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martedì, marzo 01, 2011

PERSONE


La parola mi arriva forte in faccia, come un pugno improvviso e – come tutti i pugni in faccia – inatteso.

Mattina presto, anzi Uno mattina, Rai1. Pochi giorni fa, un giorno qualunque nella settimana di un italiano qualunque: io. Mi sveglio presto, di solito, e presto faccio colazione. Cucuzza – Michele intendo – è già lì con la sua partner bionda a tenere compagnia ai mattinieri italiani che si apprestano a far colazione per andare al lavoro, lavoro statale, in una giornata di ordinaria fannulloneria. È una trasmissione, quella, che varia da argomenti gravi e seri – il delitto di Avetrana – ad altri più frivoli – la sagra dello gnocco fritto – ad altri decisamente stupidi – la situazione politica italiana. E così, tra un argomento e un altro, che faccio fatica a ricordare, il buon Michele passa la parola al militare addetto a riferire sul meteo, già previsioni del tempo. Non sono molto attento a quel che dicono, sono più intento a smanettare con caffettiere, tovagliette e tazzine; sento più il tramestio delle suppellettili della mia prima colazione. Il colonnello prende la parola, sono sempre molto distinti, e, nel mio generico disinteresse, sciorina il suo sapere su venti, alta pressione, temperature, mari. E proprio parlando dei mari, in quel giorno molto agitati, il militare vien fuori con un’espressione che sovrasta l’acciottolio (cito Guccini) e mi turba parecchio. Dice di augurarsi che in quel momento, nel Canale di Sicilia piuttosto ondoso, non ci siano di quei barconi che portano persone verso le nostre coste. Non ci posso credere, ha detto persone. Ha abbandonato tutta la terminologia che normalmente si usa in questi casi e li ha chiamati persone. Non extracomunitari, né immigrati o migranti, né disperati. Soprattutto non li ha chiamati clandestini, il vocabolo che va per la maggiore. Li ha chiamati persone.

lunedì, gennaio 11, 2010

VACCI PIANO CON LE PAROLE


Le immagini arrivate da Rosarno in questi giorni ci hanno rassegnato una realtà drammatica rispetto al problema dell’immigrazione. Innanzitutto partendo proprio da questo termine: problema. Quello che problema non dovrebbe essere, in alcuni casi e in alcuni posti lo diventa. La libera circolazione di esseri umani sulla Terra, gli spostamenti migratori da un posto all’altro, la possibilità di cercare e di godere altrove riparo e asilo dalle persecuzioni – benché siano fatti dolorosi per chi li vive – non dovrebbero essere un problema. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani li riconosce come diritti inalienabili. Tuttavia spesso diventano un problema, e i fatti di questi giorni lo testimoniano. Inevitabilmente ci si chiede di chi siano le colpe e le responsabilità. E naturalmente si fa a gara per chiamarsene fuori.
Mi chiedo se a volte non sia anche colpa nostra, che diamo per scontate alcune cose quando invece dovremmo farci un po’ più di attenzione. Al nostro lessico, per esempio, tanto per cominciare. Non ci facciamo caso, lo so, ma spesso usiamo un vocabolario che andrebbe in qualche modo “aggiustato”. Vediamo.
La parola “clandestino” non la uso ormai da anni – credo di non averla mai usata –, posto che di una persona che scappa dal suo paese non mi interessa sapere se è in regola o no. È un termine che denota negativamente qualcuno, così, senza neanche conoscerlo e ne mette in risalto il carattere illecito del suo stesso essere. Del resto non sento mai chiamare qualcuno “evasore”, anche se di quello si sa che se ne impippa del Fisco; nessuno chiamerebbe “pregiudicato” qualcuno che ha avuto grane con la Legge. Né, mai e poi mai, sento chiamare “condannati” o “inquisiti” o semplicemente “imputati” gran parte dei personaggi che affollano il nostro Parlamento e il nostro Consiglio dei Ministri. Anzi, quelli li chiamiamo “onorevoli”. Mi rendo conto che spesso non lo si fa per male, quanto piuttosto perché si pensa che il termine “clandestino” sia un mero sinonimo di “immigrato”, meglio se dalla pelle scura. È un errore in cui incappano tante persone, nella maggior parte dei casi in assoluta buona fede. Quante volte si chiamano clandestini persone con regolare permesso di soggiorno? Tempo fa, dovendo commemorare un immigrato morto in un cantiere, sulla lapide venne scritto: “lavoratore clandestino”. Vogliamo farci un po’ di attenzione?
Abolirei anche “extracomunitario”, giacché ne metterebbe in luce soprattutto la sua non appartenenza a quel club esclusivo e fighetto che è la Comunità Europea. Peraltro non credo che i migranti brucino dalla voglia di diventare “intracomunitari”, credo cerchino solo un po’ di dignità negata. Anche in questo caso sarebbe necessario un pizzico in più di attenzione. Del resto, chi chiamerebbe “extracomunitario” un banchiere svizzero, custode di lucrosi proventi da commercio di armi? O il grande calciatore brasiliano, stella miliardaria della nostra squadra del cuore? E se in Italia venisse George W. Bush, l'eroe di Baghdad, chi di noi lo chiamerebbe “extracomunitario”? Eppure tutti e tre questi personaggi sono tecnicamente degli “extracomunitari”.
Farei attenzione (e molta) a non chiamare “centri di accoglienza”, quei mostruosi CIE (già CPT), i Centri di Identificazione ed Espulsione. Ci basta che lo facciano le televisioni, no? Guardate un po’ in giro per il web e cercate di capire il tipo di accoglienza che si pratica in quei luoghi. Da Capo Rizzuto a Lecce, da Gradisca a Torino, da Caltanissetta a Lamezia Terme a Lampedusa, è tutto un fiorire di centri di detenzione per migranti, che creano situazioni di grande disagio per chi ci si trova chiuso dentro e introiti redditizi per chi li gestisce. Il CPT di Agrigento è stato chiuso anni fa in seguito a una visita della Commissione per la Prevenzione della Tortura del Consiglio d’Europa. Mica i boy scout (con tutto il rispetto)! Forse lì dentro si praticava un’accoglienza un po’ “focosa”. Del resto, si sa, l’accoglienza del Sud…
Menzione a parte, infine, per il termine “disperati”. Chi di noi non ha definito in questo modo le persone che arrivano nel nostro paese? “È arrivato un barcone di disperati”, “file di disperati davanti la Questura”, “arrivano a migliaia, i disperati”. Leggo sul dizionario Devoto-Oli che “disperato” vuol dire “abbandonato da ogni speranza”. Quindi, quando termina la speranza, c’è la disperazione, no? Assenza di speranza, direi. Io credo che una persona che non ha più speranza è una persona che si abbandona a sé stessa, non reagisce, non chiede più nulla alla vita. Il migrante è una persona che contro ogni speranza, spinta dal bisogno più estremo, dalla povertà, dalla necessità di darsi un futuro e darne uno ai suoi figli e alla sua famiglia, si avventura a fare un lungo viaggio intercontinentale. Dapprima nel deserto, a bordo di un camion stipato all’inverosimile – tutta la sua famiglia aveva raccolto, faticosamente e a via di sacrifici, del denaro per consentirgli di intraprendere il viaggio. Arrivato in Libia, vive per uno o due anni in un campo di raccolta, maltrattato dalla polizia – ogni tanto anche stuprata, se donna –, cercando di sopravvivere a forza di stenti. Alla fine riesce a saltare su un barcone, destinazione Italia, per fare una traversata di qualche giorno, che finalmente lo porterà verso una terra e una vita migliori di quelli che ha lasciato a casa. No, dico, secondo voi questa è una persona disperata? O piuttosto ha speranza da vendere, per riuscire a fare tutto questo? Questa persona può fasciarmi di speranza, cellophanarmi con tre giri, tipo domopak, altrochè. Quindi penso che anche il termine “disperato” vada mandato in soffitta.
Certo, quando poi i migranti arrivano qui da noi si imbattono in situazioni che neanche la più grande accortezza lessicale riesce a evitare, è vero. Però, se almeno cominciassimo a dare un senso alle parole, forse riusciremmo anche a vederli sotto un’altra ottica. Quella del rispetto.

