domenica, settembre 25, 2011

MIGUELITO E IL SOGNO DI LEO MESSI

Stazione di Josè Leòn Suarez, periferia di Buenos Aires. Ore 21:00.

- Miguel, Evita, correte.

- Arriviamo, papa.

- Su, sbrigatevi. Il treno sta partendo.

- Eccoci, papito.

- Tutte le sere la stessa storia.

- È colpa di Miguelito, papa. Ogni sera si ferma davanti alla vetrina di don Pedro Quintana a guardare il fútbol.

- Su, saliamo, parte il treno.

- Io non guardo il tbol.

- Sì, Miguel, lo guardi, invece, ogni sera lo guardi, ogni sera.

- No, Evita, Miguel non guarda il fútbol, ha ragione. Lui guarda Leo Messi.

- Vero. Bravo papito.

- Chi è Leo Messi?

- Che ne vuoi sapere tu di chi è Leo Messi. È un calciatore, il più bravo di tutti.

- Be’, il più bravo è Diego. Dai, sediamoci qui. Diego Armando Maradona. Mettili lì quei sacchi, Miguel. El pibe de oro.

- Era il più bravo, Diego, papito, adesso è Leo, la pulga. Lui è un mito. Ma che dici, tornerà in Argentina, un giorno, papito?

- Da dove?

- Zitta, dalla Spagna, zitta.

- Non so, speriamo torni.

- E quando verrà, mi porterai a vederlo?

- Questo è già più difficile. Però, sì, ti prometto che andremo a vederlo. Io, tu ed Evita. Anzi, ci portiamo pure la mama e Angelito, ok?

- Sì, sì, evviva. E poi mi compri la factura con dulce de leche, vero, papito? Ma dove andiamo? Chi andiamo a vedere?

- Ma sei sorda, Evita? Andiamo a vedere Leo Messi.

- Quando ci andiamo?

- Quando torna in Argen… Vabbè, niente, dai…

- Io da grande diventerò come Messi, vero, papa?

- Non so, speriamo. Sei molto bravo a calcio. Molto bravo per la tua età. Io a dodici anni ero una schiappa.

- Già, speriamo, così la smettiamo di fare i cartoneros.

- È un lavoro come gli altri, Miguel.

- Insomma!

- A me non piace, papito.

- Lo so, Evita, ma lo fai col tuo papà, non sei contenta?

- Sì, però…

- E poi sì che è un lavoro come gli altri, anzi, più utile di tanti altri. Se non ci fossimo noi cartoneros che alla sera raccogliamo la basura e la separiamo, non lo farebbe nessuno. Il Comune di Buenos Aires non fa la raccolta differenziata…

- Cos’è la raccolta differenziata?

- Quello che facciamo noi, Evita, separiamo la carta, il cartone, il vetro e la plastica e li portiamo a don Fidelio, che ci dà i soldi. Sennò finirebbe tutto nelle discariche e verrebbe bruciato insieme all’altra basura, quella umida.

- E gli hamburger, papa, che basura sono?

- Umida. Però quelli…

- … ce li mangiamo, ahahahah…

- Se non separassimo la basura, non guadagneremmo i soldini, non potremmo comprare da mangiare, non potremmo vestirci, mama non farebbe la spesa e tu non potresti andare a scuola.

- Domani ci posso andare a scuola, papito?

- Certo, Evita, perché no?

- Oggi non sono andata.

- Perché sei una dormigliona, ecco cosa sei.

- Papa, di’ a Miguel di smetterla.

- Fatela finita tutt’e due. Stamattina non sei andata a scuola?

- No, quando la mama mi ha svegliata avevo troppo sonno e…

- Col lavoro che facciamo…

- Papa, a scuola Pedro Gonzales e Manuel Aguirre mi prendono sempre in giro.

- Perché, tesoro mio?

- Perché dicono che dormo sempre.

- Può capitare a tutti di dormire.

- Dicono che dormo perché faccio la cartonera e la notte vado a lavorare. Dicono che sono povera.

- Meriterebbero una bella lezione, quei due.

