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martedì, aprile 16, 2013

SILVIO, LO STATISTA


Tempo fa un amico mi disse che comunque io la pensi, Berlusconi (foto) è stato uno statista. Ovviamente sapeva che la penso diversamente.

Bene, potrei dare per buona questa affermazione che, peraltro, mi pare bislacca ma ho voglia di capire quantomeno cosa si intende per “statista”. Normalmente quando sento il termine, mi viene in mente un personaggio di grande spessore: politico – va da sé –, umano, culturale, morale. Mi pare comunque uno di quei termini un po’ vaghi, nebulosi, di quelli che ognuno – come il mio amico – può intendere come gli pare e in cui ci si può infilare quello che si vuole.

Giolitti è stato, indiscusso, uno statista, come anche Sturzo e De Gasperi; qualcuno vede in Mussolini uno statista, lo riporto sottovoce e con qualche conato; Gramsci credo lo sia stato benché non abbia mai guidato un governo. La mia generazione ha conosciuto forse gli ultimi statisti italiani. Il vecchio Andreotti, vuoi o non vuoi (e io non vorrei), è stato uno statista; Aldo Moro, qualcuno dice anche Craxi, magari quello prima di Hammamet. Insomma, credo di dimenticarne un pacco. Comunque vada, lo statista è colui che lascia un’impronta nella politica e ci si augura che sia un’impronta buona e magari seguibile per le generazioni future.

In definitiva, uno statista sarebbe una persona di cui si parlerà in futuro e di cui ci si ricorderà per ciò che di buono fece in vita. Se ne leggeranno i libri, editi da Laterza e rintracciabili in libreria nell’apposito stand; se ne ricorderanno i discorsi, che diventeranno titoli per i temi della maturità; se ne citeranno le frasi, su Facebook intendo dire.

Bene, mi chiedo perciò quale libro di Berlusconi troverò sullo stand della Laterza, sempre che io voglia fare un regalo, magari al mio amico che lo considera uno statista. Dubito ne abbia mai scritti. Dubito ne abbia mai letti!

E su quale discorso gli esaminandi faranno esegesi, al fine di strappare un bell’8 alla commissione d’esame? Mi viene in mente quello di insediamento dell’Italia al semestre di presidenza UE, il 2 luglio 2003, quello dei “turisti della democrazia”, quello in cui definì kapò il povero Martin Schulz, reo di averlo criticato.

E le frasi? Con quali frasi dello statista Silvio Berlusconi, abbelliremo le nostre bacheche Facebook, così come oggi facciamo con le massime del Mahatma o di Martin Luther King? Be’, qualcuna in mente mi viene ma ne citerò una soltanto che credo sia il compendio della vita, politica – va da sé –, umana, culturale, morale di questo grande statista di cui noi siamo contemporanei e di cui parleremo ai nostri discendenti: “La patonza deve girare”.

 

lunedì, settembre 19, 2011

KAYUKO (3)

***

Cari Ornella e Sandro,

Habari gani? Quanto a me, nzuri sana. Sono Josephu Kayuko, detto semplicemente Kayuko, il bambino che avete conosciuto più di venti anni fa all’orfanotrofio Furaha na tumaini, di Mbololo, Tanzania. Voglio subito darvi una bella notizia: mi è stato dato dal Governo l’incarico di dirigere il dispensario del villaggio di Mugambe, a due ore di macchina da Iringa, verso il Ruaha Park. Ho già preso servizio da tre mesi. Il lavoro di un medico africano è duro, ma questo lo sapete, e Mugambe è molto povero, come gli altri villaggi, del resto. In questo periodo in particolare la situazione è ancora più drammatica a causa della siccità. Baba Mario e baba Kalinga, giù alla missione fanno fatica a soddisfare tutte le richieste della gente che espone senza fine i propri shida. E chi non ha problemi quaggiù? Va bene hakuna matata ma in certi periodi è davvero dura. Chi non ha cibo, chi non ha vestiti, scarpe, o soldi per comprare qualcosa. Chi non ha niente. Chi ha la casa col tetto sfondato o non può mandare i figli a scuola. Da questo punto di vista purtroppo non è cambiato molto dai vostri tempi. E poi c’è chi non ha medicine, praticamente tutti. Ogni mattina decine di mama, bibi e watoto affollano il dispensario. Uno ha la malaria, l’altro la pellagra, l’altro ancora il beriberi. Io li curo ma spesso con poca convinzione. Dovrebbero mangiare e lavarsi di più e meglio e non ci sarebbe bisogno di venire da me.

Un paio di mesi fa ho incontrato Antonella, forse la ricorderete, l’operatrice della ONG che ci seguiva quando eravamo piccolissimi a Furaha na tumaini. Era venuta per rivedere i posti dove aveva trascorso qualche anno della sua vita parecchio tempo fa, e mostrarli ai suoi figli. Ha cercato alcuni dei bambini di allora ma ne ha trovati solo pochi. Diversi di loro sono morti, purtroppo; tra malaria, ukimwi e qualcos’altro qui è una strage continua. Altri sono andati da qualche parte a lavorare. Ma per chi viene dall’interno del Paese, la vita nella grande città non è certo semplice: sei quello che fa i lavori peggiori, sfruttato e maltrattato e spesso rischi di finire male. Per cui, di molti si sono perse le tracce.

Antonella mi ha aiutato a ricostruire parte della mia vita, attraverso i suoi racconti. Mi ha detto del nostro incontro e la cosa mi ha fatto davvero piacere. Mi ha anche dato il vostro indirizzo e mi ha raccontato di come siete rimasti impressionati il giorno in cui mi avete conosciuto.

La mia bibi mi aveva raccontato le circostanze della mia nascita, di come sono finito a Furaha na tumaini e dei primi tre anni passati lì. Mi ci portarono mezzo morto di fame e di stenti ma quelli del centro sono stati bravi a tirarmi su, insieme a tanti altri bambini come me. Non ricordo nulla di quel periodo ma la bibi mi ha raccontato di quando stavo lì e di come poi mi hanno preso loro e mi hanno cresciuto. E quando stavo lì, più o meno a due anni ho incontrato voi. Forse sarebbe meglio dire che voi avete incontrato me. Dopo, però, la vita non è stata rose e fiori per me e per le persone che vivono quaggiù.

Di mia madre non si è saputo nulla per tanti anni. Poi, cinque anni fa, la Polizia di Dar es Salaam ci ha comunicato che era morta in città. Aveva contratto l’ukimwi. Quello che non ho mai saputo è perché è andata via.

Dopo Furaha na tumaini sono andato al chekechea della missione. Era bello, l’asilo, mi divertivo con i miei amichetti ma soprattutto riuscivo a mangiare a pranzo, per cui per i miei nonni ero una bocca in meno da sfamare. Almeno a pranzo. Lì cominciai anche ad avere problemi agli occhi. E non solo. Poiché ero stato malnutrito nei primissimi tempi della mia vita, ho continuato ad essere cagionevole di salute. Antonella racconta di avermi portato diverse volte in città per farmi visitare. Addirittura mi hanno fatto mettere anche gli occhiali, e questo mi rendeva differente dagli altri miei amici. Un bambino africano con gli occhiali è una cosa non comune, per cui ero certamente il più visibile e il più riconoscibile di tutti.

Poi ho iniziato ad andare alla Primary School. La shule mi piaceva molto, soprattutto lo swahili. Purtroppo avevamo anche lì dei problemi, il mwalimu era bravo e simpatico, ma la scuola era messa davvero malissimo. Neanche i banchi bastavano per tutti, per cui molti di noi erano costretti a stare seduti per terra e quando il mwalimu lasciava un compito da fare, dovevamo stare in ginocchio a scrivere, col quaderno per terra. Però eravamo felici lo stesso. Solo adesso però ne ho capito il motivo: perché eravamo bambini.

Io – allora non ne capivo il perché – ero stranamente messo un po’ meglio degli altri. Avevo la divisa più pulita e ogni anno la bibi riusciva a comprarmela. La divisa di scuola era obbligatoria, camicia bianca e pantaloni azzurri, però la usavamo anche fuori da scuola per cui dopo qualche mese era praticamente già da buttare. Io avevo sempre le scarpe. Ed ero uno dei pochi ad averle sempre, cosa strana da queste parti, anche adesso. Quando finiva un quaderno, la bibi me ne dava un altro; i miei compagni invece erano costretti a cancellare ciò che avevano scritto e riutilizzare il quaderno vecchio. Io invece avevo sempre dei quaderni, delle matite e una gomma. Un anno, in sesta, riuscii ad avere anche un libro. Solo il mwalimu lo aveva. Quell’anno anche io.

