martedì, aprile 14, 2009

INAUGURAZIONI


Stavo per partire per le vacanze pasquali, allorquando vengo fermato da una notizia sulla quale intendo soffermarmi assolutamente. A poche settimane dal crollo di una parte di Via Giovanni XXIII, il Comune di Girgenti inaugura l’apertura dei lavori per il ripristino della stessa. I fatti: un paio di mesi fa, a causa delle numerose, insolite piogge di quest’inverno, una parte di Via Giovanni XXIII – il pezzo terminale, quello giusto sopra Villa Cavetta – cede. La corsia di marcia viene dimezzata, l’area transennata, e, come sempre accade a Girgenti, lasciata a se stessa. Intanto continua a piovere e, dopo un mesetto circa dal primo intervento – ossia il transennamento –, la mattina seguente una nottata di belle piogge, il costone scunocchia e va a finire nella zona sottostante (foto), seppellendo due automobili ma, fortunatamente, nessuna persona. Grazie a dio la villetta era chiusa, non perché era presto ma soltanto perché a Girgenti le villette comunali normalmente sono chiuse, per cui non c’erano nonni con nipotini, studenti in vacanza arbitraria, coppiette, etc... Se si fosse intervenuto prima magari si sarebbe potuto evitare lo sfacelo che poi c’è stato.
A distanza di meno di un mese, quasi fosse una cosa che ha del miracoloso – tipo il sangue di San Gennaro –, viene dato l’annuncio dell’inizio dei lavori di recupero. ‘Sti cazzi, direbbero a Roma, ma siccome qui non siamo a Roma né in qualunque altra città normale d’Italia, l’annuncio viene preso come qualcosa di formidabile, anche perché così viene dato. E va bene anche questo. Ma la cosa che davvero fa morire dal ridere è che si è fatta una vera e propria inaugurazione. Questo fa schiantare. Sindaco, una manciata di assessori, un assessore regionale, qualche alto funzionario di qualche ufficio importante si recano nel posto del disastro a celebrare l’inizio dei lavori. Ora, in una città normale, insisto, questo non glielo avrebbero fatto fare. Quando io racconto queste cose agli amici di fuori, loro mi chiedono se scherzo o se dico la verità. E io provo vergogna nel dire che è la verità.
Questa inaugurazione mi ha fatto venire in mente, oltre alla cerimonia di presentazione del plastico dell’aeroporto – che poi non si fece (l’aeroporto non il plastico) –, a quella suggestiva riapertura del viadotto Rocca Daniele, avvenuta qualche mese fa. A causa di un crollo che interessò una parte (si trattava di pochi metri) dell’omonimo viadotto, per circa un anno il traffico sulla famosa 640 Agrigento-Caltanissetta fu deviato. L’automobilista doveva uscire allo svincolo precedente il viadotto, entrare nell’abitato di Favara e dopo un tragitto di qualche chilometro più lungo del normale, usciva nuovamente sullo stradone. I lavori di ripristino durarono meno di un mese ma il disbrigo delle pratiche quasi un anno. Alla fine, il solito gruppetto di autorità – alcune delle quali con fasce tricolori – si ritrovò sul luogo per inaugurare il tratto di strada riaperto. Questa volta stapparono bottiglie. Cosa cazzo (ops…!) c’era da brindare?
Allora, visto che ogni occasione è buona per fare caciara (oggi ce l’ho col romanesco), io propongo l’istituzione dell’Assessorato alle Inaugurazioni. Fai conto che in questa città oggidomani avviene una cosa straordinaria, di quelle che non avvengono in nessuna parte del mondo – la riparazione di un lampione, un decespugliamento, l’Akragas vince una partita – sai che devi festeggiare, no? Oppure si apre una casa di riposo o un asilo. Allora, invece di far scapicollare l’Assessore al Verde Pubblico o quello allo Sport o quello alle Politiche Sociali o ai Lavori Pubblici – che sicuramente hanno un sacco di cose da fare e poi a loro queste manfrine davanti alle telecamere non piacciono mica –, interviene l’Assessore alle Inaugurazioni, Festeggiamenti e Cerimonie e ti porta avanti la tua bella festicciola. Si fa un discorsetto iniziale, magari si taglia un nastro poi si stappa una bottiglia, si fa una bicchierata, due pasticcini e si va via perché magari dopo un’ora c’è un’altra cosa da inaugurare. Molto semplice, no? L’Assessore deve essere uno di quelli foto/telegenici, che sappia parlare ma non troppo bene (il congiuntivo è un lusso che non possiamo permetterci), che sorrida sempre, che abbia voglia di apparire in pubblico e soprattutto che abbia leccato i culi giusti. Dai, non ci vuole molto a dire una frase tipo: “Ringraziamo l’Assessore Vattelappesca per l’attaccamento che ha dimostrato per la città e per avere fortemente voluto quest’opera. Peccato che non c’è, se c’era la vedeva”. Andiamo, non ci vuole un genio per una cosa del genere. E poi al Comune non costerebbe niente. Qui sta la genialità dell’operazione. Tutto il costo delle inaugurazioni se lo sobbarcano gli sponsor. Anche perché in questo modo, durante la cerimonia mi puoi anche fare la degustazione del prodotto tipico, la presentazione della nuova automobile, la mostra del corredo. Mi puoi fare il rinfreschino, vivaddio. E l’Assessore, naturalmente – e anche questo è uno dei suoi compiti – deve ricordare e ringraziare gli sponsor: “Ringrazio il Presidente Tizio e il Supermercato Al Risparmio, che hanno permesso che oggi eravamo qui”. Oppure: “Vi porto il saluto del Sindaco, a voi, cari concittadini e agli amici della Pasticceria fratelli Caio, che se non c’erano loro questa cosa non si faceva”.
