamava, ma lì era conosciuta come ukimwi, e colpiva soprattutto la fascia centrale della popolazione, lasciando soli tanti bambini e bambine.

Antonella continuava raccontando del viaggio in dalla-dalla fino a Iringa e ritorno, di come Kayuko, e gli altri bambini che erano con lui, si erano divertiti sul pulmino. Avevano riso per tutto il viaggio, guardando fuori dai finestrini con lo stupore tipico dell’esploratore. Anche nella grande città guardavano tutto con meraviglia: per loro era una scoperta continua. Sandro e Ornella si intenerivano al pensiero del loro piccolo Kayuko alle prese con la vita e avrebbero voluto trovarsi lì con lui.

Fino a che, camuffata da notizie come le altre, Antonella non mollò l’affondo. Riguardava la famiglia di Kayuko: si erano trovati i suoi nonni ed erano giovanissimi, 35-36 anni. Il bambino era nato dalla loro figlia, di cui non si avevano più notizie e il padre era ignoto.

«Oh, cazzo», meditò Sandro. Adesso saltavano fuori ‘sti nonni, ragion per cui Kayuko non era più yatima kabisa. Antonella aveva dato la notizia en passant, a margine di altre informazioni, probabilmente per addolcire la pillola. Conoscendo l’attenzione che hanno in Africa per i bambini, diciamo che questo metteva una pietra tombale sull’argomento adozione. Laggiù il bambino che rimane senza genitori non resta mai solo, c’è sempre una bibi, benché anziana, una zia o persino una vicina di casa disposta ad occuparsene. Figuriamoci due nonni trentacinquenni. Sandro e Ornella si erano acculturati sul sistema delle adozioni internazionali e stavano predisponendo di andare a vivere per un po’ in Tanzania, secondo la legge del luogo, ma quella lettera gli faceva repentinamente disfare le valigie. D’altronde, Kayuko aveva i nonni e questo gli dava la possibilità di poter restare nella sua terra. Non era la speranza che Ornella e Sandro avevano coltivato per un po’ ma pazienza. Duramente, a malincuore ma era meglio così.

E sì, però forse occorreva continuare ad aiutare quel bimbo che li aveva resi felici, sebbene per poco tempo. Nonostante fosse la soluzione migliore, restare in Africa comportava il doversi confrontare quotidianamente con difficoltà enormi. Bisognava trovare il modo di poter aiutare quel bambino, poterlo seguire e fare per lui ciò che avrebbero voluto fare qui, in Italia, dove Sandro e Ornella adesso si trovavano. Ma senza Kayuko.

“Vi abbraccio forte e aspetto vostre notizie! A presto, da Mbololo. Anto” – così finiva la lettera.

martedì, settembre 13, 2011

KAYUKO (1)

L’inizio di questo pezzo è Il capretto nero, scritto un paio di anni fa e pubblicato su questo blog. Il resto è stato scritto per il laboratorio di scrittura “MONècrit”, tenuto da Beatrice Monroy ad Agrigento, nella primavera del 2011. A causa della lunghezza del pezzo, verrà pubblicato in tre stadi.

***

I bambini africani riscuotono sempre un grande successo. Piacciono a tutti. Sono belli, non c’è che dire, e tutti quanti se ne innamorano. Quegli occhi grandi ed espressivi, quei sorrisi accattivanti, quelle testoline ricciute: è impossibile non amarli. Tanti ci chiedono cosa si prova a essere attorniati da un nugolo di bambini neri, vocianti e ridenti, che ti chiamano, ti tirano, ti prendono la mano. E quante volte ci chiedono, addirittura, come si fa ad averne uno. In tanti si dichiarano disposti ad adottarne uno. Alcuni pensano che basti venire qui in Africa, per tornare con un bel bambino nero sotto braccio, tipo al discount.

E tutte le volte che sento questi discorsi, tutte le volte che vedo questi slanci di amore incondizionato verso i bambini neri, io penso a Miss Ethel Holloway, la protagonista de Il capretto nero, una divertente novella di Luigi Pirandello. Miss Ethel, quindi, è la “giovanissima e vivacissima figlia di Sir W. H. Holloway, ricchissimo e autorevolissimo Pari d’Inghilterra”, venuta in vacanza a Girgenti, dove poté ammirare le bellezze della città, che tuttavia Pirandello descrive come molto misera. L’inglesina, quindi, si innamorò perdutamente di un capretto nero, una vivace bestiola che allegramente trotterellava, anzi springava “come se per aria attorno gli danzassero tanti moscerini di luce”, in mezzo al gregge che il caprajo, “bestiale e sonnolento”, portava a rugumare tra le rovine di un tempio dorico, cosa che Mr Charles Trockley, vice-console d’Inghilterra a Girgenti, giudicava come profanazione. Ebbene, tanto fu l’amore immediato che la ragazza provò per la bestiola, che decise di comprarla e farsela inviare in Inghilterra. La spedizione dell’animale, per varie vicende, richiese quasi un anno, per cui, a quel punto, il graziosissimo capretto nero era diventato un caprone, un becco, “un orribile bestione cornuto, fetido, dal vello stinto rossigno”, che causò lo sconcerto della giovinetta e le rimostranze decise di suo padre. Eppure era lo stesso animale.

E allora, dicevo, che c’entrava la storia dei bambini neri con quella del capretto? È simile. Tutti a squagliarsi davanti ai bambini neri: “ma quanto sono carini, che dolcezza, che tenerezza, che simpatia. Guarda che bella quella bambinetta nera. M’a mangiassi a muzzicuna. Come si fa ad averne una? Ne vorrei uno a casa mia. Me ne prenderei uno.”

Fatto sta che il desiderio di molti di avere tanti bei bambini neri alla fine viene esaudito. I bambini neri vengono davvero qui da noi, però dopo una quindicina, una ventina di anni. Ma nessuno li riconosce più. Non riconoscono più il sorrisetto furbo del bambino del Senegal nel ragazzone che chiede di comprare un accendino; né lo sguardo vispo di un bimbo somalo nelle lacrime del migrante che supplica il finanziere in guanti di lattice. Nessuno vede nella prostituta nigeriana la bella bambina sorridente che aveva visto in foto tanti anni prima e che voleva portarsi a casa.

Eppure sono le stesse persone.

***

No, non c’era il leone a vegliare alla sua nascita, pigro e austero. Non scesero gli gnu, giù dalle colline verso il Ruaha River, la giraffa non stava di vedetta né i cercopitechi si accalcavano vocianti per assistere all’evento. Quando nacque, nella stanza dove la giovane, giovanissima, bambina Bitres lo stava dando alla luce, una cosa su tutte spiccava: un odore asperrimo, il puzzo della povertà.

Sedici anni, presa da un camionista di passaggio, che da Morogoro scendeva a Songea con un carico di copertoni. Presa per una sera e poi lasciata lì, con un figlio in grembo al quale avrebbe dato un nome – Josephu – e il suo cognome – Kayuko.

