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mercoledì, agosto 31, 2011

UN LIBRO PER L’ESTATE


Ricordo i bei vecchi tempi, quando la gente non aveva ancora un computer a testa, Internet non esisteva o se esisteva era roba per pochissimi e Google e Zuckerberg non erano ancora nati. Ecco, a quell’epoca io ero un divoratore di libri. Libri, esatto, quei blocchetti di fogli scritti più o meno fittamente in cui qualcuno ha scritto tante cose, belle ma anche no. Poi è arrivato tutto ciò di cui sopra e addio libri. Giusto cinque-sei l’anno, tanto per tenere viva la competenza della lettura, imparata alla Scuola Elementare Giuseppe Lauricella di Agrigento verso la fine degli anni 60 del Novecento. Roba da secolo scorso.

Ebbene, però quest’estate la ricorderò come quella del revival libresco. Sono passati sotto i miei occhi miopi parecchi volumi, la maggior parte belli. Eccoli.

¨ Enrico Brizzi – La nostra storia – Baldini Castoldi Dalai. Brizzi è diventato davvero bravo. Del resto, sin dai tempi di Jack Frusciante si era capito che ci sapeva fare. Qui ha scritto un romanzo storico (inventato, visto che l’Italia del Duce qui non si allea con la Germania del Führer e vince il secondo conflitto mondiale, ahahahhh…) su un ragazzo e la sua famiglia e le loro peripezie in tempo di guerra. Forse un po’ troppo lungo e minuzioso. Voto 7.

¨ Stefano Benni – La grammatica di Dio – Feltrinelli. Questo l’ho riletto a distanza di qualche anno. Sono storielline di personaggi spesso improbabili. Benni è il mio autore preferito, quindi non sono imparziale, ma nonno Leonnino è veramente un mito. Voto 8 +.

¨ Diane Setterfield – La tredicesima storia – Mondadori. Sin dai tempi dell’università avevo deciso che non avrei più letto libri di autrici inglesi, tipo Emily Brönte e compagnia bella. Mi annoiavano troppo. Ecco, devo estendere il diktat alle autrici inglesi contemporanee. Non che non siano brave, intendiamoci, però che cavolo! Sarà che non sopporto le atmosfere nebbiose della campagna inglese, fatto sta che portare a termine questo libro non è stato semplice. E sì che non è affatto male. Voto 6.

¨ Vacanze matte – Einaudi. I Kwimper, ovvero i Simpson prima che venissero creati (cit.). Questo è romanzo comico, davvero comico, in cui un’improbabile famiglia, persa in una landa americana, ricrea robinsonianamente il proprio habitat in riva a un fiume. Dovranno combattere, oltre che contro le asperità della vita, anche contro degli odiosi burocrati e una cosca di manigoldi, uscendone sempre vincitori. Il capitolo dell’udienza in tribunale (ma non solo quello) è assolutamente irresistibile. Voto 9.

¨ Niccolò Ammaniti – Che la festa cominci – Ed. scrausa, tipo club del libro. La storia di questo libro spazia dal possibile al probabile all’impensabile. Ruota tutto attorno a una festa e, sostanzialmente, a due personaggi: uno scrittore di successo e un picciotto sfigato, membro di un’improbabile setta satanica. Però è scritto bene, fa ridere e a me è piaciuto. Ammaniti è bravo. Voto 7 +.

¨ Vittorio Bongiorno – Il Duka in Sicilia – Einaudi. Duke Ellington, lui in persona, is supposed che vada alla festa di San Calogero in un paesino siciliano nell’estate del 1970. Ma ci andrà davvero? Incursione nella storia di una famiglia, con sciarra tra fratelli, di un paese, di una comunità di uomini e donne. V’è qualche involontario, veniale falso storico (l’istituzione dell’elezione diretta del sindaco e del servizio civile nazionale sono posteriori al 1970) dovuto a entusiasmo e che si può certamente perdonare. Voto 7 ½.

¨ Michela Murgia – Ave Mary – Einaudi. Questo è un interessante saggio sulla figura di Maria, la Madonna – paradigma della donna in generale – e su come la Chiesa nei secoli ne ha trattato la figura e il ruolo. Di Maria e della donna. Molto interessante Voto 7.

¨ Brendan O’Carroll – Birra e cazzotti – Neri Pozza. Anthony Sparrow McCabe, ovvero se il cazzotto lo devi dare, dallo! A me gli scrittori irlandesi piacciono assai e questo qua non fa eccezione. Tra l’altro è l’autore di Agnes Browne mamma, libro che ho amato. Voto 8.

¨ Arto Paasilinna – L’allegra Apocalisse – Iperborea. Una simpatica comunità silvestre nasce dal lascito del vecchio comunista “bruciachiese” Asser Toropainen, il quale in punto di morte lascia una donazione per la costruzione di… una chiesa. In un ambiente a noi totalmente estraneo – foreste alpine, tempeste di neve, laghi ghiacciati – la Fondazione funeraria Asser Toropainen, guidata da Eemeli, nipote dell’estinto, dà vita a una fiorente comunità. Attorno a loro, invece, il mondo va totalmente a scatafascio. Il libro è bello, divertente e anche utile soprattutto per chi vuole, ad esempio, imparare a costruire un capanno di tronchi di betulla o fare un’operazione a cuore aperto a un orso cardiopatico. Voto: 8.