- Miguel.

- Mi sa che un giorno passo dalla tua scuola, Evita, e ci vengo a parlare io con quei due cretini.

- Migue-el.

- Biglietti. Signori, biglietti.

- Ecco qua.

- Il solito furbo,eh?

- Nessuna furbizia, señor. Un adulto e due ragazzi.

- Nei treni dei cartoneros si paga tutti uguale, non dirmi che non lo sai, amigo. Senza eccezione.

- Ma è dovunque così, i ragazzi pagano il ridotto.

- Va bene, va bene, non ne parliamo più.

- Dove andiamo, papa?

- Come dove andiamo? In Patagonia.

- Sei uno scemo, Miguel. Dove andiamo stasera a raccogliere la basura?

- Oggi andiamo a Calle Florida, che ne dite?

- Sììì… Evviva. Calle Florida è il posto migliore. Si trovano persino gli hamburger e le empanadas.

- Calle Florida è il posto dello shopping. Il più bello di Buenos Aires.

- Che bello, evviva.

- È di origini italiane, Messi. Lo sapevi, Miguel?

- Sì, papa, come noi, vero?

- Noi siamo di origini italiane, papa?

- Sì, cara, noi veniamo dalla Sicilia…

- Cos’è la Sicilia?

- È un’isola italiana, ignorantona.

- Pa-paaa

- Piantala, Miguel, Evita non sa cos’è la Sicilia, glielo diciamo noi.

- Giusto, nonno Michele ci parlava sempre della Sicilia. Diceva che è un’isola molto grande e molto bella nel sud d’Italia.

- Io non mi ricordo di nonno Michele.

- No, Evita, se n’è andato qualche anno fa e tu eri molto piccola.

- Dov’è andato?

- È morto, stupida.

- Miguel.

- Tu sei nato nella Sicilia, papito?

- No, nonno Michele è nato in Sicilia. Poi, a quindici anni, è venuto in Argentina con tutta la famiglia. Sono arrivati in nave, dopo un lungo viaggio. Un giorno devo portarvi al museo dell’immigrazione, voglio farvi vedere dove arrivavano gli immigrati dall’Italia.

- Solo dall’Italia?

- No, non solo, anche da altre parti del mondo. Ma gli italiani sono stati i più numerosi. Ne arrivarono a decine di migliaia, da tutte le parti d’Italia, da Roma, Napoli, Palermo…

- Palermo è a Buenos Aires, papa.

- Palermo è un quartiere di Buenos Aires, sei troppo ignorante. Papa parla della città di Palermo, che è la capitale della Sicilia. Nonno Michele era di Palermo.

- Giusto, Miguel. La famiglia di Messi, invece, viene da Recanati, nel centro d’Italia, dove è nato un grande poeta.

- Ma non era un calciatore?

- Zitta. Lascia parlare papa.

- Leopardi, si chiamava il poeta. È uno dei più importanti della storia d’Italia. Ha scritto delle poesie bellissime.

- Senti, papito.

- Dimmi, tesoro.

- Ma se noi veniamo dall’Italia, perché non torniamo in Italia così smettiamo di fare i cartoneros?

- Non è così semplice, Evita.

- Perché, papito?

- Perché noi siamo argentini. Spostarsi per emigrare non è così semplice. E poi ho sentito che per ora in Italia non è un buon momento per chi vuole emigrare.

- Allora non ci vogliono, papa?

- Credo di no, Miguel. Mi sa che non ci vogliono. Se ci beccano ci respingono.

- Dove ci respingono?

- Ci respingono alla frontiera, Evita, ci ricacciano via. Dicono che siamo extracomunitari e quindi non possiamo entrare.

- Ec-stra-conu-mi-tari?

- Co-mu-ni-tari, Evita, extracomunitari. Vuol dire che non facciamo parte della loro comunità.

- Qual è la loro comunità?

- Quella europea. Noi siamo americani quindi non siamo europei, non siamo comunitari. Siamo extra-co-mu-ni-ta-ri.

- Allora non vogliono nemmeno Leo Messi? Anche lui è extracomunitaro.