Dopo pochi giorni la mamma sparì, non si sa dove sia andata. Chi dice a Dar es Salaam a cercare fortuna. Ma si sa bene qual è la fortuna che può capitare a Dar a una ragazzina di sedici anni proveniente dall’interno. Prostituzione o mendicità. Di altri parenti neppure l’ombra. Per cui il piccolo Josephu, per tutti quanti Kayuko (secondo l’uso di chiamare tutti per cognome), fu portato a Furaha na tumaini, un orfanotrofio gestito da una ONG italiana con addosso un’etichetta: yatima kabisa, completamente orfano.

Furaha na tumaini, quindi, Gioia e speranza, il nome benaugurale che i giovani della ONG, una delle prime ad arrivare, hanno dato a questo posto dove bambini poveri, abbandonati, spesso ammalati, cercano di affrontare i primi passi di una vita che non sarà certo benevola con loro. Figli di una Tanzania scalza, lacera, malata e, ancora una volta, puzzolente. La struttura – vista dall’alto è un semiovale – sorge su due ali di costruzione, con al centro il cortile e il campo per i giochi all’aperto dei bambini. In una punta dell’ovale il cancello di ingresso mentre l’altra punta è aperta. Nell’ala destra, la cucina, il refettorio e qualche altra stanza di sbarazzo o di alloggio del personale; nell’ala sinistra il camerone con tutti i lettini dei bimbi e uno spazio dove accudirli. Complessivamente venticinque-trenta bambini, perlopiù sani, a differenza di altre strutture della zona, che accolgono bambini malati.

Furaha na tumaini è una sorta di oasi. Persino i suoi edifici, in veri mattoni, non hanno nulla a che vedere con l’ambiente esterno. Fuori da lì si stenta a credere di trovarsi nel 20° secolo. Le case sono ancora costruite di fango, coi tetti di paglia. Niente luce, niente acqua, niente gas, niente di niente. I bambini vanno a scuola, con l’uniforme, obbligatoria anche se lacera, ma spesso senza scarpe e certamente senza attrezzatura scolastica. Non giocano con la macchine telecomandate ma se trovano un vecchio cerchione di bicicletta sono ben più che contenti; male che vada fanno una bella palla di sacchetti di plastica, o di vecchie magliette, per fare delle epiche giocate a mpira, a calcio. Un operaio guadagna in media mille lire al giorno, quando va bene, e con quello deve provvedere al fabbisogno alimentare di una famiglia, spesso numerosa. E in ogni caso sono quasi tutti wakulima, contadini, di un’economia di sussistenza che ogni giorno alza lo sguardo al cielo sperando nella pioggia. Che spesso non arriva. Qui siccità vuol dire carestia e mettere assieme il pranzo con la cena spesso non è impresa facile.

Nel grande stanzone con lettini a destra, sinistra e centro, ogni lettino, di legno, aveva la sua zanzariera azzurra raccolta in alto, ultimo baluardo spesso inutile contro la zanzara anofele, responsabile della malaria. Kayuko aveva l’ultimo posto a destra, per cui ci volle del tempo prima che fosse visto da Sandro e Ornella, due coniugi italiani in visita alla struttura. Non più giovanissimi, i due collaboravano con la missione di Kyamani, sulla strada verso Dodoma, a più di cento chilometri, dopo Iringa. L’uomo fu il primo ad essere attratto dallo sguardo non troppo vispo del bimbo nero, dal suo occhietto sinistro mezzo chiuso e forse un po’ storto e dal muco d’ordinanza ingrommato sul labbro superiore. Ornella nel frattempo indugiava con altri bambini.

Un fagottino, Kayuko, sicuramente meno di un anno. Non particolarmente bello. Eppure Sandro proprio lui notò tra tanti. Non il piccolo Deusi dalle guance belle piene, che ricordava il mio amico Arnold; né la bella Floriana, da tutti chiamata Froliana (per la difficoltà dei parlanti swahili a pronunciare le L e le R); nemmeno la dolce, fragile Gresy, magrissima e malata o il buffo Madison, con un vestitino da bambina. A lui piacque Kayuko. E basta. Come quando in mezzo a centinaia di articoli simili, scarpe fai conto, lo sguardo della professionista dello shopping viene attratto inesorabilmente dal paio che sta in fondo all’ultimo scaffale, quasi dimenticato, il primo candidato ad arricchire i fondi di magazzino del negozio. Quelle voglio!

Ecco, forse così si sarà sentito Sandro ma non ebbe tempo, e neanche voglia, di pensarlo, perché venne immediatamente calamitato dal piccolo. Lui, un maturo italiano, uomo di città, alle prese con un minuscolo africano, figlio della savana, che lo guardava, in ginocchio appoggiato alla sponda del lettino, la bocca semiaperta con le labbra fra i denti. Cercò la moglie per mostrarle il suo nuovo amichetto ma la donna stava altrove. Kayuko guardava Sandro e Sandro Kayuko. Col suo pagliaccetto bianco sporco, non solo di colore, con un gattino disegnato sopra e la scritta – ridondante – CAT. Chissà di chi era stato quell’abitino, sicuramente Kayuko non era il primo a indossarlo. Sarà arrivato dall’Italia insieme a centinaia di altre cose, che la generosità da cambio di stagione di noi italiani avrà riempito. Pagliaccetti, quindi, completini, magliettine, calzoncini, scarpette e altro, stivati in un container MSC rosso e spedito in Africa. Due mesi in attesa di essere sdoganato al porto di Dar es Salaam e poi via, verso Mbololo, per la gioia degli operatori di Furaha na tumaini e, di riflesso, di tanti Kayuko.

«Ehi, ciao – sussurrò Sandro, sentendosi un po’ sciocco. – Come stai?» Sapeva che non gli avrebbe risposto, primo perché era troppo piccolo per parlare e poi perché, casomai, l’avrebbe fatto in swahili. Il bimbo lo guardava, lo scrutava, gli toccava la faccia e la testa calva.

«Non avrà più di un anno – pensò – forse anche meno.»

Poi invece lesse il cartellino sopra il lettino che, con grafia incerta, recava le informazioni di base del bimbo: nome, cognome, villaggio, data di nascita. Fece un rapido calcolo e gli venne quasi un colpo. Kayuko aveva poco meno di due anni. Non parlava, non camminava, si esprimeva solo con lo sguardo eppure aveva quasi due anni. Automaticamente il pensiero gli andò a casa, dove due bambini, gemelli, figli di suo fratello maggiore stavano passando le vacanze estive. Duenni anche loro ma diversamente da Kayuko i due bimbi erano due vitelli: parlavano, camminavano, correvano, urlavano, litigavano; interpretavano, insomma, e anche con bravura, tutto il repertorio tipico dei bambini di due anni o giù di lì.

E allora? Perché il piccolo Kayuko aveva tutto l’aspetto di un neonato o poco più? Sandro ebbe l’immediata, infelice tentazione di addossare la colpa a quelli dell’orfanotrofio. Poi rifletté. E mentre si faceva afferrare l’indice destro, pensò che non c’era nessuno che aiutasse Kayuko a crescere, che lo stimolasse a muovere i primi passi; nessuno che lo facesse gattonare, che gli sillabasse le parole perché lui le ripetesse; nessuno che si prendesse veramente cura di lui. Yatima kabisa.

