lunedì, gennaio 11, 2010

VACCI PIANO CON LE PAROLE


Le immagini arrivate da Rosarno in questi giorni ci hanno rassegnato una realtà drammatica rispetto al problema dell’immigrazione. Innanzitutto partendo proprio da questo termine: problema. Quello che problema non dovrebbe essere, in alcuni casi e in alcuni posti lo diventa. La libera circolazione di esseri umani sulla Terra, gli spostamenti migratori da un posto all’altro, la possibilità di cercare e di godere altrove riparo e asilo dalle persecuzioni – benché siano fatti dolorosi per chi li vive – non dovrebbero essere un problema. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani li riconosce come diritti inalienabili. Tuttavia spesso diventano un problema, e i fatti di questi giorni lo testimoniano. Inevitabilmente ci si chiede di chi siano le colpe e le responsabilità. E naturalmente si fa a gara per chiamarsene fuori.
Mi chiedo se a volte non sia anche colpa nostra, che diamo per scontate alcune cose quando invece dovremmo farci un po’ più di attenzione. Al nostro lessico, per esempio, tanto per cominciare. Non ci facciamo caso, lo so, ma spesso usiamo un vocabolario che andrebbe in qualche modo “aggiustato”. Vediamo.
La parola “clandestino” non la uso ormai da anni – credo di non averla mai usata –, posto che di una persona che scappa dal suo paese non mi interessa sapere se è in regola o no. È un termine che denota negativamente qualcuno, così, senza neanche conoscerlo e ne mette in risalto il carattere illecito del suo stesso essere. Del resto non sento mai chiamare qualcuno “evasore”, anche se di quello si sa che se ne impippa del Fisco; nessuno chiamerebbe “pregiudicato” qualcuno che ha avuto grane con la Legge. Né, mai e poi mai, sento chiamare “condannati” o “inquisiti” o semplicemente “imputati” gran parte dei personaggi che affollano il nostro Parlamento e il nostro Consiglio dei Ministri. Anzi, quelli li chiamiamo “onorevoli”. Mi rendo conto che spesso non lo si fa per male, quanto piuttosto perché si pensa che il termine “clandestino” sia un mero sinonimo di “immigrato”, meglio se dalla pelle scura. È un errore in cui incappano tante persone, nella maggior parte dei casi in assoluta buona fede. Quante volte si chiamano clandestini persone con regolare permesso di soggiorno? Tempo fa, dovendo commemorare un immigrato morto in un cantiere, sulla lapide venne scritto: “lavoratore clandestino”. Vogliamo farci un po’ di attenzione?
Abolirei anche “extracomunitario”, giacché ne metterebbe in luce soprattutto la sua non appartenenza a quel club esclusivo e fighetto che è la Comunità Europea. Peraltro non credo che i migranti brucino dalla voglia di diventare “intracomunitari”, credo cerchino solo un po’ di dignità negata. Anche in questo caso sarebbe necessario un pizzico in più di attenzione. Del resto, chi chiamerebbe “extracomunitario” un banchiere svizzero, custode di lucrosi proventi da commercio di armi? O il grande calciatore brasiliano, stella miliardaria della nostra squadra del cuore? E se in Italia venisse George W. Bush, l'eroe di Baghdad, chi di noi lo chiamerebbe “extracomunitario”? Eppure tutti e tre questi personaggi sono tecnicamente degli “extracomunitari”.