¨ John R. Lansdale – Rumble Tumble – Einaudi. Un bel casino, questa è più o meno la traduzione del titolo di questo simpatico romanzo americano. Due improbabili detective hanno il compito di liberare una ragazza da una banda di lestofanti che la fa prostituire. La storia si svolge nella zona di confine tra gli USA e il Messico. Ogni tanto sfocia nel grand guignol ma fa anche ridere e si fa leggere. Voto 8.

¨ John Fante – Il mio cane Stupido – Einaudi. In realtà il libro si intitola A ovest di Roma e comprende, oltre al romanzo citato, anche il racconto L’orgia, che però ho trovato molto squallido, pertanto non ne parlerò. Il mio cane Stupido, invece è uno scavo profondo nella personalità di uno scrittore americano di origini italiane, nel momento peggiore della sua vita: crisi di ispirazione, problemi economici, crisi familiare. Proprio in quel momento arriva Stupido. Voto 9.

¨ Francesca Comencini – Famiglie – Fandango. Ecco, dei personaggi di questo libro, il più tranquillo è disperato. Madri senza mariti, figli senza padri, figli adottati ma disadattati e camurrie varie. C’è pure una setta religiosa. Forse un libro un po’ pesante, cose giuste. Epperò è il classico libro che vuoi sapere come va a finire, quindi si fa leggere fino alla fine. E questo è un merito sia del libro che anche, ovviamente, dell’autrice. Voto 6 +.

Sì, forse sono stato un po’ largo di voti ma che ci posso fare, sono un generoso. Per adesso sto leggendo La fine, il libro di un certo Salvatore Scibona, che a dispetto del nome italiano, anzi siciliano, è americano (ma le origini sono nostre, of course). Nell’attesa di tornare ad Agrigento (dalla villeggiatura senza ADSL) e rimettermi davanti al computer.

A proposito, se volete leggere uno di questi libri, promettetemi di restituirmelo e ve lo posso anche prestare, ok?

martedì, febbraio 24, 2009

Cena con poeti morti

Giacché starò fuori per alcuni giorni, vi lascio con un racconto di Luis Sepulveda, tratto dal suo ultimo libro, La lampada di Aladino. A presto.
***
a Hugo Araya, detto il Selvaggio,
assassinato il 12 settembre 1973 alla Universidad Técnica
dai militari cileni

a Francisco Melo, detto Pancho,
poeta dai versi incendiari. Si suicidò a Santiago nel 1971
e non abbiamo mai saputo perché

a Roberto Contreras Lobos,
detto il Pensionato, poeta della tenerezza.
È morto di tristezza nel 2006


Stavamo cenando da Off Record, l’ultimo ristorante bohémien di Santiago. Si mangia bene, lì, i vini sono fantastici, la cortesia insuperabile e i prezzi onesti. Come sempre, rifiutammo il dolce e ordinammo invece un’altra bottiglia di vino. In fin dei conti si fa con la frutta, mormorò qualcuno, e fummo tutti d’accordo. Allora, come ogni volta che ci ritroviamo – siamo un gruppetto di amici che vivono in Cile o sparsi per il mondo –, un altro chiese se era morto nessuno nel periodo in cui non c’eravamo visti.
Tutti cominciammo a guardare in fondo al bicchiere, cercandovi le parole per riconoscere una delle verità più tristi, quella che ci insegna la cosa peggiore dei cinquant’anni, e cioè che a quell’età cominciano a morirci gli amici.
Gli amici non muoiono e basta: «ci» muoiono, una forza atroce ci mutila della loro compagnia e poi dobbiamo continuare a vivere con quei vuoti nelle ossa.
Ciascuno di noi controllò la sua lista di amicizie e vedendo che tutti erano ancora in piedi sulla vita, alzò gli occhi dal bicchiere e si mise a osservare la serie di fotografie che decorano i muri di Off Record. Scrittori, molti poeti, attrici, attori, altre poetesse e cantautori.
«Io non lo so se ci sono tutti e nemmeno se tutti quelli che ci sono meritano di starci, ma ne mancano tanti» intervenne qualcuno indicando le foto.
«Per esempio?» chiese un altro.
«Che ne so. Per esempio il Selvaggio.»
Allora come sempre riempimmo il bicchiere e cominciammo a parlare del Selvaggio.
Hugo Araya era un tipo altissimo, più di un metro e novanta, sembrava un piedrolari basco, coi capelli neri prematuramente brizzolati che gli arrivavano alle spalle e una barba altrettanto grigia che gli copriva metà petto. Era così il Selvaggio.
Oltre a poeta romantico, attore di commedie e pittore di miniature, quel gigante peloso era un appassionato di arti visive e arrivò a essere il miglior cameraman del canale 9, l’emittente televisiva ribelle dell’Universidad de Chile.
Viveva e dormiva attaccato alla cinepresa, che fu sempre il suo modo migliore di guardare: rivoluzionò addirittura la tecnica per portare i pesanti modelli degli Settanta, perché con una serie di sbarrette da meccano creò un attrezzo che gli permetteva di muoversi con assoluta libertà nelle manifestazioni, senza che la cinepresa lo intralciasse. Così, involontariamente, fu il primo operatore di steadycam della storia.
«Vi va di sentire una storia sul Selvaggio?» domandò un commensale e, come sempre, non aspettò risposta prima di cominciare a raccontare.