Anche a casa sembrava aleggiasse una sorta di nuvola che provvedeva a noi anche quando tutto intorno c’era la siccità, la fame e la miseria. A noi non mancava mai un piatto di ugali e fagioli. Con ciò non voglio dire che eravamo ricchi ma almeno il cibo non ci mancava.

Anche per l’accesso alla sanità, ora che ricordo bene, eravamo combinati un po’ meglio degli altri. E anche in questo caso non ne capivo il perché. Parecchie volte ho avuto la necessità di ricorrere al dispensario. La mia costituzione fisica non mi consentiva grossi sforzi per cui ogni tanto mi capitava di finire in ospedale. A causa dell’acqua, ad esempio, che qui non è mai pulita. La facciamo bollire più volte, la filtriamo e così cerchiamo di renderla un po’ migliore ma niente, sporca è e sporca rimane e il nostro tumbo ne risente. Quante volte sono stato portato in dispensario per problemi di stomaco e tutte le volte sono guarito. Ma dei miei amici non tutti sono stati così fortunati. Pascali, per dirne solo uno, è morto a nove anni a causa della diarrea. La diarrea, capite? E come lui anche altri. Per non parlare della malaria, io l’ho presa parecchie volte e ce l’ho sempre fatta ma quanti invece se ne sono andati? Greyson, un mio compagno di scuola, un giorno non è venuto a giocare a mpira. Allora siamo andati a casa sua. La sua capanna era molto lontana dalle nostre. Non lo abbiamo trovato e la sua bibi ci disse che lo avevano portato al dispensario, forse aveva la malaria. Greyson non è più venuto a giocare a mpira. Eravamo amici.

Alla fine della Primary School ero certo che sarei andato con mio nonno a lavorare il campo. Pochissimi giovani riescono ad andare alla Secondary e io davo per scontato che anche io facessi parte del grosso numero che abbandona la scuola. A malincuore, nel mio caso, perché nei sette anni di scuola elementare mi ero in qualche modo appassionato allo studio. Anzi, negli ultimi anni cominciai ad avere passione anche per le scienze. Pensate il mio stupore quando la bibi mi disse che sarei andato alle superiori. Ma come? La maggior parte dei miei compagni resterà a casa perché non se lo può permettere e io invece potrò continuare ad andare a scuola? Era tutto molto strano. Tra l’altro, al nostro villaggio non c’era, e non c’è neanche adesso, la scuola superiore, per cui sarei dovuto andare almeno a Iringa, affittare una stanza, provvedere al cibo, al vestiario e al corredo scolastico. Chi mi avrebbe dato gli shilingi necessari? Fatto sta che andai alla Secondary. E furono quattro anni indimenticabili, in cui sperimentai tante cose, e che mi fecero fare delle nuove scoperte nella vita. Andavo in un istituto a indirizzo scientifico e lì la mia passione per le scienze continuò a crescere. Imparai anche l’inglese, con il quale adesso ho la possibilità di scrivervi. A Iringa dividevo una camera con altri due amici, Lazak Likiliwike e Zakaria Sanga, la vita era abbastanza dura, non potevamo fare troppi i brillanti e dovevamo accontentarci del poco che avevamo. Ma sicuramente, anche così, eravamo dei privilegiati rispetto a tanti nostri coetanei. Ed io continuavo a non capire chi o cosa mi assicurava questo privilegio.

Alla fine del quarto anno della Secondary, si deve scegliere se finire gli studi o continuare per altri due anni, quelli che aprono le porte all’università o a studi superiori più specialistici. Quanto a me, nonostante avessi voglia di andare avanti, propendevo per la prima ipotesi: smettere con la scuola. Non perché non avessi voglia di studiare, anzi. L’avrei lasciata per l’impossibilità economica di continuare. Già che ero a Iringa avrei cercato un lavoro, mi sarei reso indipendente e avrei aiutato la bibi a tirare avanti.

Mio nonno, babu, nel frattempo era morto. Aveva trascorso una vita a zappare, seminare, aspettare la pioggia e raccogliere. Sempre e solo mais. È dura la vita del mkulima africano. Anch’io sarei dovuto diventare un mkulima e in tanti momenti della mia vita ho anche aiutato babu nel lavoro del campo. Ma in generale per me la vita è andata diversamente.

Infatti sono rimasto molto sorpreso nel sapere che avrei potuto andare avanti negli studi. È stato per me un momento davvero importante perché mi si concretizzava la possibilità di accarezzare un pensiero che non osavo neanche sperare: diventare medico. Il mio Paese è malato, grave, e ci vuole qualcuno che si assuma la responsabilità di curarlo. Volevo farlo io ma non ci speravo. Poi invece questa possibilità parve potersi concretizzare. Gli altri due anni a Iringa sono stati ancora ricchi di esperienze di maturazione. Ormai del bambino di Furaha na tumaini era rimasto davvero poco. Furono gli anni in cui acquisii la consapevolezza che il mio destino cominciava a delinearsi e non volevo perdere l’occasione. Non sapevo come avrei fatto a trovare i soldi che mi servivano per affrontare gli studi universitari ma ormai ero nel ballo. Nel tempo libero lavoravo, scaricavo ceste al mercato, spazzavo le strade, servivo nelle caffetterie per i turisti, i pochi che venivano a Iringa. E ovviamente studiavo. Studiavo sodo e frequentavo la scuola, ormai dovevo farcela. Qualcosa o qualcuno mi stava spingendo su una strada che mi piaceva percorrere. E io la stavo percorrendo.

Sì, la faccio breve. Alla fine dei due anni, mi sono iscritto alla Tumaini University, sempre a Iringa, che ormai era diventata la mia città adottiva. Tumaini significa speranza e mai come allora ho provato questo sentimento, per me e per il mio Paese.

Adesso più che mai. Lavoro in condizioni estremamente precarie ma sono contento di poter aiutare il mio popolo. Io sono stato aiutato, non so da chi anche se lo immagino. Sono stato aiutato in tanti modi ma la cosa più grande che mi è stata donata è la possibilità di poter studiare. Questo dovete fare per l’Africa, se la amate: dare ai suoi figli l’opportunità di studiare. Quando ero piccolo alcuni bambini del mio villaggio sono andati a vivere in Europa, adottati da famiglie italiane o britanniche. Si diceva che erano stati fortunati a trovare un futuro sicuramente migliore di quello che avrebbero avuto qui in Africa. Ma il guaio è che sono andati via e l’Africa li ha persi per sempre. Non so se sarei voluto andar via anch’io. Oggi dico no, dico che è stato cento volte meglio per me restare qui. Se a me fosse capitata la “fortuna” di andare a vivere all’estero probabilmente oggi lavorerei in un grande ospedale con bellissime attrezzature. Ma non sarei in Africa.

Se mi invitate, un giorno vi vengo a trovare.

Asante na shukuru.

Kayuko

***

venerdì, settembre 16, 2011

KAYUKO (2)

In mattinata, Sandro e Ornella tornarono a Furaha na tumaini. Sulla strada si fermarono a guardare un signore che stava facendo i mattoni per la sua casa. L’uomo aveva scavato un grande fosso sul terreno, smosso tutta la terra, l’aveva abbondantemente annaffiata con l’acqua, lavorata coi piedi per far diventare il fango piuttosto omogeneo, senza troppi grumi e stava procedendo all’ultima fase. Aveva un attrezzo, un telaio rettangolare a forma di H, chiuso alle estremità, quindi con altri due rettangoli interni; riempiva di fango l’aggeggio e lo andava a vuotare sul terreno rilasciando ogni volta due mattoni. Con quelli avrebbe costruito la sua casa.

Arrivati al centro, i due si fiondarono da Kayuko. Forse volevano cercare conferma nella decisione che aleggiava. Trovarono i bambini nel momento del cambio dei pannolini. Le operatrici ovviamente non usavano i pampers bensì le kanga, tagliate a strisce, che facevano sia da assorbente che da mutandina. La kanga è la veste multicolore delle donne africane, che viene usata, principalmente, come gonna ma anche per portare il bambino piccolo sulla schiena e per un altro migliaio circa di utilizzi. Man mano che un bambino o una bambina veniva cambiato, le donne lo adagiavano per terra e il piccolo cominciava a gattonare, strisciare, cercare di sollevarsi da terra e camminare. Tutti quei bambini sul pavimento erano uno spettacolo di tenerezza.

