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domenica, novembre 25, 2012

LA SPORTA


Non so bene se questa cosa accade ancora ma quando io ero piccolo esisteva una regola ferrea: se avevi in mano il sacchetto della putia di – mettiamo – don Totò, era assolutamente impensabile entrare nella putia di don Ciccio per comprare qualcosa che magari da don Totò non avevi trovato. Non si discuteva. Piuttosto si tornava a casa e si usciva di nuovo, o ci si faceva tenere la sporta da qualcuno neutrale, e distante, ma era assolutamente moralmente vietato.

Questo perché nell’Agrigento di molti anni fa, quando ancora non esisteva la grande distribuzione, la putia era un luogo familiare. Ricordo quando aprì il primo supermercato, sembrava una cosa spaziale, dagli spazi immensi eppure (c’è ancora) non era che una putia un po’ più grandina. Nulla a che vedere con gli ipermercati di adesso ma già da allora ciò significò un cambiamento nelle consuetudini quotidiane della gente. Il supermercato costrinse tutti a cambiare il modo di fare la spesa. La massaia – o il massaio o chi per loro – entrava al supermercato, prendeva il carrello, si avviava agli scaffali (non molto alti perché tutto fosse a portata di mano), prendeva da sé ciò che le serviva, poi andava alla cassa e pagava la roba che aveva comprato. Il tutto, possibilmente, senza scambiare neanche una parola con chicchessia.

Con la putia, invece, era diverso. Si entrava nel locale, si salutavano i putiari, generalmente marito e moglie, coi quali spesso ci si dava del tu e si chiedevano le cose che si volevano comprare. Dopodiché iniziava la spesa vera e propria. Quando qualcosa era a portata di mano nelle scansie, si provvedeva da soli, sennò, se la cosa richiesta era su un ripiano in alto (c’erano scaffalature altissime, fino al soffitto) si chiamava la putiara o il picciotto, i quali arrivavano e ti prendevano la roba col bastone pigliatutto, un attrezzo meraviglioso dotato di maniglia nella parte inferiore e di pinza per afferrare le cose nella superiore. Quindi il putiaro ti affettava la mortadella (barando un po’ sul peso), ti prendeva le olive dall’enorme burnìa o le sarde salate dal grande lanna grondante salamoia. Nel frattempo si chiacchierava del più e del meno con gli altri avventori (normalmente di malattie, per le quali i giurgintani hanno una vera passione) o con la putiara che nel frattempo munnava piselli o scricchiava fave. E così, oltre a fare la spesa, si intrattenevano rapporti sociali.

Fare la spesa pertanto rientrava nella sfera delle operazioni familiari quotidiane, come passare a salutare un parente, quindi era d’obbligo il rispetto di quelle regole minime che si adottano tra parenti. Detto ciò, era impensabile che si potesse “tradire” la propria putia, andando in un’altra. Certo, poteva capitare di non trovare ciò che servisse. Allora si andava sì da un’altra parte ma facendo molta attenzione che la tua putiara non se ne accorgesse.

Mi rendo conto che stiamo parlando di atteggiamenti ormai consegnati alla storia, a un modo di vivere e di intendere i rapporti ormai archiviato tuttavia, ancora oggi, dovessi avere in mano un sacchetto di Auchan, avrei serie difficoltà ad entrare da Carrefour.
 

lunedì, ottobre 22, 2012

NON FARE COMPLIMENTI!


Esorto sempre i miei giovani alunni, qualora si trovassero in un paese straniero, o semplicemente al Norditalia, ad accettare ciò che viene loro offerto, se ne hanno voglia, o a rifiutare in caso contrario, evitando tutta la liturgia che i giurgintani celebriamo ogniqualvolta ci viene offerta qualcosa. Memore di ciò che accadde a me molti anni fa, la prima volta che misi piede in Inghilterra.

Allora, nel luglio del 1984 mi trovo a Birmingham, uggiosa città del West Midlands, e arrivo a casa di Mrs Janet Dale, un albionico donnone, di cui tuttora ricordo il sorriso, la gentilezza ma soprattutto la splendida figlia. Entro e mi accomodo nella confortevole living room: carta da parati d’ordinanza, moquette giallognola, soprammobili orrendi e caccia alla volpe sui muri. Dopo i primi convenevoli, la mia ospite prende un vassoio di scones (foto), gli ottimi pasticcini inglesi dal vago sapore di biada, e me ne offre. “Oh, no, thanks”, dico io, seguendo il rigido cerimoniale giurgintano. E Mrs Dale se ne va.

Ci son rimasto malissimo. Pensavo mi dicesse almeno “Come on, have some”, corrispettivo inglese di “Amunì, piglia” o casomai prendesse due-tre scones e me li mettesse in mano. Alla giurgintana. Invece niente. Se n’è andata. Ovviamente dopo un po’ macchinai per ottenere gli agognati pasticcini e li ebbi ma capii, per sempre, che per una questione squisitamente culturale, non avrei più dovuto rifiutare la roba che mi veniva offerta.

Nella nostra città e nella nostra cultura, invece, offrire qualcosa segue delle regole differenti, che danno vita a un infinito walzer dell’offerta e del rifiuto.

Ti si offre qualcosa ma tu non puoi accettare subito perché verresti preso per unu ca unn’ha vistu ma’;
pertanto rifiuti;
allora si insiste perché tu accetti;
ma tu rifiuti di nuovo;
allora ti si chiede se per caso tu non stia facendo cerimonie;
tu rispondi di no, assolutamente no;
quindi l’altro ti ririchiede se vuoi accettare;
tu magari riridici di no;
per cui l’altro ti offre qualcos’altro…;
alla fine l’offerente dichiara: vidi ca m’offennu;
per cui accetti qualcosina.

Del resto, dalle nostre parti l’ospitalità si misura dalla quantità di cibo che ti si riesce a far ingurgitare. Essere invitati a pranzo può trasformarsi in un tour de force gastronomico i cui effetti potrebbero durare dei giorni.

Già l’antipasto basterebbe a sfamare una persona fino a sera. E nonostante ci sia chi ti riempie il piatto di salumi, olive, pomodori secchi, etc…, la stessa persona è quella che ti dice di non mangiare troppo perché ci sono tante altre cose.

Il primo piatto viene riempito a cupola, se no si viene tacciati di inappetenza o, peggio, di fare complimenti, cosa disdicevole da queste parti. Alla fine, quando pensi che i cavatelli ti stiano per uscire dalle orecchie, quando meno te l’aspetti, una mano soccorrevole ti rabbocca il piatto di altra pasta: il bis è d’ufficio. Finito anche il secondo piatto, poiché dai già segni di cedimento, la padrona di casa chiede: “Cos’è, non ti è piaciuta? Ti faccio un po’ di riso?”. Alla tua risposta negativa, incalza: “Allora prendi un altro po’ di pasta”.

E si passa al secondo. Dalla salsiccia non si prescinde. Nel senso che è sempre uno dei componenti il tris (almeno tris) di secondi che vengono presentati ai commensali. Gli altri due potrebbero essere l’involtino, lo spiedino, la cotoletta, la costoletta, le polpette o altro. Oppure il fantastico brusciuluni (foto). Il tutto accompagnato dalle patate, che non mancano mai, o da altro contorno. O anche dalla mitica caponata, regina della cucina siciliana. La caponata, come la parmigiana di melanzane, ha il suo pro e il suo contro: è straordinariamente buona ma esige la sua bella quantità di pane. Pertanto fai dei profondi respiri, ti concentri sul tuo piatto e cerchi a fatica di finire ciò che hai davanti, provando ad evitare coloro che cercano di rifilarti dell’altra roba.

“Non mangiate assai che c’è il dolce”, dice qualcuno a un certo momento. Difatti c’è il dolce. La frutta, nonostante venga messa a tavola non viene nemmeno sfiorata, proprio per non appesantirsi in attesa del dolce. A proposito, occorre ricordare che la frutta, a dispetto dell’etichetta che la vorrebbe a fine pasto, qui da noi è consumata (quando è consumata) prima del dolce.

Il dolce, appunto. Diciamo che la pasticceria siciliana non è esattamente una passeggiata. Non ci sono scones, mettiamola così. La ricotta la fa da padrona e francamente dopo questo pranzo non è esattamente ciò che ci vorrebbe. Epperò, come fai a non prendere un cannolo? O una fetta di cassata? O una sfingia? O tutt’e tre?

Segue un triste caffè. Triste perché a quel punto i commensali sono sfiniti, tutt’uno con le sedie dalle quali pensano di non aver più la forza di alzarsi. Qualcuno di nascosto si è allentato due buchi di cintura e si è sbottonato i pantaloni ma… nonostante la quantità di cibo trangugiata, quantunque ve ne stiate tornando a casa barcollando, la vostra ospite alla fine vi dirà: un mangiastivu nenti!

 

domenica, aprile 10, 2011

LA MACCHINA DEL TEMPO


A Girgenti c’è un luogo che è come la macchina del tempo, in cui basta varcare la soglia per essere risucchiati indietro di trent’anni e ritrovarsi di botto negli anni Settanta del Novecento. Non dirò di che ufficio si tratta perché magari qualcuno potrebbe offendersi, anche se secondo me non c’è nulla di cui offendersi. È un ufficio in centro città, dove non si aspetta molto – del resto non c’è mai nessuno – però c’è sempre qualcosa da pagare. Io ci sono andato stamattina e ho fatto ovviamente il viaggio nel tempo.

Anyway, appena oltrepassata la porticina in alluminio anodizzato – il materiale più terrificante dopo la fórmica – dell’ufficetto, mi è subito venuta voglia di prendere in mano l’album delle figurine Panini. Si entra in una stanza piuttosto grandetta, in realtà due ambienti separati da un parapetto, un bancone che funge da sportello, in fórmica, appunto, appena appena sollevata agli spigoli, color marrone-effetto-legno. Una porta, in legno pittato chiaro, con inserto di rettangolo verticale in vetro opaco martellato, separa questo ambiente dagli altri.

Entrare in quel luogo è stato il trionfo dei cinque sensi. Il primo senso colpito è stato l’udito: da una radiolina arrivavano le note di una canzone dei Collage. Il secondo l’olfatto, per via di un intenso odore di rinchiuso misto a scartoffie. Poi la vista, per tutto quello che vi dirò; poi ancora il tatto, dal momento in cui i miei polpastrelli hanno indugiato sulla superficie fredda del bancone dove albergava un sottile velo di polvere. Beh, è mancato solo il gusto effettivamente ma è come se, in quel trionfo di anni ’70, avessi assaggiato un bel bicchierino di Rosso Antico. Nell’anticamera, un divano piuttosto sformato, una scrivania in metallo grigio e alle pareti stampe di Agrigento antica – una vecchia edizione del Giornale di Sicilia – debitamente incorniciate.