Una sera del 1969, dopo esserci rimpinzati di empanadas al circolo Chile rie y canta, il Selvaggio, Roberto Contreras, Pancho Melo e il sottoscritto decidemmo di andare a bere qualcosa in plaza de Armas, anche se quella del bere era solo una scusa per accompagnare il poeta Contreras, perché ci aveva descritto mille volte le meravigliose doti fisiche della sua ultima conquista, una ragazza che serviva al Caffé Marco Polo.
«E il culetto com’è?» gli domandavamo.
«Non siate banali, ma insomma, fratelli, ha uno di quei culetti che se gli danno un microfono, canta» diceva il poeta e gonfiava il petto.
Uscimmo sull’Alameda, arrivammo al paseo Ahumada e scendemmo verso la piazza spaventando la gente con Hugo Araya.
«Attenti, non vi avvicinate, morde!» gridavamo, e più di uno si fece da parte prendendo sul serio l’avvertimento. Il Selvaggio ci metteva del suo lanciando ruggiti da leone asmatico e quando fingeva di attaccare lo trattenevamo strepitando.
«Pancho, svelto, dagli il calmante!» strillavamo io e Contreras.
Il poeta Pancho Melo gli saltava addosso, gli apriva la bocca e ci infilava dentro una delle sua immancabili pasticche di vitamina C, sostanza secondo lui fondamentale per la salute dei bardi.
Poco prima di entrare al Marco Polo, il Selvaggio convocò un consiglio di guerra per strappare al poeta Melo il giuramento, pena un calcio nel culo con i suoi stivali numero quarantotto, di non far nulla, ma proprio nulla, per soffiare la conquista a Roberto.
«Tranquilli. Il cuore è un cacciatore solitario» assicurava conciliante Contreras.
«Lasciate per lo meno che le scriva un sonetto» ribatteva Melo.
Al Marco Polo ci avvicinammo al bancone, chiedemmo delle birre che bevemmo in fretta, perché le meravigliose doti fisiche dalla ragazza non si vedevano da nessuna parte, e ce la svignammo commentando che forse il lungo grembiule bianco che portava era troppo largo.
Lasciammo Roberto lì da solo, stretto alla sua bottiglia di Fanta (l’unica cosa che bevevo per non perdere mai la compostezza da massone), tutto intento a contemplare la sua conquista e a provocarsi starnuti sibaritici con la punta di uno spillone d’argento che portava sempre appuntato sul risvolto della giacca.
«Avete sentito come l’ha salutato? ‘Buonasera, signor Roberto.’ Ma che schifo» disse il Selvaggio.
«Quella femmina è tutto un fuoco, sa maneggiare i codici della seduzione. Quel ‘buonasera’ era una bella promessa di piaceri notturni» spiegò Pancho Melo.
«’Signor Roberto.’ Se una donna mi chiama signor Hugo vado di corsa all’ospedale geriatrico» meditò il Selvaggio.
«Questo dimostra cosa sei, un selvaggio. Roberto ha l’aria di un signore all’antica, dei tempi delle colonie, sarebbe stato bene nei secoli d’oro quando i veri cavalieri erano sempre celibi. Il cavaliere celibe. Che bel titolo per un sonetto da dedicare a Roberto» dichiarò il poeta Melo.
«Che figlio di puttana» esclamammo in coro io e il Selvaggio.
«Questo è vero» ribatté il poeta Melo e cominciò a raccontarci la centesima versione della sua biografia. Scriveva versi molto belli, ma il suo vero talento stava nell’inventarsi ogni sera una biografia diversa. Stavolta saltò fuori che la madre che tutti conoscevamo era in realtà la sua istitutrice nonché madre adottiva, perché suo padre, il conte Melosky, consigliere della famiglia Romanov in esilio, aveva fatto voto di castità e intendeva rispettarlo fin quando l’erede dello zar non fosse tornato sul trono di Russia. Ma la sua vera madre, la contessa, aveva l’abitudine da cacciare il coniuge dall’alcova col pretesto di pregare per la restaurazione della monarchia e, all’alba, quando gli permetteva di farvi ritorno, il conte trovava sempre piume nel letto, piume bianche di un arcangelo che, assicurava la contessa, le faceva visita durante le preghiere.
«Evidentemente erano piume d’oca, poi sono nato io e mi hanno mandato in Cile, il resto è irrilevante» dichiarò.
«Così ti chiami Melosky» disse il Selvaggio, e cominciammo tutti a ridere, finché una piccola tristezza non gelò la nostra allegria.
Su una panchina della piazza c’era un bambino, un ragazzino curvo come un vecchio. Non doveva avere più di dieci anni e piangeva disperato.
«Che ti è successo, signorino?» domandò il Selvaggio.
Tirando su col naso ci raccontò che gli avevano rubato la cassetta degli attrezzi con tutti i guadagni della giornata e non aveva il coraggio di tornare a casa.
Il Selvaggio disse che dovevamo fare qualcosa e chiamò un altro lustrascarpe.
«Amico, prendo a noleggio la tua cassetta per un’ora, con tutto quel che c’è dentro.»
Il lustrascarpe, esagerando il suo successo professionale, spiegò che in un’ora serviva una quindicina di clienti e che ci lasciava gli attrezzi solo per la cifra corrispondente.
Pagammo e il Selvaggio consegnò la cassetta al ragazzino.
«Forza, signorino, facci brillare» ordinò.
«Un momento, io ho i sandali» protestò il poeta Melo.
«Cazzi tuoi, Melosky» ribatté il Selvaggio.
Il ragazzino si asciugò il naso con una manica del maglione, le lacrime col dorso della mano, e con una spazzola diede due colpetti sulla cassetta come a dire che era pronto a servire il primo cliente.
Spazzola, tinta, energici colpi di straccio, lucido, ancora spazzola e infine altri colpi di straccio per far splendere il cuoio e farlo cantare come un canarino. Il Selvaggio con due stivali tirati a specchio lasciò il posto a Melo, ma nonostante la grande attenzione del ragazzino il poeta finì con sandali e piedi impeccabilmente marroni. Poi fu il turno dei miei mocassini e alla fine pagammo.
«Come va adesso, signorino?» domandò il Selvaggio.
Il ragazzino guardò le monete e sul suo volto di non più di dieci anni si disegnò ancora una volta la smorfia della disperazione.
«Tranquillo, abbiamo tempo» lo consolò il Selvaggio e subito cominciammo a pestarci i piedi finché le scarpe non furono irriconoscibili. Il poeta Melo, con la scusa della fragilità dei suoi sandali, evitò i pestoni e preferì strappare una zolla di erba con cui s’infangò i calzari francescani.
Dopo il quarto giro di «lustra e sporca» si aggiunse altra gente, bohémien che uscivano dal Black and White, dal Marco Polo, dal Faisan d’Or, dal Chez Henri. Spiegammo a tutti il problema e, poiché Santiago in quegli anni era così, la clientela si moltiplicò per venti.
Quelle piccole mani sporche di vernice volavano spazzolando, tirando la tinta, il lucido, strusciando con gusto la flanella fino allo splendore finale, e il bambino sorrideva togliendosi i resti di tristezza con la manica.
Passò l’ora convenuta e il padrone della cassetta, abbastanza seccato del successo professionale del collega, reclamò indietro i suoi attrezzi da lavoro.
«Allora, signorino? Abbiamo vinto la battaglia della produzione?» domandò il Selvaggio.
Il ragazzino contò i soldi, annuì e li mise via infilandoli in tutte le tasche.
«Grazie tante, signori» ci disse tendendoci la manina sporca di lucido.
«Si dice: grazie, compagni» lo corresse il Selvaggio.
Tornammo al Marco Polo per sapere di Roberto e lo trovammo gonfio di Fanta. Si preparava a leggerci la sua ultima poesia sulle sventure dell’amore nel mondo gastronomico quando si interruppe indicando stupito le nostre scarpe splendenti e i piedi del poeta Melo di un brillante marrone.
«Che vi è successo?» disse tra effluvi di Fanta.
«Nulla. Ci siamo lucidati l’anima» rispose il Selvaggio.
*
Il vino riempie i bicchieri. Al nostro tavolo di Off Record si sono avvicinati vari clienti per ascoltare la storia. A volte il vino è la manifestazione liquida del silenzio.
«Hugo, il Selvaggio, era fatto così» dice qualcuno.
«No, il Selvaggio è fatto così, perché se li nominiamo e raccontiamo le loro storie, i nostri morti non muoiono» replica un altro.
E i bicchieri di vino si alzano e si toccano con un rumore allegro di campane nella notte fraterna di Santiago.