Non fu facile riconoscere Kayuko, non perché, come si dice dalle nostre parti, “i neri sono tutti uguali”, ma perché effettivamente alcuni di loro si somigliavano molto e poi perché avevano passato troppo poco tempo assieme per ricordarselo bene. Poi lo videro che gattonava in un’area un po’ lontana della stanza e lo andarono a prendere. Stettero con lui tutta la mattina e notarono che al bambino piaceva molto avere qualcuno che si occupasse di lui. Giocava e rideva contento. Ad ora di pranzo, Sandro gli diede pure da mangiare; le donne del posto gli permisero di imboccarlo e ovviamente si stupirono molto nel vedere un uomo compiere quell’attività femminile. Kayuko mangiò riso e fagioli – e cos’altro? – che del resto è la dieta base di qualunque bambino africano dopo lo svezzamento: direttamente dal latte materno a riso e fagioli. Provava molta tenerezza nell’accudire il piccolo e la cosa gli fece aumentare la voglia di prendersene cura più a lungo, molto più a lungo.

La mattina successiva, a Furaha ni tumaini c’era una festa popolare. Ornella e Sandro andarono, accompagnati da Antonella, la ragazza della ONG che in quei giorni era stata per loro un preziosissimo cicerone. A lei la sera prima avevano spifferato la loro intenzione di vedere se era possibile avviare una pratica di adozione per Kayuko. La ragazza gioì molto di quella cosa e anzi diede loro delle dritte utilissime. Alla festa ci furono balli e canti. Si divertirono da matti, loro e il bimbo, poi se ne andarono. Tristi. L’ultima polaroid che si portarono di lui fu scattata davanti la porta del camerone, Kayuko a terra, gattonando, li guardava, con l’occhietto semichiuso e le labbra tra i denti.

Sulla strada per Kyamani si fermarono un giorno a Iringa. Andarono a trovare due tizi, italiani, che avevano lasciato baracca e burattini e si erano stabiliti in Africa, fondando una specie di casa per bambini in situazione di handicap fisico. L’avevano attrezzata di palestra e sala per la fisioterapia e giornalmente accoglievano diversi bambini disabili. In sovrappiù, avevano adottato tre bambine in situazione di svantaggio. A loro raccontarono l’incontro con Kayuko, ne discussero ed essi furono prodighi di consigli e avvertenze.

Ornella e Sandro lavorarono a Kyamani per altre tre settimane, poi tornarono in Italia, con la solita voglia di ritornare in Africa ma questa volta con un motivo in più. Avevano nell’occhio ancora Kayuko, il bambino di Mbololo.

Un paio di mesi dopo il loro rientro in Italia, Ornella ricevette una lettera da parte di Antonella, l’operatrice della ONG di Mbololo, quella che li aveva scarrozzati in giro. La ragazza li aggiornava sulle ultime notizie da quel fronte. Al centro si stavano facendo dei lavori di scavo per la raccolta e il drenaggio dell’acqua piovana. Si doveva riuscire a convogliarla dentro delle cisterne per far fronte alle esigenze idriche del centro e del villaggio, nei periodi di siccità, cioè molto spesso. Inoltre si stavano facendo degli altri lavori anche alla sala giochi dei bambini: la stavano ripitturando, in verde, e l’avrebbero dotata di tanti altri giochi e cuscinoni, che nel frattempo erano arrivati in container dall’Italia. Il falegname del villaggio, oltre a ciò, aveva già realizzato un grande box, in cui i bambini potevano esercitarsi a camminare e altre cose stava costruendo.

Quanto ai bambini, Antonella raccontava che effettivamente quello era un periodo di grandi scoperte per loro. Sembrava si fossero decisi tutti insieme a camminare, a parlare e a scoprire ogni giorno tante cose nuove. Erano uno stimolo gli uni per gli altri.

“Adesso vi chiederete cosa fa il vostro piccolo amichetto” – disse a un certo punto della lettera, la ragazza. E raccontò loro che era stato portato in ospedale a Iringa per il piccolo problema di strabismo. Era stato visitato da un oculista, il quale, però, aveva consigliato un esame più approfondito, magari a Dar es Salaam. Anche una fisioterapista aveva incontrato Kayuko, per la sua difficoltà, a due anni, di camminare ormai speditamente come tutti i bimbi di quella età. La professionista aveva confermato che il problema era in relazione stretta con i primi mesi di vita del bambino, quelli della malnutrizione.

I due sanitari avevano poi manifestato la loro preoccupazione rispetto a questa nuova malattia che, appena arrivata anche in Africa, stava facendo dei danni enormi. AIDS, si chiamava, ma lì era conosciuta come ukimwi, e colpiva soprattutto la fascia centrale della popolazione, lasciando soli tanti bambini e bambine.

Antonella continuava raccontando del viaggio in dalla-dalla fino a Iringa e ritorno, di come Kayuko, e gli altri bambini che erano con lui, si erano divertiti sul pulmino. Avevano riso per tutto il viaggio, guardando fuori dai finestrini con lo stupore tipico dell’esploratore. Anche nella grande città guardavano tutto con meraviglia: per loro era una scoperta continua. Sandro e Ornella si intenerivano al pensiero del loro piccolo Kayuko alle prese con la vita e avrebbero voluto trovarsi lì con lui.

Fino a che, camuffata da notizie come le altre, Antonella non mollò l’affondo. Riguardava la famiglia di Kayuko: si erano trovati i suoi nonni ed erano giovanissimi, 35-36 anni. Il bambino era nato dalla loro figlia, di cui non si avevano più notizie e il padre era ignoto.

«Oh, cazzo», meditò Sandro. Adesso saltavano fuori ‘sti nonni, ragion per cui Kayuko non era più yatima kabisa. Antonella aveva dato la notizia en passant, a margine di altre informazioni, probabilmente per addolcire la pillola. Conoscendo l’attenzione che hanno in Africa per i bambini, diciamo che questo metteva una pietra tombale sull’argomento adozione. Laggiù il bambino che rimane senza genitori non resta mai solo, c’è sempre una bibi, benché anziana, una zia o persino una vicina di casa disposta ad occuparsene. Figuriamoci due nonni trentacinquenni. Sandro e Ornella si erano acculturati sul sistema delle adozioni internazionali e stavano predisponendo di andare a vivere per un po’ in Tanzania, secondo la legge del luogo, ma quella lettera gli faceva repentinamente disfare le valigie. D’altronde, Kayuko aveva i nonni e questo gli dava la possibilità di poter restare nella sua terra. Non era la speranza che Ornella e Sandro avevano coltivato per un po’ ma pazienza. Duramente, a malincuore ma era meglio così.

E sì, però forse occorreva continuare ad aiutare quel bimbo che li aveva resi felici, sebbene per poco tempo. Nonostante fosse la soluzione migliore, restare in Africa comportava il doversi confrontare quotidianamente con difficoltà enormi. Bisognava trovare il modo di poter aiutare quel bambino, poterlo seguire e fare per lui ciò che avrebbero voluto fare qui, in Italia, dove Sandro e Ornella adesso si trovavano. Ma senza Kayuko.

“Vi abbraccio forte e aspetto vostre notizie! A presto, da Mbololo. Anto” – così finiva la lettera.

martedì, settembre 13, 2011

KAYUKO (1)

L’inizio di questo pezzo è Il capretto nero, scritto un paio di anni fa e pubblicato su questo blog. Il resto è stato scritto per il laboratorio di scrittura “MONècrit”, tenuto da Beatrice Monroy ad Agrigento, nella primavera del 2011. A causa della lunghezza del pezzo, verrà pubblicato in tre stadi.

***

I bambini africani riscuotono sempre un grande successo. Piacciono a tutti. Sono belli, non c’è che dire, e tutti quanti se ne innamorano. Quegli occhi grandi ed espressivi, quei sorrisi accattivanti, quelle testoline ricciute: è impossibile non amarli. Tanti ci chiedono cosa si prova a essere attorniati da un nugolo di bambini neri, vocianti e ridenti, che ti chiamano, ti tirano, ti prendono la mano. E quante volte ci chiedono, addirittura, come si fa ad averne uno. In tanti si dichiarano disposti ad adottarne uno. Alcuni pensano che basti venire qui in Africa, per tornare con un bel bambino nero sotto braccio, tipo al discount.