Arrivò Ornella. Sandro le presentò il suo nuovo amichetto, che intanto aveva preso in braccio.

«Guarda», disse l’uomo.

E la donna capì immediatamente che tra i due si era instaurata un’intesa particolare. Un feeling “da uomini”.

La sera la trascorsero alla casa della ONG, su al villaggio. Faceva freddo sull’altopiano quindi si doveva stare per forza dentro casa. Cena con carne e riso con fagioli, naturalmente. Dopocena con chitarra alla luce fioca delle lampade alimentate dal gruppo elettrogeno. In certi posti del mondo, la luce elettrica fa ancora parte di quel progresso che tarda ad arrivare. Sandro e Ornella erano i più vecchi della compagnia e un po’ forse si sentivano a disagio ma che importava, la mente era giù a Furaha na tumaini, dove il piccolo Kayuko a quell’ora stava sicuramente già dormendo. Sandro ne era rimasto totalmente preso e non riusciva a pensare ad altro. I suoi erano sentimenti di tenerezza per il piccolissimo essere umano incontrato poche ore prima. Ornella, invece, benché ne fosse un po’ più distaccata, si rendeva conto che il marito era stranamente impensierito. Quel bambino nero lo aveva sconvolto. Ce ne sono a centinaia di bambini, dovunque si vada, ma quello…

Al suono di un pezzo di Guccini – Incontro, nientemeno –, un’idea cominciò a prendere forma nella sua testa di Sandro, affollata di pensieri e sensazioni. Come tutti quelli che desideravano avere un capretto nero, o un bimbo africano, Sandro cominciò a considerare la possibilità che questo potesse accadere a lui. E alla moglie, ovviamente. Sposati da pochi anni, non avevano figli, quindi tanto vale prenderne uno dall’Africa, dall’amata Africa. Perchè no? Non ne fece subito parola alla moglie. Ma si ripromise di dirglielo l’indomani, qualora il pensiero si fosse riaffacciato alla sua mente.

E infatti si riaffacciò. Appena sveglio, nel torpore della fredda mattinata africana, Sandro smanettò nei ricordi del giorno precedente e ritrovò Kayuko. E dopo di lui ritrovò anche quel pensierino impertinente che lo aveva visitato la sera prima. Perché non fare in modo di adottarlo? Non aveva la minima idea di come fare però cominciò a valutarne la fattibilità. Occorreva recarsi in qualche ufficio. Sì, ma quale? Si doveva trovare il modo per avviare la pratica. Ok, ma come? Bisognava uscire carte. Certo, ma quali? A queste cose stava pensando quando Ornella lo vide, pensieroso, e gli chiese se stesse pensando al piccolo.

«Obviously», rispose Sandro, stranamente anglosassone.

«E stai pensando a qualcosa in particolare?»

«Of course». Era in preda ad anglofonia compulsiva, un modo per alleggerire il momento.

«…», lo fissò Ornella.

«No, mi chiedevo se…», era fortemente indeciso.

«…»

«Secondo te, potremmo pensare a prendere con noi Kayuko? Per sempre, dico.»

«Per sempre?»

«Mh mh…»

Ornella non rispose ma si rese conto che Sandro parlava sul serio, nonostante il sorrisino sardonico e la faccia di babbìo che si era messa. Quella discussione finì lì. Almeno per il momento.

giovedì, febbraio 18, 2010

CIAO, BAMBINO PISELLINO


Il suo vero nome è Maicol ma i volontari della missione di Ismani lo conoscono come “bambino pisellino”. È un bimbo del villaggio di Chamndindi, a parecchi chilometri dal centro della missione. L’abbiamo conosciuto nel 2006, quando sua nonna lo portò, a piedi, da noi per farcelo vedere. Le nonne africane – le bibi – sono l’unica speranza per i bambini come Maicol (foto), che hanno perduto entrambi i genitori, stroncati probabilmente dall’AIDS. Non appena entrò nell’ufficio della missione (dove monitoriamo il programma di adozioni a distanza), il locale si riempì di un fetore aspro, deciso. L’anziana donna, toltosi di dosso il piccolo, gli aprì i pantaloncini per mostrarcelo. Chi c’era non l’ha mai dimenticato. Un’unica piaga, sanguinolenta e nauseabonda andava dall’ombelico all’ano, comprendendo anche l’apparato genitale. L’odore – che nessuno di noi ha mai dimenticato – derivava dal fatto che in quel tourbillon di carne, sangue, pus e organi, il bambino faceva i suoi bisogni praticamente “a cielo aperto”. E la nonna “puliva” tutto con la kanga, la coloratissima, multiuso veste delle donne africane. Maicol era nato con questa malformazione, che andava curata e certamente operata.
Sì, ma dove? Questa è l’Africa, dove la gente viene decimata dalla malaria e i bimbi muoiono perfino con la varicella o la diarrea. La bibi, comunque, capiva che se c’era qualcuno che poteva far qualcosa, quelli eravamo noi. Per cui, nel nostro viaggio di rientro in Italia, abbiamo deciso di portarli a Dar es-Salaam, la città più grande e importante della Tanzania, l’ex capitale dello stato, per far vedere Maicol in ospedale.
C’è un aneddoto – che già una volta ho raccontato – legato alla trasferta di Maicol e la sua bibi a Dar es-Salaam. I due vennero alloggiati al piano inferiore della casa dove risiedevamo anche noi. A sera, quando già quasi tutti erano a dormire, notiamo che la luce della camera di nonna e nipote era ancora accesa. Non c’erano persiane sicché, mossi da semplice curiosità, dalla necessità di non farci i cavoli nostri, ci avviciniamo per cercare di capire il motivo per cui non fossero ancora a letto. E invece scopriamo che i due dormivano già, e della grossa. Poi abbiamo fatto mente locale: la bibi non aveva spento la luce perché non conosce la luce, quella elettrica quanto meno, non sa che c’è un interruttore che la accende e la spegne. Lei non sa cosa sia un interruttore. Del resto, nella sua casa di fango e paglia l’interruttore non c’è. Per lei la luce è quella che viene al mattino e che va via la sera, al tramonto, e che nessun interruttore può accendere o spegnere.
Maicol venne operato una prima volta, e poi delle altre. Negli anni a seguire abbiamo sempre incontrato Maicol, bambino pisellino, e la sua bibi. A proposito, perché questo nickname? Quando abbiamo conosciuto Maicol, gli abbiamo fatto una serie di foto, per testimoniare la sua malattia e, chissà, vedere di portarlo qui in Italia per farlo operare, cosa difficilissima da fare. Di ritorno dall’Africa, al momento di scaricare le foto, non ricordando il nome del bambino e pensando che aveva problemi al pisellino, qualcuno nominò il file come “bambino pisellino”. E da allora lo abbiamo sempre affettuosamente ricordato così.
L’estate scorsa si era quasi raggiunto un accordo. Una zia giovane si era resa disponibile ad accompagnarlo in Italia per farlo curare. Bisogna immaginare cosa voglia dire, per una donna che non è mai uscita dal suo villaggio nel cuore dell’Africa nera, affrontare un viaggio nientemeno che in Italia. Intanto il bambino continuava ogni tanto ad essere curato e operato.
Ieri mattina Maicol è morto. Il giorno prima aveva subito un altro intervento operatorio ma evidentemente non ce l’ha fatta.
Allora ciao, bambino pisellino. Ciao, piccolo Maicol, ultima vittima di un’Africa in agonia, di un’Africa che muore lentamente. Come te.