sabato, gennaio 03, 2009

LA CLASSE


Francois Bégaudeau – “La classe” – Einaudi Stile libero – Euro 16,00

Celebratissimo in patria – il libro è francese – anche qui da noi questo libro ha ricevuto una buona accoglienza. Grazie anche al film, che pare sia un bel pezzo di cinema – non a caso ha beccato la Palma d’oro a Cannes.
Il libro parla di un professore francese alle prese con la sua classe di scuola media, in una scuola multietnica della banlieue parigina, dove i problemi non sono soltanto di natura scolastica ma anche sociale. Il povero prof, pertanto, deve affrontare anche difficoltà legate all’ambiente in cui i suoi ragazzi si trovano a vivere, che sono problemi di inserimento, di integrazione, di marginalità; oltre al fatto che la maggior parte di loro sono immigrati – e non sempre regolari. Nel libro ci sono parecchi temi della scuola odierna, anche italiana: il bullismo, l’emarginazione, la violenza. Ma anche la difficoltà di comunicare col mondo degli adulti e l’incapacità di questi – insegnanti in testa – di essere guida per i giovani d’oggidì. Anche da questo libro, infatti, la classe insegnante esce piuttosto malconcia.
Boh, che dire? Bello, il libro è bello, però – che ne so? – non mi ha catturato né convinto del tutto. Sarà perché le storie della scuola risultano più interessanti a chi nella scuola non ci vive. Io ci vivo, per cui, in tutta onestà, questo libro, che non è brutto affatto, non mi ha preso del tutto. La dico tutta: non mi ha emozionato. La scuola deve anche essere emozione, se no diventa la lotta del professore contro l’allievo – e questo mi pare traspaia dal libro –; diventa una lotta continua per l’affermazione di certi principi: di convivenza civile e di affermazione di regole ma anche di grammatica, geometria e lingue straniere. Per il resto il libro è sicuramente godibile.

giovedì, novembre 20, 2008

DOLCE CUOR DEL MIO GESU’


Alla fine ce l’ha fatta, l’ex onorevole dell'UDC Luca Volontè, fondamentalista cattolico, a farsi pubblicare l'imperdibile volume sulle giaculatorie. Egli chiese aiuto a parroci e parrini vari affinché gliene segnalassero alcune. In qusta sua ricerca, a un certo punto, incappò in don Paolo Farinella, prete a Genova. Riporto lo scambio epistolare tra i due. La risposta del nostro parrinazzo è una delle cose più divertenti che abbia letto negli ultimi anni.