E tutte le volte che sento questi discorsi, tutte le volte che vedo questi slanci di amore incondizionato verso i bambini neri, io penso a Miss Ethel Holloway, la protagonista de Il capretto nero, una divertente novella di Luigi Pirandello. Miss Ethel, quindi, è la “giovanissima e vivacissima figlia di Sir W. H. Holloway, ricchissimo e autorevolissimo Pari d’Inghilterra”, venuta in vacanza a Girgenti, dove poté ammirare le bellezze della città, che tuttavia Pirandello descrive come molto misera. L’inglesina, quindi, si innamorò perdutamente di un capretto nero, una vivace bestiola che allegramente trotterellava, anzi springava “come se per aria attorno gli danzassero tanti moscerini di luce”, in mezzo al gregge che il caprajo, “bestiale e sonnolento”, portava a rugumare tra le rovine di un tempio dorico, cosa che Mr Charles Trockley, vice-console d’Inghilterra a Girgenti, giudicava come profanazione. Ebbene, tanto fu l’amore immediato che la ragazza provò per la bestiola, che decise di comprarla e farsela inviare in Inghilterra. La spedizione dell’animale, per varie vicende, richiese quasi un anno, per cui, a quel punto, il graziosissimo capretto nero era diventato un caprone, un becco, “un orribile bestione cornuto, fetido, dal vello stinto rossigno”, che causò lo sconcerto della giovinetta e le rimostranze decise di suo padre. Eppure era lo stesso animale.

E allora, dicevo, che c’entrava la storia dei bambini neri con quella del capretto? È simile. Tutti a squagliarsi davanti ai bambini neri: “ma quanto sono carini, che dolcezza, che tenerezza, che simpatia. Guarda che bella quella bambinetta nera. M’a mangiassi a muzzicuna. Come si fa ad averne una? Ne vorrei uno a casa mia. Me ne prenderei uno.”

Fatto sta che il desiderio di molti di avere tanti bei bambini neri alla fine viene esaudito. I bambini neri vengono davvero qui da noi, però dopo una quindicina, una ventina di anni. Ma nessuno li riconosce più. Non riconoscono più il sorrisetto furbo del bambino del Senegal nel ragazzone che chiede di comprare un accendino; né lo sguardo vispo di un bimbo somalo nelle lacrime del migrante che supplica il finanziere in guanti di lattice. Nessuno vede nella prostituta nigeriana la bella bambina sorridente che aveva visto in foto tanti anni prima e che voleva portarsi a casa.

Eppure sono le stesse persone.

***

No, non c’era il leone a vegliare alla sua nascita, pigro e austero. Non scesero gli gnu, giù dalle colline verso il Ruaha River, la giraffa non stava di vedetta né i cercopitechi si accalcavano vocianti per assistere all’evento. Quando nacque, nella stanza dove la giovane, giovanissima, bambina Bitres lo stava dando alla luce, una cosa su tutte spiccava: un odore asperrimo, il puzzo della povertà.

Sedici anni, presa da un camionista di passaggio, che da Morogoro scendeva a Songea con un carico di copertoni. Presa per una sera e poi lasciata lì, con un figlio in grembo al quale avrebbe dato un nome – Josephu – e il suo cognome – Kayuko.

Dopo pochi giorni la mamma sparì, non si sa dove sia andata. Chi dice a Dar es Salaam a cercare fortuna. Ma si sa bene qual è la fortuna che può capitare a Dar a una ragazzina di sedici anni proveniente dall’interno. Prostituzione o mendicità. Di altri parenti neppure l’ombra. Per cui il piccolo Josephu, per tutti quanti Kayuko (secondo l’uso di chiamare tutti per cognome), fu portato a Furaha na tumaini, un orfanotrofio gestito da una ONG italiana con addosso un’etichetta: yatima kabisa, completamente orfano.

Furaha na tumaini, quindi, Gioia e speranza, il nome benaugurale che i giovani della ONG, una delle prime ad arrivare, hanno dato a questo posto dove bambini poveri, abbandonati, spesso ammalati, cercano di affrontare i primi passi di una vita che non sarà certo benevola con loro. Figli di una Tanzania scalza, lacera, malata e, ancora una volta, puzzolente. La struttura – vista dall’alto è un semiovale – sorge su due ali di costruzione, con al centro il cortile e il campo per i giochi all’aperto dei bambini. In una punta dell’ovale il cancello di ingresso mentre l’altra punta è aperta. Nell’ala destra, la cucina, il refettorio e qualche altra stanza di sbarazzo o di alloggio del personale; nell’ala sinistra il camerone con tutti i lettini dei bimbi e uno spazio dove accudirli. Complessivamente venticinque-trenta bambini, perlopiù sani, a differenza di altre strutture della zona, che accolgono bambini malati.

Furaha na tumaini è una sorta di oasi. Persino i suoi edifici, in veri mattoni, non hanno nulla a che vedere con l’ambiente esterno. Fuori da lì si stenta a credere di trovarsi nel 20° secolo. Le case sono ancora costruite di fango, coi tetti di paglia. Niente luce, niente acqua, niente gas, niente di niente. I bambini vanno a scuola, con l’uniforme, obbligatoria anche se lacera, ma spesso senza scarpe e certamente senza attrezzatura scolastica. Non giocano con la macchine telecomandate ma se trovano un vecchio cerchione di bicicletta sono ben più che contenti; male che vada fanno una bella palla di sacchetti di plastica, o di vecchie magliette, per fare delle epiche giocate a mpira, a calcio. Un operaio guadagna in media mille lire al giorno, quando va bene, e con quello deve provvedere al fabbisogno alimentare di una famiglia, spesso numerosa. E in ogni caso sono quasi tutti wakulima, contadini, di un’economia di sussistenza che ogni giorno alza lo sguardo al cielo sperando nella pioggia. Che spesso non arriva. Qui siccità vuol dire carestia e mettere assieme il pranzo con la cena spesso non è impresa facile.

Nel grande stanzone con lettini a destra, sinistra e centro, ogni lettino, di legno, aveva la sua zanzariera azzurra raccolta in alto, ultimo baluardo spesso inutile contro la zanzara anofele, responsabile della malaria. Kayuko aveva l’ultimo posto a destra, per cui ci volle del tempo prima che fosse visto da Sandro e Ornella, due coniugi italiani in visita alla struttura. Non più giovanissimi, i due collaboravano con la missione di Kyamani, sulla strada verso Dodoma, a più di cento chilometri, dopo Iringa. L’uomo fu il primo ad essere attratto dallo sguardo non troppo vispo del bimbo nero, dal suo occhietto sinistro mezzo chiuso e forse un po’ storto e dal muco d’ordinanza ingrommato sul labbro superiore. Ornella nel frattempo indugiava con altri bambini.

Un fagottino, Kayuko, sicuramente meno di un anno. Non particolarmente bello. Eppure Sandro proprio lui notò tra tanti. Non il piccolo Deusi dalle guance belle piene, che ricordava il mio amico Arnold; né la bella Floriana, da tutti chiamata Froliana (per la difficoltà dei parlanti swahili a pronunciare le L e le R); nemmeno la dolce, fragile Gresy, magrissima e malata o il buffo Madison, con un vestitino da bambina. A lui piacque Kayuko. E basta. Come quando in mezzo a centinaia di articoli simili, scarpe fai conto, lo sguardo della professionista dello shopping viene attratto inesorabilmente dal paio che sta in fondo all’ultimo scaffale, quasi dimenticato, il primo candidato ad arricchire i fondi di magazzino del negozio. Quelle voglio!

Ecco, forse così si sarà sentito Sandro ma non ebbe tempo, e neanche voglia, di pensarlo, perché venne immediatamente calamitato dal piccolo. Lui, un maturo italiano, uomo di città, alle prese con un minuscolo africano, figlio della savana, che lo guardava, in ginocchio appoggiato alla sponda del lettino, la bocca semiaperta con le labbra fra i denti. Cercò la moglie per mostrarle il suo nuovo amichetto ma la donna stava altrove. Kayuko guardava Sandro e Sandro Kayuko. Col suo pagliaccetto bianco sporco, non solo di colore, con un gattino disegnato sopra e la scritta – ridondante – CAT. Chissà di chi era stato quell’abitino, sicuramente Kayuko non era il primo a indossarlo. Sarà arrivato dall’Italia insieme a centinaia di altre cose, che la generosità da cambio di stagione di noi italiani avrà riempito. Pagliaccetti, quindi, completini, magliettine, calzoncini, scarpette e altro, stivati in un container MSC rosso e spedito in Africa. Due mesi in attesa di essere sdoganato al porto di Dar es Salaam e poi via, verso Mbololo, per la gioia degli operatori di Furaha na tumaini e, di riflesso, di tanti Kayuko.