venerdì, gennaio 01, 2010

IL CAPRETTO NERO


I bambini africani riscuotono sempre un grande successo. Sono belli, non c’è che dire, ecco perché tutti quanti se ne innamorano. Quegli occhi grandi ed espressivi, quei sorrisi accattivanti, quelle testoline ricciute: è impossibile non amarli. Quante volte ci chiedono cosa si prova a essere attorniati da un nugolo di bambini neri, vocianti e ridenti, che ti chiamano, ti tirano, ti prendono la mano. E quante volte ci chiedono, addirittura, come si fa ad averne uno. In tanti si dichiarano disposti ad adottarne uno. Alcuni pensano che basti andare lì, in Africa, per tornare con un bel bambino nero sotto braccio, tipo al discount.
E tutte le volte che sento questi discorsi, tutte le volte che vedo questi slanci di amore incondizionato verso i bambini neri, io penso a Miss Ethel Holloway.
Certo, è probabile che non si conosca la signorina in questione. Del resto non la conoscevo neanche io prima di leggere Il capretto nero, una divertente novella di Luigi Pirandello, mio illustre concittadino – il più famoso dopo il ministro Alfano. Miss Ethel, quindi, è la “giovanissima e vivacissima figlia di Sir W. H. Holloway, ricchissimo e autorevolissimo Pari d’Inghilterra”, venuta in vacanza a Girgenti, dove poté ammirare le bellezze della nostra città – che tuttavia Pirandello descrive come molto misera, già un secolo prima della classifica del Sole 24 ore. L’inglesina, quindi, si innamorò perdutamente di un capretto nero, una vivace bestiola che allegramente trotterellava, anzi springava “come se per aria attorno gli danzassero tanti moscerini di luce”, in mezzo al gregge che il caprajo, “bestiale e sonnolento come un arabo”, portava a rugumare tra le rovine di un tempio dorico, cosa che Mr Charles Trockley, vice-console d’Inghilterra a Girgenti, giudicava come profanazione. Ebbene, tanto fu l’amore subitaneo che la ragazza provò per la bestiola, che decise di comprarla e farsela inviare in Inghilterra. La spedizione dell’animale, per varie vicende – che Pirandello narra –, richiese quasi un anno, per cui, a quel punto, il graziosissimo capretto nero era diventato un caprone, un becco, “un orribile bestione cornuto, fetido, dal vello stinto rossigno”, che causò lo sconcerto della giovinetta e le rimostranze decise del di lei padre. Eppure era lo stesso animale.
E allora, dice, che c’entrava la storia dei bambini neri con quella del capretto? È simile. Tutti a squagliarsi davanti ai bambini neri: “ma quanto sono carini, che dolcezza, che tenerezza, che simpatia. Guarda che bella quella bambinetta nera. M’a mangiassi a muzzicuna. Come si fa ad averne una? Ne vorrei uno a casa mia. Me lo prenderei uno, che ti credi? Ho questo desiderio.”
Fatto sta che il desiderio di molti di avere tanti bei bambini neri alla fine viene esaudito. I bambini neri vengono davvero qui da noi, dopo una quindicina, una ventina di anni. Ma nessuno li riconosce più. Non riconoscono più il sorrisino furbo del bambino del Senegal nel ragazzone che chiede di comprare un accendino; né lo sguardo vispo di un bimbo nigeriano nelle lacrime del migrante che supplica il finanziere in guanti di lattice. Nessuno vede nella prostituta nigeriana la bella bambina sorridente che aveva visto in foto tanti anni prima e che voleva portarsi a casa.
Eppure sono le stesse persone.


martedì, dicembre 08, 2009

LO SCIOPERO


Questo pezzo l’ho scritto qualche anno fa e forse sembrerà un po’ datato. Come si sa, da allora in Italia per gli immigrati molte cose sono cambiate. In peggio.