***
1) Lettera di Volontè (foto) a don Paolo Farinella

Egregio Signor Parroco,
sono [sic!] a disturbarla per chiederle la cortesia di inviarmi, se possibile con sollecitudine, una giaculatoria, di quelle che insegnavano le nonne ai nipotini. Io le ho imparate così e così le insegno alle mie figlie. Purtroppo vedo che questa sana memoria cristiana, che ci accompagna durante la giornata, và [sic!] scomparendo e rischia così di finire una ricca e proficua “trasmissione di fede”.
Perciò mi sono deciso a chiederle una (o più) “giaculatorie” che insieme a quelle dei suoi confratelli delle altre parrocchie italiane, vorrei raccogliere in un volumetto semplice che penso utile ed edificante. Confido nel potere aver una sua risposta entro il mese di luglio. Spero di averla convinta e non averla disturbata,
Suo in Cristo
Luca Volontè


2) La risposta di don Paolo Farinella (foto)

Sig. Luca Volontà – Camera dei Deputati
Roma
e p.c.
ad una marea di amiche e amici che prego di diffondere ciascuno con i propri mezzi via e-mail

Lei non mi conosce perché se mi conoscesse non mi avrebbe scritto la delirante richiesta, di cui sopra. In quanto cristiano la ritengo responsabile in solido dello sfascio dell'Italia in cui il governo Berlusconi da lei e dal suo partito sostenuto e condiviso anche in appoggio a leggi immorali totalmente in contrasto con la dottrina della Chiesa, quella Chiesa di cui lei ora si fregia per convenienza partitica, raccogliendo “giaculatorie” da pubblicare, mi pare di capire, in un libro, non per le sue figliole (poverette!), ma per inviarlo come propaganda a tutte le parrocchie italiane e istituti religiosi, maschili e femminili, credendo così di millantare un credito che eticamente lei ha perso il giorno in cui ha votato la prima legge ad personam, favorendo gli interessi personali e di casta del deputato Berlusconi e famigli. D'altronde, anche nel suo partito, lo stesso segretario Follini si è dissociato, sebbene in ritardo e per questo lo avete dimissionato. Dal punto di vista della morale cristiana è ladro tanto chi ruba quanto chi para il sacco. Lei di sacchi ne ha parati uno stock intero in cinque anni. Da cattolico?
Ogni volta diceva una “giaculatoria” per non rischiare di fare “finire una ricca e proficua “trasmissione della fede””? Quando ha votato il conflitto d'interessi quale giaculatoria ha detto, potrebbe inviarmela? O per la legge sulle tv del padrone, a chi ha chiesto protezione? A santa Chiara? A santa Scura? O a Santa Opaca?
La “sollecitudine” che lei invoca per inviarle le “giaculatorie”, la impegni più proficuamente a meritarsi il lauto stipendio (12.000?/15.000? euro al mese?) che noi con le nostre tasse le paghiamo perché serva il paese e non perché si preoccupi della “trasmissione della fede”. Lei è stato eletto non per assemblare giaculatorie, ma per servire il popolo sovrano, facendo una opposizione legittima ma proporzionata al dovere della maggioranza di governare il Paese, specialmente nello stato comatoso in cui voi lo avete lasciato.
Se lei ha imparato le giaculatorie da piccolo, le reciti in silenzio e non le sbandieri in piazza perché così fanno anche gli ipocriti e i pagani: per farsi vedere e per averne un utile. Lei vorrebbe farmi credere che è preoccupato per la “trasmissione della fede”? Via, sig. deputato! Lei crede veramente che io sia così stupido da non capire il suo diabolico piano?
Lei ha perso le elezioni e il potere, vuole mantenere i contatti con quel bacino di riferimento cattolico che sono le parrocchie (la maggior parte delle quali sono da lei distanti, tanto per precisare, ovvia!) e accreditarsi come deputato credente e praticante fino al punto da raccogliere “giaculatorie” e pubblicarle con il suo nome e cognome (Andreotti docet!) e fare così propaganda sistematica per i gonzi che possono cascarci.
Vedo anche che lei ha fretta in questa santa fatica editoriale se mi chiede una giaculatoria entro luglio: forse che vanno in scadenza come il tonno e l'insalata?
Io, invece, Paolo Farinella, prete di Genova, elettore e quindi pro quota parte attiva del popolo sovrano di cui lei è dipendente, considerato che ha scritto con la carta intestata della Camera (quindi gratuita), chiedo a lei che ha l'obbligo morale e giuridico di rispondere:
1. Ritiene lei che la raccolta delle giaculatorie, una per parrocchia di tutta Italia (circa 40.000) sia una priorità essenziale ed esiziale per la sopravvivenza del popolo che lo ha eletto al Parlamento? Presenti un disegno di legge, sia discusso in commissione e in Camera e si voti sulla proposta e sulla copertura finanziaria (forse si ridurranno le pensioni minime perché con una giaculatoria al giorno gli anziani riescono a levare il medico di torno?).
2. Se la sua iniziativa è privata, perché usa la carta intestata della Camera che le compete solo nell'esercizio della sua funzione di deputato che nulla a che a fare con questa stupida e ignorante iniziativa? Non è questa la morale cattolica? Lei ha studiato una morale ad elastico?
3. Quante copie intende stamparne dell'eventuale libro di giaculatorie? A spese di chi? Per la spedizione eventuale alle parrocchie e/o ad altri chi paga le spese postali? Il francobollo di posta prioritaria che c'è sulla busta della sua missiva chi lo ha pagato? Lei di tasca sua o noi di tasca nostra per intromissione indebita delle sue mani? Lei ha il pudore ancora di dire che non avete aumentato le tasse e non avete messo le mani in tasca ai cittadini? Cosa sta facendo lei, non sta mettendo le mani nelle mie e altrui tasche?
4. Per preservare la “trasmissione della fede”, sarebbe meglio che non usasse i soldi dei cittadini, come esige la morale cattolica per spedire lettere sue personali o per stampare libri di giaculatorie inutili e fuorvianti. Deputato Volontè, “giaculi” meno e non sperperi i soldi degli Italiani e impegni il suo tempo a servizio del popolo. Per la morale cattolica con o senza giaculatorie, se così fosse, si chiama furto e, se lei persiste, furto aggravato che, secondo san Paolo è sanzionato con l'inferno.
Comunque voglio accontentarla e le mando la seguente giaculatoria che mi insegnò mio nonno oltre cinquant’anni fa: “Dai democratici cristiani che si servono della fede per i loro sporchi affari, liberaci, o Signore”, che io aggiorno per suo diletto e trastullo fideistico: “Dalla peste, dalla fame, dalla lebbra e dall’Udc liberaci, o Signore, ora e sempre. Amen”.
Spero che non ci sia più una prossima volta, ma se dovesse esserci, la prego di non firmarsi più “in Cristo, suo...” perché lei non è “mio”, essendo la schiavitù abolita da qualche secolo e poi perché è meglio non mischiare il suo partito con l'acqua santa in quanto incompatibili ex radice.
Mi saluti le sue figlie e esprima loro tutta la mia umana solidarietà in caso di una loro autonoma e sperabile rivolta filiale.