«Ehi, ciao – sussurrò Sandro, sentendosi un po’ sciocco. – Come stai?» Sapeva che non gli avrebbe risposto, primo perché era troppo piccolo per parlare e poi perché, casomai, l’avrebbe fatto in swahili. Il bimbo lo guardava, lo scrutava, gli toccava la faccia e la testa calva.

«Non avrà più di un anno – pensò – forse anche meno.»

Poi invece lesse il cartellino sopra il lettino che, con grafia incerta, recava le informazioni di base del bimbo: nome, cognome, villaggio, data di nascita. Fece un rapido calcolo e gli venne quasi un colpo. Kayuko aveva poco meno di due anni. Non parlava, non camminava, si esprimeva solo con lo sguardo eppure aveva quasi due anni. Automaticamente il pensiero gli andò a casa, dove due bambini, gemelli, figli di suo fratello maggiore stavano passando le vacanze estive. Duenni anche loro ma diversamente da Kayuko i due bimbi erano due vitelli: parlavano, camminavano, correvano, urlavano, litigavano; interpretavano, insomma, e anche con bravura, tutto il repertorio tipico dei bambini di due anni o giù di lì.

E allora? Perché il piccolo Kayuko aveva tutto l’aspetto di un neonato o poco più? Sandro ebbe l’immediata, infelice tentazione di addossare la colpa a quelli dell’orfanotrofio. Poi rifletté. E mentre si faceva afferrare l’indice destro, pensò che non c’era nessuno che aiutasse Kayuko a crescere, che lo stimolasse a muovere i primi passi; nessuno che lo facesse gattonare, che gli sillabasse le parole perché lui le ripetesse; nessuno che si prendesse veramente cura di lui. Yatima kabisa.

Arrivò Ornella. Sandro le presentò il suo nuovo amichetto, che intanto aveva preso in braccio.

«Guarda», disse l’uomo.

E la donna capì immediatamente che tra i due si era instaurata un’intesa particolare. Un feeling “da uomini”.

La sera la trascorsero alla casa della ONG, su al villaggio. Faceva freddo sull’altopiano quindi si doveva stare per forza dentro casa. Cena con carne e riso con fagioli, naturalmente. Dopocena con chitarra alla luce fioca delle lampade alimentate dal gruppo elettrogeno. In certi posti del mondo, la luce elettrica fa ancora parte di quel progresso che tarda ad arrivare. Sandro e Ornella erano i più vecchi della compagnia e un po’ forse si sentivano a disagio ma che importava, la mente era giù a Furaha na tumaini, dove il piccolo Kayuko a quell’ora stava sicuramente già dormendo. Sandro ne era rimasto totalmente preso e non riusciva a pensare ad altro. I suoi erano sentimenti di tenerezza per il piccolissimo essere umano incontrato poche ore prima. Ornella, invece, benché ne fosse un po’ più distaccata, si rendeva conto che il marito era stranamente impensierito. Quel bambino nero lo aveva sconvolto. Ce ne sono a centinaia di bambini, dovunque si vada, ma quello…

Al suono di un pezzo di Guccini – Incontro, nientemeno –, un’idea cominciò a prendere forma nella sua testa di Sandro, affollata di pensieri e sensazioni. Come tutti quelli che desideravano avere un capretto nero, o un bimbo africano, Sandro cominciò a considerare la possibilità che questo potesse accadere a lui. E alla moglie, ovviamente. Sposati da pochi anni, non avevano figli, quindi tanto vale prenderne uno dall’Africa, dall’amata Africa. Perchè no? Non ne fece subito parola alla moglie. Ma si ripromise di dirglielo l’indomani, qualora il pensiero si fosse riaffacciato alla sua mente.

E infatti si riaffacciò. Appena sveglio, nel torpore della fredda mattinata africana, Sandro smanettò nei ricordi del giorno precedente e ritrovò Kayuko. E dopo di lui ritrovò anche quel pensierino impertinente che lo aveva visitato la sera prima. Perché non fare in modo di adottarlo? Non aveva la minima idea di come fare però cominciò a valutarne la fattibilità. Occorreva recarsi in qualche ufficio. Sì, ma quale? Si doveva trovare il modo per avviare la pratica. Ok, ma come? Bisognava uscire carte. Certo, ma quali? A queste cose stava pensando quando Ornella lo vide, pensieroso, e gli chiese se stesse pensando al piccolo.

«Obviously», rispose Sandro, stranamente anglosassone.

«E stai pensando a qualcosa in particolare?»

«Of course». Era in preda ad anglofonia compulsiva, un modo per alleggerire il momento.

«…», lo fissò Ornella.

«No, mi chiedevo se…», era fortemente indeciso.

«…»

«Secondo te, potremmo pensare a prendere con noi Kayuko? Per sempre, dico.»

«Per sempre?»

«Mh mh…»

Ornella non rispose ma si rese conto che Sandro parlava sul serio, nonostante il sorrisino sardonico e la faccia di babbìo che si era messa. Quella discussione finì lì. Almeno per il momento.

mercoledì, marzo 10, 2010

TONINO CARINO DA ASCOLI


Qualcuno, anzi molti certamente ricorderanno 90° minuto, il mitico programma calcistico della RAI dall’indimenticabile sigla. Quando ancora il calcio aveva un pizzico di anima, i compianti Maurizio Barendson e Paolo Valenti intrattenevano l’Italia del dopopartita con la riproposizione dei gol di Giorgione Chinaglia, i rigori di Walter Alfredo Novellino, i dribbling di Bruno Conti e le sviste arbitrali di Barbaresco da Cormons.
E poi i collegamenti: da Firenze Marcello Giannini, dallo spiccatissimo accento toscano; Luigi Necco dal San Paolo, attorniato da decine di guaglioni che gridavano Forza Napoli; da Torino Cesare Castellotti, dalle gote in fiamme; Giorgio Bubba da Genova e Beppe Viola da Milano.
Ma al di sopra di tutti svettava Tonino Carino da Ascoli. Ometto capitato lì per caso, Carino era noto per storpiare i nomi difficili (ma anche quelli facili) dei calciatori dell’Ascoli, la squadra di cui seguiva le sorti ai tempi del presidente Rozzi. “Anno nuovo, Ascoli vecchio”, esordì una volta, dimostrando doti un po’ scarsucce di battutista. Ma tant’è, Carino è stato certamente il più singolare e il più amato di quei mezzibusti, all’epoca della moviola di Carlo Sassi.
Adesso se n’è andato, forse presto, visto che aveva solo 64 anni. Ciao, Tonino Carino da Ascoli.