Al di là della balaustra, due creature di sesso maschile – forse imbalsamate – mi guardavano, certamente chiedendosi cosa volessi da loro. I due uomini stavano seduti a due scrivanie, l’una in legno, quindi marrone, con ripiano verde e lastra di vetro spesso sotto la quale erano stati infilati fogli di carta e pizzini vari; l’altra era più o meno come quella dell’anticamera, in metallo grigio. Il secondo uomo scriveva… a macchina.

V’era dell’altra mobilia, un armadietto, sedie con seduta decorata a sbalzo, scaffali vari. C’erano sì, due computer, di quelli vecchi con schermo enorme, ma non ne ho compreso l’utilità, visto che nella mia permanenza in quel luogo, non sono stati usati affatto. E in ogni caso, l’obsolescenza se li stava mangiando vivi. Ai muri altre stampe, tutte ben ingiallite. Dietro le due scrivanie, calendari dell’Arma dei Carabinieri, appesi per il fiocco su bande di legno, a formare il classico effetto di rombi in sovrapposizione.

Mentre alla radio Fred Bongusto eseguiva uno dei suoi brani meno noti, mi presento ai due ed espongo il motivo della mia visita. Il secondo uomo si alza – lì capii che era vivo – e viene verso di me. Mi chiede se altre volte avessi fatto la stessa richiesta e alla mia risposta affermativa, prende una carpetta gonfia di carte e comincia a sfogliarle. Una ad una. Lentamente. Non trova nulla, quindi dichiara che tanto non era importante!

Si reca pertanto in un’altra stanza e ritorna dopo un po’ con in mano il classico “modulo da riempire”, a più fogli. Mentre dichiara che dovrà compilarlo con la macchina da scrivere – ah, i rumori della macchina da scrivere: il trrr trrr trrr del carrello, il colpo secco della levetta per andare a capo, il campanellino del fine pagina – da dentro un cassetto prende qualcosa che era rimasto sepolto nella mia memoria, sotto quintali di polvere: la carta carbone. Ho pianto in silenzio.

Fatto sta che il nostro, forse comprendendo il mio sconcerto, decide di abbandonare la fida Olivetti e scrivere il modulo a mano. Per cui si appoggia sul bancone e si dà alla compilazione. L’operazione si è svolta in maniera abbastanza tranquilla e senza spargimenti di sangue. Al momento di firmare ho pressato talmente sul foglio che ho rischiato di spezzare la penna. Ma così io ricordavo: sulla carta carbone devi scrivere bello forte così anche i fogli di sotto vengono leggibili.

Uscito da quell’ufficio sono ripiombato nella solita atmosfera di sempre. Speravo di sentire la voce di mia nonna che mi chiamava ma niente, la macchina del tempo mi ha riportato nello squallido 2011. Adesso mi ci vorrebbe un bel bicchierino di Rosso Antico per riprendermi dallo shock.

venerdì, aprile 01, 2011

UNA PASSEGGIATA AI TEMPLI


Oggi sono andato ai Templi di Girgenti e sin dall'inizio ho pensato di dare alla mia escursione un taglio e un significato un po' particolari. Cioè, ho fatto finta di non essere agrigentino, cercando di immedesimarmi nel turista e guardare il tutto con il suo occhio. Devo ammettere che, a parte alcune cose, l’impressione non è stata delle peggiori. Ragazzi, la Valle non è tenuta affatto male. Certo, l’erba è altina però non mi pare di aver visto sporcizia o roba del genere. Le strade sono molto pulite
anche se non si vedono in giro operatori. E poi c’è questa mostra di imponenti opere in bronzo di un certo Igor Mitoraj (foto) che è una vera bellezza. Colossi neoclassici in prospettiva coi templi dorici. Splendidi veramente. C’è anche qualcosa che non va, naturalmente. Nel pezzo di strada che va dal nuovo parcheggio di Sant’Anna al posto di ristoro si rischia la vita diverse volte: pochi spazi per camminare, curve che non ti consentono di vedere arrivare le auto, strisce pedonali assenti. Si può dire che per evitare questo pezzo di strada è stato creato quel breve sottopasso che consente di entrare dalla Porta V (sotto il Tempio dei Dioscuri) però è anche vero che ognuno è libero di scegliere il percorso che crede e può anche decidere di iniziare dal tempio di Ercole. Ragion per cui si rischia di morire arrotati. I prezzi al posto di ristoro non sono particolarmente da usura. Sei bibite 19 euri non mi pare scandaloso. Certo, non è nemmeno regalato ma altrove devi fare un leasing. Mi sembrano peggio i tre euri del parcheggio di Sant’Anna, dati peraltro a un parcheggiatore privo di alcun segno distintivo quindi, ritengo, abusivo. Per il resto, ripeto, la passeggiata è stata gradevole e non mi sono preso cólari particolari. Una cosa, però, proprio lì al parcheggio mi ha lasciato un po’ perplesso. E cioè, se vuoi iniziare la passeggiata dal Tempio di Giunone, ossia dall’ultimo, quello che sovrasta la rupe e che dista non più di tre chilometri da lì, non c’è un bus navetta che ti ci porta. Fin qui nulla di strano, non m’aspettavo che ci fosse. Il figuro, cioè il parcheggiatore, però ti dice che ci si può andare in taxi. Infatti ci sono sempre uno-due mezzi lì in attesa di clienti. Non ho osato chiedere quale fosse la tariffa del taxi ma credo che sia un modo per spennare il turista. Ne ho proprio la sensazione. Credo anche che il prezzo vari a seconda della nazionalità. Temo che giapponesi e americani paghino molto di più. Per il resto, dicevo, l’escursione è andata benissimo. Mia moglie e io – e i nostri ospiti – abbiamo goduto di una mattinata primaverile splendida. Persino i ragazzi in gita scolastica sembravano educati. Del resto, con una giornata così e un panorama di quel genere… Da questo punto di vista questa città è insuperabile. Per il resto è superabilissima.

venerdì, marzo 04, 2011

L’ALLUVIONE DI PORTO EMPEDOCLE


Per tanti anni mio padre lavorò a Porto Empedocle. Credo per tutti gli anni ’70 del Novecento. Era il direttore della locale sezione dell’INAM, antesignana di tutte le USL, ASL, ASP e compagnia bella. Quindi ogni mattina andava regolarmente a lavorare nella cittadina sul mare, a due passi da Agrigento. Ma nonostante fosse così vicina, per me era come se facesse quotidianamente un viaggio lunghissimo. Ogni mattina, con la sua Fiat 124 Special color avorio antico, se ne andava bel bello a Porto Empedocle, ‘a Marina. Poi alle due tornava. Abitavamo di fronte alla stazione e quando partiva il diretto per Palermo, al fischio secco della littorina, mia madre esclamava “Partì Palermu!”. E buttava la pasta. Dopo qualche minuto si sentiva la macchina di mio padre che arrivava, dava l’ultima sgasata al motore (abitudine che non ho mai capito) e saliva a casa. Portava quasi sempre la posta. E il giovedì Topolino.
La stessa cosa avvenne il 27 settembre del 1971. Uscì di casa al solito orario ma contrariamente agli altri giorni, quella volta lì portò con sé anche Fabio, mio fratello piccolo. Cinquenne. Quasi seienne. Non eravamo andati a scuola quel giorno. E non poteva essere altrimenti, ché allora la scuola cominciava il 1° ottobre. Mio fratello, così mi racconta, aveva il desiderio di andare a vedere gli animali a casa di un collega di mio padre. Cani e gatti soprattutto, di cui mio fratello era, ed è, appassionato ma che purtroppo a casa nostra non ebbero mai cittadinanza. Quel giorno papà aveva deciso di esaudire la sua voglia, pertanto, lavatolo e vestitolo, se lo portò in ufficio con sé. Per l’invidia nostra, mia e di mio fratello grande, giacché andare all’ufficio di mio padre, benché esperienza rara, era per noi motivo di grande divertimento: avrei potuto passare delle ore a scrivere niente a macchina.
È passato davvero tanto tempo, per cui anche i ricordi si sono molto appannati ma so per certo che a un dato momento cominciò a piovere. A fine estate gli acquazzoni non sono rari e anche quello stava per essere derubricato come tale. Invece si aprì il cielo. Catate d’acqua a non finire, anche se nella media del periodo, avrebbe detto il colonnello Bernacca. Man mano che la mattinata scorreva, però, avemmo come la sensazione che qualcosa non stesse andando per il giusto verso, per cui il pensiero cominciò ad andare a nostro padre, che stava a Porto Empedocle, probabilmente in mezzo al diluvio. Con mio fratello piccolo. È davvero difficile ricordare le cose a distanza di tutto questo tempo ma se c’è una cosa che non ho scordato è la preoccupazione di mia madre. Si aggirava per casa rimuginando cose e certamente sperando che tutto si risolvesse al meglio. Forse anche rammaricandosi per il fatto che anche mio fratello era andato quel giorno, proprio quel giorno, a Porto Empedocle con mio padre.
Più il tempo passava e più le cose peggioravano. Non ad Agrigento, però, dove c’era soltanto una bella piovuta. Forse ogni tanto si riusciva a ricevere o a fare qualche telefonata, per cui arrivava qualche notizia, non buona, tuttavia. Anche le parole assumevano valori via via più seri: acquazzone → temporale → alluvione. Infine ci si attestò su questo termine – alluvione – quello che meglio fotografava l’enormità di un agente atmosferico al quale non siamo abituati, che ci spaventa quando lo sentiamo in tv e che porta alla mente piani terra allagati, case devastate, masserizie ammucchiate, famiglie espulse dalle loro case.
Mangiammo senza mio padre e mio fratello a tavola, in un’atmosfera quasi irreale. La tensione, soprattutto la preoccupazione, si tagliava a fette. Ci doveva essere sempre un motivo particolare perché mio padre non fosse a tavola con noi. Quella volta mancava anche Fabio, per cui teste basse e forte senso di incertezza. Mia madre, se sapeva qualcosa non la diceva per non farci preoccupare o forse semplicemente anche lei non sapeva nulla.
Finché non si seppe, credo a pomeriggio inoltrato, che i nostri erano al sicuro, sani e salvi a casa del signor Fiorentino, un impiegato dell’ufficio di mio padre, una brava persona che dopo qualche anno sarebbe emigrato negli States. Passarono la notte lì e benché sapessimo che erano al riparo, fu per noi un’esperienza ben strana.
Il giorno dopo, non so come, visto che c’era tutto quanto bloccato dal fango, mio padre e mio fratello riuscirono a tornare a casa. Furono accolti da trionfatori, stavamo affacciati al balcone in attesa che arrivassero.
A Porto Empedocle vi furono molti, ingenti danni. Due persone persero la vita ma molte rimasero senza casa. Nei giorni seguenti si sentì ancora molto parlare di quella calamità; ricordo alcune immagini, automobili incastrate tra i balconi delle case, fango dappertutto, gli alluvionati ospitati in una scuola. Ma per me quello è il ricordo di mio padre e mio fratello che non tornarono a casa, se non il giorno dopo, intrappolati dall’alluvione di Porto Empedocle. A casa del signor Fiorentino.