- Comunitario, Miguel, non comunitaro. Anche Messi è extracomunitario però secondo me a lui lo vogliono.

- Perché fanno entrare un giocatore di fútbol e noi no, papito? È argentino extracomunitario come noi. Perché lui sì e noi no?

- Perché lui guadagna tanti soldi e tanti ne fa guadagnare.

- Perché non è cartonero, vero, papito?

- Certo, amore, non è cartonero. Ma anche noi non eravamo cartoneros.

- E poi?

- E poi in Argentina è scoppiato il caos…

- Cos’è il caos?

- C’è stato una bruttissima crisi economica e tante famiglie sono diventate povere.

- Anche noi, papito?

- Sì, Evita, purtroppo anche noi.

- E tu, papa, che lavoro facevi prima della crisi?

- Lavoravo in una banca. Molti di noi abbiamo perso il posto e da un giorno all’altro ci siamo ritrovati per la strada.

- Oooh!

- Scusi, señor, questo treno ferma alla stazione di Belgrano?

- Sì, señora, Belgrano è il capolinea. Dopo non fa altre fermate.

- Muchas gracias, señor.

- De nada.

- Chi è quella signora, papito?

- Shshshhhh… Parla piano che ti sente.

- È un’anziana signora, Evita, chi vuoi che sia? Non la conosco. Mi ha chiesto un’informazione.

- Cosa ha fatto alla testa?

- Niente, perché?

- Allora perché si tiene la testa con quel fazzoletto bianco?

- Perché è una madre.

- Anche mama è una madre, ha tre figli, però non porta il fazzoletto bianco in testa.

- Evita, parla piano, porcaccia la miseria, ti fai sentire.

- Non ti spazientire, Miguel, dillo tu a Evita chi sono le madres.

- Le madres de Plaza de Mayo, Evita, possibile che non ne hai mai sentito parlare?

- No.

- Sono delle donne che il giovedì pomeriggio vanno a Plaza de Mayo, si piazzano davanti alla Casa Rosada…

- Dove sta la Presidenta?

- Esatto, e girano, girano, girano.

- Forte?

- No, piano. Camminano. Fanno dei giri lenti intorno alla statua al centro della plaza.

- E si divertono?

- Non lo fanno mica per divertirsi, tesoro. Lo fanno perché vogliono sapere che fine hanno fatto i loro figli, che tanti anni fa un giorno sono usciti di casa e non sono più tornati.

- Da chi lo vogliono sapere, papito? Perché non hanno detto dove andavano? Io lo dico sempre dove vado, così se mi cercate sapete dove trovarmi. Però io vado sempre da Isabelita.

- Certo.

- E se un giorno mama non mi trova, va davanti la Casa Rosada a chiedere dove sono?

- Oh no, ahahah… no.

- Sei una frana, Evita.

- Ascolta, i figli di quelle signore sono scomparsi tanti anni fa perché delle persone sono andati a prenderli e non li hanno più lasciati andare a casa.

- Erano persone cattive?

- Sì, cattive, Evita, molto cattive. Allora, stiamo arrivando. Vediamo chi riesce a fare più pesos stanotte.

- Ieri ho fatto quindici pesos da solo, papa.

- Bravo Miguel. Sei il Leo Messi dei cartoneros.

- Ma io voglio essere il Leo Messi dei calciatori.

- Speriamo un giorno. Speriamo. Intanto prendi i sacchi, non dimenticate nulla. Coraggio, ragazzi, stiamo arrivando a Belgrano.

- Cantiamo, papa?

- Certo, señorita, come ogni sera. Su!

- Che si canta stasera?

- Como la cigarra?

- Sìììì… Mercedes Sosa.

- Me encanta la negra Sosa. Forza, assieme, scendiamo. E cantiamo.

- “Cantando al sol como la cigarra...”

- Messi prende la palla in area...

- “...después de un año bajo la tierra...”

- … assist di Messi per Bellucci ...

- “...igual que sobreviviente”

- ... colpo di testa e...

- “que vuelve de la guerraaa...”