venerdì, gennaio 01, 2010

IL CAPRETTO NERO


I bambini africani riscuotono sempre un grande successo. Sono belli, non c’è che dire, ecco perché tutti quanti se ne innamorano. Quegli occhi grandi ed espressivi, quei sorrisi accattivanti, quelle testoline ricciute: è impossibile non amarli. Quante volte ci chiedono cosa si prova a essere attorniati da un nugolo di bambini neri, vocianti e ridenti, che ti chiamano, ti tirano, ti prendono la mano. E quante volte ci chiedono, addirittura, come si fa ad averne uno. In tanti si dichiarano disposti ad adottarne uno. Alcuni pensano che basti andare lì, in Africa, per tornare con un bel bambino nero sotto braccio, tipo al discount.
E tutte le volte che sento questi discorsi, tutte le volte che vedo questi slanci di amore incondizionato verso i bambini neri, io penso a Miss Ethel Holloway.
Certo, è probabile che non si conosca la signorina in questione. Del resto non la conoscevo neanche io prima di leggere Il capretto nero, una divertente novella di Luigi Pirandello, mio illustre concittadino – il più famoso dopo il ministro Alfano. Miss Ethel, quindi, è la “giovanissima e vivacissima figlia di Sir W. H. Holloway, ricchissimo e autorevolissimo Pari d’Inghilterra”, venuta in vacanza a Girgenti, dove poté ammirare le bellezze della nostra città – che tuttavia Pirandello descrive come molto misera, già un secolo prima della classifica del Sole 24 ore. L’inglesina, quindi, si innamorò perdutamente di un capretto nero, una vivace bestiola che allegramente trotterellava, anzi springava “come se per aria attorno gli danzassero tanti moscerini di luce”, in mezzo al gregge che il caprajo, “bestiale e sonnolento come un arabo”, portava a rugumare tra le rovine di un tempio dorico, cosa che Mr Charles Trockley, vice-console d’Inghilterra a Girgenti, giudicava come profanazione. Ebbene, tanto fu l’amore subitaneo che la ragazza provò per la bestiola, che decise di comprarla e farsela inviare in Inghilterra. La spedizione dell’animale, per varie vicende – che Pirandello narra –, richiese quasi un anno, per cui, a quel punto, il graziosissimo capretto nero era diventato un caprone, un becco, “un orribile bestione cornuto, fetido, dal vello stinto rossigno”, che causò lo sconcerto della giovinetta e le rimostranze decise del di lei padre. Eppure era lo stesso animale.
E allora, dice, che c’entrava la storia dei bambini neri con quella del capretto? È simile. Tutti a squagliarsi davanti ai bambini neri: “ma quanto sono carini, che dolcezza, che tenerezza, che simpatia. Guarda che bella quella bambinetta nera. M’a mangiassi a muzzicuna. Come si fa ad averne una? Ne vorrei uno a casa mia. Me lo prenderei uno, che ti credi? Ho questo desiderio.”
Fatto sta che il desiderio di molti di avere tanti bei bambini neri alla fine viene esaudito. I bambini neri vengono davvero qui da noi, dopo una quindicina, una ventina di anni. Ma nessuno li riconosce più. Non riconoscono più il sorrisino furbo del bambino del Senegal nel ragazzone che chiede di comprare un accendino; né lo sguardo vispo di un bimbo nigeriano nelle lacrime del migrante che supplica il finanziere in guanti di lattice. Nessuno vede nella prostituta nigeriana la bella bambina sorridente che aveva visto in foto tanti anni prima e che voleva portarsi a casa.
Eppure sono le stesse persone.


lunedì, luglio 20, 2009

Torno in Africa


Quest’anno vado in Africa. Di nuovo. E sempre alla missione di Ismani, regione di Iringa, altipiano centro-meridionale della Tanzania. E del resto, da quando ci sono andato la prima volta, nel 2004, non passa giorno che io non pensi di tornarci. Ecco qua, di seguito elencate e spiegate, e commentate, alcune delle parole che per un mese sentirò e dirò a Ismani. Fanno parte del quotidiano di quel posto e per un breve periodo, quale può essere un mese, anche del mio. Un quotidiano e un posto certamente molto diversi dai nostri e che spesso stentiamo a credere e a capire. È un piccolo glossario, ovviamente non esaustivo. Magari quegli otto buffoni che di recente hanno fatto quella festicciola a L’Aquila potrebbero impararlo, non è difficile. Certamente dopo smetterebbero di blaterare sull’Africa e su quanto siamo buoni e generosi noi ricchi.

Mzungu – straniero, bianco. Ce lo sentiamo dire spesso, anche nella variante plurale wazungu, quando andiamo in giro. Dai bambini come dagli adulti, a Ismani come a Iringa come a Dar es Salaam. Significa uomo bianco, più sottilmente europeo, non americano, ché quello è maracani. Mzungu in generale non è offensivo, come negro da noi. Il luogo comune dice che il nero ama il bianco alla follia, lo stima, lo riverisce, gli vuole bene, bla bla bla. Non sempre ho visto volti rilassati nei nostri confronti, disponibilità o benevolenza. Spesso sì ma non sempre. Mi chiedo cosa pensano di noi, se ci considerano superiori a loro, come noi bianchi, tutti in fondo in fondo, crediamo di essere.

Shida – problema. Abbiamo ribattezzato così le donne che aspettano per ore e ore davanti alla missione, sotto il sole, per essere ricevute coi loro bambini in collo o per mano. (In realtà, memori della nostra provenienza dal cinico mondo occidentale e grazie anche a una discreta frequentazione del velinato mondo della TV, le abbiamo chiamate shida girls. Siamo un po' stronzi, è vero.) Fanno la fila, o meglio stanno ad aspettare davanti la porta dell’ufficio della missione che qualcuno si accorga di loro e le ascolti. Entrano nell’ufficio, si seggono e si mettono a parlare a voce bassa. Donne giovani, meno giovani, vecchie. Con uno due tre figli, quasi sempre uno dei quali sulle spalle tenuto dalla kanga. Non conosco lo swahili ma so che a un certo punto sentirò quella parola: shida. E infatti dalla voce bassa e roca infine la parola esce, insieme ad altre per me incomprensibili ma che diranno certamente di cibo scarso, di papà morto, di ospedale caro, di farina di mais, di figli senza scarpe. Alcune tirano fuori dei quaderni o dei fogli di carta, scritti da medici di ospedali, in cui si narrano le vicende cliniche dei loro figli o di loro stesse. Penso alle file, agli assembramenti delle shida girls e non mi vengono in mente pensieri positivi. Chi l’ha detta quella stronzata che i poveri hanno sempre il sorriso sulle labbra e il cuore contento? E del resto, perché dovrebbero averlo, perché dovrebbero essere felici? Forse per far contenti noi occidentali ricchi? I poveri non sono così allegri, belli-e-felici-nonostante-tutto come li si vuole dipingere. I poveri sono tristi, scostanti, sporchi, bui e puzzolenti. E del resto perché non dovrebbero esserlo? Nella piccola anticamera dell’ufficio si assembrano le mama, le bibi, i watoto accompagnati tutti da un puzzo a volte irresistibile di vestiti sporchi, di piedi, di igiene al grado zero. O cosa può essere entrare in una stanza di ospedale. E l’oleografia occidentale, magari di chi un giretto da queste parti non se l’è mai fatto, vorrebbe presentarceli come sempre felici. Forse per esorcizzare i sensi di colpa che a volte ci prendono nel pensare che non muoviamo un dito per loro; per dire che anche se ci facciamo i beati cavoli nostri, in fondo loro non stanno così male perché sono sempre allegri e contenti. E allora noi possiamo continuare a fregarcene e guardare Il Grande Fratello. In santa pace.