***
3 ottobre 2003.
Una data come tante, uno di quei giorni in cui ci sforzeremo di ricordare se per caso è il compleanno di un amico, se avevamo preso un impegno importante o se è una ricorrenza particolare. Sarà una di quelle date che ci ronzerà in testa: “Cosa cavolo sarà successo il 3 ottobre del 2003?”, ci chiederemo senza trovare una risposta. Eppure la risposta c’è, e la rintracceremo, d’ora in avanti, in tutti gli almanacchi-del-giorno-dopo televisivi e in tutte le edizioni regalo di storia-degli-anni-2000 e forse anche in qualche libro di storia ad uso delle scuole medie superiori, dipenderà ovviamente dall’autore.
Il 3 ottobre del 2003 l’Italia si fermò.
E si fermò perché tutti gli immigrati, i cosiddetti extracomunitari ma anche i comunitari, all’unisono, senza essere convocati da nessuno, come chiamati da una voce superiore di cui non ne senti il suono ma ne percepisci la portata, non andarono a lavorare, non uscirono per le strade, non si fecero vedere. Come un sol uomo. Così. Semplicemente sparirono. Non so dire se scioperarono, escludo che ne avessero acquisito il diritto; fatto sta che in nessuna città d’Italia quel giorno si vide uno straniero, foss’egli maghrebino o romeno, cinese o peruviano, filippino o indiano, senegalese, polacco o cingalese. Neanche uno. Nemmeno nelle loro case si trovavano, né nei ritrovi dove sono soliti incontrarsi. Quel giorno non si vide un hijab né un turbante né una jallaba manco a pagarli a peso d’oro. Non erano nelle stazioni, né nei giardinetti o nelle moschee, non nei negozi etnici o nelle macellerie hallal. Da nessuna parte.
Detta così sembra una cosa neanche troppo grave, anzi da far gioire coloro che considerano la presenza degli stranieri come un problema o un peso per la nazione. Eppure quel giorno, il 3 ottobre del 2003, tutta l’Italia ebbe una gran batosta. Soprattutto economica. E soprattutto il Nord d’Italia, quello con la più alta densità industriale. I treni e i pullman dei pendolari non portarono al lavoro alcun immigrato, tant’è che le compagnie di trasporti lamentarono perdite notevoli, quel giorno. Le fabbriche erano vuote per metà giacché nessuno di quelli che normalmente facevano i lavori pesanti si era presentato al lavoro. Già, i lavori pesanti, quelli che gli italiani non voglion fare, ad alto rischio di pericolosità o tossicità e scarsa protezione dagli infortuni. I proprietari delle fabbriche, i padroni, erano disperati. Mandarono a cercare i lavoratori stranieri nelle loro case ma nessuno trovò nessuno. Quel giorno ebbero perdite enormi. Lavori non terminati, merce non consegnata, ordinativi non rispettati e soprattutto la paura che la cosa si potesse ripetere il giorno dopo o nei giorni a seguire o per sempre. Stessa cosa avvenne nei cantieri, dove una bella percentuale di lavoratori quel mattino non si presentò. Il buono di quel giorno fu che gli incidenti sul lavoro diminuirono ma i padroni erano terrorizzati dalla prospettiva di dover assumere manodopera italiana, doverla pagare con salari sindacali, versare contributi all’INPS, concedere ferie, malattie e gravidanze varie, provvedere all’alloggio, avere a che fare con sindacati, camere del lavoro, patronati, statuti dei lavoratori, articoli 18, cazzi e mazzi. Molto meglio avere dei “negretti” silenziosi alle proprie dipendenze. Li fai lavorare a un tot al giorno, li tieni buoni buoni e quando non ti servono più gli dai un bel calcio nel culo e alé andare.
Anche l’agricoltura ebbe una bella botta. Nei posti dove si faceva la raccolta nessuno si presentò a raccogliere. I campi, le vigne e i frutteti erano desolati, si vedevano solo le distese di piante, e i padroni dei fondi, con le mani nei capelli, che bestemmiavano tutti i santi per quella tragedia. I caporali al mattino nelle piazze dei paesi avevano aspettato sui pulmini i lavoratori stranieri ma non si era fatto vivo nessuno. Pensavano, chessò, a un’addormentata globale, per cui li andarono a cercare nelle loro case o gli telefonarono. Ma il responso fu unanime per tutti: non si trovava nessuno. Essi stessi, i caporali, privati dei loro introiti truffaldini, con i padroni dei campi e con tutti gli altri delle loro famiglie, con gli amici e i parenti che riuscirono a raggranellare, si misero in ginocchio o con la schiena curva sotto il sole, e dopo almeno quattordici ore di lavoro ininterrotto, riuscirono a raccogliere una quantità irrisoria di frutti. Un’ammazzata generale. E per di più i padroni dovettero pagare, e bene, quelli che avevano lavorato per tutto il giorno. Molti frutti rimasero sulle piante, alcuni andando a male, con grave legnata economica. A ciò si aggiunse l’incertezza dell’indomani: gli extracomunitari, sarebbero tornati il giorno dopo al lavoro? Il rischio di perdere tutto il raccolto e mandare in fumo la fatica di un anno intero era concreto.
Decine di migliaia di famiglie andarono in tilt, il 3 ottobre del 2003. Al mattino aspettarono le badanti, le colf, le babysitter ma, come per gli altri casi, non si fece vedere nessuno. Migliaia di anziani e ammalati rimasero senza la loro ragazza filippina o bielorussa che se ne prendesse cura. Il loro lavoro, fatto con amore e spirito di servizio oltre che per la paga ovviamente, fu sostituito da quello approssimativo e superficiale di figli, nuore o generi rimasti giocoforza in casa ad accudirli. Lo Stato pagò migliaia di giorni lavorativi a persone che non erano andate al lavoro (tanto un certificato medico se lo procura chiunque). Ma gli anziani, si sa, non sono stupidi, e neanche gli ammalati. La sofferenza o la vecchiaia li ha resi forse più cattivi e certamente più esigenti. Cominciarono a richiedere la presenza delle loro badanti, piangevano, urlavano, per la disperazione dei parenti. Lo stesso fecero i bimbi rimasti senza babysitter: parcheggiati davanti alla televisione a guardare Uno Mattina o la videocassetta di Re Leone per la duecentesima volta, dopo un po’ reclamarono di uscire, andare al parco, e nulla vollero sapere dei dinieghi dei papà e delle mamme. Le case rimasero sporche, i cani abbandonati, le siepi non potate, i pranzi non cucinati e i menage familiari, almeno per quel giorno s’intende, andarono in malora. Certo, per quel giorno, ma il giorno dopo?
Molte scuole videro la loro utenza decimata. I duecentomila e rotti studenti stranieri della scuola italiana bigiarono all’unisono. La popolazione scolastica subì un drastico calo in molte zone del Paese. Ad esempio nella città di Prato, che ha l’otto per cento di alunni non italiani, o nelle scuole dei rioni popolari o delle periferie delle grandi città, alcune classi videro solo presenze sparute di studenti e scolari italiani. I dirigenti scolastici allertarono le segreterie che si affrettarono a chiamare le case degli allievi assenti senza altro risultato che telefoni muti. Presidi, insegnanti e bidelli assistevano increduli e terrorizzati a un fatto nuovo e terribile. Increduli, vagavano per gli edifici semivuoti chiedendosi il perché di quella situazione, congetturando possibilità e motivazioni varie per quell’assenza massiccia; terrorizzati, si chiedevano se e quanto sarebbe durata quella congiuntura che avrebbe messo in crisi molti posti di lavoro. Nella tarda mattinata di quello stesso giorno, infatti, il Ministero della Pubblica Istruzione, diramò una nota raccapricciante: continuando così le cose, la brusca contrazione di alunni avrebbe causato una forte riduzione di classi e un conseguente taglio di organico non ancora quantificabile. Certamente qualche decina di migliaia di posti di lavoro tra personale docente e non docente. Una catastrofe.
Nelle città interi quartieri si ritrovarono semideserti. L’Esquilino a Roma e tutti quei posti che vengono con alterigia identificati come le Chinatown delle nostre città, si ritrovarono improvvisamente desolati. Saracinesche abbassate e nessun cenno di spiegazione. Neanche un cartellino, foss’anche in cinese. Le famiglie che erano uscite per andare a far compere nei negozi degli orientali, tornarono indietro con le sporte vuote e le pive nel sacco. E pensare che molti padri avevano preso un giorno di permesso dal lavoro proprio per far shopping per tutta la famiglia ai magazzini dei cinesi. Eh sì, perché oggigiorno con l’Euro, il costo della vita e tutto il resto, è meglio comprare da loro: le cose sono un po’ più scarsette però hanno delle buone imitazioni, uno spende meno e fa figura lo stesso. Sì, vabbé, ma i cinesi erano chiusi, per cui quel giorno si tornò a casa o si andò nei negozi “normali”, costretti a comprare meno roba e pagarla il triplo. Anche dei ristoranti nessuno seppe nulla. Comitive intere dovettero procrastinare pranzi e cene ai Giardini d’Oriente e alle Rose di Shangai e anche i ristoratori libanesi, indiani, giapponesi per quel giorno non spignattarono e di loro non se ne seppe né vecchia ne nuova.
Anche degli sportivi extracomunitari non si ebbe traccia. Gli strapagati brasiliani, argentini e africani delle nostre squadre di calcio disertarono i ritiri e gli allenamenti con grande dispiacere e preoccupazione dei presidenti delle squadre e dei loro cassieri. La Champions League, la Coppa Uefa e il campionato stesso rischiavano di trasformarsi in incubi per molti dei club sportivi più ricchi e blasonati del nostro paese.
Altri affari andarono molto male, quel giorno. La storia non ufficiale racconta che gli sfruttatori della prostituzione e i protettori, rigorosamente italiani, ebbero la sgradita sorpresa di non trovare più le loro ragazze. Ma anche i rispettabilissimi e integerrimi padri di famiglia che tutte le sere a bordo delle loro Fiat Punto e Ford Fiesta percorrono i viali del nostro Paese alla ricerca dell’amore mercenario, si ritrovarono privati delle loro fate nigeriane, moldave e albanesi. Dovettero fare dietro-front e ritornare a casa dalle mogli in bigodini, vestaglia e ciabatte sbertucciate. Furono richiamate in servizio le vecchie battone d’un tempo, ormai chiatte e sformate, le quali prestarono la loro opera con il senso del dovere delle professioniste vecchio stampo. Quella notte le anziane pantere del materasso guadagnarono un bel po’ di lirette e forse furono le uniche a godere, in tutti i sensi, di quella situazione che sperarono si protraesse a lungo.
Analoga sorte subirono i trafficanti di sostanze stupefacenti nel ritrovarsi, stupefacendosene a loro volta, senza i loro pusher nordafricani. Nelle stazioni centinaia di tossicodipendenti vagavano frignando alla ricerca del fornitore, chi per una bustina, chi per una pista, chi semplicemente per un pezzo di fumo. Castità e rinuncia furono le parole d’ordine il 3 ottobre del 2003.
Ai semafori solo automobili. Tutta l’umanità varia che vi si affolla in giornate normali era scomparsa. Non c’erano i lavavetri polacchi, non c’erano i venditori di fazzolettini di carta, né gli strilloni a vendere il giornale del mattino, non i senegalesi con i cd taroccati e gli accendini né i cingalesi coi fiori finti. Nelle piazze delle città non si videro i venditori ambulanti di paccottiglia, con i plaid per terra e la mercanzia in vista. Non c’erano più le donne e i bambini rom a chiedere l’elemosina. Ma, ovviamente, tutti questi non li cercò nessuno.
A viale Jenner, a Milano, quel giorno, ed era un venerdì, c’era una calma irreale, come in tutti gli altri magazzini adibiti a moschee,disseminati nel nostro Paese. Gli Uffici Immigrazione delle Questure divennero posti silenziosi e quasi spettrali e gli agenti addetti a quel servizio temettero di dover tornare di pattuglia per le strade. Anche nei Municipi, alle Poste e nelle Agenzie delle Entrate vi erano interi corridoi vuoti, senza nessuno che chiedesse certificati o carte d’identità, vaglia internazionali o codici fiscali.
E immaginatevi cosa accadde nei CPT, gli splendidi Centri di Permanenza Temporanea, quelli che tutti chiamano centri di accoglienza, quando i poliziotti di guardia svegliandosi si accorsero che tutti gli ospiti si erano disospitalizzati. Erano certi che i fuggiaschi avrebbero avuto i minuti contati, non può passare inosservato un gruppo di fuggitivi numeroso. Ma ovviamente non ci fu traccia di evaso. I responsabili degli enti gestori dei CPT, alcuni dei quali piissimi e misericordiosi personaggi, furono presi da sacro svenimento vedendo i loro centri svuotati e i loro affari in fumo. Il Ministero dell’Interno, infatti, fece sapere che tutte le convenzioni venivano sospese seduta stante fino alla risoluzione del problema e, si sperava, al ritrovamento degli ospiti.
Il 3 ottobre 2003 non ci furono sbarchi di clandestini. Né a Lampedusa, né a Pantelleria o a Capo Passero. Ma neanche a Lecce o a Otranto. Nessuno varcò la frontiera tra la Slovenia e Trieste. Ma soprattutto nessuno morì in mare né nei camion né nei container per trovare riparo in Italia. Le guardie costiere non registrarono alcuna imbarcazione sospetta nei loro radar e nessun guardacoste uscì dai porti se non per normale pattugliamento. Per gli incrociatori della Marina Militare, quella che noi mettiamo a guardia del nostro mare contro eventuali invasioni di pirateria extracomunitaria, fu un giorno di calma piatta. Eppure il mare era buono e avrebbe agevolato la navigazione delle carrette del mare.
Questo è quello che successe in Italia il 3 ottobre del 2003.
***
Sì, perché il 4 ottobre, il giorno successivo, tutto tornò come prima. Come richiamati dalla stessa voce che li aveva fatti scomparire, al mattino gli operai riaffollarono i mezzi di trasporto e furono accolti dai loro compagni di viaggio italiani con un sospiro di sollievo. Le fabbriche e i cantieri ripullularono di operai stranieri malpagati e le campagne di raccoglitori sfruttati. Finalmente le famiglie rigodettero di una tranquillità che credevano perduta: gli anziani, i bambini e gli ammalati rividero le loro Dolores, le Fatme e le Svetlane e le risalutarono come svegliandosi da un brutto sogno. I professori e i maestri quel giorno furono indulgenti come non mai: riaccolsero in classe i giovani alunni stranieri senza nemmeno chiedere la giustificazione. I negozi dei cinesi, come anche i ristoranti, rigurgitarono di clienti: l’abbigliamento a buon mercato si vendette che era una bellezza e gli involtini primavera andarono via come il pane. Le strade si ripopolarono di tutta la colorita umanità di cui il giorno prima si era sentita forte la mancanza. Sui viali ritornarono le ragazze, scosciatissime e smutandatissime per la gioia dei giovanotti italici e trovare una dose di eroina non fu più così difficile. Nei CPT ritornò, normale, la vita di sempre per la gioia di vescovi, preti e misericordie varie. E in tutto ciò nessuno ebbe più il coraggio di ritornare sull’argomento. Solo qualcuno pensò che forse riparlare di diritto di cittadinanza per gli stranieri non sarebbe stata una minchiata.
Comunque, nessuno volle sapere cos’era successo il 3 ottobre del 2003. Perché il giorno dopo tutto tornò come prima e si pensò che il peggio era passato.
Infatti, durante la notte del 4 ottobre, alle 0,01, un barcone carico di immigrati partito dalla Tunisia e con a bordo un centinaio circa di uomini, donne e bambini di diversa nazionalità si rovesciò a poche miglia dall’isola di Lampedusa. Nessun superstite.