mercoledì, luglio 08, 2009

Omelia dell'arcivescovo Francesco Montenegro alla festa di San Calogero

Oggi mons. Francesco Montenegro (foto), Arcivescovo di Girgenti, entra di prepotenza nel novero dei parrinazzi. Predicando per la festa di San Calò, di cui ho dato resoconto nel post precedente, il nuovo (be’, è già passato un anno dal suo insediamento) titolare della cattedra di San Gerlando, ha così commentato.
***
"Il termine Calogero, significa “bel vecchio”; nel mondo greco ciò che è bello, è anche giusto e buono. Egli, nato verso il 466 a Calcedonia sul Bosforo, (Tracia), giunse a Roma, ricevendo dal papa il permesso di vivere da eremita. Grazie ad una visione, venne in Sicilia. Fu a Lipari, a Sciacca, poi sul Monte San Cronio, dove è vissuto per 35 anni.
Probabilmente è arrivato su un barcone. Oggi diremmo che è arrivato nella nostra terra senza permesso di soggiorno, con pochi soldi in tasca. Per cui è vissuto di carità, aiutato dalla buona gente di allora. E’ vissuto così nella preghiera e disponibile, nonostante la sua pelle nera, ad aiutare i fratelli bianchi che lo avvicinavano.Se è così, per coerenza con le leggi di oggi, dovremmo smettere di fare festa, togliere il simulacro di S. Calogero dall’altare e cacciarlo assieme a tutti coloro che non hanno la nostra nazionalità, perché probabilmente è da considerare un clandestino.Si dice che gli immigrati danno fastidio, che sono poco decorosi o pericolosi. Però, è strano, che non danno fastidio se sono bravi nel giocare a pallone o sanno cantare (per vederli paghiamo e siamo disposti ad affrontare viaggi per vederli)… o li veneriamo senza porci il problema della pelle, se sono santi. Stranieri gli uni e stranieri gli altri.
Chiediamoci: chi di noi sapendo che in un altro paese la media della vita si allunga di venti-trent’anni, non tenterebbe di raggiungerlo? La loro non è una vacanza. Se vengono da noi, è perché la vita nelle loro terre non è vita, è inferno. E se il viaggio è inferno, inferno per inferno vale la pena rischiare. Loro cercano pace, dignità, scuola, cibo. Vogliono vivere.
Il nostro cuore, perciò, si faccia casa per dare accoglienza. Amare è abitare nel cuore degli altri. Le nostre mani si tendano, curino, raccolgano e sostengano. I nostri occhi abbiano uno sguardo di benevolenza. C’è Gesù nel volto dell’uomo che ci è accanto, anche se immigrato. “Ero forestiero e mi avete accolto”.
E’ scritto nella Bibbia: “Perseverate nell’amore fraterno. Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo”.
La presenza dello “straniero” nella nostra vita non è un male da estirpare, ma una realtà con la quale confrontarsi. Assieme possiamo costruire una comunità diversa.Diceva s. Giovanni Crisostomo: “Il cristiano è un uomo a cui Dio ha affidato tutti gli altri uomini”.
L’eucaristia esige che scegliamo se stare dalla parte dei nostri interessi che spesso ci mettono gli uni contro gli altri, o dalla parte di chi cerca l’interesse di tutti. Se metterci dalla parte del male di alcuni o del bene di tutti.Gesù ci ha parlato di un sogno: “Molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli”.Perché non farlo divenire realtà.
Nell’A.T. era scritto: “Lo straniero che dimora in mezzo a voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi”. Ciò significa che l’accoglienza dello straniero è il prolungamento dell’amore di Dio. “Il Signore ama il forestiero e gli dà pane e vestito: amate il forestiero”.
"Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro". L’accoglienza non è fare una semplice elemosina, ma accogliere la persona che ho di fronte. Accogliere lo straniero è fare spazio nella città, nelle leggi, nella casa, nelle amicizie. L’accoglienza è diversa dalla beneficenza. Insomma il forestiero va accolto come riceveremmo il Signore, cioè con riguardo, con delicatezza, umilmente.
Il mondo e perciò soprattutto il cristiano vanno verso l’unità della famiglia umana. Non è possibile accettare un popolo superiore ad altri popoli. Gesù è morto sulla croce per riunire la famiglia umana: è morto perché nel mondo ci fosse uguaglianza e solidarietà, e non interessi di parte.
Si potrebbe dire: dal modo con cui i cristiani guardano lo straniero e gli esclusi si comprende in quale Dio essi credono.
Se siamo disposti a ciò, facciamo la festa di s. Calogero, altrimenti, come vi dicevo, per coerenza, togliamolo dall’altare e dalla nostra città.
Chiudo con una frase dell’Abbè Pierre: “Io ho tentato nella mia vita di mettere la mia mano nella mano di chi soffriva di più. Per ricompensa mi sono sempre ritrovata nell'altra mia mano la mano di Dio”. Che le nostre mani siano sempre piene. Auguri".

lunedì, luglio 06, 2009

SAN CALO'


I nomi tipici della nostra città sono due: Gerlando e Calogero. Gerlando – in siciliano Giullannu, abbreviato Giullà o Giuggiù – e Calogero – normalmente detto Lillo ma talora anche Calò o Luzzu. Gerlando e Calogero sono i nomi dei due patroni della città. E qui c'è da fare un discorsetto a parte, nel senso che il vero patrono di Girgenti è San Gerlando (foto), vescovo francese che, chissà come, arrivò da queste parti. Oddio, qualcuno sa come e perché ci arrivò, fatto sta che diventò vescovo di Girgenti e in seguito – siccome era straniero e noi abbiamo una sorta di predilezione per gli stranieri – divenne pure Santo e patrono. A lui è dedicata la cattedrale, che è bella vero. In passato – ricordo – quando c’era tipo una pioggia forte con lampi e tuoni o si vedeva un incidente o si sentiva passare la sirena si diceva San Giullannu senza ddannu. Si commemora il quindici di febbraio e gli agrigentini non vanno a lavorare. Soltanto che la fortuna non ha molto arriso a San Giullà, perché gli agrigentini gli hanno sempre preferito San Calogero, ovvero San Calò (altra foto), il santo nero, titolare della festa religiosa più importante di Girgenti. Oddio, di religioso la festa di San Calò ha davvero pochino e mi dispiace dirlo perché molti miei concittadini ne sono veramente e sentitamente devoti. O forse è di una religiosità talmente primitiva – detto col dovuto rispetto – che sembra che se ne sia persa la profonda valenza religiosa per lasciar posto a quella popolare o folkloristica. In ogni caso San Calò è un caposaldo della cultura di questa città, basti pensare che è anche entrato nel linguaggio comune degli agrigentini. San Calò è un termine che indica confusione, ressa. Per dire che in un posto c'è molta folla si può dire: c'è San Calò. Inoltre per dire che qualcosa non viene affrontata con la dovuta cura si dice: C’è San Calò ‘n manu ‘e carusi, cioè San Calogero in mano ai ragazzini, la qual cosa evidenzia l’amore degli agrigentini per il loro santo, al quale deve essere dedicata la massima attenzione. C’è anche una bella canzone popolare, molto allegra, che rende omaggio al santo nero e che ne esalta le virtù (San Caloriu di Giurgenti fa li grazii pi’ nenti) o anche le magagne (San Caloriu di Grutti mangia, vivi e sinni futti).
Allora, questa festa si svolge tra la prima e la seconda domenica di luglio quindi vuol dire con un caldo che si muore. E tutto comincia qualche giorno prima con un gruppo di tammurinara (suonatori di tamburi) che attraversano tutta la città e ricordano che si sta avvicinando la festa (Brèbbiti brèbbiti San Calò). Tempo fa assistetti a un improvvisato concerto di tammurinara, sul sagrato della chiesa di San Calò. Il ritmo era frenetico e martellante, sempre uguale, e ricordo che a un certo punto cominciai a sentirmi come staccato dalla realtà del momento, come in una sorta di stato semi ipnotico indotto dal tambureggiare assordante e convulso.
Ma il protagonista assoluto della festa di San Calò è il pane. Molte persone nei giorni precedenti portano dei pani in varie forme, praticamente degli ex-voto; per esempio, uno ha avuto un’operazione al cuore e allora porta un pane a forma di cuore a San Calò, non so se mi spiego. I pani vengono portati alla chiesa, anzi al Santuario, di San Calogero che si trova proprio al centro della città, di fronte alla stazione dei treni. Sulla facciata esterna c’è anche un Ecce Homo che tutti ci passano davanti e si fanno la croce e a volte le spose lasciano il bouquet.
Le cose che racconterò adesso sono reminiscenze di parecchi anni fa ovvero l’unica volta che ho veramente assistito alla festa. Intanto c'è da dire che il giorno della festa, alle sette di mattina che tu ancora dormi e non te l’aspetti, sparano un bel po’ di colpi di cannone, ti svegli di soprassalto e rischi che ti viene un infarto e ti togli per sempre dalle balle. Comunque. Torno al racconto, allora, mentre c’era la messa si sente un urlo disumano di Ebbiva San Calò, che – giuro – praticamente mi si sono drizzati i capelli sulla testa (e sì che allora ce li avevo) mentre tra la gente, anzi, qualcuno rispondeva pure Ebbiva San Calò. Di queste urla agghiaccianti se ne sono sentite fino alla fine della messa, tanto che in alcuni momenti il parrino faticava ad andare avanti. Alla fine della funzione si cominciò a preparare la statua del Santo per la processione e ricordo che un tizio salì sulla statua, che è messa lì in fondo all’altare maggiore della chiesa, e armeggiò un po’ con la faccia nera di San Calò, non capivo bene cosa facesse. A proposito, il bello di questo Santo è che non si hanno neanche notizie certe sulla sua vita; si dice che era un eremita, qualcuno dice che erano sette fratelli neri e qualcun altro addirittura che potrebbe non essere mai esistito. Comunque, mentre ‘sto tizio smanettava sull’altare col Santo, i tamburi suonavano furiosamente e le persone fuori gridavano come pazzi: E chiamamu a cu n’aiuta – Ebbiva San Calò. E allora dopo un po’ calano la statua dal suo posto, le fanno percorrere la chiesa e la sistemano sulla vara, cioè sul piedistallo. Poi vi inseriscono due lunghe pertiche e così il simulacro è pronto per la processione. Ora, io penso che la statua più il piedistallo più le pertiche peseranno un vero castigo di dio per cui è necessario che ci siano decine di persone che, magari alternandosi, percorrano tutto il tragitto della processione che peraltro è bello lungo. E infatti ci sono, perché esiste una confraternita, i Devoti Portatori di San Calogero, i quali nei giorni della festa indossano una casacca bianca e in testa una sorta di bandana colorata. Pittoreschi davvero. Con tutto il rispetto – ed è veramente tanto – i portatori appartengono perlopiù alle fasce popolari della città per cui, proprio a volerlo dire, non è che siano dei gran raffinati! Sicché, non appena la statua di San Calò mette il naso fuori dalla chiesa si cominciano a sentire fior di bestemmioni che il povero Gesù Cristo e la povera madonnina fanno su e giù. E quale sarebbe il perché di tanta foga? Richiamare la banda. E qui devo introdurre un altro protagonista della festa di San Calò, la musica appunto. Ma non un repertorio di pezzi da banda o marcette o brani da processione, bensì un solo brano: la Zingarella – che se ci fosse un supporto sonoro io ve la potrei pure canticchiare perché è veramente troppo bella. Nel Gattopardo, il romanzo di Tomasi di Lampedusa, l’autore riporta che quando il Principe Salina arriva con la famiglia a Donnafugata per passare le vacanze, viene accolto dalla banda, che intona la Zingarella. Pare sia lo stesso pezzo anche se, ad onor del vero, nel film di Visconti il pezzo suonato dalla banda non è lo stesso della processione di San Calò. Ma a me piace pensare che abbia sbagliato Visconti.
Chiunque assista alla festa di San Calò – vuoi alla processione vuoi a tutto quanto il periodo di festa – non può fare a meno di notare che alcune donne sono scalze. Fanno il cosiddetto viaggiu ‘n piduni. Le donne scalze sono presenti nelle processioni più importanti di Girgenti e cioè quella di San Calò e quella del venerdì Santo. È un voto che queste signore fanno per chiedere una grazia particolare a San Calogero o a Gesù Crocifisso o all’Addolorata. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, le donne indossano calzini, preferibilmente blu. Non c’è dubbio che sia una prova di fede che non ha bisogno di commenti.
Per cui, tornando alla festa, a questo punto la situazione è la seguente: San Calò si trova sul sagrato della chiesa in attesa di iniziare la processione, i devoti portatori con urla belluine lo prendono in spalla, i tamburi suonano ritmi da sciamani; San Calò ondeggia pericolosamente, la banda suona la Zingarella e la gente grida e si scalmana. E qui ritorna il protagonista: il pane. Infatti dai balconi la gente piglia e comincia a tirare i panuzzi di San Calò. Il panuzzo di San Calò è una vera meraviglia: una cupoletta di pane di non più di 50 grammi, aromatizzato con semi di finocchio. Viene prodotto solo in prossimità della festa. Perché si tira il pane? Perché si racconta che quando il vecchio Calogero era vivo ci fu una peste o qualcosa del genere; per cui l’uomo di Dio andava in giro casa per casa a cercare qualcosa per alleviare le pene dei poveri malati. Ora, siccome la gente si cacava un sacco del contagio, non apriva la porta, pertanto al buon Calogero buttavano il pane dalle finestre. Ed ecco perché tuttora, non appena la statua di San Calò esce dalla chiesa, e per tutto il tragitto della processione, dalle finestre le persone rovesciano sul Santo migliaia di panini, del peso complessivo di diversi quintali, in ricordo di quell’episodio.
Dopo un po’ di attesa sul sagrato – voci, urla, caldo, sudore, spinte, tamburi a palla e Zingarella a manetta – San Calò si avvia verso via Atenea. La situazione è sempre di grande confusione, la gente chiama il Santo, ne invoca l’aiuto; lui intanto procede barcollando e tu dici: Stavolta cade. Ma ovviamente, sfuggendo a qualunque regola di fisica, non cade. Ogni tanto si ferma e le persone a turno salgono sulla statua per baciarlo e per impregnare dei fazzoletti col sudore di San Calò (che invece più laicamente è la sputazza delle persone che lo baciano). La banda suona e la gente urla; sulla statua, quando è ferma, due o tre energumeni aiutano i fedeli a salire. Oppure dalla folla prendono i bambini porti dai genitori – anche bimbi piccolissimi, lattanti – e li avvicinano alla faccia nera di San Calò per fargliela baciare. E si vedono ‘ste povere creature assolutamente terrorizzate, tirate su per un braccio, in lacrime di disperazione, costrette a fare una cosa che non si sognerebbero mai di fare. Intanto – la Zingarella come colonna sonora e il pane che continua a venir giù dai balconi (senza contare che se un panino ti colpisce dal terzo-quarto piano ti sbinghia) – la statua di San Calò si arrampica per le viuzze del centro storico di Girgenti.
Nel frattempo tra i devoti portatori cominciano a girare delle gran bottiglie di vino – vino di tavernazza, ovviamente – per cui dopo un po’ di tragitto, tra l’eccitazione, la musica, la fede e il vino, il devoto portatore è bello paro paro e mi hanno detto che ogni anno a un certo punto della processione scoppiano delle belle scazzottate. Anzi, pare che ci sia un punto al centro storico dove si fa una sorta di scazzottata rituale, ogni anno sempre allo stesso posto. Io quell’anno lasciai la processione a un certo punto, prima della sacra rissa, dopo aver baciato il Santo e urlato un paio di Ebbiva San Calò per dovere di firma. Alla fine della processione popolare, ne inizia un’altra – questa più compostamente religiosa – che riporta San Calò in chiesa su un camioncino, coi parrini e la gente che prega e canta inni sacri; niente Zingarella, niente pane dai balconi, niente devoti portatori, niente vino, niente bestemmie, niente urla, niente cazzotti. Alla fine della processione, a tarda sera, si fanno i fuochi d’artificio con la maschiata finale. Poi la statua viene riportata in chiesa e così finisce la festa di San Calò.