- … GOOOOOLLLLL!!!

- “…la la lalalala...”

Tre persone si aggirano cantando nella notte dei cartoneros di Buenos Aires. Sono Pedro Bellucci, figlio di un immigrato siciliano, e i suoi due figli, Miguel ed Evita. Il ragazzo prende a calci un pallone immaginario credendo di essere un famoso calciatore.

lunedì, settembre 19, 2011

KAYUKO (3)

***

Cari Ornella e Sandro,

Habari gani? Quanto a me, nzuri sana. Sono Josephu Kayuko, detto semplicemente Kayuko, il bambino che avete conosciuto più di venti anni fa all’orfanotrofio Furaha na tumaini, di Mbololo, Tanzania. Voglio subito darvi una bella notizia: mi è stato dato dal Governo l’incarico di dirigere il dispensario del villaggio di Mugambe, a due ore di macchina da Iringa, verso il Ruaha Park. Ho già preso servizio da tre mesi. Il lavoro di un medico africano è duro, ma questo lo sapete, e Mugambe è molto povero, come gli altri villaggi, del resto. In questo periodo in particolare la situazione è ancora più drammatica a causa della siccità. Baba Mario e baba Kalinga, giù alla missione fanno fatica a soddisfare tutte le richieste della gente che espone senza fine i propri shida. E chi non ha problemi quaggiù? Va bene hakuna matata ma in certi periodi è davvero dura. Chi non ha cibo, chi non ha vestiti, scarpe, o soldi per comprare qualcosa. Chi non ha niente. Chi ha la casa col tetto sfondato o non può mandare i figli a scuola. Da questo punto di vista purtroppo non è cambiato molto dai vostri tempi. E poi c’è chi non ha medicine, praticamente tutti. Ogni mattina decine di mama, bibi e watoto affollano il dispensario. Uno ha la malaria, l’altro la pellagra, l’altro ancora il beriberi. Io li curo ma spesso con poca convinzione. Dovrebbero mangiare e lavarsi di più e meglio e non ci sarebbe bisogno di venire da me.

Un paio di mesi fa ho incontrato Antonella, forse la ricorderete, l’operatrice della ONG che ci seguiva quando eravamo piccolissimi a Furaha na tumaini. Era venuta per rivedere i posti dove aveva trascorso qualche anno della sua vita parecchio tempo fa, e mostrarli ai suoi figli. Ha cercato alcuni dei bambini di allora ma ne ha trovati solo pochi. Diversi di loro sono morti, purtroppo; tra malaria, ukimwi e qualcos’altro qui è una strage continua. Altri sono andati da qualche parte a lavorare. Ma per chi viene dall’interno del Paese, la vita nella grande città non è certo semplice: sei quello che fa i lavori peggiori, sfruttato e maltrattato e spesso rischi di finire male. Per cui, di molti si sono perse le tracce.

Antonella mi ha aiutato a ricostruire parte della mia vita, attraverso i suoi racconti. Mi ha detto del nostro incontro e la cosa mi ha fatto davvero piacere. Mi ha anche dato il vostro indirizzo e mi ha raccontato di come siete rimasti impressionati il giorno in cui mi avete conosciuto.

La mia bibi mi aveva raccontato le circostanze della mia nascita, di come sono finito a Furaha na tumaini e dei primi tre anni passati lì. Mi ci portarono mezzo morto di fame e di stenti ma quelli del centro sono stati bravi a tirarmi su, insieme a tanti altri bambini come me. Non ricordo nulla di quel periodo ma la bibi mi ha raccontato di quando stavo lì e di come poi mi hanno preso loro e mi hanno cresciuto. E quando stavo lì, più o meno a due anni ho incontrato voi. Forse sarebbe meglio dire che voi avete incontrato me. Dopo, però, la vita non è stata rose e fiori per me e per le persone che vivono quaggiù.

Di mia madre non si è saputo nulla per tanti anni. Poi, cinque anni fa, la Polizia di Dar es Salaam ci ha comunicato che era morta in città. Aveva contratto l’ukimwi. Quello che non ho mai saputo è perché è andata via.