A Girgenti, ormai, l’Assessorato alle Inaugurazioni è una necessità.

giovedì, aprile 02, 2009

E VIDI CA VEGNU


Un altro gioco a squadre molto gettonato all’epoca era la tavula longa (peccato non poter rendere graficamente l’esatta pronunzia!). Si organizzavano due squadre con lo stesso criterio già descritto per le partite di calcio e si faceva la conta per stabilire quale squadra dovesse andare sutta. I membri di questa squadra si mettevano in fila, partendo dal muro, chini a 90 gradi; il giocatore di dietro afferrava saldamente le gambe e il sedere del compagno davanti via via fino a formare una sorta di, appunto, lunga tavola sulla quale l’altra squadra, quella di supra, doveva saltare. Il primo della squadra di sotto, però, non poggiava direttamente sul muro, perché normalmente si prendeva un bambino, preferibilmente grasso, e lo si metteva con le spalle al muro a fare da cuscino.
Ma qui devo assolutamente aprire una parentesi. Vita particolarmente dura avevano i bambini grassi o grossi. Per quanto ancora non si fossero fatti strada i canoni estetici tipici della società odierna, i bambini grassi (anche se sconosciuti) venivano duramente presi in giro con epiteti che andavano dal grossu di minghia, al bombola di gas, fino al classico bussicuni. Credo fossero in assoluto i più bersagliati dalla cattiveria feroce degli altri bambini. Si disperavano, urlavano, minacciavano di chiamare familiari preferibilmente di sesso maschile ma più si arrabbiavano più scatenavano l’accanimento dei loro giovani carnefici che contentavano la propria malvagità solo quando vedevano le proprie vittime scoppiare in lacrime. Quanti bambini grassi hanno pianto da piccoli a causa delle derisioni dei compagni! (Non è per defilarmi ma sin da bambino ne ho sempre avuto rispetto.) A quel punto, cioè al momento del pianto (ma solo perché rappresentava l’acme di una situazione che rischiava di degenerare), interveniva qualcuno pronto a farsi difensore del corpulento amichetto, talora arrecando ulteriore pregiudizio alla sua causa: Veni ccà, fattilla cu mia. Chi t’a fa cu chiddu ca è grossu? Lo stesso trattamento non era riservato ai magri, ancorché scheletrici. Sì, qualche sfottò di prammatica lo beccavano anche loro, magari si ventilava la presenza di una qualche malattia venerea (sifiliticu!) ma ai grassi era riservato ben altro trattamento. E poi, da bambini ognuno di noi aveva il proprio segno particolare. C’era l’alto, il basso, il biondo, il bruno, l’occhialuto. Fin qui nulla da eccepire. I problemi sorgevano allorché questi caratteri distintivi venivano utilizzati al solo scopo canzonatorio. Il bambino con gli occhiali era chiamato occhialinu o quattr’occhi e ‘na banana (e subito ci si premurava di puntualizzare che fine facesse la banana!); quello dalla pelle ben pigmentata era nivuru ‘mpiciatu. Il bambino dai capelli biondi era ’u biondinu, quello dalla chioma riccia era ’u ricciolinu, quello dagli occhi a mandorla era ’u cinesinu. Termini, quindi, vezzeggiativi che però non si esitava, alla bisogna, a tramutare in dispregiativi: Biondì / ricciolì / cinesì, mi sta rumpennu a minghia!. E addio vezzeggiativo!
Ma torniamo alla tavula longa. La squadra di sotto aspettava che quella di sopra esaurisse i salti di tutti i suoi membri. Salti che perlopiù venivano, intanto annunziati dal grido E vidi ca vegnu!, e poi eseguiti non tanto con spirito sportivo o di puro divertimento, quanto nella segreta speranza di spezzare in due la schiena dell'avversario o di arrecargli una qualunque menomazione fisica, purché permanente. Esauriti i salti, compito della squadra di sotto era resistere fino a dieci, mentre i soprastanti eseguivano le manovre più turpi, fuori dal regolamento e da qualunque convenzione internazionale, per farla cadere. Infatti l’obiettivo della squadra di supra era fare scunucchiari la squadra di sutta. Ovviamente le due squadre alla fine si accusavano a vicenda di scorrettezze e anche tavula longa finiva a schifìo. Era, va da sé, un gioco ad alto coefficiente di pericolosità. Alla fine non si contavano le ginocchia sbucciate, le dita piegate, le schiene doloranti ma soprattutto i pantaloni squarciati nel mezzo, che ci costavano asperrimi rimproveri.