Bibi – nonna. Spesso rimane l’ultima persona nella vita dei bambini di Ismani. Muoiono i padri, le madri, gli zii; i fratelli maggiori se ne vanno per i fatti loro e i poveri bambini restano con le nonne, le bibi. Che si prendono cura di loro con amore, senza dubbio, ma senza il vigore che può avere una persona giovane. Arrivano alla missione per i
l colloquio dell’adozione a distanza e stanno ore e ore sedute per terra, scalze o con delle vecchie scarpe da ginnastica, con le loro kanga lise e aspettano con pazienza il loro turno. Poi ci sentono chiamare l’appello e quando sentono il nome del nipote, rispondono Nipo, c’è. Sembrano persone rassegnate. Non ho mai visto piangere una bibi. Neanche quando parla della mamma, morta, del bambino che accompagna, e che magari era sua figlia. Le bibi non piangono neanche quando ci vengono a dire di adottare un altro nipote, visto che quello che era adottato in precedenza è morto di malaria due mesi prima. Neanche quando descrivono le atmosfere di totale povertà nelle quali vivono e nelle quali gli tocca portare avanti la propria e l’altrui esistenza. Mi chiedo se le bibi sanno che al di fuori di Ismani esiste un altro mondo, e che quel mondo in molti casi è diverso dal loro. Non dico migliore, diverso.
Qualche anno fa, nel viaggio di ritorno abbiamo portato con noi un bambino con la sua bibi. Bambino nato con una malformazione ai genitali e che per soprammercato ha perduto entrambi i genitori. La bibi è venuta diverse volte in missione a piedi da Chamndindi, un villaggio piuttosto lontano, chiedendo di aiutare in qualche modo il nipote. Alla fine abbiamo deciso di portarli a Dar es Salaam per far visitare il bimbo in ospedale e poi vedere il da farsi. A Dar, la donna è stata alloggiata al piano inferiore della casa dove risiedevamo anche noi. A sera, quando già quasi tutti erano a dormire, notiamo che la luce della camera di bibi e nipote era ancora accesa. Non c’erano persiane sicché, mossi da semplice curiosità, dalla necessità di non farci i cavoli nostri, ci avviciniamo per cercare di capire il motivo per cui non fossero ancora a letto. E invece scopriamo che i due dormivano già, e della grossa. Poi abbiamo fatto mente locale: la bibi non aveva spento la luce perché non conosce la luce, quella elettrica quanto meno, non sa che c’è un interruttore che la accende e la spegne. Lei non sa cosa sia un interruttore. Per lei la luce è quella che viene al mattino e che va via al tramonto la sera e che nessun interruttore può accendere o spegnere.
Che poi anche la vecchiaia a Ismani è un concetto relativo, come la vita, la morte, il dolore. Una donna si professava ormai vecchia assai; diceva di essere incapace di prendersi cura dei nipoti, perchè troppo in età avanzata. Alle insistite richieste di rivelarci l’età disse di avere 55 anni.

Alikufa – è morto. È quello che ogni tanto ci sentiamo dire quando chiamiamo i bambini delle adozioni. Ne esiste un’altra versione: alifariki. Ed è quello che non vorremmo mai sentirci dire. Alikufa, dice qualcuno, magari la stessa mamma o la bibi. A volte lo accompagnano con dei gesti sconsolati delle mani, ci guardano e parlano di quella morte come se ci dicessero, non so, che c’è stato un temporale, un furto di polli o comunque qualcosa che poteva capitare e così sia. Trovo molto fatalismo in questo atteggiamento e non so se ammirarlo o incazzarmene. Un bambino muore di AIDS o di malaria o per una bronchite incarognita e la bibi guardandoti, col breve muovere delle mani dice Alikufa, come dicesse: “Vabbe’, pazienza, e che ci vogliamo fare?” E si scopre che in quella casa non è neanche il primo bambino che muore. Da noi, quando in una casa muore un bambino, i genitori ne hanno la vita sconvolta per sempre. Non si riprendono più. Lì invece c’è una visione totalmente diversa della morte e della sofferenza. Sembra che la morte faccia parte della vita, sembra che ne sia solo un episodio. E penso che forse questo è l’atteggiamento giusto per guardare la morte e probabilmente per non temerla.

Maji – acqua. A Ismani non c’è l’acqua. In quasi ogni villaggio c’è il pozzo al quale tutti si riforniscono. Spesso è distante qualche chilometro. L’acqua vanno a prenderla l
e mamme o le bibi o le stesse bambine, col plastik moja, il secchio di plastica, in bilico sulla testa. All’andata va bene ma al ritorno, col secchio da venti litri sulla testa, facile facile non deve essere, nonostante l’abitudine. Quando vedo le bambine col secchio in testa non posso fare a mano di pensare alle mie alunnette di Favara, coi loro jeans a vita bassa e le magliettine risicate che lasciano scoperto l’ombelico, coi loro zainetti Seven o le loro pochette Prima Classe, con le loro scarpe Nike e le felpe Baci e Abbracci. E penso che va bene che loro abbiano tutte queste cose ma perché non anche le bambine di Ismani? Vanno e vengono coi secchi d’acqua sulla testa.
Certo, chiamare acqua quella roba liquida giallina, marroncina o verdina è piuttosto azzardato ma tant’è. È acqua. Che va bollita, ribollita e filtrata perché possa essere buona da bere. Non sarà mai buona da bere. Ogni volta che chiediamo ai bambini adottati notizie sulla loro salute, un mucchio di volte ci sentiamo dire che hanno problemi di tumbo, stomaco.