giovedì, febbraio 18, 2010

CIAO, BAMBINO PISELLINO


Il suo vero nome è Maicol ma i volontari della missione di Ismani lo conoscono come “bambino pisellino”. È un bimbo del villaggio di Chamndindi, a parecchi chilometri dal centro della missione. L’abbiamo conosciuto nel 2006, quando sua nonna lo portò, a piedi, da noi per farcelo vedere. Le nonne africane – le bibi – sono l’unica speranza per i bambini come Maicol (foto), che hanno perduto entrambi i genitori, stroncati probabilmente dall’AIDS. Non appena entrò nell’ufficio della missione (dove monitoriamo il programma di adozioni a distanza), il locale si riempì di un fetore aspro, deciso. L’anziana donna, toltosi di dosso il piccolo, gli aprì i pantaloncini per mostrarcelo. Chi c’era non l’ha mai dimenticato. Un’unica piaga, sanguinolenta e nauseabonda andava dall’ombelico all’ano, comprendendo anche l’apparato genitale. L’odore – che nessuno di noi ha mai dimenticato – derivava dal fatto che in quel tourbillon di carne, sangue, pus e organi, il bambino faceva i suoi bisogni praticamente “a cielo aperto”. E la nonna “puliva” tutto con la kanga, la coloratissima, multiuso veste delle donne africane. Maicol era nato con questa malformazione, che andava curata e certamente operata.
Sì, ma dove? Questa è l’Africa, dove la gente viene decimata dalla malaria e i bimbi muoiono perfino con la varicella o la diarrea. La bibi, comunque, capiva che se c’era qualcuno che poteva far qualcosa, quelli eravamo noi. Per cui, nel nostro viaggio di rientro in Italia, abbiamo deciso di portarli a Dar es-Salaam, la città più grande e importante della Tanzania, l’ex capitale dello stato, per far vedere Maicol in ospedale.
C’è un aneddoto – che già una volta ho raccontato – legato alla trasferta di Maicol e la sua bibi a Dar es-Salaam. I due vennero alloggiati al piano inferiore della casa dove risiedevamo anche noi. A sera, quando già quasi tutti erano a dormire, notiamo che la luce della camera di nonna e nipote era ancora accesa. Non c’erano persiane sicché, mossi da semplice curiosità, dalla necessità di non farci i cavoli nostri, ci avviciniamo per cercare di capire il motivo per cui non fossero ancora a letto. E invece scopriamo che i due dormivano già, e della grossa. Poi abbiamo fatto mente locale: la bibi non aveva spento la luce perché non conosce la luce, quella elettrica quanto meno, non sa che c’è un interruttore che la accende e la spegne. Lei non sa cosa sia un interruttore. Del resto, nella sua casa di fango e paglia l’interruttore non c’è. Per lei la luce è quella che viene al mattino e che va via la sera, al tramonto, e che nessun interruttore può accendere o spegnere.
Maicol venne operato una prima volta, e poi delle altre. Negli anni a seguire abbiamo sempre incontrato Maicol, bambino pisellino, e la sua bibi. A proposito, perché questo nickname? Quando abbiamo conosciuto Maicol, gli abbiamo fatto una serie di foto, per testimoniare la sua malattia e, chissà, vedere di portarlo qui in Italia per farlo operare, cosa difficilissima da fare. Di ritorno dall’Africa, al momento di scaricare le foto, non ricordando il nome del bambino e pensando che aveva problemi al pisellino, qualcuno nominò il file come “bambino pisellino”. E da allora lo abbiamo sempre affettuosamente ricordato così.
L’estate scorsa si era quasi raggiunto un accordo. Una zia giovane si era resa disponibile ad accompagnarlo in Italia per farlo curare. Bisogna immaginare cosa voglia dire, per una donna che non è mai uscita dal suo villaggio nel cuore dell’Africa nera, affrontare un viaggio nientemeno che in Italia. Intanto il bambino continuava ogni tanto ad essere curato e operato.
Ieri mattina Maicol è morto. Il giorno prima aveva subito un altro intervento operatorio ma evidentemente non ce l’ha fatta.
Allora ciao, bambino pisellino. Ciao, piccolo Maicol, ultima vittima di un’Africa in agonia, di un’Africa che muore lentamente. Come te.

mercoledì, novembre 04, 2009

IO STO CON SANTORO (ALESSANDRO)