mercoledì, giugno 03, 2009

AS-SALAM ALAIKUM


‘Alif Ba Ta Tha…
Sto imparando l’arabo. La lingua di Allah. Lo sto studiando, voglio imparare a parlarlo bene. Non so dire di preciso quand’è iniziata questa storia dell’arabo. Ah, sì, all’inizio del mio periodo universitario, in Lingue, quando c’erano quelli che ti consigliavano le materie complementari più facili. Storia e Istituzioni Musulmane, si chiamava. Lì per lì mi venne da sorridere, figurati. Abituati com’eravamo al Liceo: Italiano, Matematica, Filosofia, materie dal nome secco, deciso; figurati se andavo a prendere in considerazione una materia con quel nome lì. Fatto sta che la inserii nel piano di studi. E la studiai. E mi piacque. Fu il primo esame che feci ed ebbi trenta e lode, l’unico della mia carriera universitaria. Cominciò così il mio rapporto quasi trentennale col mondo arabo e con l’arabo. La lingua del Profeta.
L’anno successivo biennai la materia, che nel frattempo aveva cambiato nome: Islamistica. Mi piaceva troppo per non rifarla. 28, vabbé. Però non era ancora la lingua. Imparai solo alcune parole, delle formule rituali, il saluto, la shahada, ma fu allora che mi venne forte il desiderio di imparare l’arabo. La lingua del muezzin.
Un altro incontro con l’arabo l’ebbi nell’85, con un gruppo d’iracheni. Anzi, proprio col gruppo iracheno, quello che partecipò alla Sagra del Mandorlo in Fiore a Girgenti. Io ero il loro accompagnatore. Si era nel bel mezzo della guerra con l’Iran di Khomeini. Diventammo molto amici e si divertivano a farmi parlare in arabo. E io mi divertivo a farlo. Uno di loro, per spasso, mi fece bestemmiare, con disappunto dei compagni. Erano il gruppo nazionale di ballo folklorico di Baghdad ed erano proprio bravi, provavano assiduamente nello scantinato dell’Hotel della Valle. Rappresentavano il loro paese, questo era il loro mestiere, ci tenevano a che l’Iraq facesse bella figura e fosse rispettato. Erano di gran lunga i migliori. Ma quell’anno il festival fu vinto dal gruppo degli Stati Uniti, un manipolo di ragazzoni (dello Utah, credo) con cappelloni da cowboy e camicie a scacchi che ballavano, male, delle danze da saloon, melense anziché no. Quando tornammo in hotel, dopo la premiazione, molti di loro piangevano per la delusione e l’ingiustizia subita. Dicevano dùlar dùlar sfregando i pollici con gli indici, mentre io non riuscivo a guardarli in faccia. Parlavano forte, urlavano il loro dispiacere. In arabo, ovviamente. La lingua degli sconfitti.
Qualche anno fa, poi, conobbi due fratelli tunisini, Monzef e Khairy. Erano bravi e pazienti con me, mi chiamavano “brofesore”, ustàdh, volevano a tutti i costi che imparassi la loro lingua e mi davano delle lezioni, di lessico soprattutto, seduti sullo scalino di una bottega di generi alimentari. Il bottegaio mi guardava come se fossi pazzo di catena a imbarcarmi in una cosa infattibile come studiare l’arabo. Una volta mi invitarono a casa loro. Mangiammo kuskus con peperoncini interi, fritti. E studiavamo arabo. La lingua di Monzef e Khairy.
Poi i due fratelli se ne sono andati. Adesso fanno gli operai specializzati in una fabbrica del nord-est e uno di loro, ho saputo, si è sposato. Se ne sono andati lasciandomi con qualche vocabolo in più ma con la voglia di imparare meglio questa lingua stupenda. Stupenda proprio perché stupisce. Stupisce te stesso che ti senti quasi proprietario di una competenza che pensavi impossibile avere. Stupisce l’italiano, con la sua supponenza (“Vabbé l’inglese, ma l’arabo!”), con la sua superiorità d’accatto (“Sì, ora imparo l’arabo. Imparino loro l’italiano!”), con la sua iattanza (“Si vede che non hai niente da fare!”) o con la sua aperta ostilità verso l’invasore islamico. E stupisce soprattutto loro, gli Arabi. Basta il saluto nella loro lingua per stabilire un contatto che non è solo linguistico. Subito ti guardano increduli, poi ridono, ti mostrano agli altri, ti chiedono come fai a conoscerlo, se sei muslim. Provate a dire As-salam alaikum a uno di quei ragazzi maghribyy che vendono parasole per auto a San Leone; a una donna che, intabarrata, trascina sporte e figlioletti ricciuti per le vie della madina shaykha, il centro storico di Girgenti; al vecchio imam o ai giovani senegalesi della scalinata della stazione. Provate un po’. Testate la loro reazione. Difficilmente vi capiterà di vedere gente più felice. E solo perché sono stati salutati in arabo. La lingua del Corano.
Insha-llah, se Dio vuole, prima o poi lo imparo bene. Sto facendo il corso, quello che organizzano ogni anno. Ana adrusu al-lugha al-arabyy. L’arabo è, per antonomasia, una lingua difficile, nulla a che vedere con le quisquilie canore di Franco Battiato. Strani suoni uvulari, laringali, aspirati, interdentali, a noi sconosciuti. La qaf e il ghain, la kha e la tha, la dhal e il ‘ain, simile a un belato. E poi la lingua scritta. Da destra a sinistra; segni che cambiano a seconda della posizione nella parola; con puntini, senza puntini, con la pancia, senza pancia. Quelle che legano a sinistra e quelle che no. E niente vocali, olé, solo fatha, kasra e damma. Poi la shadda e il sukun; la ta tawila e la ta marbuta. Mi sto impegnando, sto cercando dentro di me anche delle motivazioni spirituali che ne giustifichino lo sforzo. Vivo in una città araba, partecipo della natura e del sangue arabo che è dentro di noi. Voglio parlare l’arabo. La lingua dell’Islam.
Sto imparando l’arabo. La lingua di popoli fieri, di genti nobili. Ed è come se mi appropriassi di un po’ del carattere di tutti gli arabi della terra: dello sceicco e del beduino, del bambino dell’Intifada e del cammelliere del Sahara, dell’ayatollah e della donna afghana sepolta dal burqa.
Sto imparando l’arabo. La lingua del Sud.
… Ha Waw Ya.