In gran voga era anche Uno manda all’uno (si dovrebbe scrivere così), la variante nostrana dell’universale gioco della cavallina. Era un gioco solo apparentemente innocuo e amichevole perché nonostante il preventivo abbozzo di regolamento e i giuramenti di correttezza, spesso, come vedremo, il ricorso alla violenza si rendeva quasi necessario. Si faceva la conta ad eliminazione, per cui l’ultimo che rimaneva doveva stare chino (sutta) e consentire a tutti gli altri di saltare. Erano consentiti quattordici salti, drammatizzati e ritmati da una filastrocca, stranamente in italiano, per quanto inframmezzata da parole siciliane (l’italiano era, in genere, mal tollerato) che riporto:
- uno – manda all’uno;
- due – manda a due (i primi due salti erano franchi);
- tre – figlio di re (si eseguiva il salto e quando si atterrava si simulava un gesto di napoleonica autoincoronazione);
- quattro – calci in culo e passa arrè (in questo caso si dava un calcio al volo nel sedere della cavallina; calcio che spesso era volutamente forte);
- cinque – raccogli il grano (atterrando si doveva fare un ampio gesto, da gaia spigolatrice, chinandosi con le braccia che si chiudevano a raccogliere un immaginario fascio di spighe);
- sei – piedi in croce (si atterrava incrociando i piedi);
- sette – due pugni (invece di poggiare le mani si poggiavano i pugni chiusi. Si poggiavano per modo di dire; alcuni avevano come fine ultimo la lesione delle vertebre della cavallina);
- otto – scivolò (invece di sorvolare la schiena, ci si scivolava sopra. Ed era anche doloroso, per chi stava sotto);
- nove – ti lascio questa sella (e si lasciava un fazzoletto sulla schiena della cavallina. I fazzoletti di allora non erano gli igienici Scottex di adesso ma i classici fazzoletti di stoffa, per cui erano già pieni di patacche di mòccaru, fresco o già solidificato e croccante);
- dieci – me la riprendo (si riprendeva il fazzoletto);
- undici vado a messa (questo era un vero colpo di teatro: ci si rimboccava la maglia sulla testa a simulare le vecchine che andavano a Messa col velo in testa);
- dodici – scappiddazzu (in questo caso si saltava unendo le mani e dando un colpo sulla schiena a mani unite. Come nel caso del numero sette, il fine ultimo era il male fisico dell’altro);
- tredici – mi preparo per scappare;
- quattordici – sputo e scappo (si scaracchiava sul muro e si scappava).
Alla fine l’uomo-cavallina doveva cercare di acchiappare qualcuno e, se vi riusciva, decadeva dal compito per affidarlo all’altro. Anche questo gioco non era esente da proteste e risentimenti, soprattutto fisici. Ho già ricordato che alcuni numeri prevedevano l’uso della violenza, per cui chi era sotto a volte, colpito duro, abbandonava prima del tempo, veniva tacciato di essere fattu di ricotta e, come sempre, finiva a sciarra.
Ammucciaré era invece il classico “Nascondino”. Non ho niente da dire in proposito se non che mi sono sempre chiesto cosa volesse dire tingolo, la parola che si diceva quando un giocatore nascosto si faceva scoprire. ‘Ncagliaré era semplicemente il rincorrersi per acchiapparsi. C’era un bar vicino all’INA Casa dove andavamo a abbucari. L’intera attività del giocare a flipper era resa con questa splendida sineddoche: la sola azione dell’inserire la monetina significava tutto il resto. Per cui Amunì a abbucari o semplicemente Abbucàmu significavano “Andiamo a giocare a flipper” o “Giochiamo a flipper”. E sempre a proposito di soldi, ogni tanto si facevano anche dei giochi con le monete, da 50 e da 100 lire, i più in voga dei quali erano ‘a fussité, che consisteva nello spingere le monete a colpi di pollice verso una fossetta, e ‘u parmu, in cui le monete venivano spinte a colpi di pollice e poi le distanze misurate: quando si mandava la propria moneta a un palmo dall’altra, si vinceva l’altra moneta.