Paolo Farinella, prete
Genova
PS. Se lei dovesse pubblicare un libro di giaculatorie a spese pubbliche, io citerò in giudizio lei e aventi causa, chiedendo i danni materiali e morali. Un consiglio gratis: impegni il suo tempo libero a studiare la grammatica e la sintassi, sicuramente le sarà più utile.

domenica, novembre 09, 2008

VITA DI PI


Yann Martel – “Vita di Pi” – Ed. Piemme – Euro 5,90 (se lo trovi in edizione economica nel cestone dell’Autogrill)

Il rischio di farvi due palle così, soprattutto nella prima parte, c’è, tuttavia questa Vita di Pi alla lunga è un bel libro di avventura. Narra di un giovinetto indiano – dal nome improbabile: Piscine Molitor Patel, detto Pi – che aderisce a tre religioni: l’Induismo (per nascita), il Cristianesimo (nella variante meno interessante, il cattolicesimo) e l’Islam. Vive una vita tranquilla nella sua Pondicherry, dove il padre è il direttore, e di fatto proprietario, dello zoo locale. Spinti dalla necessità di emigrare, in Canada, la famiglia si imbarca su un bastimento battente bandiera panamense, con al seguito diversi animali che avrebbero venduto una volta a destinazione. Ma la nave affonda. Nel naufragio si salvano solo il buon Pi e quattro animali: una iena, orrenda per antonomasia, l’orango Orange Juice, una zebra e Richard Parker, splendido esemplare di tigre del Bengala. La iena fa fuori zebra e orango, prima di essere accoppata dalla tigre. A quel punto, nell’immensità dell’Oceano Pacifico, rimangono un ragazzo e una tigre, entrambi spasmodicamente attaccati alla vita e decisamente intenzionati a sopravvivere.
Da qui in poi il libro narra questa lotta per la sopravvivenza intrapresa dai due animali in una natura fatta di cielo e mare ma anche di squali e tartarughe, sole a picco e tempeste, petroliere che ti sfiorano e isole carnivore. La lotta è vinta da entrambi, ve lo dico subito, sennò che lo avrebbero scritto a fare? Il libro ha anche grandi momenti di lirismo. Cito, ad esempio, il capitolo 75, nelle uniche due righe di cui si compone: “Nel giorno che calcolai essere il compleanno di mia madre, le cantai ‘Buon Compleanno’ ad alta voce”.
L’unica pecca, secondo me, è che il ragazzo conosce un sacco di cose, troppe per un ragazzino di sedici anni, e alla lunga ti fa girare i maroni, oltre al fatto che appare poco credibile.
Vita di Pi potete regalarlo a vostro nipote per la Prima Comunione. Magari in un’edizione più graziosa, giusto per non farvi prendere per pezzenti da vostra cognata.

mercoledì, ottobre 22, 2008

FELICITA'


Ömer Zülfü Livaneli – “Felicità” – Gremese Editore – Euro … (non lo so, me l’ha regalato mio fratello per il mio compleanno)