Farei attenzione (e molta) a non chiamare “centri di accoglienza”, quei mostruosi CIE (già CPT), i Centri di Identificazione ed Espulsione. Ci basta che lo facciano le televisioni, no? Guardate un po’ in giro per il web e cercate di capire il tipo di accoglienza che si pratica in quei luoghi. Da Capo Rizzuto a Lecce, da Gradisca a Torino, da Caltanissetta a Lamezia Terme a Lampedusa, è tutto un fiorire di centri di detenzione per migranti, che creano situazioni di grande disagio per chi ci si trova chiuso dentro e introiti redditizi per chi li gestisce. Il CPT di Agrigento è stato chiuso anni fa in seguito a una visita della Commissione per la Prevenzione della Tortura del Consiglio d’Europa. Mica i boy scout (con tutto il rispetto)! Forse lì dentro si praticava un’accoglienza un po’ “focosa”. Del resto, si sa, l’accoglienza del Sud…
Menzione a parte, infine, per il termine “disperati”. Chi di noi non ha definito in questo modo le persone che arrivano nel nostro paese? “È arrivato un barcone di disperati”, “file di disperati davanti la Questura”, “arrivano a migliaia, i disperati”. Leggo sul dizionario Devoto-Oli che “disperato” vuol dire “abbandonato da ogni speranza”. Quindi, quando termina la speranza, c’è la disperazione, no? Assenza di speranza, direi. Io credo che una persona che non ha più speranza è una persona che si abbandona a sé stessa, non reagisce, non chiede più nulla alla vita. Il migrante è una persona che contro ogni speranza, spinta dal bisogno più estremo, dalla povertà, dalla necessità di darsi un futuro e darne uno ai suoi figli e alla sua famiglia, si avventura a fare un lungo viaggio intercontinentale. Dapprima nel deserto, a bordo di un camion stipato all’inverosimile – tutta la sua famiglia aveva raccolto, faticosamente e a via di sacrifici, del denaro per consentirgli di intraprendere il viaggio. Arrivato in Libia, vive per uno o due anni in un campo di raccolta, maltrattato dalla polizia – ogni tanto anche stuprata, se donna –, cercando di sopravvivere a forza di stenti. Alla fine riesce a saltare su un barcone, destinazione Italia, per fare una traversata di qualche giorno, che finalmente lo porterà verso una terra e una vita migliori di quelli che ha lasciato a casa. No, dico, secondo voi questa è una persona disperata? O piuttosto ha speranza da vendere, per riuscire a fare tutto questo? Questa persona può fasciarmi di speranza, cellophanarmi con tre giri, tipo domopak, altrochè. Quindi penso che anche il termine “disperato” vada mandato in soffitta.
Certo, quando poi i migranti arrivano qui da noi si imbattono in situazioni che neanche la più grande accortezza lessicale riesce a evitare, è vero. Però, se almeno cominciassimo a dare un senso alle parole, forse riusciremmo anche a vederli sotto un’altra ottica. Quella del rispetto.

venerdì, gennaio 01, 2010

IL CAPRETTO NERO


I bambini africani riscuotono sempre un grande successo. Sono belli, non c’è che dire, ecco perché tutti quanti se ne innamorano. Quegli occhi grandi ed espressivi, quei sorrisi accattivanti, quelle testoline ricciute: è impossibile non amarli. Quante volte ci chiedono cosa si prova a essere attorniati da un nugolo di bambini neri, vocianti e ridenti, che ti chiamano, ti tirano, ti prendono la mano. E quante volte ci chiedono, addirittura, come si fa ad averne uno. In tanti si dichiarano disposti ad adottarne uno. Alcuni pensano che basti andare lì, in Africa, per tornare con un bel bambino nero sotto braccio, tipo al discount.
E tutte le volte che sento questi discorsi, tutte le volte che vedo questi slanci di amore incondizionato verso i bambini neri, io penso a Miss Ethel Holloway.
Certo, è probabile che non si conosca la signorina in questione. Del resto non la conoscevo neanche io prima di leggere Il capretto nero, una divertente novella di Luigi Pirandello, mio illustre concittadino – il più famoso dopo il ministro Alfano. Miss Ethel, quindi, è la “giovanissima e vivacissima figlia di Sir W. H. Holloway, ricchissimo e autorevolissimo Pari d’Inghilterra”, venuta in vacanza a Girgenti, dove poté ammirare le bellezze della nostra città – che tuttavia Pirandello descrive come molto misera, già un secolo prima della classifica del Sole 24 ore. L’inglesina, quindi, si innamorò perdutamente di un capretto nero, una vivace bestiola che allegramente trotterellava, anzi springava “come se per aria attorno gli danzassero tanti moscerini di luce”, in mezzo al gregge che il caprajo, “bestiale e sonnolento come un arabo”, portava a rugumare tra le rovine di un tempio dorico, cosa che Mr Charles Trockley, vice-console d’Inghilterra a Girgenti, giudicava come profanazione. Ebbene, tanto fu l’amore subitaneo che la ragazza provò per la bestiola, che decise di comprarla e farsela inviare in Inghilterra. La spedizione dell’animale, per varie vicende – che Pirandello narra –, richiese quasi un anno, per cui, a quel punto, il graziosissimo capretto nero era diventato un caprone, un becco, “un orribile bestione cornuto, fetido, dal vello stinto rossigno”, che causò lo sconcerto della giovinetta e le rimostranze decise del di lei padre. Eppure era lo stesso animale.