mercoledì, luglio 08, 2009

Omelia dell'arcivescovo Francesco Montenegro alla festa di San Calogero

Oggi mons. Francesco Montenegro (foto), Arcivescovo di Girgenti, entra di prepotenza nel novero dei parrinazzi. Predicando per la festa di San Calò, di cui ho dato resoconto nel post precedente, il nuovo (be’, è già passato un anno dal suo insediamento) titolare della cattedra di San Gerlando, ha così commentato.
***
"Il termine Calogero, significa “bel vecchio”; nel mondo greco ciò che è bello, è anche giusto e buono. Egli, nato verso il 466 a Calcedonia sul Bosforo, (Tracia), giunse a Roma, ricevendo dal papa il permesso di vivere da eremita. Grazie ad una visione, venne in Sicilia. Fu a Lipari, a Sciacca, poi sul Monte San Cronio, dove è vissuto per 35 anni.
Probabilmente è arrivato su un barcone. Oggi diremmo che è arrivato nella nostra terra senza permesso di soggiorno, con pochi soldi in tasca. Per cui è vissuto di carità, aiutato dalla buona gente di allora. E’ vissuto così nella preghiera e disponibile, nonostante la sua pelle nera, ad aiutare i fratelli bianchi che lo avvicinavano.Se è così, per coerenza con le leggi di oggi, dovremmo smettere di fare festa, togliere il simulacro di S. Calogero dall’altare e cacciarlo assieme a tutti coloro che non hanno la nostra nazionalità, perché probabilmente è da considerare un clandestino.Si dice che gli immigrati danno fastidio, che sono poco decorosi o pericolosi. Però, è strano, che non danno fastidio se sono bravi nel giocare a pallone o sanno cantare (per vederli paghiamo e siamo disposti ad affrontare viaggi per vederli)… o li veneriamo senza porci il problema della pelle, se sono santi. Stranieri gli uni e stranieri gli altri.
Chiediamoci: chi di noi sapendo che in un altro paese la media della vita si allunga di venti-trent’anni, non tenterebbe di raggiungerlo? La loro non è una vacanza. Se vengono da noi, è perché la vita nelle loro terre non è vita, è inferno. E se il viaggio è inferno, inferno per inferno vale la pena rischiare. Loro cercano pace, dignità, scuola, cibo. Vogliono vivere.
Il nostro cuore, perciò, si faccia casa per dare accoglienza. Amare è abitare nel cuore degli altri. Le nostre mani si tendano, curino, raccolgano e sostengano. I nostri occhi abbiano uno sguardo di benevolenza. C’è Gesù nel volto dell’uomo che ci è accanto, anche se immigrato. “Ero forestiero e mi avete accolto”.
E’ scritto nella Bibbia: “Perseverate nell’amore fraterno. Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo”.
La presenza dello “straniero” nella nostra vita non è un male da estirpare, ma una realtà con la quale confrontarsi. Assieme possiamo costruire una comunità diversa.Diceva s. Giovanni Crisostomo: “Il cristiano è un uomo a cui Dio ha affidato tutti gli altri uomini”.
L’eucaristia esige che scegliamo se stare dalla parte dei nostri interessi che spesso ci mettono gli uni contro gli altri, o dalla parte di chi cerca l’interesse di tutti. Se metterci dalla parte del male di alcuni o del bene di tutti.Gesù ci ha parlato di un sogno: “Molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli”.Perché non farlo divenire realtà.
Nell’A.T. era scritto: “Lo straniero che dimora in mezzo a voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi”. Ciò significa che l’accoglienza dello straniero è il prolungamento dell’amore di Dio. “Il Signore ama il forestiero e gli dà pane e vestito: amate il forestiero”.
"Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro". L’accoglienza non è fare una semplice elemosina, ma accogliere la persona che ho di fronte. Accogliere lo straniero è fare spazio nella città, nelle leggi, nella casa, nelle amicizie. L’accoglienza è diversa dalla beneficenza. Insomma il forestiero va accolto come riceveremmo il Signore, cioè con riguardo, con delicatezza, umilmente.
Il mondo e perciò soprattutto il cristiano vanno verso l’unità della famiglia umana. Non è possibile accettare un popolo superiore ad altri popoli. Gesù è morto sulla croce per riunire la famiglia umana: è morto perché nel mondo ci fosse uguaglianza e solidarietà, e non interessi di parte.
Si potrebbe dire: dal modo con cui i cristiani guardano lo straniero e gli esclusi si comprende in quale Dio essi credono.
Se siamo disposti a ciò, facciamo la festa di s. Calogero, altrimenti, come vi dicevo, per coerenza, togliamolo dall’altare e dalla nostra città.
Chiudo con una frase dell’Abbè Pierre: “Io ho tentato nella mia vita di mettere la mia mano nella mano di chi soffriva di più. Per ricompensa mi sono sempre ritrovata nell'altra mia mano la mano di Dio”. Che le nostre mani siano sempre piene. Auguri".

martedì, maggio 26, 2009

VACCI PIANO CON LE PAROLE



Forse però, ragazzi, almeno tra coloro che condividiamo un certo modo di vedere l’immigrazione, dovremmo cominciare, quantomeno, ad “aggiustare” il nostro lessico. Non uso ormai da anni la parola “clandestino” – credo di non averla mai usata –, posto che di una persona che scappa dal suo paese non mi interessa sapere se è in regola o meno. È un termine che denota negativamente qualcuno, così, senza neanche conoscerlo. Del resto non sento mai chiamare qualcuno “evasore”, anche se di quello si sa che se ne straimpippa del Fisco. O “frequentatore di puttane”, anche se si sa che non disdegna il puttan tour. Né, è questo è grave, sento chiamare “condannato” o “inquisito” o “imputato” gran parte dei personaggi che affollano il nostro Parlamento e il nostro Consiglio dei Ministri. Anzi, quelli li chiamiamo “onorevoli”.
Abolirei anche “extracomunitario”, giacché ne metterebbe in luce soprattutto la sua non appartenenza a quel club esclusivo che è la Comunità Europea. Peraltro non credo che i migranti brucino dalla voglia di diventare “intracomunitari”, credo cerchino solo la dignità negata.
Infine farei attenzione (ma molta) a non chiamare “centri di accoglienza”, quei mostruosi CIE (già CPT). Ci basta che lo facciano le televisioni, no? Guardate un po’ in giro per il web e cercate di capire il tipo di accoglienza che si pratica in quei luoghi. Il CPT di Girgenti è stato chiuso anni fa in seguito a una visita della Commissione per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa. Forse praticavano un’accoglienza un po’ “focosa”. Del resto, si sa, l’accoglienza del Sud…

giovedì, maggio 21, 2009

Lacrime, spinte e manganelli, così l'Italia respinge i disperati

(di Francesco Merlo)