Ho sempre pensato, peraltro confortato dalla sincera testimonianza di altri della mia generazione, che la felicità fosse un bicchiere di vino con un panino, siccome cantato da uno dei miei intellettuali di riferimento: Albano Carrisi. Egli, incoraggiato dalla spalluccia ritmica di Romina e da più di un bicchiere di vino, indicava il percorso da seguire per raggiungere l’agognata meta.
Altra storia con i tre protagonisti del romanzo di Livaneli. Una ragazza, Meryem, viene stuprata dallo zio, una sorta di capo spirituale della famiglia, in un villaggio dell’Anatolia dell’est. Scoperto questo “peccato”, secondo i costumi locali, viene dapprima bandita dalla sua comunità (sparti!) e quindi condannata a morte. Un giovane, Cemal, cugino di Meryem (e figlio del di lei stupratore), di ritorno dalla leva dove ha servito come soldato combattente nella guerra contro i curdi, viene assoldato per compiere l’abbietta missione: quella di portare a Istanbul la cugina e lì ucciderla per riparare al peccato commesso. Un professore universitario, Irfan Kurudal, volto noto del mondo accademico e della televisione, fa perdere le sue tracce, lasciando la famiglia e il suo mondo dorato per intraprendere un viaggio in barca a vela per il Mar Egeo. Ed è proprio in mare che l’uomo conosce i due ragazzi e offre loro di lavorare a bordo. Questo incontro modificherà, e di molto, le vite dei tre personaggi.
Il tutto si svolge in Turchia, a mio parere il quarto protagonista del romanzo. La parte centrale del racconto è il viaggio che i due cugini compiono in treno, con le persone che conoscono e le storie con le quali vengono a contatto. Paese dibattuto tra l’antico e il nuovo, la Turchia, tra un Islam conservatore e fondamentalista – personificato dal giovane Cemal, che non recede neanche di fronte all’apertura morale eppure fortemente religiosa di Salahattin, suo compagno d’armi – e pulsioni di modernità e di apertura al cambiamento – che hanno in Irfan il loro corifeo. In mezzo ai due, e quindi alle due visioni del mondo, sta Meryem, con la sua curiosità e coi suoi cambi di vestiario. E alla fine sembra che sia solo la giovane a trovare la felicità, mentre gli altri due ripartono, senza una meta chiara.
È la Turchia di oggidì, un paese dove una ragazza stuprata deve morire ma dove altre ragazze vanno in giro svestite a prendere il sole; un paese che pressa alle porte dell’Europa ma che deve ancora aspettare. Aspettare che si sopiscano le pulsioni xenofobe di coloro che non vogliono un paese islamico dentro i loro confini o di coloro che attendono che essa si metta in linea con i diritti umani, soprattutto in tema di pena di morte.
E adesso un piccolo giochino. Io citerò una frase che si trova verso la fine del libro, frase che riguarda la Turchia, e voi mi dite quale altro paese del mondo vi viene in mente, ok? “In Turchia non è possibile influire su coloro che hanno il compito di prendere le decisioni, perché il popolo è sciocco e ingenuo. E in un paese dove il popolo è così, la democrazia non è tanto diversa da una dittatura o da una monarchia”. Vi giuro che parlava della Turchia!

venerdì, ottobre 17, 2008

LA MIA AKRAGAS




Dario Spagnoli – La mia Akragas. Quando i pali erano quadrati – (Biografia curata da Alessandro Todaro - Prefazione di Carlo Petrini) – Edizioni Il Fiorino – Euro 10,00.

Dario Spagnoli è un nome che dice poco. Un classico nome italiano, come Paolo Bianchi o Stefano Colombo. Potrebbe essere chiunque, Dario Spagnoli, un maestro elementare o un manager, un salumiere o un fisico nucleare, un sacerdote o un calciatore. Un calciatore, appunto, Spagnoli è un calciatore. Anzi, un ex calciatore. Per la precisione dell’Akragas degli anni ’70 del ‘900. Un ragazzo che lasciò la sua città, Modena, per venire a giocare a Girgenti, in serie D. Veniva dalle giovanili della Reggiana, in serie B, e magari pensava che l’Akragas potesse essere il trampolino di lancio per una carriera luminosa, come sognano i tanti ragazzi che giocano a pallone. Invece si è ritrovato con una società che li faceva abitare in un appartamento “stanze in famiglia” di via Callicratide e giocare in uno stadio polveroso e con i muri in conci di tufo “a vista”. Eppure…
Spagnoli ha scritto un libro per ricordare quegli anni, quella stagione splendida e irripetibile della sua e della nostra vita. È un libro di ricordi, di memorie e di grande, profonda nostalgia. Dario non fa mistero del fatto che lui vive di nostalgia. E la sua nostalgia è Girgenti e l’Akragas, la sua e nostra squadra. Quella che faceva battere il cuore a ognuno di noi quando andavamo al campo e vedevamo entrare gli uomini in biancazzurro sul terreno sterrato dello stadio Esseneto.
Tante storie compongono il libro di Dario Spagnoli. Dagli inizi al campetto dell’oratorio di Modena (dove i pali erano quadrati), alla Real Sitam, al periodo di Girgenti, città che gli promise tanto ma che alla fin fine è stata avara con lui. Come con tutti. E forse è proprio questo che incuriosisce nel libro di Spagnoli: il perché di tanto amore per una città e una squadra che gli hanno dato davvero poco, anche se, probabilmente, per lui quel poco è tanto. Ho parlato con Dario Spagnoli, qualche sera fa, in un gradevole paio d’ore seduti a un bar, insieme a Gaetano. È stato piacevolissimo sentirlo parlare, raccontare di quell’epoca, narrare storie, presenti nel libro ma anche no. Potresti ascoltarlo per delle ore, quello lì. È un fiume in piena di ricordi e ti fa appassionare a quello che racconta. Poi quando ci mette dentro qualche parola in siciliano, lui modenese, diventa irresistibile. Dice che per lui questa città è il ricordo dei suoi vent’anni, di quando aveva tanti sogni. E non basta pensare al fatto che non ha poi avuto quello che sognava. “Io tengo solo i ricordi belli” – dice Dario – e come dargli torto. E i ricordi sono quelli dell’esordio coi colori biancazzurri, dei suoi compagni, dei suoi allenatori e dei suoi presidenti, delle ragazze agrigentine (era un belloccio, Spagnoli). E in questo ricordo così appassionato, anche i ricordi brutti assumono una colorazione diversa. La retrocessione, gli allenatori che lo mandavano in panchina, i tifosi che lo beccavano, il ritorno a casa e la conseguente fine del suo rapporto col calcio giocato. Anche queste cose alla fine vengono messe dentro l’unico calderone del ricordo e nobilitate. È l’amore, ragazzi, Dario Spagnoli ama questa città e questa squadra e davanti all’amore rimaniamo tutti senza parole. Come quando ci si innamora di una donna brutta. Lo vediamo che è brutta, lo sappiamo, ma la amiamo lo stesso e nessuno mai riuscirà a spiegare i meccanismi dell’amore. Per fortuna.
Spagnoli ha riempito il libro di foto. Ragazzi poco più che ventenni con baffi, basettoni e capelli afro; calzoncini attillati e borselli; camicie aperte, colletti col pizzo e scarpe col tacco. Era la vita e la città degli anni ’70, quando Girgenti era diversa da adesso – e forse non peggiore di adesso. E la sentita prefazione di Alessandro Todaro, curatore del libro e tifoso appassionato dell’Akragas, ne dà un’efficace seppur breve testimonianza.
Bello, il libro di Dario Spagnoli. Non presuntuoso come potrebbe sembrare, se si pensa al fatto che ha giocato “solo” in serie D. Carlo Petrini, ex “grande” calciatore, nella sua bella prefazione al libro, sostiene che i ricordi sono gli stessi, non importa se hai giocato in serie A o in serie D. “Anzi, scrivere di una squadra meno titolata, aiuta a conservare la memoria dei momenti sportivi positivi che quella città ha vissuto”. Mi ha fatto piacere leggere il libro di Dario Spagnoli, La mia Akragas.