Dopo Furaha na tumaini sono andato al chekechea della missione. Era bello, l’asilo, mi divertivo con i miei amichetti ma soprattutto riuscivo a mangiare a pranzo, per cui per i miei nonni ero una bocca in meno da sfamare. Almeno a pranzo. Lì cominciai anche ad avere problemi agli occhi. E non solo. Poiché ero stato malnutrito nei primissimi tempi della mia vita, ho continuato ad essere cagionevole di salute. Antonella racconta di avermi portato diverse volte in città per farmi visitare. Addirittura mi hanno fatto mettere anche gli occhiali, e questo mi rendeva differente dagli altri miei amici. Un bambino africano con gli occhiali è una cosa non comune, per cui ero certamente il più visibile e il più riconoscibile di tutti.

Poi ho iniziato ad andare alla Primary School. La shule mi piaceva molto, soprattutto lo swahili. Purtroppo avevamo anche lì dei problemi, il mwalimu era bravo e simpatico, ma la scuola era messa davvero malissimo. Neanche i banchi bastavano per tutti, per cui molti di noi erano costretti a stare seduti per terra e quando il mwalimu lasciava un compito da fare, dovevamo stare in ginocchio a scrivere, col quaderno per terra. Però eravamo felici lo stesso. Solo adesso però ne ho capito il motivo: perché eravamo bambini.

Io – allora non ne capivo il perché – ero stranamente messo un po’ meglio degli altri. Avevo la divisa più pulita e ogni anno la bibi riusciva a comprarmela. La divisa di scuola era obbligatoria, camicia bianca e pantaloni azzurri, però la usavamo anche fuori da scuola per cui dopo qualche mese era praticamente già da buttare. Io avevo sempre le scarpe. Ed ero uno dei pochi ad averle sempre, cosa strana da queste parti, anche adesso. Quando finiva un quaderno, la bibi me ne dava un altro; i miei compagni invece erano costretti a cancellare ciò che avevano scritto e riutilizzare il quaderno vecchio. Io invece avevo sempre dei quaderni, delle matite e una gomma. Un anno, in sesta, riuscii ad avere anche un libro. Solo il mwalimu lo aveva. Quell’anno anche io.

Anche a casa sembrava aleggiasse una sorta di nuvola che provvedeva a noi anche quando tutto intorno c’era la siccità, la fame e la miseria. A noi non mancava mai un piatto di ugali e fagioli. Con ciò non voglio dire che eravamo ricchi ma almeno il cibo non ci mancava.

Anche per l’accesso alla sanità, ora che ricordo bene, eravamo combinati un po’ meglio degli altri. E anche in questo caso non ne capivo il perché. Parecchie volte ho avuto la necessità di ricorrere al dispensario. La mia costituzione fisica non mi consentiva grossi sforzi per cui ogni tanto mi capitava di finire in ospedale. A causa dell’acqua, ad esempio, che qui non è mai pulita. La facciamo bollire più volte, la filtriamo e così cerchiamo di renderla un po’ migliore ma niente, sporca è e sporca rimane e il nostro tumbo ne risente. Quante volte sono stato portato in dispensario per problemi di stomaco e tutte le volte sono guarito. Ma dei miei amici non tutti sono stati così fortunati. Pascali, per dirne solo uno, è morto a nove anni a causa della diarrea. La diarrea, capite? E come lui anche altri. Per non parlare della malaria, io l’ho presa parecchie volte e ce l’ho sempre fatta ma quanti invece se ne sono andati? Greyson, un mio compagno di scuola, un giorno non è venuto a giocare a mpira. Allora siamo andati a casa sua. La sua capanna era molto lontana dalle nostre. Non lo abbiamo trovato e la sua bibi ci disse che lo avevano portato al dispensario, forse aveva la malaria. Greyson non è più venuto a giocare a mpira. Eravamo amici.