Quindi erano tutti giochi che si facevano senza l’ausilio di mezzi, a parte il calcio, naturalmente, dove occorreva il pallone. Ma vi erano anche giochi per i quali servivano degli strumenti. Uno di questi era ’a tortula (foto), la trottola. Correva voce che un vecchio a piazza Municipio le fabbricasse ancora ma noi le compravamo lesti e boni da qualche parte vicino all’INA Casa. Erano fatte di legno, secondo me molto belle (qualcuno le decorava pure), e occorreva anche una certa bravura nel farle girare bene. Un lungo chiodo le attraversava in tutta la lunghezza: la punta del chiodo era poi la punta della stessa trottola, quella che la faceva girare. Intanto necessitava una corda, ad un’estremità della quale veniva assicurato un tappo di bottiglia appiattito e bucato. La corda, ‘a lazzata, veniva fatta girare saldamente attorno alla trottola, il tappo tenuto tra l’indice e il medio e con un secco movimento del braccio la corda veniva strattonata e la trottola prendeva a girare. Si facevano delle gare che iniziavano col lancio della sfida (Ti muchi?), e potevano terminare con la distruzione, a colpi di punta (pizzati), della tortula dell’avversario da parte del vincitore e con una bella, solita sciarra, che tanto l’occasione era sempre buona. Vi erano di quelli che riuscivano a far girare la tortula sulla mano o addirittura sulla punta della scarpa ma io, ovviamente, non ci sono mai riuscito. Mio fratello Alessandro ama ricordare che il fine esclusivo della mucata era la distruzione della tortula dell’avversario. È per questo motivo che spesso si incontravano picciuttazzi che appuntivano il chiodo della propria tortula sfregandone vigorosamente la punta sul cemento, preparando le armi alla battaglia. Una volta fu sull’orlo di uno choc infantile allorché il suo piede si imbatté in una emi-tortula, vittima di una recente mucata, di cui scorse, poco distante, l’altra metà. Rimase di gesso!
Poi c’era il periodo del carretto, per costruire il quale erano necessarie conoscenza, arte e bravura. Il carretto era altamente tecnologico per cui si doveva anche essere in possesso di competenze di fisica, meccanica e falegnameria. Infatti bisognava avere già una certa età per farne uno, fai conto una decina d’anni e bisognava anche in qualche modo dimostrare d’essere stati in gradi di costruirlo da soli, pena lo sfottò (Inghia, t’u fici to pà). Servivano:
- una tavola ampia,
- un’asse,
- due cubi di legno, ‘i cugna,
- altri pezzi di legno,
- dei chiodi; più
- un lungo bullone con dado e soprattutto
- tre cuscinetti a sfera, di cui due di uguale diametro e uno più piccolo.
Ragion per cui si doveva fare il giro di falegnami e meccanici della zona a chiedere di fornirci i suddetti pezzi, che spesso ci facevano anche pagare, in taluni casi fregandoci. Rovistavano in mezzo a secchi pieni di materiale vecchio – e bisunto nel caso dei meccanici – alla ricerca dei pezzi migliori, tra cui i più ricercati erano certamente i cuscinetti a sfera. Ci vorrebbe un disegno per meglio spiegare la costruzione del carretto ma proverò a farne a meno. Sopra tutto vi era la tavola che serviva da pianale su cui stava il conducente, con modalità diverse che poi spiegherò; nella parte posteriore della tavola, al di sotto di essa, veniva inchiodato un lungo pezzo di legno alle estremità del quale venivano inseriti i cuscinetti a sfera. La parte più elaborata era lo sterzo che era costruito con un’asse sotto la quale venivano fissati due cubi di legno, 'i cugna, che facevano da rudimentale forcella; dopodichè un mozzo veniva fatto scorrere dentro un terzo cuscinetto, il più piccolo dei tre, e inchiodato ai cugna. Lo sterzo, infine, era fissato alla tavola mediante un bullone e un dado. Detta così può sembrare una cosa semplice ma in realtà a tutto ciò doveva sottostare, come ho già detto, la conoscenza. Per esempio, dei materiali: il legno doveva essere di un certo tipo piuttosto che di un altro; bisognava eliminare il rischio di scheggiarsi le mani con le cciarde, per cui a volte necessitava un lavoro di limatura. E poi i cuscinetti migliori erano quelli più piccoli che comunque dovevano essere ben oliati. Qualcuno si concedeva anche qualche accessorio civettuolo, tipo una fodera o un’imbottitura sul pianale o dei catarifrangenti sul didietro. Una vera sciccheria.