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Chi volesse, può contattare Dario Spagnoli all'indirizzo mail: dariospagnoli@libero.it.

sabato, settembre 13, 2008

Sono razzista…



"Sono razzista, ma sto cercando di smettere” – Guido Barbujani, Pietro Cheli – Editori Laterza (Collana I Libri del Festival della Mente) – Euro 10,00 (i.i.)

Quali sono i motivi che spingono una persona come me a comprare un libro? Innanzitutto le dimensioni del volume: più piccolo è, più speranze ha di attrarre la mia attenzione. E questo è davvero piccolino, sono una centoquarantina di paginette ma che entrano anche dentro ad un borsello. Infatti è comodo anche per questo.
Poi il prezzo. Amunì, 10 euri non sono tanti, no?
Poi la copertina. Questa è di un verde pisello (non sono sicuro che si possa ancora dire “pisello”) acido, non bellissimo ma di effetto. Se lo vedi sullo scaffale della libreria ti vien voglia di prenderlo per vedere di che si tratta.
Poi il titolo. Questo mi pare veramente carino. Mi ricorda quella frase che dicono i fumatori incalliti: sto cercando di smettere. Ma chi è razzista normalmente è pure orgoglioso di esserlo e non cerca di smettere. La maggior parte delle persone di solito si professa non razzista (prima di dire che però quei negri lì se ne devono andare a casa loro o a quegli zingari han fatto bene a mandarli via). “Non sono razzista, però…” È il “però” che ti frega.
Poi l’autore. E in questo caso sono due: Guido Barbujani e Pietro Cheli. Due perfetti sconosciuti, almeno al grande pubblico, credo non abbiano partecipato nemmeno all’Isola dei Famosi, quindi come fai a conoscerli? Per cui mi dico: se per fare un libro grande così ci si sono messi in due, anche leggerlo non deve essere una gran faticata. E poi chi sono ‘sti due? Quarta di copertina, la bibbia del lettore occasionale: Barbujani insegna Genetica all’Università di Ferrara – buon motivo per non comprare il libro – mentre Cheli è un giornalista e lavora a Gioia. Fatto! Compro il libro.
Io non sono razzista, almeno credo di non esserlo. Ho sempre pensato che il razzismo è una cosa davvero stupida perché, come diceva Arbore, si è sempre a sud di qualcuno. Ho sempre pensato che benché ci siano diverse razze, è necessario, attraverso il rispetto e la tolleranza reciproca, superare questa diversità di razze e vivere assieme in questo mondo, no? E no! Il volumetto dei due cerca di dimostrare, a mio avviso riuscendoci, che non ci sono razze umane diverse ma esiste una sola razza: quella umana, appunto, giacché tutti discendiamo dal quel gruppetto di uomini che, partiti dall’Africa, hanno in breve tempo (qualche migliaio di anni) colonizzato tutto il mondo. Casomai esistono differenze scritte nel DNA ma non razze. E per dimostrare ciò i nostri eroi si sono lanciati al galoppo in un excursus (adoro le parole come “excursus”) di tipo storico e scientifico che non lascia dubbi. Almeno a me non ne ha lasciati.
Ho letto questo libro mentre ero in vacanza e mi ha molto molto divertito. Sì, divertito. Pensare che il razzismo è stupido non perché devi razionalmente superare il concetto di razza ma più semplicemente perché le razze non esistono è una cosa, intanto che non conoscevo, e che mi ha divertito.
Meno male che in Italia non ci sono razzisti.
Ma dai, scherzavo.