lunedì, maggio 18, 2009

VOCAZIONI


Io ho un amico che aveva e ha tuttora la vocazione. A farsi prete, naturalmente. Il problema è che lui non è un prete. Si chiama Vittorio, lo conosco fin dai tempi delle Elementari e già da allora manifestava interesse per la cosa. Ricordo che quando andavamo a casa di un qualunque compagno di scuola, finiti i compiti, giocavamo in qualche modo – a casa di uno, ad esempio, si giocava sempre al Gioco dell’Oca –, a casa di Vittorio, invece, una bella santa messa non ce la levava nessuno. Nel senso che lui proponeva a tutti noi di fare una celebrazione eucaristica. E siccome eravamo a casa sua… Lui faceva il parrino mentre a noi toccavano ruoli da comprimario, vuoi il chierichetto, il sagrestano o semplicemente l’assemblea. C’è da dire che era preciso, liturgicamente ineccepibile. Conosceva tutta la messa e non saltava un solo passo. Lui si inventava il salmo responsoriale e noi dovevamo rispondere; si faceva dare delle ostie dal prete della sua parrocchia e ci somministrava l’Eucarestia; prendeva il vino dalla cucina e lo mescolava con sapienza con l’acqua; faceva delle interessanti omelie.
Vittorio frequentava la parrocchia (come noi, del resto) e aveva un’ammirazione smisurata per il suo parroco. Aveva anche la segreta speranza di diventare papa; diceva che Paolo VI era un grande uomo – e sì che io lo trovavo noiosissimo – ma aveva una venerazione per papa Giovanni. Sempre ci diceva che da grande avrebbe fatto il prete e che niente e nessuno gli avrebbe fatto cambiare idea. “Ma non vuoi sposarti e avere figli?”, gli chiedevamo. “Assolutamente no – rispondeva Vittorio – io sono un prete”. Già si sentiva parrino. Una volta ne ho parlato coi miei e mi hanno risposto che non c’era dubbio: la vocazione gli sarebbe passata e avrebbe avuto una vita normale come tutti gli altri.
Non era vero. Lui la vocazione continuò a maturarla; anche da adolescente seguitava a dire che voleva farsi prete. Non andavamo più a scuola assieme e non ci sottoponeva a messe coatte, però la vocazione continuava ad averla. Alla domenica, come niente, si sciroppava tutte le messe della parrocchia. Serviva la messa, leggeva le letture, aveva anche imparato a suonare l’organo. Insomma era il factotum della chiesa. Questo lo portò ad avere i primi scontri con i suoi genitori, che avevano pensato per lui un futuro diverso che non quello di parrino.
Alla fine delle superiori, Vittorio decise di entrare in Seminario ma la sua famiglia ne fu totalmente contraria: doveva fare l’avvocato. Pertanto, non senza malanimo, si iscrisse a Giurisprudenza. Pensava di fare contenti i suoi genitori – per il momento, almeno – poi, quando avrebbe avuto in mano la sua vita, avrebbe preso la decisione per la quale viveva: farsi prete.
Dopo cinque anni e una carriera universitaria non particolarmente brillante, per la felicità della sua famiglia, Vittorio si laureò. Continuava a sentire dentro di sé la chiamata di Dio ma anche stavolta non fu forte abbastanza da imporre ai suoi la sua volontà. Suo padre lo mandò a fare pratica da un avvocato suo amico, che gli avrebbe insegnato il mestiere e lo avrebbe lanciato nella professione forense. Ma non era abbastanza bravo, Vittorio; l’unica legge che gli interessava era quella divina, per cui sin dall’inizio si capì che non avrebbe fatto strada.
Lo capì anche suo padre, che lo costrinse, nonostante le rimostranze del figlio, a tentare la strada del concorso pubblico; come archivista, impiegato alle Poste, negli enti, nei comuni e nelle prefetture di mezza Italia. Il buon Vittorio, nonostante non avesse abbandonato il desiderio di diventare un sacerdote, fece concorsi di ogni genere e attraversò tutta la penisola. Anche le domande di supplenza nelle scuole fece, per insegnare materie giuridiche. Finalmente, ma non per lui, trovò un posto da impiegato all’INPS. La famiglia ne fu molto contenta, Vittorio molto meno: questo allontanava ancora il suo progetto di farsi prete.
Infine iniziò una relazione con Rosa Maria, una ragazza della parrocchia, un po’ grassoccia ma tanto simpatica e buona. La famiglia di Vittorio inizialmente ebbe da ridire anche su questa storia ma alla fine, pensando che era sicuramente meglio così che con un figlio prete, lasciò che gli eventi facessero il loro corso. Lui impiegato, lei articolista, Rosa Maria insistette perché si sposassero. Vittorio per un po’ resistette, forse per tenere ancora accesa quella fiammella della vocazione che mai si era spenta del tutto; alla fine, ormai trentino, capitolò.
Oggi Vittorio conduce una vita normale. I suoi colleghi lo reputano una bravissima persona e lo stimano molto. È padre di tre figli: Gerlando di sedici anni, Antonella di dodici e Andrea, venuto dopo molto tempo, di tre. Ha una casetta in cooperativa a Fontanelle. Accompagna i figli a scuola alla mattina, va a fare la spesa al Di Meglio, va al mare alla IV Traversa e spesso al sabato va a passeggio con la famiglia in Via Atenea.
Ma tutte le domeniche, quando Vittorio porta moglie e figli a Messa, è pervaso da una profonda tristezza.
Perché ho raccontato questa storia? Perché, ecco, io penso a Vittorio tutte le volte che a Girgenti qualcuno tira fuori la stronzata della vocazione turistica della città. Proprio come il mio amico, che aveva tutte le carte in regola per diventare parrino – e in cuor mio penso che sarebbe stato un buon prete –, a Girgenti in potenza non mancava nulla per diventare una città ad economia esclusivamente turistica. Però non lo è diventata e sono certo non lo diventerà mai più.
Proprio come Vittorio, che non sarà mai più un prete.

venerdì, maggio 15, 2009

DON PAOLINO



Piazza Purgatorio si trova a metà di Via Atenea, la strada principale di Girgenti, ed è una piazza molto importante, sulla quale mi soffermerò per almeno tre motivi. Il primo è che c’è la chiesa di san Lorenzo o del Purgatorio, naturalmente. Nella foto si vede bene, ha due scalinate, opposte, che si incontrano davanti al portone e davanti c’è la piazza in questione. In realtà adesso non è più aperta al culto ma dentro si può ancora visitare, l’hanno data in mano a una cooperativa di picciotti che ci fanno mostre, concerti e varie camurrie (sempre meglio di happening). Ebbene, in questa chiesa ci sono delle statue in stile barocco troppo belle, fatte da un certo Serpotta, che aveva una scuola a Palermo ed era bravo forte perché si era inventato uno stile personale; ovvero lui faceva le statue di stucco ma le lavorava con una tecnica tale da farle sembrare di marmo. Uno va lì e dice: “Guarda che belle statue di marmo”, e invece no, sono di stucco.
L’altro motivo è che a sinistra della chiesa c’è uno degli ingressi degli ipogei, che sono dei cunicoli sotterranei che attraversano tutta la città e vanno a sbucare ai templi e credo che in tempi remoti li usassero anche come acquedotto. Se poi uno pensa che gli antichi riuscivano a fare arrivare l’acqua nelle case mentre noi no… Roba da restarci secchi, intanto è così.
Ma il motivo principale che personalmente mi lega a Piazza Purgatorio è che lì c’era il salone di don Paolino, il barbiere dove mio padre ci portava da bambini a tagliarci i capelli. Don Paolino era un uomo calvo, prestante nell’aspetto, sempre sorridente e comunista. Assolutamente comunista. Parlava lungamente di politica con mio padre e io non ne capivo una mazza; gli diceva che quando acchianavano (salivano al potere) i comunisti a lui gli nazionalizzavano il salone e gli davano lo stipendio. E aveva questa barberia in un locale con l’ingresso a colonne, che anni fa è stato abbattuto, che dava sulla piazza. Il locale che era sotterraneo – per cui per entrare bisognava scendere delle scale – e prendeva luce (oltre che dall’elettricità) da spesse mattonelle di vetro che erano, e tuttora sono, parte della pavimentazione della piazza.
Don Paolino teneva anche un diurno e a volte la gente andava lì a farsi la doccia, cosa che mi faceva un senso pazzesco. Mi chiedevo il perché la gente non se ne stesse a casa sua a farsi la doccia, come facevamo noi – quando veniva l’acqua. C’erano le piastrelle bianche e nere alle pareti e le classiche poltrone da barbiere, quelle girevoli con una leva laterale per abbassare e alzare lo schienale e il poggiapiedi in ferro lucido dove c’era scritto – con un bel lavoretto a traforo – Fratelli Scuderi Catania. Sulla mensola aveva tutto il necessario per tagliare i capelli e fare un servizio completo: pettini, forbici, flaconi; le boccette di alluminio: una per la cipria (con pompetta rossa) e una per la lozione (senza pompetta); la spazzola per tirar via i capelli dalla nuca e quella per spazzolare i vestiti a fine taglio; la macchinetta per tagliare i capelli a zero. Teneva anche il necessaire per la barba: il pennello, il catino per la schiuma e il rasoio a mano, che usava anche per rasare i peli superflui dalla nuca e al quale, prima di usarlo, rifaceva il filo sulla fettuccia di cuoio attaccata al muro. C’era uno strano odore nel salone di don Paolino, odore di barbiere.
Per noi bambini aveva anche un seggiolone a forma di Topolino e ancora ricordo di quando sedevo lì. Mio padre mi comprava un torroncino al Bar Gambrinus, dolce che particolarmente amavo soprattutto per il ripieno di cucuzzata. E io mangiando piano piano il dolce mi facevo tagliare docilmente i capelli. Ricordo ancora che don Paolino diceva a mio padre che io ero democristiano, perché stavo tranquillo e buono solo quando mangiavo. Verso la fine del taglio avevo in mano una cosa di pasta frolla, glassa, cucuzzata e capelli, che continuavo a mangiare mentre don Paolino – che da comunista qual era avrebbe dovuto mangiarseli i bambini e invece aveva una gran pazienza – mi diceva di girarmi, stare fermo, alzare la testa e impartiva ordini che io pensavo fossero una specie di liturgia. Mi abbassava la testa, me la alzava dal mento, me la girava di lato, me la inclinava. Vabbé sia anche chiaro che quando don Paolino ci tagliava i capelli spesso ci sbinghiava; aveva una forbice dentata che era un raffinatissimo strumento di tortura, li asportava i capelli, più che tagliarli; ma ne aveva anche una non dentata e molto affilata che poi era quella che preferivamo. A volta ci tirava involontariamente i capelli o dava un colpo di pettine più forte o, per soprammercato, ci infilzava la forbice nella carne tenera della testa e il dolore era terrificante. Alla fine avevamo il cuoio capelluto in fiamme e il cranio tumefatto. Non lo faceva apposta, è ovvio, e in ogni caso, tolto questo, in generale da don Paolino si andava volentieri.
Un giorno di qualche anno fa, mentre ero in macchina, girandomi ho visto un manifesto funebre, sono sceso e ho letto, triste, che era morto don Paolino.
Arrivederci don Paolino, barbiere comunista, vissuto nella speranza che i compagni gli nazionalizzassero il salone. Ma i comunisti in Italia, purtroppo, non sono mai acchianati.