Una foto da Paris Match sul trattamento riservato ai migranti riportati in Libia

QUEI guanti di lattice, che servono a non toccare l'orrore, sono come il nostro pensiero, come i nostri ragionamenti sull'immigrazione-sì e l'immigrazione-no, le quote, i conteggi, i controlli, le leggi. Le guardie di finanza usano guanti di gomma e noi usiamo guanti mentali. Proprio come loro li indossiamo per non entrare in contatto con il male fisico, con la sofferenza dei corpi.
Ma bastano una, due, tre foto come queste per farci scoprire la fisicità. Le guardiamo infatti senza più la mediazione della logica, ne percepiamo l'efferatezza e la bruttura. E saltano i ragionamenti, non c'è più bibliografia, spariscono i distinguo del "però questo è un problema complesso". Ecco dunque la banalissima verità che sta dietro ai nostri dibattiti, al nostro accapigliarci sull'identità e sulle frontiere: stiamo buttando fuori a calci in faccia dei poveretti che ci pregano in ginocchio stringendo le mani delle nostre guardie di finanza, mani schifate e dunque inguantate.
E ci cade a terra anche la penna perché l'occhio è molto più veloce e diretto dell'intelligenza con la quale siamo abituati a mentalizzare il mondo. Ci cade la penna perché capire e spiegare è già tradire l'orrore, significa infatti infilarsi il guanto dell'orientamento politico, dei libri che abbiamo letto, della nostra battaglia contro la xenofobia, significa parlare dell'esplosione demografica e del deflusso inarrestabile dell'umanità dai paesi dell'infelicità a quelli dell'abbondanza... E invece qui non si tratta né di cultura né di generosità, qui il pensiero si mostra per quel che è: un guanto di lattice, appunto.
Qui ci sono da un lato i corpi tozzi, grassi e forti della Legge, la nostra legge, e dall'altro lato i corpi umiliati e maltrattati dei disperati che non vogliamo in casa nostra e che respingiamo. E nella loro sofferenza c'è un surplus di mistero che non si esprime necessariamente nella magrezza e nelle cicatrici perché - guardateli bene - quei corpi avviliti sono ben più vigorosi dei corpi sformati degli aguzzini che ci rappresentano, degli italiani "brava gente" con il manganello. Sembrano addirittura più sani, certamente sono più vivi.
Dunque ancora una volta è l'occhio l'organo vincente. Ancora una volta scopriamo che la mente ci abitua a non vedere le cose. È infatti facile dire che in casa nostra devono entrare solo quelli che hanno un permesso di lavoro e che ci vuole un legge per facilitare le espulsioni dei clandestini. Grazie alle foto dei reporter di Paris Match ora sappiamo che tutto questo significa una scarponata sulle dita di una mano aggrappata alla murate di un'imbarcazione , o un pugno sui denti o...
A Porta a Porta o a Ballarò si può trovare una motivazione per tutto, si può spiegare ogni cosa. Ma davanti a queste foto ragionare diventa un crampo. Guardate che cosa è la fisicità della politica della dolce e bella Italia: respingere a calci, prendere di peso gli infelici e buttarli fuori dalla Bovienzo che fa servizio da Lampedusa a Tripoli, portarli davanti alle coste libiche e far credere loro che è ancora Italia, trascinarli a terra nudi. E non sono foto di scena, immagini di un film, non sono finzioni. È davvero questa la nostra politica, con un rapporto stretto tra quello che qui stiamo vedendo e quello che qui non si vede. La nave Bovienzo infatti è come le nostre strade di notte dove piccole creature nere si vendono ai camionisti. La Bovienzo è la violenza sulle donne, anche quella che ci viene restituita in forma di stupro. La Bovienzo sono i soprusi e il disprezzo per i miserabili. La Bovienzo sono le ronde razziste e i barboni bruciati. La Bovienzo è l'Italia dei mille divieti e dei mille egoismi. La Bovienzo è l'Italia generosa che è diventata feroce per paura. La Bovienzo è l'Italia che guardando queste foto si riconosce irriconoscibile: ma davvero siamo noi?

FRANCESCO MERLO
La Repubblica – 15 maggio 2009

martedì, aprile 28, 2009

IO STO CON MONSIGNORE


Questa notizia è di un paio di mesi fa ma visti i miei riflessi lenti, la pubblico solo adesso. La sostanza non cambia.
***
Mi sembrava strano. No, dico, mi sembrava strano che sull’istituzione delle ronde il Vaticano si esprimesse in maniera contraria. L’aveva fatto, invero, Mons. Agostino Marchetto (foto), segretario del Pontificio Consiglio per i Migranti, dicendo che le ronde rappresentavano la morte del diritto, che non erano la soluzione al problema, che qua che là, bla bla bla. Si è spinto fino a dire – udite udite – che se ciò serve ad alimentare un clima di criminalizzazione dei migranti, certamente questo non trova il consenso della Chiesa. Non prenda iniziative, monsignore. Non è che alla Chiesa gliene freghi dei migranti e della loro criminalizzazione, per cui ancora una volta si tira su la tonaca e salta sul carro del potente. Infatti, padre Lombardi (per curiosità, quando si diventa “monsignore”?), il responsabile della sala stampa vaticana, ha smentito stizzito la presa di posizione di Marchetto. Stizzito perché i media avevano equivocato, spingendosi a dire che le parole di monsignore erano la posizione del Vaticano. Ma andiamo, il Vaticano che si schiera coi migranti, coi poveri, con gli zingari e magari contro il governo fascista e razzista del devoto Silvio Berlusconi? Anche il Cardinal Bagnasco – colui che benediceva (o benediva? Boh!) portaerei militari (del resto, le portaerei sono solo militari) – ha preso le distanze dal Marchetto, ci mancherebbe, arrivando a dire che loro non interferiscono sulle scelte del governo e della politica. Ho riso per un quarto d’ora abbondante.
Ma Marchetto, fatti due conti. Quando ci sarà da chiedere l’8 per 1000, a chi lo chiediamo, ai rom? E quando ci sarà da rifinanziare le scuole cattoliche con denaro pubblico o far rimanere gli insegnanti di religione mentre gli altri se ne vanno a casa, a chi ci rivolgiamo, ai nigeriani o ai senegalesi?
Comunque, io sto con monsignore. Poverino, magari si ricorda ancora di quando, giovane seminarista, leggeva la parabola del buon samaritano e, piccolo, pensava che mai avrebbe fatto come il levita, né come il sacerdote (anche se sacerdote sarebbe diventato), che erano passati oltre. No, lui avrebbe fatto come il samaritano, il buon samaritano, avrebbe curato il viandante malmenato, lo avrebbe accompagnato in albergo, avrebbe pagato in anticipo tutte le cure, riservandosi di pagare ancora al suo ritorno. Mi fa tenerezza, monsignore. Magari lui davvero pensa che bisogna dar da mangiare agli affamati e da bere agli assetati; pensa che davvero bisogna ospitare il viandante. Povero, caro monsignore, ma dove vivi? Sei segretario di un ufficio della curia di Roma, mica dell’oratorio di Santa Cunegonda; davvero non ti sei mai accorto di nulla? Vabbé.
Comunque io sto con te, monsignore – sono passato al tu. E sto col Vangelo, quel libro di favole ad uso dei preti dei sacri palazzi. Quel manuale di stile di vita ad uso, invece, dei parrinazzi. Io sto coi preti che lavorano con i rom e gli immigrati, per strada, e che per questo ricevono minacce dai buoni cristiani, fascistizzati da un’informazione marcia. Sto con Alessandro Santoro, con Alex Zanotelli, con Giorgio Poletti e gli altri. Insomma io sto col vecchio Gesù Cristo. La loro è la Chiesa in cui credo.

domenica, febbraio 15, 2009

VORREI LA PELLE NERA


Vita dura per gli immigrati in Italia. Soprattutto adesso che dal governo razzista e xenofobo – ma con solide radici cristiane! – arriva l’ordine di essere cattivi con i clandestini. Il problema è: se tu non sei clandestino, come fanno i poliziotti o le ronde padane o i ragazzotti fascisti a sapere che non lo sei? Mica ti chiedono il permesso di soggiorno. Ti picchiano lo stesso, no?, è chiaro, magari solo perché hai la pelle ben pigmentata. Del resto la pelle scura ormai è segno di clandestinità. O di abbronzatura, se sei presidente degli Stati Uniti. Ma se oltre a non essere clandestino, non sei neanche immigrato ma semplicemente un italiano dalla pelle scura, che si fa? Se lo deve essere chiesto quel giovane lampedusano che qualche sera fa si è visto assestare una bella manganellata da un poliziotto che l’aveva scambiato per un immigrato clandestino in fuga. E invece il poveretto stava solo andandosene a casa sua.
Scena: è sera, in una via di Lampedusa, fuori paese, nella zona del Centro di Permanenza Temporanea dove vengono detenuti i migranti, un giovane dal volto scuro cammina per i fatti suoi. È un ragazzo lampedusano. A un tratto viene avvicinato da uno o più poliziotti. Un agente, giacché due più due fa quattro, deduce che è un clandestino in fuga dal centro, e ricordandosi delle parole del ministro Roberto Maroni (foto), ma anche di avere un bel manganello a sua disposizione, cosa fa?, scattìa una bella randellata sulle spalle del povero malcapitato. Lussazione alla spalla. Il giorno seguente, il ragazzo viene portato in ospedale a Palermo, in elisoccorso.
Verrebbe da ridere se non ci fosse da piangere. È proprio vero: non si può più uscire di casa tranquilli.