E poi, a lavoro ultimato, si doveva dimostrare di essere in grado di guidare un carretto. Vi erano diversi tipi di guida a seconda della disciplina: per le gare sulla distanza si prediligeva la posizione col ginocchio destro sulla tavola e il sinistro a dare la spinta; per le discese la posizione era quella del bob o dello slittino, cioè seduti con le spalle un po’ all’indietro, le gambe in avanti e le braccia sullo sterzo. Per affrontare meglio quest’ultima posizione, certuni attaccavano alle estremità dello sterzo una fune e con essa lo manovravano. Noi facevamo delle discese ad altissimo coefficiente di pericolosità nella Discesa Metello, meglio nota come 'a Scinnuta d’o Garden. In questa discesa, dicevo, bisognava davvero dimostrare perizia giacché ci si misurava con strettoie, alta velocità acquisita dal mezzo (soprattutto verso la fine), pedoni che normalmente salivano o scendevano o uscivano a sorpresa dai magazzini che davano sulla via e soprattutto le macchine che salivano, ignare del fatto che degli incoscientissimi ragazzini si scapicollavano sui loro carretti. Era una prova di grande suggestione e notevole impatto visivo, davvero ricordava le gare di bob. Come molto bella era anche quella che facevamo sulla passerella del nostro palazzo di Via Acrone: ci davamo una bella spinta e, alla fine della passerella, che era un po’ in discesa, sterzavamo bruscamente per accapputtari. Non era pericolosa come la discesa, nella quale rischiavamo la vita, ma a volte succedeva che cappottando il carretto ci finisse addosso facendoci anche male.
Dico la verità: mi piaceva da morire il gioco del lignu santu o lignusà. Era un gioco moderno, avvincente, e perciò stesso poco praticato. Era un gioco a bassissimo budget. Occorrevano, infatti, un pezzo di legno piuttosto lungo, fai conto una settantina di centimetri, e un pezzo piccolo. Erano materiali che in genere si trovavano con una certa facilità anche se spesso vi era un notevole lavoro di ripulitura da fare, soprattutto dai lunghi chiodi arrugginiti di cui erano pieni (a volte penso che siamo vivi per miracolo!). Allora, si metteva il pezzo piccolo per terra e col pezzo lungo, usato a mo’ di mazza da baseball, gli si dava un colpo cercando di farlo sollevare da terra e lo si colpiva al volo. Non sempre il pezzetto riusciva a sollevarsi bene per cui il colpo riusciva a arrunghia maccu, ossia facendo strisciare a terra la mazza, colpo peraltro non consentito. Spesso, invece, il bastoncino riusciva a percorrere delle belle distanze (talora anche dei “fuori campo”) che venivano misurate usando la stessa mazza come strumento di calcolo. Anche il lignu santu, vuoi per la scarsa perizia di alcuni (immediatamente sanzionata dalle canzonature dei compagni), vuoi per il problema relativo allo stabilire quando era arrunghia maccu e quando no, vuoi ancora per fatti legati alla misurazione, era spesso motivo di sciarri nivuri.
Ogni tanto capitava di trovare dei pezzi di cartone piuttosto grandi (Talé chi acchiavu!), fai conto imballaggi di frigorifero, di televisore o di lavatrice, visto che gli elettrodomestici facevano ormai parte della vita quotidiana delle moderne famiglie italiane, per cui si decideva di costruire una capanna. Contrariamente a quanto avveniva per altri giochi nei quali era favorita la partecipazione di quanti più bambini possibile, nella robinsoniana attività della capanna il reclutamento avveniva per esclusione: Tu n’a capanna un ci sì! Chi pronunziava questa frase era naturalmente colui o coloro che avevano trovato il cartone (U cartuni è mé!) e che ne erano pertanto legittimi proprietari oltre che impresari del progetto. Da qui le prime sciarre; gli esclusi facevano dichiarazioni di disinteresse totale alla cosa (Iu t’a ficcu ‘n culu a tia e a capanna vidè!) o addirittura promesse di danneggiamento dei materiali da costruzione (Ti l’abbrusciu stu minghia di cartuni!). Si faceva un abbozzo di progetto su come dovesse venire la capanna e normalmente si andavano a cercare degli altri materiali (legni, lacci, mattoni etc…) che sarebbero serviti per la costruzione. Questa ricerca era effettuata anche dagli esclusi ma per un motivo diverso: trovare dei pezzi di legno o del materiale generico significava danneggiare o rallentare il progetto-capanna ma poteva anche significare l’esserne automaticamente riammessi. Trovato qualcos’altro di utile, si cominciava la vera e propria costruzione. Naturalmente l’organizzazione era motivo di disaccordo giacché c’era chi proponeva una cosa, chi faceva il contrario e le sciarre erano assicurate. Ma dopo tanto lavoro, accuse reciproche e camurrìe varie, la capanna era bell’e finita e a volte venivano fuori anche delle piccole opere d’arte. Vi si entrava dentro, si stava un po’ e a quel punto si capiva di aver totalmente perduto interesse alla capanna.

giovedì, marzo 26, 2009

SUPER SANTOS



Sono nato nel 1962.