domenica, maggio 03, 2009

CE LA SO! - Viaggetto semiserio nella parlata agrigentina


Il sottotitolo non tragga nessuno in inganno. Non voglio rifare la tesi di laurea di Luigi Pirandello né avere alcuna pretesa scientifica. Tant’è vero che si tratta di un viaggetto, una gitarella, una specie di scampagnata. Visiteremo i luoghi linguistici agrigentini, cioè tanti (non tutti, certo) di quei modi di dire, verbi, frasi, singole parole che a Girgenti vengono pronunziate con leggerezza, senza pensarci due volte, ormai legittimate dal tempo e dall’uso ma che magari all’orecchio di un non agrigentino possono sembrare strane, quando non sono decisamente sbagliate. (Le espressioni incriminate sono in grassetto.)
Comincerei da un verbo, il verbo dei verbi, il termine che ci permetterà di riconoscerci come agrigentini quando un giorno saremo tutti in Paradiso: è il verbo sapercela! L’agrigentino non è capace di fare qualcosa, egli più semplicemente ce la sa. “Ce la sai, bellomè? – Prima ce la sapevo. – Ora non ce la so più. – Se ce la sapessi, che fa, non te lo farei?”
E sempre rimanendo in ambito verbale è nota la propensione che abbiamo nel considerare transitivi alcuni verbi intransitivi. E quindi può capitare di sentire qualcuno che chieda alla propria madre: “Scendimi le chiavi che devo uscire la macchina dal garage. Devo prendere delle cose, che le devo salire a casa” (non prima di aver entrato la macchina nuovamente in garage). Una volta una mia amica che era appena tornata da un viaggio, scese le valigie dall’auto (tante, vi assicuro), e guardandomi fa: ”Sàlimele!”. Tutti noi usiamo questi verbi in questo modo. Tempo fa un cronista siciliano del TG5 commentando una rapina disse che il malvivente aveva uscito la pistola; l’episodio fu riportato dopo qualche giorno da Striscia la Notizia nella categoria “strafalcioni dei giornalisti”.
C’è poi il caso di quei participi usati un po’ così: “Vuoi comprate le patatine?” chiede il papà premuroso al figlioletto; “Hai tutti i pantaloni scesi” gli fa eco la mamma; “Si deve fare una piovuta!”, chi di noi non l’ha mai detto guardando un cielo di piombo (del resto se c’è la grandinata e la nevicata, anche la piovuta reclama il suo bel posticino tra le precipitazioni atmosferiche, no?).
Poi c’è una serie di situazioni linguistiche che riguardano l’andare al mare, pardon, l’andare a mare. Intanto a mare si ci va (e non “ci si va”) in macchina e si porta la tovaglia, cioè il telo (questa cosa mi fa secco!). Se si vuol fare una passeggiata si va spiaggia spiaggia e se magari si è in comitiva si possono anche tirare le foto. E poi c’è sempre qualcuno che a un certo punto chiede “Com’è l’acqua?”, ottenendo come risposta, invariabilmente: “Bella!”.
Ed è proprio al mare che l’estate scorsa ho assistito al seguente scambio di battute. Accanto alla mia tovaglia (eh eh!) c’era una famigliola, simpatica ma non troppo, con dei bambini che frignando chiedevano il gelato. “Potete stare freschi”, abbozzò lì per lì la mamma, “mangiatevi invece i mottini (le merendine) che vi ho portato”. Ma le proteste crescevano di intensità, i bambini facevano l’inferno, per cui dopo un timido temporeggiamento (“Ho solo soldi sani”), la poveretta, alla quale nel frattempo era venuta la pena, capitolò. “Mi state facendo uscire pazza”, disse avviandosi mestamente verso il chiosco dei gelati. Ma al ritorno fu lei a prendere in mano la situazione: accusò i figli di averle fatto fare mala figura con le persone, e che quindi le era caduta la faccia a terra. “Da domani in poi se dovete fare così ci muoviamo a casa” accusava (eh sì, perché a Girgenti, il verbo muoversi esprime anche immobilità). “Con voi non ci posso combattere più”, proclamò ultimativa, “mi state facendo cadere malata”. E per finire: “Guardate, avete tutte le mani sporche” (vi assicuro, avevano solo due mani ciascuno, come tutti) “e ora pulitevi il muso che ce l’avete marrò”. Era, infatti, un gelato al cioccolatto.
Laddove dappertutto il facchino è il portabagagli delle stazioni, ad Agrigento è la persona maleducata. Tempo fa andai a Roma in pullman. All’arrivo, al piazzale della stazione Tiburtina, ci fu la solita ressa per prendere i bagagli. Un passeggero, lamentandosene con l’autista si sentì rispondere: “Caro signore, io sono un autista, non sono un facchino”. E il signore si profuse in scuse assicurandogli che non voleva assolutamente dire che era un facchino. Oppure un mio caro amico, tempo fa, dovendo spiegare a un’amica del Nord il significato della parola vastaso (stesso significato), la tradusse con… facchino.
Un altro amico, trovandosi al ristorante a Rimini chiese tre scioppetti di birra, gettando nel panico la cameriera. Lo scioppetto è la bottiglia piccola, quella da 33 cl. La donna, temporeggiò un po’ nelle cucine, dopodiché tornò dicendo che non li aveva. Si sentì rispondere: “Vabbé, allora mi porti uno scioppone”.
Da ittari vuci (gridare, urlare), l’agrigentino tira fuori buttare voci. Una sera d’estate di qualche anno fa andammo a vedere “Questa sera si recita a soggetto” una bella commedia di Luigi Pirandello – nostro concittadino –, in cui alcuni attori, confusi tra gli spettatori interagiscono con i colleghi sul palcoscenico e ovviamente sono costretti ad alzare la voce. Un nostro amico si trovò seduto di fianco ad un’attrice esterna che pertanto passò tutto il primo atto a urlare. All’inizio del secondo atto, alla ripresa dei posti, ‘sto mio amico, che, vi giuro, non aveva capito niente della situazione e pensava che l’attrice fosse semplicemente una pazza scatenata, la guarda e le fa: “Ma lei non è quella che poco fa buttava voci?” “…” (Pausa di sconcerto dell’attrice) “E ne deve buttare ancora?”
Alcune espressioni orbitano nel mondo dei rapporti sociali e del sentimento: “Mi fai simpatia”; “mi sono fatto fidanzato, sai, con quella che mi faceva sangue” (lì per lì penseresti a una bistecca); “sei zita o lasciata?”, si informa, premurosa (e forse speranzosa), l’amica del cuore; “ci siamo lasciati ma mi sta uscendo il senso”, risponde, la povera delusa. Quando non si ha alcuna intenzione di andare a trovare un amico, normalmente gli si dice: “Uno di questi giorni avvicino!”. Per indicare la frequenza assidua con cui si fa qualcosa, si dice che si fa ogni due e tre. “Mio nipote si è fatto tanto” dice la zia orgogliosa segnando nell’aria con una mano la probabile altezza del bimbo, “e poi, è un bambino intelligentissimo, non perché è mio nipote!” (e perché, se no?). Si esprime soddisfazione con: “Mi è venuto il cuore”, che cardiologicamente parlando deve essere uno sproposito; e poi “Non fare lo sperto”, ovvero il furbastro. “Vedi che ti dico?” (senti, casomai!); “Quello che mi dici mi stranizza”, e la meraviglia si dipinge sul suo volto attonito. “Ti cucino?”, chiede la moglie al marito mentre qualcuno può pensare che ‘sta donna prenda il coniuge e lo ficchi in pentola. “Ho calato la pasta” (da dove?), “Mi sono mangiato il panino e mi sono bevuto la Coca-Cola” (meno male che ha aggiunto il panino e la Coca-Cola!); “Ho fatto tutte cose”.
Straordinari sono anche “avere di bisogno”, “salirsene” e ”scendersene”, “l’utile e il divertevole”, “prendere una scaffa” (una buca per strada), “portare la macchina” (nel senso di guidarla), “camminare in auto, (non si camminava solo a piedi?), “per sì e per no”, “niente ci fa!”, “la vuoi una ciunga? (chewing-gum) – dammene mettà”. I giorni della settimana sono, inspiegabilmente, luneddì, marteddì, etc… Personalmente amo molto anche i raddoppiamenti: “Giusto giusto!”, “a quando a quando”, “solo solo”, “piedi piedi”, “vedersela pietre pietre”, “andarsene muro muro”, “sono arrivato ora ora”, “l’ho appena comprata, è nuova nuova”, “il cinema è pieno pieno”; e le esclamazioni: ‘Nzumma!, Cèèè!, Mischino!, Camurrìa!, !, Moru!, Gnà!, Gnà chi!, Gnà comu! e Gnà !, il conclusivo Va’!, l’arcaico Scasciu!, per finire con Maria!, citato anche da Tomasi di Lampedusa nel “Gattopardo”.
Naturalmente, questo scritto non ha alcuno scopo canzonatorio nei confronti di nessuno: è stato soltanto il volersi soffermare (per sorriderne un po’) su un aspetto della vita della nostra città che è quello del parlare. In fondo, ha che parliamo così da una vita, cose giuste!