E allora, dice, che c’entrava la storia dei bambini neri con quella del capretto? È simile. Tutti a squagliarsi davanti ai bambini neri: “ma quanto sono carini, che dolcezza, che tenerezza, che simpatia. Guarda che bella quella bambinetta nera. M’a mangiassi a muzzicuna. Come si fa ad averne una? Ne vorrei uno a casa mia. Me lo prenderei uno, che ti credi? Ho questo desiderio.”
Fatto sta che il desiderio di molti di avere tanti bei bambini neri alla fine viene esaudito. I bambini neri vengono davvero qui da noi, dopo una quindicina, una ventina di anni. Ma nessuno li riconosce più. Non riconoscono più il sorrisino furbo del bambino del Senegal nel ragazzone che chiede di comprare un accendino; né lo sguardo vispo di un bimbo nigeriano nelle lacrime del migrante che supplica il finanziere in guanti di lattice. Nessuno vede nella prostituta nigeriana la bella bambina sorridente che aveva visto in foto tanti anni prima e che voleva portarsi a casa.
Eppure sono le stesse persone.


martedì, dicembre 08, 2009

LO SCIOPERO


Questo pezzo l’ho scritto qualche anno fa e forse sembrerà un po’ datato. Come si sa, da allora in Italia per gli immigrati molte cose sono cambiate. In peggio.

***
3 ottobre 2003.
Una data come tante, uno di quei giorni in cui ci sforzeremo di ricordare se per caso è il compleanno di un amico, se avevamo preso un impegno importante o se è una ricorrenza particolare. Sarà una di quelle date che ci ronzerà in testa: “Cosa cavolo sarà successo il 3 ottobre del 2003?”, ci chiederemo senza trovare una risposta. Eppure la risposta c’è, e la rintracceremo, d’ora in avanti, in tutti gli almanacchi-del-giorno-dopo televisivi e in tutte le edizioni regalo di storia-degli-anni-2000 e forse anche in qualche libro di storia ad uso delle scuole medie superiori, dipenderà ovviamente dall’autore.
Il 3 ottobre del 2003 l’Italia si fermò.
E si fermò perché tutti gli immigrati, i cosiddetti extracomunitari ma anche i comunitari, all’unisono, senza essere convocati da nessuno, come chiamati da una voce superiore di cui non ne senti il suono ma ne percepisci la portata, non andarono a lavorare, non uscirono per le strade, non si fecero vedere. Come un sol uomo. Così. Semplicemente sparirono. Non so dire se scioperarono, escludo che ne avessero acquisito il diritto; fatto sta che in nessuna città d’Italia quel giorno si vide uno straniero, foss’egli maghrebino o romeno, cinese o peruviano, filippino o indiano, senegalese, polacco o cingalese. Neanche uno. Nemmeno nelle loro case si trovavano, né nei ritrovi dove sono soliti incontrarsi. Quel giorno non si vide un hijab né un turbante né una jallaba manco a pagarli a peso d’oro. Non erano nelle stazioni, né nei giardinetti o nelle moschee, non nei negozi etnici o nelle macellerie hallal. Da nessuna parte.
Detta così sembra una cosa neanche troppo grave, anzi da far gioire coloro che considerano la presenza degli stranieri come un problema o un peso per la nazione. Eppure quel giorno, il 3 ottobre del 2003, tutta l’Italia ebbe una gran batosta. Soprattutto economica. E soprattutto il Nord d’Italia, quello con la più alta densità industriale. I treni e i pullman dei pendolari non portarono al lavoro alcun immigrato, tant’è che le compagnie di trasporti lamentarono perdite notevoli, quel giorno. Le fabbriche erano vuote per metà giacché nessuno di quelli che normalmente facevano i lavori pesanti si era presentato al lavoro. Già, i lavori pesanti, quelli che gli italiani non voglion fare, ad alto rischio di pericolosità o tossicità e scarsa protezione dagli infortuni. I proprietari delle fabbriche, i padroni, erano disperati. Mandarono a cercare i lavoratori stranieri nelle loro case ma nessuno trovò nessuno. Quel giorno ebbero perdite enormi. Lavori non terminati, merce non consegnata, ordinativi non rispettati e soprattutto la paura che la cosa si potesse ripetere il giorno dopo o nei giorni a seguire o per sempre. Stessa cosa avvenne nei cantieri, dove una bella percentuale di lavoratori quel mattino non si presentò. Il buono di quel giorno fu che gli incidenti sul lavoro diminuirono ma i padroni erano terrorizzati dalla prospettiva di dover assumere manodopera italiana, doverla pagare con salari sindacali, versare contributi all’INPS, concedere ferie, malattie e gravidanze varie, provvedere all’alloggio, avere a che fare con sindacati, camere del lavoro, patronati, statuti dei lavoratori, articoli 18, cazzi e mazzi. Molto meglio avere dei “negretti” silenziosi alle proprie dipendenze. Li fai lavorare a un tot al giorno, li tieni buoni buoni e quando non ti servono più gli dai un bel calcio nel culo e alé andare.