sabato, dicembre 13, 2008

IL PORCO


Vi racconto una cosa. Anzi, due. Sono due episodi accaduti qualche anno fa nella nostra città, cose che apparentemente sembrano del tutto distanti l’una dall’altra, anche nel tempo, ma nelle quali io trovo un punto di contatto oltre che uno spunto di riflessione. Ecco la prima. Nel novembre del 2002, è scoppiato il caso dei rom del rione di Santa Croce. Ovvero, nella degradata zona dell’antico quartiere del Rabato, nel centro storico di Girgenti, risiedevano alcune famiglie di zingari che, a detta, degli abitanti della zona, portavano sporcizia e lerciume di varia natura. Degrado che veniva di peso addebitato a loro. Un premuroso consigliere comunale di Alleanza Nazionale, residente nella zona, promosse, pertanto, una bella raccolta di firme, ma di quelle come dio comanda, per rendere esecutiva la richiesta degli abitanti della zona. Quella, cioè, di espellere i rom dal quartiere e ricacciarli al campo nomadi di Contrada Gasena, fuori Girgenti, che il nostro solerte amministratore sosteneva esser stata costruita con grande profusione di fondi pubblici e che lui considerava una specie di Beverly Hills ma che in realtà era una squallidissima bidonville. Praticamente i veri problemi della nostra città non erano (e sono) come qualche sprovveduto può pensare, la disoccupazione, che costringe i giovani ad andar via a ritmi da anni sessanta, o la pessima amministrazione della cosa pubblica, che fa della nostra una città costantemente agli ultimi posti nelle graduatorie del benessere (l’ultima qualche giorno fa), o ancora la mancanza d’acqua, che ci mortifica agli occhi di tutta la nazione. No! Il vero problema di Girgenti era la presenza di un gruppo di etnia rom nel quartiere di Santa Croce. Le televisioni cittadine diedero abbastanza spazio all’accaduto anche se in tutto ciò mi colpì il solito assordante silenzio della città, totalmente indifferente di fronte a quello che stava avvenendo dentro le sue mura e in generale indifferente a tutto ciò che normalmente accade nel resto dell’ecumene.
Ma, al di là dello stile di vita dei rom, brutti sporchi e cattivi, qual era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso della pazienza dei santacrociani (ammesso si dica così) e del loro masaniello? Gli zingari avevano scannato un porco! Probabilmente stavano festeggiando qualcosa, non so, magari un momento rituale o una festa tradizionale o una celebrazione che si ripeteva da un sacco di tempo o una ricorrenza o era semplicemente un momento di aggregazione e di incontro della comunità o checcazzonesò. Fatto sta che le immagini televisive del povero maiale morto stecchito, sdraiato su un’asse di legno con un nugolo di mosche svolazzanti e un manipolo di bambini vocianti tutt’attorno, quasi giustificarono l’ira del tribuno consigliere e dei suoi vicini di casa. Si tirarono fuori motivi di igiene e di pubblica sicurezza ma una cosa era certa: il maiale non si ammazza. Fuori i rom da Santa Croce!
La cosa si protrasse per un paio di mesi, finché l’assessore alla sanità, anch’egli di Alleanza Nazionale, e anch’egli zelante e scrupoloso, fece periziare dall’ASL le abitazioni dei rom – solo quelle dei rom – le quali furono dichiarate inagibili. Per cui gli zingari, con grande soddisfazione dei residenti, del consigliere, dell’assessore e di tutta Alleanza Nazionale, furono costretti ad andar fuori dalle loro case, delle quali, questo lo sottolineerei, venivano regolarmente pagati affitti e utenze. Solo qualcuno cercò di trovare una soluzione alla cosa proponendo di discuterne con chi normalmente di zingari si occupava (la Caritas e qualche associazione di volontariato). Si scrissero delle lettere ai giornali, si fece anche passare un ordine del giorno al Consiglio Comunale, che fu discusso, sindaco assente, per ragionare e magari trovare una soluzione alla questione, ma non ci fu niente da fare. Nel febbraio del 2003 gli zingari sono stati cacciati fuori dalle loro case con la forza (della legge, ovviamente). Non si sa che fine abbiano fatto, dove siano andati, ma l’importante è che abbia vinto la civiltà.
Tempo fa sono andato a Santa Croce, e ho visto in che stato versa quel quartiere dopo la riconquista: tutto è esattamente come prima, se non peggio, nulla è cambiato, a dimostrazione, qualora ce ne fosse stato bisogno, che il degrado del luogo non era affatto causato dagli zingari. Di quell’episodio resta solo una scritta ormai sbiadita a vernice spray fatta dai giovani di Alleanza Nazionale: Il Rabato è libero – Agrigento è nostra.
Il secondo fatto riguarda la bella iniziativa che un insigne studioso di Pirandello, il professor Enzo Lauretta, ha realizzato nel 2004, mi pare. Egli ha cercato, devo dire con un qualche meritato successo, di riprendere (forse è più giusto dire riesumare) la vecchia Sagra del Signore della Nave. Era una festa, questa, che si svolgeva in Girgenti, narrata da Pirandello in una bella novella da cui trasse uno splendido atto unico per il teatro. Dico splendido perché in esso si ritrova tutto il senso e lo spirito della comunità in festa, della celebrazione corale, che come spesso capita dalle nostre parti, ha aspetti sia religiosi che pagani. La festa si svolgeva nella chiesa di San Nicola, nella splendida Valle dei Templi, fino alla fine degli anni ’40 del secolo scorso o giù di lì – i miei genitori ne hanno dei vaghi ricordi –, intorno allo splendido crocifisso ligneo tuttora conservato all’interno della chiesa e che va sotto il nome di Signore della Nave. Vi era una celebrazione religiosa e una processione molto sentita. Ma, ahimè, la festa, forse a causa degli orrori della guerra o chissà per quale altro motivo, fu dimenticata dagli agrigentini.
E come dicevo, questa festa consta anche di una componente, diciamo così, pagana, il lato più godereccio dell’evento, la cosiddetta sagra del Veni mangia, veni vivi, che ruota intorno a un momento decisivo: l’uccisione del maiale. Sissignore, si scanna il porco. Come gli zingari a Santa Croce. Ad onor del vero, nella riproposizione del Lauretta non si è visto il momento cruciale dell’ammazzatina del maiale, ma sono convinto che nessuno avrebbe avuto nulla da ridire qualora ci fosse stata. Infatti nessuno ha avuto nulla da ridire quando il povero suino è apparso sulla tavola del buffet sotto forma di succulente salsicce, a testimonianza del fatto che la bestia era stata veramente ammazzata. Esattamente come avevano fatto i rom di Santa Croce.
Che per questo sono stati allontanati dalla città.

sabato, novembre 29, 2008

MAZZARISI


Lampedusa vive di pesca e di turismo. Di turismo per quattro mesi l’anno, di pesca sempre. Sul molo del porto dell’isola, uno di fianco all’altro i pescherecci occupano ogni centimetro disponibile. Sono parcheggiati anche in seconda e in terza fila, vista la scarsità di spazio disponibile. I pescherecci più grandi, non c’è dubbio, sono quelli provenienti da Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, con San Benedetto del Tronto e Chioggia, uno dei principali porti pescherecci d’Italia. Sono bestioni che non finiscono mai, al confronto con i pur notevoli motopesca lampedusani. E i mazaresi, o mazzarisi, come li chiamano i lampedusani, lavorano molto a Lampedusa, sopportati non sempre di buon grado dai locali. Ma tant’è. La pesca di solito è buona, il pesce c’è, anche se i lampedusani spesso si lamentano ma certamente è un lavoro molto duro e sacrificato. Ieri c’era maltempo e non si pescava. I pescherecci stavano ormeggiati al porto e i pescatori guardavano da lontano quel mare che li costringe ad un lavoro pesante – giorni e giorni al largo a vedere solo cielo e mare – ma che consente loro di portare il pane a casa. I mazzarisi se ne sarebbero tornati volentieri a casa ma stavano bloccati lì, a Lampedusa, ad aspettare che il vento si calmasse e si potesse uscire di nuovo. A Lampedusa, quando soffia il vento forte si blocca tutta l’isola. Io ci ho vissuto per tre anni e ricordo le giornate col cielo basso e grigio, il vento che sferzava la faccia e il disagio di un’isola che, a volte per intere settimane, vede scarseggiare i viveri, la benzina, l’acqua e vede aumentare così il suo distacco dal resto dell’Italia, dalla terraferma, come la chiamano loro. La nave da Porto Empedocle non arriva e non parte, a volte anche l’aereo non riesce a decollare e ad atterrare. E i pescherecci stanno fermi al molo.
Ieri niente pesca, quindi. Niente pesca finché non squilla il telefono e il comandante della Capitaneria di Porto convoca i mazzarisi. Due “carrette del mare” piene di immigrati africani sono in balia delle onde e hanno lanciato l’SOS. Con quel tempo non ce la possono fare. E per di più le condizioni del mare non permettono alle motovedette di lasciare gli ormeggi. Solo i pescherecci dei mazzarisi possono affrontare quel mare. Ecco perché il tenente di vascello Achille Selleri, il comandante, li chiama nel suo ufficio, prospetta loro la situazione e alla fine dice: "Ho bisogno di voi e delle vostre barche. Li salviamo?". I mazzarisi non esitano un attimo: "Siamo pronti. Andiamo". E li salvano. I cinque pescherecci riescono a portare in salvo 603 immigrati, strappandoli al naufragio.
Dio vi strabenedica, cari mazzarisi e caro comandante. Spero solo che non ci sia nessuna gaia testa di cazzo che vi accusi di favoreggiamento all’immigrazione clandestina. No, lo dico perché è già successo e questo non mi pare un buon momento perché prevalga la pietà e la solidarietà che voi avete dimostrato.