martedì, aprile 14, 2009

INAUGURAZIONI


Stavo per partire per le vacanze pasquali, allorquando vengo fermato da una notizia sulla quale intendo soffermarmi assolutamente. A poche settimane dal crollo di una parte di Via Giovanni XXIII, il Comune di Girgenti inaugura l’apertura dei lavori per il ripristino della stessa. I fatti: un paio di mesi fa, a causa delle numerose, insolite piogge di quest’inverno, una parte di Via Giovanni XXIII – il pezzo terminale, quello giusto sopra Villa Cavetta – cede. La corsia di marcia viene dimezzata, l’area transennata, e, come sempre accade a Girgenti, lasciata a se stessa. Intanto continua a piovere e, dopo un mesetto circa dal primo intervento – ossia il transennamento –, la mattina seguente una nottata di belle piogge, il costone scunocchia e va a finire nella zona sottostante (foto), seppellendo due automobili ma, fortunatamente, nessuna persona. Grazie a dio la villetta era chiusa, non perché era presto ma soltanto perché a Girgenti le villette comunali normalmente sono chiuse, per cui non c’erano nonni con nipotini, studenti in vacanza arbitraria, coppiette, etc... Se si fosse intervenuto prima magari si sarebbe potuto evitare lo sfacelo che poi c’è stato.
A distanza di meno di un mese, quasi fosse una cosa che ha del miracoloso – tipo il sangue di San Gennaro –, viene dato l’annuncio dell’inizio dei lavori di recupero. ‘Sti cazzi, direbbero a Roma, ma siccome qui non siamo a Roma né in qualunque altra città normale d’Italia, l’annuncio viene preso come qualcosa di formidabile, anche perché così viene dato. E va bene anche questo. Ma la cosa che davvero fa morire dal ridere è che si è fatta una vera e propria inaugurazione. Questo fa schiantare. Sindaco, una manciata di assessori, un assessore regionale, qualche alto funzionario di qualche ufficio importante si recano nel posto del disastro a celebrare l’inizio dei lavori. Ora, in una città normale, insisto, questo non glielo avrebbero fatto fare. Quando io racconto queste cose agli amici di fuori, loro mi chiedono se scherzo o se dico la verità. E io provo vergogna nel dire che è la verità.
Questa inaugurazione mi ha fatto venire in mente, oltre alla cerimonia di presentazione del plastico dell’aeroporto – che poi non si fece (l’aeroporto non il plastico) –, a quella suggestiva riapertura del viadotto Rocca Daniele, avvenuta qualche mese fa. A causa di un crollo che interessò una parte (si trattava di pochi metri) dell’omonimo viadotto, per circa un anno il traffico sulla famosa 640 Agrigento-Caltanissetta fu deviato. L’automobilista doveva uscire allo svincolo precedente il viadotto, entrare nell’abitato di Favara e dopo un tragitto di qualche chilometro più lungo del normale, usciva nuovamente sullo stradone. I lavori di ripristino durarono meno di un mese ma il disbrigo delle pratiche quasi un anno. Alla fine, il solito gruppetto di autorità – alcune delle quali con fasce tricolori – si ritrovò sul luogo per inaugurare il tratto di strada riaperto. Questa volta stapparono bottiglie. Cosa cazzo (ops…!) c’era da brindare?
Allora, visto che ogni occasione è buona per fare caciara (oggi ce l’ho col romanesco), io propongo l’istituzione dell’Assessorato alle Inaugurazioni. Fai conto che in questa città oggidomani avviene una cosa straordinaria, di quelle che non avvengono in nessuna parte del mondo – la riparazione di un lampione, un decespugliamento, l’Akragas vince una partita – sai che devi festeggiare, no? Oppure si apre una casa di riposo o un asilo. Allora, invece di far scapicollare l’Assessore al Verde Pubblico o quello allo Sport o quello alle Politiche Sociali o ai Lavori Pubblici – che sicuramente hanno un sacco di cose da fare e poi a loro queste manfrine davanti alle telecamere non piacciono mica –, interviene l’Assessore alle Inaugurazioni, Festeggiamenti e Cerimonie e ti porta avanti la tua bella festicciola. Si fa un discorsetto iniziale, magari si taglia un nastro poi si stappa una bottiglia, si fa una bicchierata, due pasticcini e si va via perché magari dopo un’ora c’è un’altra cosa da inaugurare. Molto semplice, no? L’Assessore deve essere uno di quelli foto/telegenici, che sappia parlare ma non troppo bene (il congiuntivo è un lusso che non possiamo permetterci), che sorrida sempre, che abbia voglia di apparire in pubblico e soprattutto che abbia leccato i culi giusti. Dai, non ci vuole molto a dire una frase tipo: “Ringraziamo l’Assessore Vattelappesca per l’attaccamento che ha dimostrato per la città e per avere fortemente voluto quest’opera. Peccato che non c’è, se c’era la vedeva”. Andiamo, non ci vuole un genio per una cosa del genere. E poi al Comune non costerebbe niente. Qui sta la genialità dell’operazione. Tutto il costo delle inaugurazioni se lo sobbarcano gli sponsor. Anche perché in questo modo, durante la cerimonia mi puoi anche fare la degustazione del prodotto tipico, la presentazione della nuova automobile, la mostra del corredo. Mi puoi fare il rinfreschino, vivaddio. E l’Assessore, naturalmente – e anche questo è uno dei suoi compiti – deve ricordare e ringraziare gli sponsor: “Ringrazio il Presidente Tizio e il Supermercato Al Risparmio, che hanno permesso che oggi eravamo qui”. Oppure: “Vi porto il saluto del Sindaco, a voi, cari concittadini e agli amici della Pasticceria fratelli Caio, che se non c’erano loro questa cosa non si faceva”.
A Girgenti, ormai, l’Assessorato alle Inaugurazioni è una necessità.

domenica, marzo 08, 2009

AKRAGAS – NISSA



Ho scritto questo pezzo qualche anno fa, per ricordare di quando, bambino, andavo a vedere la mia squadra del cuore, l'Akragas.