Anche l’agricoltura ebbe una bella botta. Nei posti dove si faceva la raccolta nessuno si presentò a raccogliere. I campi, le vigne e i frutteti erano desolati, si vedevano solo le distese di piante, e i padroni dei fondi, con le mani nei capelli, che bestemmiavano tutti i santi per quella tragedia. I caporali al mattino nelle piazze dei paesi avevano aspettato sui pulmini i lavoratori stranieri ma non si era fatto vivo nessuno. Pensavano, chessò, a un’addormentata globale, per cui li andarono a cercare nelle loro case o gli telefonarono. Ma il responso fu unanime per tutti: non si trovava nessuno. Essi stessi, i caporali, privati dei loro introiti truffaldini, con i padroni dei campi e con tutti gli altri delle loro famiglie, con gli amici e i parenti che riuscirono a raggranellare, si misero in ginocchio o con la schiena curva sotto il sole, e dopo almeno quattordici ore di lavoro ininterrotto, riuscirono a raccogliere una quantità irrisoria di frutti. Un’ammazzata generale. E per di più i padroni dovettero pagare, e bene, quelli che avevano lavorato per tutto il giorno. Molti frutti rimasero sulle piante, alcuni andando a male, con grave legnata economica. A ciò si aggiunse l’incertezza dell’indomani: gli extracomunitari, sarebbero tornati il giorno dopo al lavoro? Il rischio di perdere tutto il raccolto e mandare in fumo la fatica di un anno intero era concreto.
Decine di migliaia di famiglie andarono in tilt, il 3 ottobre del 2003. Al mattino aspettarono le badanti, le colf, le babysitter ma, come per gli altri casi, non si fece vedere nessuno. Migliaia di anziani e ammalati rimasero senza la loro ragazza filippina o bielorussa che se ne prendesse cura. Il loro lavoro, fatto con amore e spirito di servizio oltre che per la paga ovviamente, fu sostituito da quello approssimativo e superficiale di figli, nuore o generi rimasti giocoforza in casa ad accudirli. Lo Stato pagò migliaia di giorni lavorativi a persone che non erano andate al lavoro (tanto un certificato medico se lo procura chiunque). Ma gli anziani, si sa, non sono stupidi, e neanche gli ammalati. La sofferenza o la vecchiaia li ha resi forse più cattivi e certamente più esigenti. Cominciarono a richiedere la presenza delle loro badanti, piangevano, urlavano, per la disperazione dei parenti. Lo stesso fecero i bimbi rimasti senza babysitter: parcheggiati davanti alla televisione a guardare Uno Mattina o la videocassetta di Re Leone per la duecentesima volta, dopo un po’ reclamarono di uscire, andare al parco, e nulla vollero sapere dei dinieghi dei papà e delle mamme. Le case rimasero sporche, i cani abbandonati, le siepi non potate, i pranzi non cucinati e i menage familiari, almeno per quel giorno s’intende, andarono in malora. Certo, per quel giorno, ma il giorno dopo?