venerdì, maggio 29, 2009

ZAWADI


Zawadi in swahili vuol dire regalo. Normalmente si tratta di piccoli doni che portiamo nella nostra missione di Ismani, in Tanzania, ai bambini del programma delle adozioni a distanza. O che altri dall’Italia mandano ai bambini. Si tratta generalmente di magliettine, pantaloncini, scarpe sportive, felpe e robe così. L’accoglienza dei doni non sempre è calorosissima dai parte dei bambini ma la cosa è dovuta semplicemente a timidezza, non certo a ingratitudine. Anzi.
Una nostra amica, una volontaria, ha incontrato la sua bambina adottata, una bimba del villaggio di Mkungugu che vive con la bisnonna – giacché quelli delle generazioni intermedie sono tutti morti – e le fa un sacco di salamelecchi, la bacia, l’abbraccia, la stringe, le fa delle foto, etc… Alla fine dell’incontro scatta lo zawadi e le regala tre vestitini che le aveva portato dall’Italia. Il giorno dopo, era domenica, la bimba viene alla messa a Ismani – da Mkungugu è relativamente vicino – e ci accorgiamo che indossa i vestitini. Tutti e tre. Uno sopra l’altro.
Del resto anch’io ho incontrato il mio bambino adottato a distanza, Lazak, ed è stata una roba che mi ha molto commosso. Gli ho dato del materiale per la scuola. La sua bibi, la nonna, non la finiva di ringraziarmi. A un certo punto gli fa: “Sema asante, baba”, (“Di’ grazie, papà”). E il bambino, il piccolo Lazak, mi fa: “Asante, baba”. Mi sono squagliato. (Nella foto, il vecchio Lazak, sua nonna e il sottoscritto)
Ma la cosa più straordinaria ci è capitata due anni fa. Mentre ficcavamo il naso nel magazzino della missione per mettere un po’ di ordine, abbiamo trovato una scatola bella grande. Conteneva una bicicletta che una tizia di Girgenti aveva mandato a Joseph, un ragazzino adottato a distanza del villaggio di Uhominyi. Così, per regalo, zawadi. Quindi pensiamo di consegnargliela non appena quelli del villaggio, Joseph compreso, vengono in missione per le adozioni. Al momento della consegna eravamo tutti là, per vedere la reazione del ragazzo. Man mano che lo scatolone si apriva e lasciava intravedere qualcosa della bici, gli occhi di Joseph cominciavano a brillare sempre di più. Baiskeli baiskeli, diceva, bicicletta. Il ragazzo ha rischiato di morire per la felicità. Non sapeva come esprimere la sua gioia, stringeva i pugni come se avesse segnato un gol; non sapeva se piangere o ridere (perché, noi lo sapevamo se ridere o piangere?). I suoi occhi lucidi di contentezza sono stati un segno per tutti coloro che hanno assistito. In quel momento avrei potuto morire felice. All’uscita dall’ufficio della missione – Joseph in groppa alla sua bici nuova – tutto il villaggio ha cominciato a urlare e battere forte le mani. Partecipavano alla gioia di un ragazzo che aveva avuto in regalo una cosa che mai avrebbe potuto comprare. Le donne venivano a stringerci la mano ringraziandoci, gli asante sana si sprecavano, pensando che l’avessimo fatto noi, il regalo.
L’Africa mi farà impazzire, prima o poi.