E questo potrebbe anche non significare niente ma mi pare una giusta premessa per continuare quello che voglio dire. Sono nato nel ’62, dicevo, per cui ho vissuto la mia infanzia a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Ciò vuol dire che non faccio parte né della generazione scampata alla guerra, né di quella del computer. Io sono un figlio del boom economico (o dell’immediato post-boom), sono cresciuto nell’Italia della Democrazia Cristiana e della Seicento FIAT, delle cucine in formica (foto) e di Italia-Germania 4-3, di Un disco per l’estate e di Rischiatutto. L’ultima generazione che crebbe nelle strade, ovviamente in condizioni certamente migliori di quelle in cui i nostri padri furono costretti a vivere. Tuttavia anche noi abbiamo attinto a quella palestra che è, appunto, la strada. E questo ci ha forse insegnato ad essere più scaltri, a sapercela cavare meglio nella vita. Può anche darsi che non ci sia servito a nulla. Ma tant’è.
Più che in una strada, i miei fratelli e io siamo cresciuti in un cortile, ‘u chianu dell’INA Casa, in Via Callicratide, nel popolare e popoloso quartiere del Sottogas. Giocavamo a calcio, insieme a tanti altri bambini, in questo cortile che a noi sembrava l’Olimpico ma che a guardarlo adesso non è che una piazzetta. E tornavamo a casa con i lividi alle gambe, le ginocchia sbucciate, i cucuruna in testa e altri infortuni simili.
Perché le partite che si giocavano erano tutt’altro che amichevoli. Nell’attesa che si raggiungesse il numero legale per organizzare una vera e propria partita, i presenti si intrattenevano nel passaggi-e-tiri-‘n’porta, una sorta di allenamento al match, nel quale il tormentone era l’esortazione del portiere: ‘Mpégnami! Quando si raggiungeva un congruo numero di ragazzini, il quorum sostanzialmente, si formavano due litigiosissime squadre nel seguente modo: tutti i partecipanti alla partita (quindi tutti i presenti) si schieravano al muro e due “bravi” sceglievano alternativamente i calciatori a partire dai migliori fino alle schiappe (anni dopo mi resi conto del perché venivo scelto sempre per ultimo). C’erano delle liti, le sciarre, propedeutiche alla formazione delle squadre ed erano tese a stabilire chi dovesse scegliere i propri uomini. La partita cominciava prima del fischio d’inizio (si fa per dire, ovviamente) con della pretattica in puro stile Mohamed Alì: Vi facemu u culu tantu, Si pparli assà abbuschi, Ti fazzu firriari, e altre lepidezze del genere. Poi si faceva la tattica vera e propria: Tu ti marchi a iddu, Isamilla ca ci vaiu di testa, etc…; e si stabilivano alcune regole, tipo il fallo laterale o la sponda, ovvero se la palla potesse rimbalzare sul muro oppure no. La regola più importante era la famosa A-tri-corner-u-rigori. Infatti i calci d’angolo non venivano battuti subito ma, quando se ne accumulavano tre, la squadra guadagnava il diritto a battere un rigore. I più scarsi andavano in porta, anche se poi ad un eventuale rigore, doveva lasciare il posto al più bravo. U paru iu!, diceva quest’ultimo, e il legittimo titolare della porta, suo malgrado, si faceva docilmente da parte.
Si davano e si prendevano calci di quelli pazzeschi. Non esisteva spirito sportivo, manco a dirlo; quando una squadra era in netta superiorità rispetto all’altra, i suoi giocatori, dopo ogni gol, si lasciavano andare a un insulso ritornello, snervantissimo per l’avversario, che faceva Eho eho, vi stamu ‘mmriacannu!, e che ogni tanto, giusto per gradire, provocava qualche sciarra. Apro una breve parentesi: la sciarra in linea di massima, era di due tipi. La prima era la scazzottata vera e propria, che consisteva nello sbinchiarisi a vastunati, con interventi degli altri compagni per dividere i contendenti o, talora, per ammiscarisi in difesa di uno dei due. In realtà era piuttosto raro che una sciarra degenerasse in questo modo; ricordo pochissime liti di tale virulenza. L’altro tipo di sciarra, certamente più diffuso, seguiva una specie di rituale sicuramente più cavalleresco, che ricorda quello, ad esempio, dei maschi dei cervi reali, quando la fanno a cornate. Non ci si partiva subito a testa bassa per darle; inizialmente ci si guardava in cagnesco, digrignando i denti, mugugnando minacce e invettive varie. Poi ci si avvicinava e ci si cominciava a dare dei reciproci colpi di petto. Una cosa spettacolare. Nel frattempo si continuavano a profferire frasi minacciose o ingiuriose. Ma quando la sciarra seguiva questo andamento, non c’era volontà di farla finire a schifìo, per cui, dopo un lasso di tempo di questo strano rimbalzo toracico, intervenivano i compagni di gioco per spàrtiri i due litiganti. I quali, da lì a poco, avrebbero ripreso a giocare assieme come se nulla fosse accaduto.