Molte scuole videro la loro utenza decimata. I duecentomila e rotti studenti stranieri della scuola italiana bigiarono all’unisono. La popolazione scolastica subì un drastico calo in molte zone del Paese. Ad esempio nella città di Prato, che ha l’otto per cento di alunni non italiani, o nelle scuole dei rioni popolari o delle periferie delle grandi città, alcune classi videro solo presenze sparute di studenti e scolari italiani. I dirigenti scolastici allertarono le segreterie che si affrettarono a chiamare le case degli allievi assenti senza altro risultato che telefoni muti. Presidi, insegnanti e bidelli assistevano increduli e terrorizzati a un fatto nuovo e terribile. Increduli, vagavano per gli edifici semivuoti chiedendosi il perché di quella situazione, congetturando possibilità e motivazioni varie per quell’assenza massiccia; terrorizzati, si chiedevano se e quanto sarebbe durata quella congiuntura che avrebbe messo in crisi molti posti di lavoro. Nella tarda mattinata di quello stesso giorno, infatti, il Ministero della Pubblica Istruzione, diramò una nota raccapricciante: continuando così le cose, la brusca contrazione di alunni avrebbe causato una forte riduzione di classi e un conseguente taglio di organico non ancora quantificabile. Certamente qualche decina di migliaia di posti di lavoro tra personale docente e non docente. Una catastrofe.
Nelle città interi quartieri si ritrovarono semideserti. L’Esquilino a Roma e tutti quei posti che vengono con alterigia identificati come le Chinatown delle nostre città, si ritrovarono improvvisamente desolati. Saracinesche abbassate e nessun cenno di spiegazione. Neanche un cartellino, foss’anche in cinese. Le famiglie che erano uscite per andare a far compere nei negozi degli orientali, tornarono indietro con le sporte vuote e le pive nel sacco. E pensare che molti padri avevano preso un giorno di permesso dal lavoro proprio per far shopping per tutta la famiglia ai magazzini dei cinesi. Eh sì, perché oggigiorno con l’Euro, il costo della vita e tutto il resto, è meglio comprare da loro: le cose sono un po’ più scarsette però hanno delle buone imitazioni, uno spende meno e fa figura lo stesso. Sì, vabbé, ma i cinesi erano chiusi, per cui quel giorno si tornò a casa o si andò nei negozi “normali”, costretti a comprare meno roba e pagarla il triplo. Anche dei ristoranti nessuno seppe nulla. Comitive intere dovettero procrastinare pranzi e cene ai Giardini d’Oriente e alle Rose di Shangai e anche i ristoratori libanesi, indiani, giapponesi per quel giorno non spignattarono e di loro non se ne seppe né vecchia ne nuova.
Anche degli sportivi extracomunitari non si ebbe traccia. Gli strapagati brasiliani, argentini e africani delle nostre squadre di calcio disertarono i ritiri e gli allenamenti con grande dispiacere e preoccupazione dei presidenti delle squadre e dei loro cassieri. La Champions League, la Coppa Uefa e il campionato stesso rischiavano di trasformarsi in incubi per molti dei club sportivi più ricchi e blasonati del nostro paese.
Altri affari andarono molto male, quel giorno. La storia non ufficiale racconta che gli sfruttatori della prostituzione e i protettori, rigorosamente italiani, ebbero la sgradita sorpresa di non trovare più le loro ragazze. Ma anche i rispettabilissimi e integerrimi padri di famiglia che tutte le sere a bordo delle loro Fiat Punto e Ford Fiesta percorrono i viali del nostro Paese alla ricerca dell’amore mercenario, si ritrovarono privati delle loro fate nigeriane, moldave e albanesi. Dovettero fare dietro-front e ritornare a casa dalle mogli in bigodini, vestaglia e ciabatte sbertucciate. Furono richiamate in servizio le vecchie battone d’un tempo, ormai chiatte e sformate, le quali prestarono la loro opera con il senso del dovere delle professioniste vecchio stampo. Quella notte le anziane pantere del materasso guadagnarono un bel po’ di lirette e forse furono le uniche a godere, in tutti i sensi, di quella situazione che sperarono si protraesse a lungo.
Analoga sorte subirono i trafficanti di sostanze stupefacenti nel ritrovarsi, stupefacendosene a loro volta, senza i loro pusher nordafricani. Nelle stazioni centinaia di tossicodipendenti vagavano frignando alla ricerca del fornitore, chi per una bustina, chi per una pista, chi semplicemente per un pezzo di fumo. Castità e rinuncia furono le parole d’ordine il 3 ottobre del 2003.
Ai semafori solo automobili. Tutta l’umanità varia che vi si affolla in giornate normali era scomparsa. Non c’erano i lavavetri polacchi, non c’erano i venditori di fazzolettini di carta, né gli strilloni a vendere il giornale del mattino, non i senegalesi con i cd taroccati e gli accendini né i cingalesi coi fiori finti. Nelle piazze delle città non si videro i venditori ambulanti di paccottiglia, con i plaid per terra e la mercanzia in vista. Non c’erano più le donne e i bambini rom a chiedere l’elemosina. Ma, ovviamente, tutti questi non li cercò nessuno.