***

Due motivi mi stanno spingendo a scrivere questa cosa. Il primo è che l’altro giorno ho finito di leggere “Febbre a 90°” di Nick Hornby, un inglese, libro carino, autobiografico tra l’altro, che parla del rapporto di questo tipo qua, l’autore, con la sua squadra di calcio del cuore, l’Arsenal, e di come la sua stessa vita abbia ruotato attorno a questa storia. Ora, se vivi a Londra, però, e tifi per l’Arsenal puoi permetterti anche il lusso di scriverci un libro ma se vivi a Girgenti e tifi per l’Akragas, le cose si complicano un tantino. Un libro te lo scordi, tutt’al più puoi vedere se viene fuori qualcosina simpatica tipo questa che sto cercando di scrivere io. Bah!
Mio padre cominciò a portarci allo stadio (al campo si diceva allora e si dice tuttora a Girgenti) alla fine degli anni ’60. Mio fratello ed io eravamo sempre molto contenti di andare anche se, in effetti, di calcio ne capivamo pochissimo e quelle due ore le passavamo più a divertirci con altri bambini che a guardare la partita. A dire il vero anche adesso non ne capisco molto mentre mio fratello anche allora se ne intendeva di più. Ma il bello di andare al campo era tutto quello che ci stava attorno.
Le domeniche si dividevano in tre categorie: quelle in cui non c’erano partite, quelle con l’Akragas in casa e quelle con l’Akragas in trasferta. Naturalmente la nostra preferenza andava a quelle della seconda categoria perché la partita in casa rappresentava un momento di estrema gioia. Poteva anche capitare che per qualche motivo non si potesse andare ma erano casi rari. Papà, oggi ci andiamo al campo?Sì!, e la felicità si impadroniva di noi. Frasi come Oi ioca l’Agragassi o Mangiamo un po’ prima, ché dobbiamo andare al campo, erano per noi fonte di letizia grande. Pasta al forno, cotoletta e cannolo. Poi si usciva di casa e c’era il raduno; si suonavano i campanelli di una quattrina di condòmini compagni di partite, o loro suonavano da noi, e si scendeva. Si va in macchina o a piedi? – normalmente si andava a piedi (abitavamo in via Acrone, a sì e no trecento metri dal campo, porca miseria!) ma la domanda veniva fatta lo stesso, come ugualmente venivano date le risposte Amunì a pedi, lagnusi!. I nomi delle squadre avversarie li sentivamo con regolarità annuale ed erano quasi sempre gli stessi: l’Amat e il Cantieri Navali di Palermo, la Termitana di Termini Imerese, la Folgore di Castelvetrano, il Marsala, le calabresi Juve Siderno e Morrone Cosenza, la Massiminiana (del mitico presidente Massimino) di Catania, la Leonzio di Lentini, la Nissa di Caltanissetta e qualche altra. Il tragitto verso lo stadio era emozionante (ahò, stiamo parlando di bambini di otto-dieci anni); andare all’Esseneto per noi spiritualmente equivaleva ad andare all’Olimpico o a San Siro; si parlava di classifiche, di calciatori, delle trasferte e nel frattempo si arrivava giù al campo, dove trovavamo già una certa agitazione. Questo era veramente elettrizzante: gente che andava di qua o tornava di là, chi si chiamava da lontano, chi faceva pronostici (sempre a favore dell’Akragas). Ogni tanto si vedeva qualche compagno di scuola e si chiamava, rigorosamente per cognome. Indi si faceva la colletta per i biglietti: il volontario, tra i grandi naturalmente, raccoglieva i soldi e si intrufolava nella ressa ai botteghini; lo vedevamo sparire tra la folla per riemergere qualche minuto più tardi coi tagliandi in mano. Tribuna laterale. Noi, essendo bambini, non pagavamo, però spesso non entravamo tutt’e due assieme a papà; uno di noi entrava con uno dei compagni di partita per evitare che gli inservienti al cancello addetti a staccare i biglietti facessero discussioni. E lì c’era un nugolo di altri bambini che chiedevano agli entranti di spacciarli per loro figli e non pagare il biglietto. Lo ammetto, questa cosa mi intrigava alquanto e un po’ li invidiavo, quei bambini. Gli stessi alla fine dell’incontro, ad un’eventuale risultato positivo per l’Akragas, avrebbero cantato vittoria vittoria sulle note di “Fratelli d’Italia”. Salivamo le scale e vedevamo di fronte a noi la gradinata e il terreno di gioco coi calciatori che già sgambettavano da qualche minuto e nuvole di polvere che si alzavano (il campo, giova ricordarlo, era in terra battuta). Era uno spettacolo che amavo oltre ogni dire (non provai più la stessa sensazione fin quando, molti anni più tardi, non entrai nello stadio di Wembley e ne rimasi esterrefatto).
A quel punto si celebravano due riti.
1) Un’autobotte entrava in campo e lo irrorava per migliorarne le condizioni, e con degli spruzzatori situati nella parte anteriore disegnava una spirale oblunga che dall’esterno si restringeva fino a chiudersi a centrocampo e
2) un inserviente, il claudicante custode per la precisione, entrava in campo con una stranissima carriola che rilasciava dietro di sé una stria di gesso allo scopo di rifinire le linee del campo di gioco. Sia chiaro che entrambe le attività per noi erano degli esercizi di stile supremo.
Queste operazioni avevano come sottofondo sonoro l’altoparlante che diffondeva musica ma anche inserzioni pubblicitarie offerte dalla ditta Pubblilancio. Ricorderò (perché sono le uniche che ricordo) soltanto quelle delle candele Lodge e degli orologi Bulova (Bulova, l’orologio dell’era spaziale!Se pensate a un regalo, pensate a Bulova!Bulova Bulova Bulova!). E finalmente l’annuncio più atteso: Diamo lettura delle formazioni. Ovvio il tripudio di applausi che accompagnava i nomi dei calciatori dell’Akragas, altrettanto ovvia la bordata di fischi all’indirizzo degli ospiti. L’annuncio terminava con: Arbitro Signor …… da ……, e fischi e improperi (preventivi!) per la terna arbitrale.
Dopodiché si cominciava. Amavo più d’ogni altra cosa le manfrine iniziali, l’ingresso dei calciatori, il saluto al pubblico, la monetina, le strette di mano, lo scambio dei gagliardetti, il controllo delle reti da parte dei guardalinee, il fischio d’inizio, le urla dagli spalti. E in quei momenti avrei dato qualunque cosa pur di fare il raccattapalle. Un momento altamente liturgico era quando la squadra posava per le foto di rito, come sempre fatte (anzi tirate) dal Cav. Piro e dal Sig. Arena, compianti fotografi ufficiali del campo. Durante la settimana, poi, queste foto venivano affisse nelle bacheche all’aperto dei due studi fotografici, in via Atenea, e si andavano a vedere cercando di rintracciare i nostri volti tra le centinaia fotografati in tribuna. C’era anche il rito del sale. Un anziano signore lanciava in campo dei pacchi da un chilo di sale che dice che porta bene, poi qualcuno in campo rimuoveva il cellophane del pacco e restavano gli scaramantici montarozzi. Mio padre e gli altri sedevano più o meno al centro della tribuna, mentre noi ragazzini potevamo stare giù, a livello del terreno di gioco o nei fossati tra gli spalti e la rete di recinzione, a fare tutt’altro che guardare la partita.
Ma ricordo che ci divertivamo sempre soprattutto a guardare le persone, a sentire quello che dicevano, tant’è vero che ancora oggi ricordiamo alcune frasi sentite allora, tipo Colpa tua, Turcato! o Con quei capelli impiccicosi e lurdi! o ancora Pappalettera, s’accucummara! Ogni tanto infatti qualcuno sosteneva che si fosse iniziato a giocare con un pallone accucummaratu e si sentivano anche litanie di bestemmie molto fantasiose (cantante, brutto, americano…) oltre agli evergreen della blasfemia. Altri ancora portavano con sé lo strumento più popolare del pomeriggio sportivo: la radiolina. Alcune erano abbastanza nuove e funzionali, spesso regali delle prime comunioni dei figli. Altre erano apparecchietti assemblati grossolanamente dagli stessi proprietari che univano i fili della radio ad una pila di quelle grosse e li tenevano assieme con dello scotch da elettricista o con un elastico, preferibilmente di quelli a banda larga (in taluni casi si trattava di camere d’aria tagliate in sezione). Poco funzionali, difficili da sintonizzare, con le antennine praticamente inservibili, erano tuttavia utilissime perché le voci basse e gracchianti di Bruno Ameri, Sandro Ciotti, Alfredo Provenzali e gli altri, opportunamente amplificate dai proprietari delle radioline (Golli d’o NapoliCu signà?Cané), aggiornavano i presenti sui risultati dei campi importanti, quelli della serie A. A volte si formavano addirittura dei capannelli attorno alla radiolina. Una delle minacce più ricorrenti era quella di tirare la radiolina all’arbitro. Un altro aggeggio piuttosto popolare era il cuscino da stadio che molti tifosi portavano con sé per attutire la durezza del contatto tra il sedile di cemento e le proprie terga. Erano cuscini rettangolari, che si aprivano a libro, recanti le insegne delle maggiori squadre italiane, l’Inter, il Milan e la Juventus. Non mancavano, per la verità, anche cuscini ordinari da sedia di cucina. Nei momenti da massima tensione se ne vide volare più d’uno.
Noi ragazzini spesso stavamo attaccati alla rete di protezione per vedere da vicino i giocatori che battevano il fallo laterale. Mi dispiaceva e sin d’allora mi disgustava quando qualcuno si scapicollava giù dalla tribuna e sputava ai guardalinee (e poi ‘sti signori correvano per il resto della partita con degli scaracchi verdastri attaccati alla giacchetta nera), magari apostrofandoli con un bel “segnalino, cornuto”. Non c’era il tifo organizzato, come adesso, per cui il massimo della coralità era il classico Akragas seguito da un triplice, veloce battito di mani, oppure il grido spontaneo A-gri-gge-ndo, eseguito da tutti ad un ritmo sempre crescente e accompagnato dal battito delle mani a sfumare. A fine partita, si vedevano dei falò in gradinata, perché qualcuno, chissà perché, andando via appiccava il fuoco a dei giornali, lasciandoli in fiamme sugli spalti.
L’Akragas, dacché la ricordo io, si è sempre distinta per la sua pochezza tranne in un periodo, negli anni ’80 (non posso essere molto preciso con le date) in cui raggiunse la serie C1. Questo fu il massimo del suo splendore ma io non ne parlerò. È retrocessa diverse volte, è fallita diverse volte e diverse volte è rinata in seguito ad alchimie societarie che mi è sempre stato difficile comprendere, figuriamoci spiegare. Era poca cosa, dicevo, giocava in serie D, ma per noi era la nostra squadra, rappresentava la nostra città e ci aggregava intorno a dei colori, quelli biancazzurri, di cui tutti andavamo fieri. Eravamo orgogliosi della nostra città, allora! Lo stadio era pieno di gente e i calciatori erano degli eroi. Non sto scherzando: il roccioso Nardi, il basso Penna, il bruno Guerra, Muffato all’ala destra e Lovise ‘n porta, Zamengo e Di Fatta, Ferrari e Ferranti, Mascheroni e Brogiotti, tutta gente che non ha lasciato alcuna traccia nel calcio italiano. Tutta gente, però, che ha radunato una città intorno a qualcosa di concreto: il pallone. Le partite avevano tutte una storia che francamente non ricordo bene; non so dire che una partita in particolare mi sia rimasta impressa ma posso parlare, se volete, dell’uomo che vendeva chewing-gum, ghiaccioli e mentine Tic-tac. La sua vanniata era: Cionghi cionghi ghiaccioli cionghi.
Come in tutti i campionati di calcio le partite più importanti erano quelle con la capolista o gli scontri con le avversarie dirette. Ma la partita che conservava sempre un fascino tutto suo, quella che importava a tutti a prescindere dalla posizione in classifica, il derby dei derby, in una parola la madre di tutte le partite, era una sola: Akragas-Nissa. Era sempre la partita dell’anno, talmente importante che era l’unica che godeva dell’onore della trasferta. Grazie a dei parenti di certi amici (uno di quei compagni di partite) che ci invitavano a pranzo, a volte si andava a Caltanissetta e si passavano delle belle giornate anche se noi bambini non potevamo andare allo stadio perché ritenuto pericoloso; immagino non fosse certo più pericoloso di quando la Nissa veniva ad Agrigento, ma tant’è! Quando si giocava ad Agrigento non ci era permesso di stare giù a giocare, nostro padre ci voleva seduti accanto a sé, non sbagliando, visto che per quella partita lo stadio si riempiva fino all’inverosimile e molte persone venivano anche da Caltanissetta. Si conoscevano anche alcuni dei giocatori della Nissa, tanto era importante l’evento: il portiere Cerami, tipo bassino e sbilenco ma bravissimo e il bomber Cipollone, la bandiera della squadra (credo lo ricordassimo più che altro per il cognome). Ogni azione veniva sottolineata da fischi o applausi, i contrasti tra calciatori erano importanti come la guerra del Vietnam e un rigore faceva perdere il lume della ragione a più d’uno. L’arbitro era particolarmente beccato, qualunque cosa facesse, qualunque decisione prendesse (arbitru a favuri!) e cioè: se un nostro giocatore azzoppava un avversario volontariamente e con cattiveria e l’arbitro fischiava la giusta punizione o il giusto rigore, apriti cielo! Ma se un nostro uomo sveniva per cause naturali nella loro area senza che nessuno lo sfiorasse e l’arbitro non fischiava il rigore… Veniva insultato senza pietà e minacciato di morte; si organizzavano commandos, con reclutamenti su base volontaria, per aspettarlo fuori dagli spogliatoi e dirgliene o fargliene di tutti i colori.
E poi c’era il gol! Un gol dell’Akragas, evocato sin dal fischio d’inizio (e ’cca c’è 'u golli!), era l’anticamera dell’infarto. La gente, con gli occhi fuori dalle orbite, si abbracciava (io stesso ho abbracciato dei perfetti sconosciuti) e subito si gridava du-e du-e du-e esortando i nostri uomini al secondo gol. Il gol ci dava la possibilità di parlare dell’Akragas, la nostra squadra, come se fosse il Milan e dei nostri uomini come se fossero Pierino Prati e Gianni Rivera. Ma il gol della Nissa era peggio; uomini furibondi promettevano di non mettere più piede allo stadio e auguravano a calciatori, allenatore e dirigenti le peggiori disgrazie per loro e per le famiglie, salvo a dimenticare tutto ad un nostro gol. La gente era veramente appassionata, entusiasta e a volte qualche cazzotto volava davvero. Ricordo, in particolare un accenno di sciarra tra uno dei compagnucci di mio padre e un nisseno che aveva dato del cornuto a un nostro giocatore, reo di aver retropassato il pallone al nostro portiere.
I torinesi parleranno di Juve-Toro e i milanesi di Inter-Milan, noi agrigentini parliamo di Akragas-Nissa, la nostra partita, il nostro derby. Settimane prima se ne cominciava a parlare e il giorno fatidico ci ripagava dell’attesa.

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Qualche giorno fa c’è stata Akragas-Nissa. Mio fratello ed io ci siamo andati. Le due squadre vivacchiano in un girone chiamato Eccellenza, ma non si è visto eccellere nessuno. Lo squallore si tagliava a fette. Non faceva molto freddo, sebbene fossimo a Natale, ma non c’erano più di duecento persone, e una cinquantina di ragazzi venuti in pullman da Caltanissetta che ci prendevano in giro. In particolare cantavano un refrain dal ritmo accattivante: giur-ginta-nope-zzodi-mme-rda. Non riuscivamo neanche a incazzarci. Abbiamo rivisto alcuni di quei ragazzini che allora giocavano con noi in tribuna laterale e abbiamo ricordato “i vecchi tempi”.
E questo è il secondo motivo per cui ho scritto questa cosa.

Febbraio 2001