Ma torniamo alla nostra partita. Io giocavo quasi sempre in porta, per il motivo che ho detto prima, e devo dire che a un certo punto cominciai a essere considerato anche abbastanza bravino. Immaginavo, come tutti del resto, di giocare un giorno in serie A, magari in una squadra di second’ordine, posto che Cudicini, Albertosi o Lido Vieri erano praticamente intoccabili. I miei sogni di guardapali sfumarono verso la fine delle elementari con l’avvento della miopia – e degli occhiali. Nelle nostre partite non esisteva l’arbitro (neanche le regole, se è per questo), per cui i casi controversi venivano trattati uno ad uno con largo uso del turpiloquio, dell’insulto personale e familiare e della sciarra. Era tollerato il cosiddetto enzi ovvero la palla toccata col braccio. Mi chiedevo spesso cosa significasse questo strano nome e mi resi conto che enzi era solo una pessima pronuncia della voce inglese hands (mani), ma solo parecchi anni dopo aver preso la laurea in lingue e cioè in tempi recenti. Ci si davano degli spintoni terrificanti che venivano chiamati spalletta regolare ma nessuno fu mai in grado di citare la regola alla quale ci si rifaceva, tutt’al più si nominavano dei fantomatici cugini che conoscevano il regolamento a menadito e che avevano assicurato che quella spallata da scaricatore di porto era regolare.
Alcuni ragazzini si destreggiavano molto bene e per questi vi era anche un motivo in più per ben figurare: in una palazzina dell’INA Casa, una signora teneva uno “stanze in famiglia” dove erano alloggiati alcuni calciatori dell’Akragas. Ogniqualvolta costoro uscivano di casa o si affacciavano al balcone, si innescava una sorta di effetto osservatore-della-Nazionale, in virtù del quale alcuni dei giovanissimi promettenti calciatori (i più bravi, per la precisione) facevano sfoggio dei loro migliori numeri di tecnica sopraffina. Si impadronivano del pallone e palleggiavano, anche di testa, fino allo sfinimento, si producevano in dribbling (scartari) e finezze varie oppure tiravano delle poderose sufuniate, anche se con il pericolo della puntazzata e quindi del pubblico ludibrio. In ogni caso bisogna dire che i calciatori dell’Akragas erano più interessati alla figlia di una signora del pianterreno che non alle finezze dei giovanissimi frombolieri!
A volte il pallone finiva in dei giardinetti di civili abitazioni per cui occorreva che qualcuno scavalcasse le inferriate per andarlo a raccattare, col rischio, a volte rivelatosi più che fondato, di essere beccati dai proprietari, rimproverati aspramente o, perché no?, malmenati. Spesso mi offrivo volontario per questa incombenza: scavalcare mi piaceva un sacco, che posso dire? Mi destreggiavo abilmente tra fili spinati e spuntoni delle inferriate, anche se qualche maglioncino e qualche paio di pantaloni li ho pure sacrificati alla causa.
Ma il vero terrore era che il pallone, normalmente Super Santos, sfondasse il vetro di una finestra che malcapitatamente dava sul campo di gioco, anzi proprio alle spalle di una delle due porte (era la casa della signora la cui figlia era concupita dai calciatori dell’Akragas). La qual cosa a volte capitava e in questa sequenza: tiro forte, pallone seguito da sguardi inorriditi, coro di Iiinchiaaa!, sfondamento del vetro, urla della padrona di casa, e la medesima che un attimo dopo si affacciava alla finestra con in una mano il pallone e nell’altra uno strumento da taglio. Occorre anche dire che del grido di disperazione esisteva pure la frequentissima variante Iiigghiaaa!, determinata dall’impossibilità da parte di molti bambini di pronunziare i suoni nasali, visto che il naso era perennemente intasato di mòccaru. Del resto fummo tutti dei bambini muccarusi. Ma tornando all’apparizione della furibonda donna con pallone e arma da taglio, a questo punto vi erano due possibilità: se aveva un coltello, generalmente da pane, la sfera veniva aperta al suo Equatore e le due calotte in seguito usate come papaline; se aveva una forbice da sarta, si seguiva il procedimento del taglio a “buccia d’arancia” (la spirale di gomma veniva restituita). L’autore della prodezza pedatoria subiva, ovviamente, un processo sudamericano; veniva preso di mira, beccato in più modi (pedi tunni! era il migliore), soprattutto dal proprietario del pallone che pretendeva il risarcimento danni, e la partita finiva in sciarra (come sarebbe finita comunque!).