venerdì, settembre 26, 2008

LETTERA APERTA AI MISSIONARI

Pubblico qui, e inauguro così la rubrica “Parrinazzi”, una lettera di p. Fausto Marinetti, un prete solidamente ancorato alla realtà di ogni giorno, quella fatta più di lacrime, sudore e sangue che non di lustrini e paillettes. I parrinazzi questo sono: preti che seguono il vangelo di Cristo più che quello di papi e vescovi; si sporcano le mani per la strada rifuggendo le calde atmosfere delle sagrestie; preferiscono il campo nomadi alla curia. Il primo parrinazzo è padre Fausto Marinetti, appunto. L'incontro con don Zeno Saltini (fondatore della Comunità di Nomadelfia) gli cambia la vita. Imbevuto del suo amore per i popoli-fratelli s'immerge nelle stigmate del nordest brasiliano. Denuncia le cause dell'ingiustizia strutturale con libri-testimonianza (L'olocausto degli empobrecidos, Lettere dalla periferia della storia). Rientra in Italia nel 2000 e si dedica all'approfondimento e diffusione della "profezia" del terzo mondo. Su questo blog lo vedrete altre volte; ad esempio posterò una sua lettera intitolata “Caro Dio” (già dal titolo…) e la sua Lettera al papa dal Brasile. Come posterò anche altri pezzi di altri parrinazzi, gente molto seria e impegnata e che per questo nella Chiesa conta molto. Quanto il due di coppe, esattamente.
***
Cari amici,
a chi altri, se non a voi, testimoni della "vita abbondante", confideremo il tormento dell'anima?
Il Mediterraneo sta diventando la tomba di tanti fratelli, i quali, pur di non lasciarsi mangiare dalla denutrizione, affrontano la morte in mare. Più di 20mila l'anno intraprendono il "viaggio della speranza", con un pedaggio annuale di mille vittime. Morte o "uccise" dall'ignavia generale?
Si parla di "ecatombe di disperati", di "derubati della speranza" da parte dell'economia globale. I pescatori sono stanchi di pescare "uomini tonno", "donne tonno". E perfino "bambini tonno". Nel "mare nostrum", l'acquasantiera della civiltà cristiana? O fossa comune, nella quale abbiamo seppellito giustizia e solidarietà umane, prima che cristiane?
Ma dove sono i padri universali, i prelati, seguaci di colui che è venuto perché tutti siano salvi dalla fame, dalla schiavitù del bisogno? Troppo intenti a celebrare le glorie cattoliche a Rimini? A quando un "meeting" per i popoli alla deriva, per i clandestini di tutte le latitudini?
Quale "amicizia dei popoli" celebrate? Vi preme il "popolo delle (cosiddette) libertà", perché vi elargisce sovvenzioni (scuole, oratori, cappellani, cooperative cielline), favori, mantenendovi alla sua greppia?
[Ah, Formigoni, Formigoni... attenzione a sbandierare modelli lombardi di sanità con la clinica dei dottor-Mengele! Ah, "Compagnia delle opere" con i prodigi alla Why-not...! Perché il vostro arcivescovo di Mosca non riferisce i risvolti dell'ecumenismo ciellino, che provoca l'ira degli ortodossi per proselitismo sleale, perché "avanza" a suon di dollari? E le conversioni del riso in India, le scuole cattoliche per le classi abbienti (altro che per i poveri), che innescano l'ira degli indù? Martiri? Quanti indios abbiamo martirizzato in nome di Cristo in America Latina e dintorni?]
E' lecito rispondere alle emergenze globali, con 12 carcerati modello? Basta la testimonianza di una sieropositiva per rispondere ai 40 milioni di aidetici destinati a morte sicura?
Interrogativi, che non sono un lusso cattolico, ma un tormento umano: si può assistere indifferenti, ignavi all'uccisione dei fratelli in umanità senza un sussulto di coscienza? Attribuiremo tutto, come sempre, al destino, alla sfortuna, alle avverse condizioni socio-economico-politiche-metereologiche?Al rimpallo delle responsabilità da una costa mediterranea all'altra? Ai facili alibi, all'impotenza generale, all'illegalità, allo stato di diritto? I Biffi ed i Maggiolini continueranno a dare man forte ai crociati padani, gridando all'invasione mussulmana? Alla minaccia ai valori cristiani? Ma il diritto alla vita non è né mussulmano né cristiano, vero?
Non insegnate nelle università e seminari che in "estrema necessità, tutto diventa comune"? La morale cattolica non legittima il "furto" quando ad uno è stato sottratto il minimo vitale, che gli spetta per diritto? Se vale per l'individuo, non deve valere, a maggior ragione, per un popolo? Non è loro diritto attraversare qualunque mare, affrontare qualsiasi tempesta di egoismi collettivi, di accumulo di capitali?
Ogni coscienza di cittadino del mondo (prima che di una chiesuola) deve sentirsi in dolo. Come pesano quei mille "tonnati" all'anno! Come scaricarli, come giustificarsi?
Accoglienza, diritto d'asilo, protezione umanitaria? Basta girovagare su You tube per vedere le tragedie che si consumano nei vari CPT disseminati nei paesi mediterranei! Centri di detenzione, prigioni? Per delitto di clandestinità. Ma non apparteniamo tutti alla stessa patria dell'umanità?
Non si può minimizzare, certo. Ma si può illudersi di affrontare tale emergenza con la solita politica dei cerotti, del buonismo caritativo?
Acque territoriali? Codici di navigazione? Competenze portuali? E' evidente che il diritto delle nazioni è insufficiente per produrre soluzioni globali. L'invasione dei clandestini non può essere gestita con le normative dei razzismi patriottici...
Nuovi scenari, nuove emergenze.
Il popolo dei clandestini è forse una nuova "nazione", che reclama il diritto minimo alla vita, al lavoro, alla salute? "Se non c'è da vivere in Africa o in Asia, non abbiamo forse il diritto di andarcelo a conquistare dove è possibile? Voi, popoli colonizzatori, non avete fondato l'ideologia della conquista sul diritto naturale di "un posto al sole"? Con la benedizione del papato, con le indulgenze, con i missionari al seguito?".
"Ma noi non possiamo ricevere tutti quanti! Se la zattera del benessere non può alloggiare più di 800 milioni di fortunati che cosa possiamo fare?".
Lo sanno anche i sassi che si spendono 17 miliardi di euro per mantenere cane e gatti primo-mondiali, mentre ne bastano 13 per sfamare i popoli denutriti. Che ciò che spreca un americano è sufficiente per mantenere 5 famiglie africane.
E se quanto si spende per "difendersi" dagli straccioni, per sussidiare l'agricoltura dei popoli arricchiti, per mantenere uno standard di vita criminale, per produrre armi e beni superflui, ecc. fosse investito nei loro paesi d'origine? E se andassimo oltre alla cultura dell'assistenza e cominciassimo a coniugare OPERE DI GIUSTIZIA GLOBALE?
Suvvia! Che aspetta la cristianità a devolvere parte dei suoi beni, delle sue case affittate, dei suoi conventi vuoti come segno/sacramento di giustizia? Quale responsabilità storica non farlo?
Quelle migliaia di vittime della nostra ignavia non sono più là, sotto il mare nostrum, sono qui, ci circolano nell'anima. Come sale, fermento, fuoco per accendere passioni di nuova umanità.

Fausto Marinetti

martedì, settembre 23, 2008

IN MEMORIA DI ABID MOHAMED, DETTO MARADONA

A fine agosto, a Girgenti, c'è stata una manifestazione dedicata ad Abid Mohamed. Chi era Abid Mohamed? Se avete un po' di pazienza leggete questo pezzo che ho scritto qualche anno fa.