Tempi duri in Italia per i gay. Sono molto ma molto preoccupato per l’ondata di omofobia che sta attraversando questo Paese. Da nord a sud – persino da Canicattì, scherzi a parte – non passa giorno che non arrivino notizie di aggressioni, pestaggi e violenze contro persone omosessuali. Tira una brutta aria per i gay, le lesbiche, i transessuali. La maggior parte di questi episodi, ancorché messi in pratica da teste di cazzo di ragguardevoli dimensioni, ha anche una precisa connotazione politica. Checché ne dicano, anzi non ne dicano, i nostri rappresentanti politici, sono attacchi di stampo fascista. Ripeto, fascista. (Casomai non si fosse capito lo ripeto ancora: fascista.) La squadraccia di arditi coglioni arriva, circonda il malcapitato gay e – cinque contro uno – lo pesta a sangue, in un tripudio di saluti romani, inni al duce e insulti ripugnanti. E del resto “meglio fascisti che froci”, disse con precisa scelta stilistica, forte del suo cognome, Alessandra Mussolini, augusta rappresentante del popolo omofobo.
Purtroppo anche la Chiesa cattolica, non interviene con l’autorevolezza che ci si aspetterebbe in questi casi. Non mi pare di aver sentito – ma sicuramente sarò stato distratto – qualcosa che possa farmi dire che la mia preoccupazione per questi episodi e questo clima sia condivisa dalla Chiesa. Anzi, sui gay cala sempre un forte imbarazzo. E sì che sull’aborto, la famiglia, il fine vita, la Chiesa interviene un giorno sì e un giorno sissignore; ho come il sospetto che sui gay la Chiesa sia capace solo di fare filosofia da quattro soldi.
Solo in alcuni sporadici casi, dal popolo di Dio si ergono voci di dissenso. Una di queste è quella di don Franco Barbero da Pinerolo, che viene definito “il prete dei gay” – con la solita mania che si ha dell’etichettatura facile. In realtà è un sacerdote che ha avviato da anni in tutta Italia, dei cammini di ricerca spirituale per i fedeli omosessuali. Che finalmente si sentono accolti nella famiglia di Dio senza essere discriminati. Inutile dire che don Barbero è stato ed è ferocemente osteggiato dalla Chiesa.
Un’altra buona notizia arriva anche da Firenze, dove qualche giorno fa il giovane parrino don Alessandro Santoro ha sposato una coppia “anomala”: uomo lui, donna lei. Il busillis sta nel fatto che la signora, Sandra, era nata uomo, anzi “donna per sbaglio in un corpo di uomo”, secondo le sue stesse parole; negli anni ’70 si era sottoposta all’operazione per il cambio di sesso e qualche anno dopo lo Stato l’aveva riconosciuta donna. Da 25 anni – mica da ieri – viveva con il suo uomo, Fortunato, col quale, da qualche tempo, aveva iniziato a seguire un percorso di fede, accompagnati da don Alessandro.
Certo, non si può dire che il Nostro sia un personaggio facile. Nessun vescovo, immagino, vorrebbe averlo tra i suoi parrini. In un rione fortemente a rischio – il quartiere delle Piagge –, egli cerca di strappare i giovani dalla strada, organizza la gente facendo fare loro esperienze di vita comunitaria (Comunità di base delle Piagge), apre associazioni (Il Pozzo), giornali di quartiere (l’Altracittà), incoraggia esperienze di consumo etico e solidale, accoglie immigrati organizzando per loro corsi di alfabetizzazione e altro. Pensate che una volta ha pure digiunato per protestare contro l’ordinanza del sindaco contro i lavavetri e un’altra ancora si è presentato in gommone in Piazza della Signoria per sensibilizzare sul problema dei migranti. Ha fatto manifestazioni antirazziste, anticapitaliste, nonviolente. Che tipo! C’è un grande container (foto) dove si fa tutto, alle Piagge: ci si riunisce, si discute, si fa l’asilo ai bambini e il doposcuola agli scolari, si stampa il giornalino e tanto altro. E si celebra pure la Messa. Come nei villaggi africani, in cui la chiesa non è solo il luogo di culto ma il centro vitale della comunità.
Nella Comunità di base delle Piagge, organizzati da quel mascalzone di don Alessandro Santoro, sono sorte iniziative di indiscutibile valore sociale, quali un fondo di solidarietà (il Fondo Etico e Sociale, una sorta di banca dei poveri), un laboratorio politico (Cantieri Solidali), piccola imprenditoria cooperativistica, attività di economia alternativa (progetto Villore, di agricoltura biologica), piccola produzione editoriale (Edizioni Piagge) e tanto altro. E tutto questo non da solo ma grazie alla partecipazione attiva degli abitanti del quartiere che sono diventati essi stessi gli artefici delle loro esperienze. Non è, insomma, uno di quei bravi preti ai quali siamo abituati, quelli, cioè, che tengono aperta la chiesa per un paio d’ore e poi sono irrintracciabili per tutta la giornata. Ma che però organizzano il pellegrinaggio da padre Pio.
Non è certamente ortodosso, don Alessandro, ma almeno cerca di seguire il Vangelo. Meglio ancora, mette il Vangelo al primo posto, cosa che però mette lui al di fuori della Chiesa ufficiale, alla quale il Vangelo piace proclamarlo ma quasi mai metterlo in pratica. Lui, invece lo mette in pratica e questo è un errore che pochi nella Chiesa sono disposti a perdonargli. Il Vangelo prima delle regole, degli apparati, del magistero, della gerarchia, del papa? Non sia mai, ecco perché mons. Betori (foto), Arcivescovo di Firenze, dignitario di Santa Romana Chiesa, di recente sostituito in qualità di segretario della CEI da mons. Crociata (nomen omen!), ha sollevato il povero Santoro dalla cura pastorale della comunità delle Piagge presso la quale operava fin dal 1994. L’Arcivescovo chiede a don Alessandro Santoro “di vivere un periodo di riflessione e di preghiera” e nel frattempo ha già mandato il suo sostituto, don Renzo Rossi, 84 anni.
Sono molto triste per questa vicenda e voglio fare una serie di personali – assolutamente personali – considerazioni. La prima riguarda proprio la coppia che Santoro ha indebitamente unito in matrimonio. Perché hanno voluto sposarsi in chiesa? Non sapevano che non è possibile? Non sapevano che la Chiesa non ammette se non il matrimonio eterosessuale? Eppure io credo che i due, Fortunato e Sandra, hanno voluto proprio questo: entrare con forza, scardinando la serratura, dentro una struttura che non li vuole, proprio per rivendicare il diritto di sedere a un posto con tutti gli altri, come tutti gli altri. Se a loro non fosse importato nulla del matrimonio canonico, sarebbero andati a farsi sposare in chiesa? Magari facendo anche un cammino di fede prima di arrivare al grande passo? Eppure niente, fuori!, non c’è posto in chiesa per Fortunato e Sandra. Sembra che per lei sia una colpa, un peccato essere diventata donna. Come se un giorno, quando era ancora un ragazzo, annoiato nella sua Firenze, si fosse chiesto: Occhè si fa oggi? Si va alle Hascine? Si va a vedè la Fiorentina? No, si va a cambià sesso, nun s’è mai fatto! Non credo sia andata così. Temo ci sia dietro una dolorosa presa di coscienza e una storia di sofferenza, esclusione ed emarginazione, che alla fine l’ha portato a fare l’unico passo possibile. Di cui, peraltro, non si è mai pentita. Eppure per la Chiesa questo non è possibile. È possibile invece che arrivino ragazzetti sprovveduti, che non hanno la benché minima idea di quello che stanno per fare, di cosa sia il matrimonio e la vita in comune ma, poiché eterosessuali, vengono ammessi senza la minima discussione al sacramento. Fanno un corso prematrimoniale – una decina (forse meno) di incontri in cui si discute del nulla; poi, qualche giorno prima della cerimonia, il prete fa il cosiddetto processetto matrimoniale, una serie di domandine facili facili – che lo stesso sacerdote assicura essere pro forma – e la coppia è pronta per il sì. Se dopo un anno i due si separano senza il minimo pentimento, la Chiesa si chiede il perché della crisi del matrimonio, non chiedendosi però se, per caso, non sia anche colpa sua. E poi, cosa non sono quei matrimoni celebrati in chiesa? Il tripudio del lusso, dello sfarzo, dell’inutile, dello spreco. Per un giorno si è capaci di spendere svariate migliaia di euro. Ci sono spose che arrivano all’altare con abiti costati un patrimonio – alla facciazza di chi non mette assieme il pranzo con la cena – ma non c’è un solo parrino che si metta contro questo andazzo scandaloso. Tutti a fare le prefiche, però, quando la signora Sandra chiede alla Chiesa di sposare il signor Fortunato dentro le sua mura. No, non è questa la Chiesa in cui credo.
Ok, ma si può dire: la Chiesa ha delle regole e si devono rispettare. O dentro o fuori. Sì, ma questo chi lo dice, esattamente? La Chiesa stessa o Gesù Cristo, che della Chiesa si suppone essere il fondatore? Io vorrei conoscerlo, il parere di Gesù. Vorrei sapere la sua opinione su parecchie delle cose che succedono – per non parlare di quelle che son successe in passato – oggigiorno nella sua (?) Chiesa. Vorrei sapere cosa ne pensa innanzitutto del caso di don Alessandro Santoro e dei due sposi delle Piagge. E in generale cosa ne pensa del modo in cui gli omosessuali vengono trattati nella Chiesa, mi piacerebbe sapere. E del perché, invece, se è un prete ad essere omosessuale e magari anche ad aver commesso fatti assolutamente non edificanti, la Chiesa lo protegge e lo custodisce possibilmente contro le stesse persone da quel prete oltraggiate. Queste cose io le vorrei sapere. Ma da Gesù, mica da un prete o da un vescovo o da chicchessia.
Poi c’è anche la velata minaccia: o dentro o fuori. Dentro o fuori da cosa? Da una struttura? O dalla grazia di Dio? A non rispettare le regole della Chiesa si è fuori da essa o si è fuori dalla presenza di Dio? Ma noi cristiani (perché tale mi sento, e anche cattolico, a prescindere che qualcuno importante lo riconosca o meno) dobbiamo cercare di essere in grazia di Dio o di compiacere alla Chiesa? Dobbiamo cercare “il Regno di Dio e la sua giustizia” o il favore di personaggi porporati? E poi non capisco il perché nella Chiesa non ci possano essere opinioni discrepanti ma tutto debba essere ricondotto a una disciplina unica dalla quale non si può debordare. Non capisco, ad esempio, perché non si possano criticare le opinioni del papa, dei vescovi, dei preti. So di tantissime persone – i cosiddetti “cattolici del dissenso”, ne conosco un sacco – che amano profondamente la Chiesa eppure raramente si ritrovano in quello che viene emanato dalla gerarchia. Nella Chiesa contano quanto il “due di coppe” però ci sono. Personalmente, di essere un buon cattolico, ligio alle leggi e ai precetti della Chiesa non me ne importa più di tanto. Di essere un buon cristiano, mi importa. Io so di dover essere un giorno giudicato da Dio – è questo casomai che mi preoccupa – non dagli uomini. Io so che quando sarò al suo cospetto, egli mi chiederà conto della mia fede e di come l’ho vivificata con le opere non di quanto ho servito la Chiesa cattolica. Ho come il sospetto che davanti a lui non ci servirà essere stati dei buoni cattolici. Forse non ci servirà neanche essere stati cattolici. Altrimenti dovrei pensare che (giusto per non fare nomi) il famigerato Marcinkus – una vita dedicata a Mammona – sarà lì a godere dell’eternità in virtù del suo cattolicesimo, mentre il Mahatma – non cattolico, ahilui – brucerà nelle fiamme dell’inferno. La salvezza dipenderà da che chiesa hai frequentato o da che religione hai professato in vita? No, non riesco a crederci, a questa cosa. Del resto, Dio non è cattolico.(*)
Infine, per ritornare all’argomento, mi chiedo: che ne sarà delle Piagge? Che ne sarà di quella comunità, di quel lavoro fatto, di quel seme gettato? Pare che mons. Betori non sia mai andato a vedere ciò che è sorto grazie a don Santoro – non ne avevo dubbi – ma sono certo che qualcuno lo avrà informato. Come finirà? A leggere l'Altracittà, il giornale della comunità delle Piagge (http://www.altracitta.org), assieme al dolore per lo strappo di don Alessandro, c’è anche la fiducia e la speranza di andare avanti per la strada che il prete ribelle ha tracciato. Ma si sa come vanno queste cose. Don Renzo Rossi sicuramente avrà tanta e tale energia che non lascerà che quest’opera vada persa. Del resto, ha solo 84 anni…
E Betori ha vinto la sua personale battaglia con don Santoro. Non so col Vangelo, ma con don Alessandro sicuramente. Si beerà, Betori, di aver “messo a posto” un ribelle, un comunista (è una parola sempre utile per denigrare qualcuno), e starà sereno nella sua importante curia da dove potrà tranquillamente parlare di Cristo, del Vangelo, dei poveri e magari raccontare la storiellina tanto bella del buon Samaritano. Secondo me però è proprio lui, Betori, che avrebbe bisogno di un periodo – ma bello lungo – di riflessione, preghiera e rilettura del Vangelo (e poi essere interrogato a saltare) perché ovviamente ne sconosce i principi fondamentali, che invece Santoro oltre a conoscere mette in pratica. Innanzitutto quello dell’accoglienza. Aver sposato quei due è stata l’unica cosa che Santoro doveva fare. E l’ha fatta.
Ma questo è soltanto il mio modesto parere. Che peraltro condivido.