domenica, marzo 15, 2009

GIORNI AFRICANI - Riflessioni in forma di diario


Nell’estate del 2004 sono andato in Africa per la prima volta. E per la prima volta ho scritto un diario. Questa è ovviamente la forma breve. Nonostante ciò è piuttosto lungo ma, secondo me, molto bello. Naturalmente sarà bello solo se riuscirò a comunicare l’emozione, sennò è solo un lungo pezzo di riflessioni personali. In forma di diario.
***
27 luglio. Non so ancora spiegare, neanche a me stesso, perché sto andando in Africa. Ho alcune motivazioni, in verità, ma forse ne sto cercando altre, che magari troverò soltanto quando sarò là o addirittura quando sarò tornato. E certo non andiamo al villaggio Valtur di Malindi, ammesso che esista; stiamo andando in ben altri villaggi, quelli della missione di Ismani in Tanzania, nel cuore dell’Africa nera. Comunque per il momento siamo su un aereo. Men­tre pranziamo, mi accorgo che stiamo sorvolando il deserto. Penso che in questo momento qualcuno lo sta attraversando su dei camion per raggiungere la costa, libica probabilmente. Magari qualcuno proviene anche dal paese nel quale stiamo andando io e i miei amici. I miei amici sono Roberta, la responsabile del programma di adozioni a distanza, Andrea, Elena, Vicky, Gerlando, Emanuele e Anna Maria.
28 luglio. In mattinata, molto presto, arriviamo a Dar es Salaam, l’ex capitale della Tanzania e sicuramente la città più grande e probabilmente più ricca. L’impatto con la prima città africana è abbastanza forte. Alle 7,00 del mattino c’è già un sacco di gente per strada. La città è grande, trafficata, inquinatissima. Per le strade gruppetti di persone stazionano ai bordi, forse cucinano qualcosa, c’è del fumo, molti camminano speditamente. Ci sono donne con le classiche vesti africane multicolori (le kanga); alcune di loro portano delle cose sulla testa (secchi, ceste, balle) con grande maestria. Attraversiamo delle zone in cui le case sono solo baracche col tetto di lamiera. Siamo osservati con curiosità e per la prima volta sento la parola che sentirò tante altre volte: Mzungu! Vuol dire uomo bianco, più sottilmente, europeo.
30 luglio. Oggi si parte per Ismani. Il viaggio verso la missione dura circa cinque-sei ore ma non è affatto noioso. Per strada ci fermiamo anche in un posto di sosta, subito ribattezzato l’Autogrill, dove mangiamo patate fritte, spiedini di carne e frittata, di patate ovviamente, che il tizio ci incarta grondanti olio in fogli di giornale. Lì mi rendo conto che forse per tutto questo viaggio non devo aspettarmi molto in tema di igiene. Arriviamo a Iringa nel pomeriggio e poi, dopo un’oretta circa di jeep su strada sterrata e malandatissima, a Ismani. In missione veniamo accolti da un canto e una danza di karibu, benvenuto!
31 luglio. Mi sveglio molto presto e vado in chiesa. Metà della chiesa è piena di persone, uomini da una parte, donne dall’altra, più o meno come nei nostri paesi. Si alza un canto, praticamente celestiale, con una seconda voce in registro basso da restarci secchi. Le donne sono tutte avvolte nelle loro kanga coloratissime dalle quali, ogni tanto, sbuca fuori la testolina di un bambinetto piccolissimo. Gli uomini hanno vestiti logori (mi colpisce l’assenza del concetto di moda); da questo punto di vista la differenza tra me e loro è praticamente offensiva. Dopo colazione andiamo in magazzino. È pieno di roba arrivata coi container dall’Italia e dobbiam preparare dei sacchi da portare nei vari villaggi, nel giro che faremo per le adozioni. Mi viene duro pensare che stiamo portando in dono della roba smessa e che dall’altra parte l’accoglieranno come fosse chissà cosa; come mi viene duro pensare, dal quel poco che ho visto, che l’unica cosa che il mondo occidentale fa per loro è proprio questa: mandare container di vestiti smessi e scarpe vecchie.
1° agosto. Oggi è domenica, per cui si va a messa. Non dura meno di due ore! Fanno un canto a ogni pie’ sospinto; ogni tanto entrano gruppetti di bambine danzanti e la musica è fatta di organo, tamburi e tamburelli, in più c’è un tizio che balla con le cavigliere. Mi pare che comunque tutto si svolga in una bella atmosfera di gioia, cosa che certamente manca nelle nostre chiese. Finisco all’estrema destra della chiesa, in un posto pieno di bambini. Li osservo attentamente: sono vestiti spaventosamente. Alcuni non hanno le scarpe e in generale credo che nessuno di loro abbia mai avuto nulla di nuovo. Indossano quello che noi buttiamo, e in più, quello che gli tocca in sorte dal magazzino, per cui si vedono magliette di tutti i tipi (furoreggiano quelle di una parrocchia di Ravanusa), giacchini e completini che qui da noi andavano dieci anni fa. Siccome è domenica, le bambine soprattutto, hanno la roba più bella, non importa se è un giubbotto in pyle e fa un caldo porco; alcune hanno vestitini di tulle e merletti che le nostre bambine non metterebbero più neanche sotto tortura. Qui sono l’ultima frontiera del lusso.
3 agosto. In mattinata andiamo al villaggio di Mikong’wi, dal quale iniziamo il nostro giro, e qui visitiamo la scuola e ci intratteniamo coi bambini. Il loro corredo scolastico è costituito da un quaderno e una matita e basta. Penso ai miei alunni con gli zainetti Invicta con dentro penne nere blu rosse verdi, quaderni grandi e piccoli, pennarelli, gomme e matite, colori a cera a spirito e di legno, astucci temperamatite bianchetto diario ma anche evidenziatori forbicine e colla oltre che compassi righe e squadrette. Perché tutta questa differenza? Dopo la messa, facciamo il lavoro delle adozioni. La cosa è piuttosto semplice anche se a lungo andare pesantuccia: il bambino o la bambina già adottati, accompagnati da un familiare, vengono ascoltati su come vanno a scuola, sulla famiglia e tutto il resto; dopodiché si fa loro una foto da mandare alla famiglia adottante e gli si dà il famoso sacchetto con il vestiario e i quaderni. Poche volte i bambini vengono coi propri genitori. Per il semplice fatto che non li hanno. L’AIDS sta decimando la popolazione della Tanzania e in generale dell’Africa, ovviamente nell’indifferenza della comunità occidentale. A Mikong’wi abbiamo 40 bambini e 16 nuove adozioni. Alla fine del lavoro la signora Ernestina ci invita a pranzo. Mangiamo ugali, la polenta bianca e solida di farina di mais, che abbiamo imparato a mangiare facendone palline e intingendole nel brodo di pollo o nella zuppa di fagioli. Alla fine del pranzo ci offrono Coca-Cola, Fanta e Sprite. Eh, sì, perché dimenticavo di dire che qui in Tanzania tutto manca tranne la Coca-Cola. Ce la offrono quasi fosse uno status symbol, una cosa che li avvicina a noi, come a dire “beh, non siamo poi così distanti, anche noi abbiamo la Coca-Cola”. Spesso quando andiamo in giro per villaggi sulle strade polverose e scassate ci capita di incontrare il camion rosso e maestoso della Coca-Cola Company.
4 agosto. Di mattina diamo una mano in magazzino e al sanatorio, per trasferirlo dal vecchio sito al nuovo, una delle casette di questo nuovo quartierino che stanno costruendo con le raccolte per la missione e che si chiamerà Nyumba Yetu, la nostra casa. Con noi c’è Emanuele, un giovanissimo medico napoletano che se potesse curerebbe tutta l’Africa; sono molto colpito dal suo spirito di servizio, dalla sua forza interiore e dal suo entusiasmo. Nel pomeriggio andiamo al villaggio di Kigasi, dove mi sembra se la passino abbastanza male. Mi pare, infatti, di riscontrare alcune differenze tra un villaggio e l’altro. Kigasi mi pare proprio messo male. Ed è qui che penso a tutta l’ipocrisia dell’occidente verso il Terzo Mondo, in particolare mi vengono in mente le riunioni del G8, dove gli otto più grandi buffoni della Terra si riuniscono, blindano intere città, reprimono il dissenso e dicono di voler risolvere i problemi del mondo. Non c’è dubbio: non hanno mai parlato di Kigasi.
6 agosto. Ieri siamo andati a Igula mentre il villaggio di oggi si chiama Usolanga. Vi operano delle missionarie laiche: Maria Ausilia, che ricorda istintivamente Ugo Tognazzi (in suo onore organizziamo una supercazzola prematurata) e Rita, una donnetta canuta di Cuneo che non si riesce a far stare zitta. Hanno messo su un piccolo ospedale di maternità e pediatria dove le donne vanno a partorire o a curare i bambini malati. C’è anche una giovane donna masai con due minuscoli gemellini nati di sette mesi, tutti pelle e ossa. Rita è pessimista sulla loro sopravvivenza.