A viale Jenner, a Milano, quel giorno, ed era un venerdì, c’era una calma irreale, come in tutti gli altri magazzini adibiti a moschee,disseminati nel nostro Paese. Gli Uffici Immigrazione delle Questure divennero posti silenziosi e quasi spettrali e gli agenti addetti a quel servizio temettero di dover tornare di pattuglia per le strade. Anche nei Municipi, alle Poste e nelle Agenzie delle Entrate vi erano interi corridoi vuoti, senza nessuno che chiedesse certificati o carte d’identità, vaglia internazionali o codici fiscali.
E immaginatevi cosa accadde nei CPT, gli splendidi Centri di Permanenza Temporanea, quelli che tutti chiamano centri di accoglienza, quando i poliziotti di guardia svegliandosi si accorsero che tutti gli ospiti si erano disospitalizzati. Erano certi che i fuggiaschi avrebbero avuto i minuti contati, non può passare inosservato un gruppo di fuggitivi numeroso. Ma ovviamente non ci fu traccia di evaso. I responsabili degli enti gestori dei CPT, alcuni dei quali piissimi e misericordiosi personaggi, furono presi da sacro svenimento vedendo i loro centri svuotati e i loro affari in fumo. Il Ministero dell’Interno, infatti, fece sapere che tutte le convenzioni venivano sospese seduta stante fino alla risoluzione del problema e, si sperava, al ritrovamento degli ospiti.
Il 3 ottobre 2003 non ci furono sbarchi di clandestini. Né a Lampedusa, né a Pantelleria o a Capo Passero. Ma neanche a Lecce o a Otranto. Nessuno varcò la frontiera tra la Slovenia e Trieste. Ma soprattutto nessuno morì in mare né nei camion né nei container per trovare riparo in Italia. Le guardie costiere non registrarono alcuna imbarcazione sospetta nei loro radar e nessun guardacoste uscì dai porti se non per normale pattugliamento. Per gli incrociatori della Marina Militare, quella che noi mettiamo a guardia del nostro mare contro eventuali invasioni di pirateria extracomunitaria, fu un giorno di calma piatta. Eppure il mare era buono e avrebbe agevolato la navigazione delle carrette del mare.
Questo è quello che successe in Italia il 3 ottobre del 2003.
***
Sì, perché il 4 ottobre, il giorno successivo, tutto tornò come prima. Come richiamati dalla stessa voce che li aveva fatti scomparire, al mattino gli operai riaffollarono i mezzi di trasporto e furono accolti dai loro compagni di viaggio italiani con un sospiro di sollievo. Le fabbriche e i cantieri ripullularono di operai stranieri malpagati e le campagne di raccoglitori sfruttati. Finalmente le famiglie rigodettero di una tranquillità che credevano perduta: gli anziani, i bambini e gli ammalati rividero le loro Dolores, le Fatme e le Svetlane e le risalutarono come svegliandosi da un brutto sogno. I professori e i maestri quel giorno furono indulgenti come non mai: riaccolsero in classe i giovani alunni stranieri senza nemmeno chiedere la giustificazione. I negozi dei cinesi, come anche i ristoranti, rigurgitarono di clienti: l’abbigliamento a buon mercato si vendette che era una bellezza e gli involtini primavera andarono via come il pane. Le strade si ripopolarono di tutta la colorita umanità di cui il giorno prima si era sentita forte la mancanza. Sui viali ritornarono le ragazze, scosciatissime e smutandatissime per la gioia dei giovanotti italici e trovare una dose di eroina non fu più così difficile. Nei CPT ritornò, normale, la vita di sempre per la gioia di vescovi, preti e misericordie varie. E in tutto ciò nessuno ebbe più il coraggio di ritornare sull’argomento. Solo qualcuno pensò che forse riparlare di diritto di cittadinanza per gli stranieri non sarebbe stata una minchiata.
Comunque, nessuno volle sapere cos’era successo il 3 ottobre del 2003. Perché il giorno dopo tutto tornò come prima e si pensò che il peggio era passato.
Infatti, durante la notte del 4 ottobre, alle 0,01, un barcone carico di immigrati partito dalla Tunisia e con a bordo un centinaio circa di uomini, donne e bambini di diversa nazionalità si rovesciò a poche miglia dall’isola di Lampedusa. Nessun superstite.