***

Sarà stato l’inizio dell’estate 2003 quando a Girgenti accadde quell’episodio che tutti ancora ricordano. Un giovane uomo proveniente dalla Tunisia, Abid Mohamed detto Maradona, in uno slancio di generosità non ci pensò mica due volte e si buttò in mare per salvare due bambini che stavano per affogare. E come a volte accade in questi casi, perse la vita, sopraffatto dalle onde. Ci fu una grande eco in tutta la città, la notizia fu riportata anche su scala nazionale, e non vi fu chi non indicasse nel povero nordafricano un eroe. La retorica scorse a secchiate ma la commozione fu vera e giusta. Il comune di Favara in tempo record, dimostrando grande senso di civiltà, si prodigò per tributare i dovuti onori ad Abid, al punto da dedicargli un piccolo parco giochi, nel luogo vicino alla tragedia. Lo chiamarono “Il giardino di Abid”, affinché rimanesse nella memoria di tutti il nome dell’uomo che per salvare degli altri uomini sfidò il mare. E perse.
Il comune di Girgenti, invece, come al solito brillò per la sua assenza. Non organizzò alcun momento di commemorazione pubblica, nonostante Abid Mohamed detto Maradona vivesse nella nostra città da una ventina d’anni. Un consigliere comunale propose di intitolare una via al poveruomo ma fu subito ripreso e zittito con la motivazione che è necessario che passino almeno dieci anni dalla morte della persona perché gli si possa dedicare una via. E no, perché noi alle forme ci teniamo!
Che poi, in realtà è ingeneroso da parte mia dire che i nostri amministratori furono affatto assenti. Furono visti, eccome, alla cerimonia di intitolazione del giardino. E furono visti in televisione, ovviamente. Stavano tutti lì in prima fila, belli incravattati, in favore di telecamera, coi capelli pettinati e cotonati come sempre. Seduti accanto ai familiari di Abid, mostravano puro cordoglio mentre l’operatore faceva scorrere la macchina sui loro volti, compunti per la tragica occasione. Qualcuno, mi pare, fu pure intervistato e si condolse alquanto. C’erano tutti e rappresentavano tutti i partiti del centro-destra. C’era l’UDC, c’era Forza Italia, c’era persino Alleanza Nazionale. E c’erano anche alcuni del centro-sinistra. Mancava solo la Lega, mannaggia!, per ovvi motivi. Gli altri erano tutti presenti per commemorare il povero sfortunato Abid Mohamed detto Maradona.
E c’era pure un senatore, Calogero Sodano, già sindaco di Girgenti. Nomino lui solo, nessuno se ne abbia a male, perché tra tutti è l’unico che ha avuto il raro privilegio di votare la legge 189/02 sull’immigrazione: la Bossi-Fini. Che è una legge che si occupa di tutti i Mohamed. Quelli vivi, però, non quelli morti. E se ne occupa senza visi di circostanza, considerandoli solamente come un problema, da affrontare e sconfiggere, un problema di ordine pubblico, alla faccia della solidarietà e dei giardinetti pubblici. Del resto cosa ci si può aspettare da una legge sull’immigrazione fatta da Bossi e Fini: sarebbe come far fare una legge sulla nutella a due diabetici, no?
È una legge che nega agli extracomunitari, o bingo bongo, come li chiama un Ministro della Repubblica Italiana, la possibilità di venire liberamente qui in Italia, nel “nostro” paese, anche se sfuggono alla fame, alla miseria, alle persecuzioni politiche, ai disastri ambientali e alla guerra. E del resto non è che ci possiamo fare carico di tutti i problemi del mondo, no? Per cui diamo una bella chiavardata alle frontiere e non se parla più.
La Bossi-Fini è la bella legge di chi ammette che possano tranquillamente circolare i flussi economici e finanziari, le merci e i soldini, ma non gli uomini. Quelli no. Quelli, gli uomini cioè, ma anche le donne (a volte incinte), i vecchi e i bambini, devono sottoporsi a pietosi viaggi, organizzati da squallidi personaggi senza scrupoli. Attraversano il deserto a bordo di camion a pezzi e poi il Mediterraneo stipati a decine su barconi scassati col rischio di finire tra le onde. E molti di loro ci sono già finiti, e altri ancora ci finiranno, nel “nostro” mare. Oppure si mettono nelle mani di camionisti disinvolti, che li portano attraverso le frontiere e li lasciano in Italia. Ma non sempre va bene. Come non andò bene a quel sedicenne afghano trovato sepolto sotto una valanga di angurie. Accanto a lui un panino e una bottiglietta d’acqua. “Ma chi glielo fa fare, lo sanno che qui non si può venire, no? Lo sanno che rischiano la morte in mare”. Eh, sì, lo sanno (anche se non ne sarei sicurissimo), e intanto con la faccia di bronzo che si ritrovano continuano a venire qui. Da noi.
Eppure, nonostante tutto, nonostante i buoni propositi per fermare questo esodo, la bellissima Bossi-Fini da questo punto di vista si è rivelata decisamente un fallimento. E questo perché non basta una legge, quantunque ottima e abbondante come questa, a convincere le persone che sono nel bisogno a non tentare la fuga. Perché sanno che l’unica possibilità per riuscire a dare una speranza a se stessi e ai propri figli, l’unico modo per sfuggire alle persecuzioni di una guerra dimenticata da tutti, è saltare su una di quelle bagnarole e tentare il viaggio. Ci salterei anch’io sulla bagnarola, se ne fossi spinto dal bisogno estremo. E anche Bossi e Fini ci salterebbero. Forse.
È una legge che prende gli immigrati e li butta dentro i Centri di Permanenza Temporanea, i “nostri” CPT, quelli che qualcuno ogni tanto chiama “centri di accoglienza”. Si risentono tutti se li chiamiamo lager, anche quelli del centro-sinistra, che li hanno inventati. Fatto sta che si prendono ‘sti migranti, dicevo, si buttano dentro ‘sti bei posticini e li si costringe a stare due mesi lì dentro, dietro le sbarre, rinchiusi come se avessero commesso chissà quale reato e invece non hanno commesso nulla. Rinchiusi, tutti insieme appassionatamente, nordafricani ed esteuropei, sudamericani e orientali e africani neri. Gente con culture, religioni e stili di vita diversi, tutti costretti a convivere nel poco spazio ad essi concesso e dove spesso a causa della promiscuità scoppiano risse, rivolte e disordini vari, sedati gagliardamente dalla Polizia o misericordiosamente dagli operatori degli enti gestori, con manganelli o psicofarmaci. Ma sempre totalmente ignorati da giornali e televisioni.
Tempo fa il mitico Bossi, l’Umbertone a noi molto caro, disse che gli immigrati devono essere considerati più o meno come delle merci. E lì imbarazzo e indignazione come se piovesse, soprattutto nella sua parte politica. Come quando disse che per le carrette del mare ci vorrebbero i cannoni della Marina. Ci si sfidava nella gara del come-si-permette, e non ci si accorgeva che era tutta ipocrisia e della peggiore risma. Eh sì, perché la verità è che in Italia le merci sono trattate molto meglio. Esse viaggiano su comodissime navi cargo che non le butti giù neanche con le bombe. Le merci non sono costrette a raggiungere nessun porto della Libia o della Tunisia, a meno che non partano da lì, e non devono pagare alcun pedaggio o alcun biglietto per partire. Salpano senza problemi, attraversano i mari sin dai posti più lontani del mondo e arrivano in totale sicurezza nei nostri porti. Se sono deteriorabili viaggiano in ambienti refrigerati, o riscaldati, affinché rimangano intatte e non deperiscano. Al loro arrivo passano tutte, positivamente, i controlli di frontiera; tutt’al più vengono annusate da qualche cane antidroga ma non vengono maltrattate, anzi vengono accolte dai compratori e portate nei magazzini, non in luoghi squallidi e maleodoranti. Magari i migranti fossero trattati come merci!
La Bossi-Fini è la legge di uno stato, il “nostro”, che espelle ogni giorno decine di richiedenti-asilo, gente del Congo, del Sudan, della Liberia, in virtù di colloqui approssimativi di cinque-dieci minuti davanti a una commissione, con traduttori superficiali e imprecisi, negando loro un diritto sacrosanto, simpaticamente sancito dalla nostra Costituzione, e ricacciandoli nei loro paesi di provenienza, laddove saranno esposti alla prospettiva certa di fare la fame e di essere perseguitati e a quella probabile di essere uccisi.
È la legge per tutti i Mohamed, quelli vivi, però, quelli per cui né Calogero Sodano né i suoi compagnucci faranno mai dei musi lunghi. Anzi. Perché è la legge di uno stato democratico, civile e cristiano. Il “nostro” stato.
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Conobbi tanti anni fa Abid Mohamed detto Maradona. Lo conobbi in una maniera strana, nel giorno del battesimo del suo primo figlio. Allora a Girgenti non c’erano ancora molti stranieri, figurarsi se battezzavano i figli con rito cattolico. Ma la moglie di Abid era italiana e cattolica, per questo volle far battezzare il figlio. Io e altri amici eravamo nel gruppo giovanile della parrocchia dove si fece la cerimonia, e anzi ricordo che animammo la messa coi canti e le chitarre. E ricordo quest’uomo completamente spaesato che non rispondeva alle sollecitazioni della liturgia ma la seguiva compostamente pur non capendone un’acca. Abbozzava segni di croce involontariamente ridicoli e si alzava e sedeva solo perché tutti lo facevano. Ebbe un momento di sconcerto al segno della pace, quando tutti si dettero la mano. Non ne capì il perché ma si ritrovò a stringere mani sconosciute. All’inizio il prete chiese il nome del bambino e si sentì rispondere con un nome arabo, che non ricordo, la qual cosa lo indispettì parecchio. Infatti al momento della litania dei santi, dopo aver nominato tutti i “nostri” santi, tenne a precisare che non esisteva un santo col nome del bambino e anzi chiese ai genitori come mai non gli avessero imposto un nome italiano. Beati noi che abbiamo i santi!
Da allora in poi ogni volta che ci incontravamo ci salutavamo. Lui era basso, tarchiato, scuro di pelle e con un collo taurino. Aveva un testa piena di riccioli neri. Come un vero siciliano.
Abid Mohamed detto Maradona non leggeva il Vangelo. Certo, non posso escluderlo ma immagino non lo leggesse. Per cui probabilmente non conosceva quella frase che dice che non c’è Amore più grande di chi dà la propria vita per il suo prossimo. Non la poteva conoscere, era musulmano. Eppure l’ha messa in pratica ugualmente.