8 agosto. Ieri il villaggio di Chamndindi è venuto in missione per le adozioni, stamattina, invece, si va a Ikengeza. Alla sera, mentre stiamo in missione becco Emanuele e Andrea che parlano di una cosa alla quale penso da alcuni giorni, e che mi spaventa un po’. E cioè del fatto che a lungo andare ci abituiamo alle cose che stiamo vedendo; la miseria più nera, il bisogno, la siccità, la malattia rischiano di diventare ai nostri occhi, cose normali, già viste. E se da una parte questa sorta di spirito di sopravvivenza ci aiuta a superare situazioni difficili, dall’altra ci fa rischiare di considerare come normale questa realtà durissima e in qualche modo di perderne il contatto e il senso della gravità. E del resto, se i primi giorni trovavo terrificante vedere bambini scalzi, adesso, dopo una settimana quasi non ci faccio più caso, eppure sono gli stessi bambini di prima. È, appunto, lo spirito di sopravvivenza o una patina di più vile cinismo?
9 agosto. Nel pomeriggio vengono in missione i villaggi di Ivangwa e Khiorogota. Stamattina ho ricevuto un messaggio al telefonino che diceva che ad Agrigento c’è una nuova emergenza immigrati. Stanno cercando disperatamente dei posti dove ospitare qualche decina di persone che da giorni dormono alla stazione. Pare sia cosa abbastanza seria e mi dispiace non esserci anch’io. La sera, a cena, il sarto Fabian e mama Samueli la dottoressa, vestiti in costume tipico, ci fanno dono di due polli e di farina di mais per ringraziarci del lavoro che stiamo facendo per loro. Sono commosso e sopraffatto dalla loro semplicità e generosità.
10 agosto. In mattinata prepariamo sacchetti in magazzino, di pomeriggio andiamo al villaggio di Iguluba dove, dopo la messa, facciamo la solita storia delle adozioni. Ogni bambino è portatore di una storia tragica, che parla di padre o madre o entrambi i genitori morti, perlopiù a causa dell’AIDS; di nonne o zie o talora vicine di casa che si prendono cura di loro e di altri 4-5 fratellini; di mamme andate via e mai più tornate e delle quali non si sa più nulla, etc… A volte è il bambino stesso a non presentarsi e alla nostra richiesta di dove sia, qualcuno ci risponde “he died”, è morto. Quelli che vengono sono vestiti in maniera terrificante, a volte al limite del ridicolo (se a qualcuno di loro la lotteria dell’abito usato ha concesso in sorte un pigiamino, quelli vanno in giro in pigiama, non si scappa!). In loro però riconosco dei segni, gli stessi che ritrovo nei bambini italiani. Sono allegri, scherzano, ci guardano e ridacchiano tra di loro, ci prendono in giro. Questo mi dà speranza: sono bambini normali. Sono bambini.
18 agosto. Ieri pomeriggio abbiam fatto le adozioni del villaggio di Ngano. Oggi mattinata libera, per modo di dire visto che c’è da dare una mano a Elena e Andrea in magazzino, e di pomeriggio adozioni del villaggio di Uhominyi. Oggi sono un po’ triste perché a casa c’è il battesimo di mia nipote, Sofia. Mio fratello avrebbe voluto che il padrino fossi io. Vorrei trovarmi a casa, almeno per oggi, con la mia famiglia e i miei nipoti e dir loro della fortuna che hanno avuto.
19 agosto. Si prevede un’altra giornata pesante visto che oggi dobbiamo andare in due villaggi: Nyang’olo e Kibaoni. Nel primo ci fanno un’accoglienza splendida. C’è un coro di ragazzine che canta canzoni di benvenuto. Anche le adozioni vanno molto bene. Roberta è bravissima, tutto fila senza intoppi e alla fine ci sono degli altri canti e balli di ringraziamento. Non c’è dubbio: mi unisco al ballo! Il canto si svolge così: il coro intona il ringraziamento, fai conto alla Madonna, poi il capocoro dice qualcosa tipo “i vestiti”, e tutti “grazie per i vestiti”; poi “il sapone”, e tutti “grazie per il sapone; “i quaderni”, “grazie per i quaderni” e così via. Non so se mi spiego, un intero villaggio ci ringrazia per dei pidocchiosissimi vestiti usati. Così va il mondo. Poi ci invitano a pranzo e ci danno la Coca-Cola. Meno male!
20 agosto. Stamattina andiamo a Makadupa. Il villaggio è veramente messo male; si trova in mezzo ai baobab e ha una minuscola chiesetta di fango. Prima di cominciare vengo assediato da un gruppo di bambini che mi stanno addosso per vedere il telefonino, col quale sto armeggiando; mi sembra di essere un marziano. Quando lo faccio vedere ai miei alunni, praticamente mi mortifico: tirano fuori cellulari supertecnologici con macchina fotografica, suonerie polifoniche e tutto il resto. A Makadupa c’è una ragazzina di dodici-tredici anni alla quale il destino ha giocato uno scherzettino niente male. Praticamente cammina poggiando non sulla pianta del piede ma sul collo. Non è facile da capire, anch’io ci ho messo un po’, poi mi sono accorto che aveva i piedi completamente capovolti. Tuttavia camminava abbastanza bene, per quanto si aiutasse con un bastone. In Italia l’avrebbero operata da piccola e le avrebbero dato un’infanzia normale. Ma qui non siamo in Italia, qui siamo in Africa.
21 agosto. Di mattina viene il villaggio di Mangawe, di pomeriggio Ndolela. E di quest’ultimo villaggio era un bambino di circa tre anni. Mentre andava via, Roberta ci ha detto che aveva perso la mamma sette giorni prima. L’ho guardato mentre si allontanava con un ragazzo, probabilmente un vicino di casa, che era venuto con lui perché nessuno aveva potuto accompagnarlo. Credo non lo dimenticherò mai più.
23 agosto. Dopo pranzo andiamo a Mkungugu. Lì c’era, tra gli altri, una bambina di un paio di anni che vive con la bisnonna. Quelli delle generazioni di mezzo erano tutti morti. Che cura può avere una bisnonna ultraottantenne di una bimba di due anni?
24 agosto. Oggi alla missione viene il villaggio di Lugolola per le adozioni. Mi sconvolge sempre vedere questi gruppi di persone, perlopiù donne e bambini, seduti a terra per delle ore, aspettando un sussidio che viene loro solo dalla buona volontà dei singoli e non certo da quella dei governi degli stati ricchi. Alla fine delle adozioni, seduto su uno sgabello cercando di rilassarmi comunico una riflessione a Karolo, uno dei seminaristi della missione. “Pensa un po’ – gli dico – pensa se il costo di una sola delle bombe che giornalmente vengono sganciate sulle città dell’Iraq venisse usato per sfamare la gente. Credo si riuscirebbe a sfamare il villaggio di Lugolola per almeno un anno, no?” Mi guarda in maniera compiaciuta, quasi avesse davvero trovato il modo per sfamare Lugolola. Lui a questo non ci aveva mai pensato eppure come riflessione, lo ammetto, non mi sembrava un granché.
25 agosto. Oggi facciamo i villaggi di Mkulula e Nyakavangala e finiamo il giro attraverso le vite devastate dei tanti bambini della missione di Ismani: vite vissute al ritmo della miseria, della precarietà, della malattia e della morte. L’ho già detto ma mi colpisce questa cosa che raramente un bambino ha entrambi i genitori vivi, quando capita ce lo comunichiamo come fosse cosa rara. E difatti lo è. L’AIDS sta ammazzando un popolo e sta lasciando soli milioni di bambini, il tutto sotto lo sguardo finto commosso dell’Occidente, al quale appartengo, che guarda dalla finestra questa scena di morte e devastazione e non si decide a porre fine al massacro.
26 agosto. Oggi è l’ultimo giorno alla missione, domani si parte, per cui la giornata dovrebbe trascorrere tra lavoretti di routine e preparazione di valige. C’è anche il tempo per un filo di bucato (tanto, per quanto lavi, le cose rimangono sempre gialline). In tarda mattinata andiamo alla Secondary School di Ismani. Di insegnanti neanche l’ombra, per cui ci intratteniamo con dei ragazzi di una classe ai quali non è sembrato vero di fare una pausa. Uno di loro a un certo punto, mi chiede a bruciapelo “come mai voi che siete di un paese ricco venite in un paese povero come questo; cosa potete fare per noi?” La domanda mi mette profondamente in crisi, anzi mi fa sentire una vera merda. Difatti, cosa possiamo fare per loro? Questa è una delle cose che sto capendo da questo viaggio in Africa: per quanto tu faccia qualcosa per loro, hai come l’impressione di non aver fatto nulla. C’è talmente tanto da fare che tutto quello che fai è molto simile a zero. Nulla cambia e tutto rimane come prima. La sensazione di impotenza mi lacera. Alla sera, a cena riceviamo il saluto di tutti e il loro ringraziamento. Credo dovrei essere io a ringraziare loro
31 agosto. Dopo qualche giorno a Dar es Salaam, oggi ripartiamo per l’Italia. Dall’aereo rivedo il deserto. Credo di aver capito, adesso, cosa spinge i migranti a partire da casa propria e tentare questo viaggio terrificante nel deserto; credo di aver capito cosa li spinge a saltare su un barcone e affrontare il Mediterraneo. Certo, è il bisogno di fuggire da condizioni di vita inumane. Ma quello che non capisco è perché al loro arrivo in Italia tutto quello che troveranno sarà un comodo CPT o un veloce aereo che li riporterà in Libia. Ma questa è un’altra storia.