Dopodiché, terminate le ostilità sportive, tutta questa folla di piccoli calciatori si recava alla porta di una donnetta che stava al pianterreno di una delle palazzine a chiedere un bicchiere d’acqua. E la signora Arancio (questo era il suo nome), andava in cucina, lasciandoci in attesa sullo zerbino con la scritta SALVE e dopo un po’ tornava con bottiglie e bicchieri, rigorosamente di vetro, e ci dissetava, concedendoci a volte anche il bis. Ogni tanto mio fratello ricorda il grado di trasparenza e l’odore di quel vasellame, la cui opacità era dovuta ai sommari risciacqui cui erano sottoposti quei bicchieri da chissà quanti anni e l’olezzo apparteneva ad una gamma olfattiva che andava dall’acido muriatico all’olio di infima qualità. Ora, io credo che chiunque, anche la persona più gentile, ci avrebbe garbatamente licenziati dopo il primo bicchiere d’acqua – voglio dire, mia nonna abitava due piani sopra, tutti abitavamo in quelle palazzine, perché non andavamo a bere a casa nostra? –, chiunque ci avrebbe cacciato via senza tanti complimenti, ma non lei, che dispensava bicchieri d’acqua a tutto spiano con inspiegabile, ingiustificata generosità. E sì che allora, come anche adesso, ad Agrigento l’acqua scarseggiava; nei giorni della distribuzione – tutti lo ricorderanno – si riempivano decine di bottiglie, che venivano stivate sotto il lavabo della cucina, per coprire il fabbisogno della famiglia fino alla successiva distribuzione. Voglio credere che la gentile signora Arancio, venuta meno diversi anni fa, stia ancora riempiendo bicchieri d’acqua in Paradiso!

venerdì, marzo 20, 2009

PUPA’

Poi c’erano naturalmente le figurine (Panini, e basta!), i cosiddetti pupazzi o pupà. Andavamo a comprare le bustine col calciatore in mezza rovesciata acrobatica (la stessa immagine dell’album) dal giornalaio di via Manzoni ed era una gioia scartarle, buttare gli involucri per terra, ovviamente, sentire l’odore dell’adesivo che ricordava quello della camomilla, vedere quali giocatori avevamo trovato, gioire se non li avevamo ancora, restare delusi se li avevamo già. Poi prendevamo l’album per impiccicare i nuovi o mercanteggiavamo sui mancanti. Passavamo le giornate a giocarci, a scambiarceli o ad appiccicarli sugli album. Si giocava col soffio (‘u sciusciù), con l’esplosione labiale (‘u ppà), c’a malizia e senza malizia, ovvero con l’uso o meno di stratagemmi che lo rendessero più difficile, come per esempio, piegare la figurina e metterla a pancia in giù. Ci si buttava a terra senza il benché minimo rispetto per i vestiti e per la propria persona. Il primo soffiatore veniva scelto col sistema dell’io-io-iiio (detto anche tuni-tuni-tuuuni), una conta simile alla morra cinese, per cui alla fine si sommavano le dita e si contava in senso orario a partire da io o da tuni (cioè tu). Si contava sempre, tranne se usciva il numero tre; in quel caso, infatti, si diceva tri chiova – immagino l’allusione fosse ai chiodi della croce di Cristo – e si rifaceva la conta. Anche se veniva fuori il quattro si ricontava, dicendo quattru pedi ‘i sceccu. A chi toccava, soffiava per primo. Il fine ultimo del gioco era vincere tutti i pupà, ovvero spulìri (o scapulìri) l’avversario e per questo a volte si giocava d’azzardo mettendo a terra anche molte figurine. Soffiare sui pupà non era neanche semplice perché occorreva farlo bensì molto forte ma cercando al contempo di far passare l’aria attraverso la lingua a U. E, come al solito, alcuni erano dei veri e propri assi ma non mancavano i bari.
I pupà venivano scambiati, dicevo. C’era tutta una liturgia: il proponente gli scambi sciorinava il mazzo di pupà, uno ad uno a velocità supersonica e l’interlocutore, riconoscendo le effigi dei calciatori, controllava mentalmente se possedeva quelle figurine (che si dividevano in tre categorie: i giocatori, le squadre e gli scudetti) o se gli mancavano. E quindi una litania di ce l’ho, ce l’ho, ce l’ho veniva ogni tanto interrotta da un mi manca. Qui avveniva lo scambio. Se era una figurina normale – che ne so, Giubertoni, Frustalupi, Garlaschelli – veniva scambiata con un altro pezzo, o con due-tre se era una squadra o uno scudetto. Se invece era una rara, si mercanteggiava sul prezzo e alcuni mettevano in mostra spirito levantino e capacità dialettiche non indifferenti che li portava a sparare cifre improponibili anche per calciatori ordinari laddove non infimi; altri, tra cui io, che non mostravamo alcuna propensione per il commercio, a volte sbolognavamo pezzi rari a cifre risibili. Ero la disperazione di mio fratello. Riuscivano a fregarmi in qualunque modo. Vero è anche che in alcuni casi – fai conto Martiradonna del Cagliari, Bui del Torino, Pizzaballa della Sampdoria etc… – erano pupà ben spesi. Il fine ultimo era completare l’album. E qui riapro una delle ferite più sanguinolente della mia vita: io non ho mai completato un album! Quando i più attaccavano col secondo, a me mancava ancora mezzo Lanerossi Vicenza, un quarto di Verona Hellas o parte del Palermo (che so io, Tanino Troja, giusto per dire) e si era già a fine campionato. Mi vergognavo come un delinquente ma a un certo punto credo di aver dato la colpa al destino.