(*) La frase non è mia, purtroppo, ma di mons. Carlo Maria Martini – non esattamente un cretino.

domenica, novembre 01, 2009

STAVOLTA SE N'E' ANDATA DAVVERO




La cosa più superba è la notte
quando cadono gli ultimi spaventi
e l’anima si getta all’avventura.
Lui tace nel tuo grembo
come riassorbito dal sangue
che finalmente si colora di Dio
e tu preghi che taccia per sempre
per non sentirlo come rigoglio fisso
fin dentro le pareti.
CIAO ALDA.

giovedì, ottobre 22, 2009

GRATZIANEDDU



La televisione italiana ha dei grandi programmi, di qualunque genere. Si sa. Ma alcuni, non c’è niente da fare, sono più grandi degli altri. Il Grande Fratello, di Canale 5, è probabilmente il paradigma della buona televisione, quella che tra una scoreggia e una bestemmia in diretta, diverte, fa rilassare e educa milioni di italiani. Non disdegno Uomini e donne di Maria De Filippi, sempre su Canale 5, la trasmissione dei tronisti. Chi non conosce i tronisti? Giovanotti di grande bellezza ma dal neurone assenteista, che, seduti su un trono – e dove, sennò? – fanno bisticciare una ventina di signorine cacciatrici, anch’esse dalle stesse caratteristiche psicofisiche. Sempre la femminile Maria De Filippi conduce C’è posta per te, prototipo della tv del dolore, e Amici, una sorta di Saranno famosi de noantri. Ma ci sono anche dei tg molto interessanti: il TG4 di Emilio Fede, per esempio, campione di imparzialità ed equità o Studio Aperto di Italia1, al quale, se togliessero le notizie di gossip, rimarrebbe solo la frase: Buonasera, cari telespettatori.
Ecco, tutti ‘sti programmi arrivano nelle nostre case per merito delle televisioni di quel signore che, a detta del ministro Alfano, ha portato moralità nella politica. Dopo averla portata nella televisione. Ma questo l’ho aggiunto io.
Non si dica, però, che la RAI TV non si sia adeguata. L’Isola dei famosi, ad esempio, dove la mettiamo? In un posto dove ha perso le scarpe il Signore – tipo in Honduras, Brasile, Capo Verde – una ventina di personaggi più o meno famosi (recentemente mischiati a degli sconosciuti, se non sbaglio) vengono “abbandonati” in balia di loro stessi e dei loro più bassi istinti. Si vedono e si sentono le peggio cose. Gazzarre per il cesso, pianti disperati per il cibo, crisi per il freddo e la pioggia. Naturalmente anche roba di genere sessuale, molto in alto nel gradimento degli Italiani. E tutti a fintoscandalizzarsi in studio, dove una scatenata Simona Ventura arringa un manipolo di “opinionisti”.
Ecco, in questa atmosfera da collegio svizzero, quest’anno – ho sentito – vogliono infilare anche Graziano Mesina, Gratzianeddu, come lo chiamano nella sua terra, il re dei banditi sardi (foto). Non uno stinco di santo, per carità. Ed ecco cominciare a sollevarsi il solito polverone di polemiche, messo su dai soliti politici di alto rango, che, dimentichi di quanti delinquenti quotidianamente siedono al loro fianco in Parlamento, o di quali gaglioffi li hanno portati tra quegli scanni, simulano indignazione contro la partecipazione del “re del Supramonte” al reality.
Ma chi è Gratzianeddu? Un pendaglio da forca, si direbbe; uno che nella sua vita ne ha combinate di cotte e di crude, anche di molto sporche, arrivando persino a uccidere. Ha rubato, rapito, truffato; è stato arrestato un sacco di volte e 14 volte è evaso. Uno che perciò è anche entrato nell’immaginario collettivo come il migliore, benché in una categoria non invidiabile. Un personaggio non commendevole affatto al quale sono anche stati dedicati film, libri e canzoni. Uno che non prenderesti come precettore per tuo figlio, insomma.
Epperò io sono favorevole alla partecipazione di Mesina all’Isola – per quello che me ne può fregare. Dice, perché? Perché il nostro ha passato 40 anni in galera, ha scontato tutto. Se il carcere serve a far sì che chi ha sbagliato paghi, chi ha pagato è a posto. No? Mi preoccuperei per quelli che non hanno mai pagato, che profittando della loro posizione affermano diritti che in effetti non dovrebbero avere. Gratzianeddu ha pagato: che vada in tv, a quel paese o dove cavolo gli pare. Non ho simpatia per lui ma per me – ora – può fare il cavolo che vuole. Dice, e quelle persone che hanno avuto un parente ucciso? Vero, ma ripeto: Mesina ha pagato. Ha scontato la pena di aver portato il lutto in quelle case. Certo, i parenti di coloro che sono stati ammazzati da lui lo vorrebbero morto fra atroci dolori; lo Stato, invece, gli ha inflitto una pena e questa pena è stata estinta. Se la Legge è uguale per tutti, e tutti siamo uguali per la Legge, Mesina è stato uguale. Quindi sì a Gratzianeddu all’Isola dei famosi.
Piuttosto NO all’Isola dei famosi e a tutte le altre schifezze della televisione.

domenica, ottobre 04, 2009

FRANCESCO D’ASSISI



Non ho nessuna – ma proprio nessuna – simpatia per il culto dei santi, che invece Santa Romana Chiesa continua a tenere in vita. Mi sembra un surrogato di fede talmente basso e di scarso spessore, anche morale, che preferisco non commentare. Naturalmente faccio salva la buona fede di tante persone che dal profondo del loro cuore sentono amore vuoi per Padre Pio, vuoi per Rita da Cascia (mia madre tra quelli), vuoi per Antonio da Padova e per tanti altri.
Eppure tra tutti i santi ce n’è uno che mi incanta ed è il vecchio Francesco d’Assisi. Intanto perché mio padre da bambini ce ne parlava e ci leggeva il Cantico delle Creature; mi piacevano da morire le parole strane (mentovare, ennallumini, robustoso) e mi sganasciavo dal ridere al passo che diceva Et ellu è bellu. Parlava agli uccelli, ammansiva lupi, roba mica da ridere, comunque. Poi perché era figlio di Pietro di Bernardone, nome che alle elementari mi faceva scompisciare. Trovo che sia una figura – Francesco non Pietro – talmente moderna da sembrare ormai fuori moda da un pezzo. Mi spiego. Questo tizio, un ragazzo all’epoca, rinunziò a tutto quanto – ed era tanto – quello che possedeva per rifugiarsi tra le braccia di Madonna Povertà. La povertà, quindi, come opzione che diventa stile di vita. In un’epoca – la nostra – dove avere è tutto, un tipo come Francesco è moderno perché è di rottura. Di palle sicuramente. Puntare il dito contro l’accumulo di capitali, che genera ingiustizia sociale e disuguaglianza è di certo una cosa molto scomoda in un tempo in cui il possedere è tutto e pensare agli altri è roba da dame di carità; vestirsi di sacco nel momento in cui lo sfoggio delle vesti migliori è elevato a sistema è certamente di rottura; alzare la voce contro una Chiesa che, esattamente come il mondo, sta dalla parte dei ricchi (benché a parole sia il contrario), oggigiorno sarebbe eversivo.
Ah, se tornasse Francesco!
Beh, se tornasse Francesco verrebbe messo alla gogna mediatica, processato e dichiarato colpevole. Se tornasse Francesco, la sua voce verrebbe soffocata dalle grida scomposte di tanti che hanno i valori cristiani solo per poterli sbandierare in favore di telecamera – che è sempre meglio che metterli in pratica. Se tornasse Francesco verrebbe sospeso a divinis.

***


Altissimu, onnipotente bon Signore,

Tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione.


Ad Te solo, Altissimo, se konfano,

et nullu homo ène dignu te mentovare.


Laudato sie, mi' Signore cum tucte le Tue creature,

spetialmente messor lo frate Sole,

lo qual è iorno, et allumeni noi per lui.

Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:

de Te, Altissimo, porta significatione.


Laudato si', mi Signore, per sora Luna e le stelle:

in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle.


Laudato si', mi' Signore, per frate Vento

et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,

per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento.


Laudato si', mi' Signore, per sor Aqua,

la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.


Laudato si', mi Signore, per frate Focu,

per lo quale ennallumini la nocte:

ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.


Laudato si', mi' Signore, per sora nostra matre Terra,

la quale ne sustenta et governa,

et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.


Laudato si', mi Signore, per quelli che perdonano per lo Tuo amore

et sostengono infirmitate et tribulatione.


Beati quelli ke 'l sosterranno in pace,

ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.


Laudato si' mi Signore, per sora nostra Morte corporale,

da la quale nullu homo vivente po' skappare:

guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;

beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,

ka la morte secunda no 'l farrà male.


Laudate et benedicete mi Signore et rengratiate

e serviateli cum grande humilitate..