Alla fine della Primary School ero certo che sarei andato con mio nonno a lavorare il campo. Pochissimi giovani riescono ad andare alla Secondary e io davo per scontato che anche io facessi parte del grosso numero che abbandona la scuola. A malincuore, nel mio caso, perché nei sette anni di scuola elementare mi ero in qualche modo appassionato allo studio. Anzi, negli ultimi anni cominciai ad avere passione anche per le scienze. Pensate il mio stupore quando la bibi mi disse che sarei andato alle superiori. Ma come? La maggior parte dei miei compagni resterà a casa perché non se lo può permettere e io invece potrò continuare ad andare a scuola? Era tutto molto strano. Tra l’altro, al nostro villaggio non c’era, e non c’è neanche adesso, la scuola superiore, per cui sarei dovuto andare almeno a Iringa, affittare una stanza, provvedere al cibo, al vestiario e al corredo scolastico. Chi mi avrebbe dato gli shilingi necessari? Fatto sta che andai alla Secondary. E furono quattro anni indimenticabili, in cui sperimentai tante cose, e che mi fecero fare delle nuove scoperte nella vita. Andavo in un istituto a indirizzo scientifico e lì la mia passione per le scienze continuò a crescere. Imparai anche l’inglese, con il quale adesso ho la possibilità di scrivervi. A Iringa dividevo una camera con altri due amici, Lazak Likiliwike e Zakaria Sanga, la vita era abbastanza dura, non potevamo fare troppi i brillanti e dovevamo accontentarci del poco che avevamo. Ma sicuramente, anche così, eravamo dei privilegiati rispetto a tanti nostri coetanei. Ed io continuavo a non capire chi o cosa mi assicurava questo privilegio.

Alla fine del quarto anno della Secondary, si deve scegliere se finire gli studi o continuare per altri due anni, quelli che aprono le porte all’università o a studi superiori più specialistici. Quanto a me, nonostante avessi voglia di andare avanti, propendevo per la prima ipotesi: smettere con la scuola. Non perché non avessi voglia di studiare, anzi. L’avrei lasciata per l’impossibilità economica di continuare. Già che ero a Iringa avrei cercato un lavoro, mi sarei reso indipendente e avrei aiutato la bibi a tirare avanti.

Mio nonno, babu, nel frattempo era morto. Aveva trascorso una vita a zappare, seminare, aspettare la pioggia e raccogliere. Sempre e solo mais. È dura la vita del mkulima africano. Anch’io sarei dovuto diventare un mkulima e in tanti momenti della mia vita ho anche aiutato babu nel lavoro del campo. Ma in generale per me la vita è andata diversamente.

Infatti sono rimasto molto sorpreso nel sapere che avrei potuto andare avanti negli studi. È stato per me un momento davvero importante perché mi si concretizzava la possibilità di accarezzare un pensiero che non osavo neanche sperare: diventare medico. Il mio Paese è malato, grave, e ci vuole qualcuno che si assuma la responsabilità di curarlo. Volevo farlo io ma non ci speravo. Poi invece questa possibilità parve potersi concretizzare. Gli altri due anni a Iringa sono stati ancora ricchi di esperienze di maturazione. Ormai del bambino di Furaha na tumaini era rimasto davvero poco. Furono gli anni in cui acquisii la consapevolezza che il mio destino cominciava a delinearsi e non volevo perdere l’occasione. Non sapevo come avrei fatto a trovare i soldi che mi servivano per affrontare gli studi universitari ma ormai ero nel ballo. Nel tempo libero lavoravo, scaricavo ceste al mercato, spazzavo le strade, servivo nelle caffetterie per i turisti, i pochi che venivano a Iringa. E ovviamente studiavo. Studiavo sodo e frequentavo la scuola, ormai dovevo farcela. Qualcosa o qualcuno mi stava spingendo su una strada che mi piaceva percorrere. E io la stavo percorrendo.

Sì, la faccio breve. Alla fine dei due anni, mi sono iscritto alla Tumaini University, sempre a Iringa, che ormai era diventata la mia città adottiva. Tumaini significa speranza e mai come allora ho provato questo sentimento, per me e per il mio Paese.

Adesso più che mai. Lavoro in condizioni estremamente precarie ma sono contento di poter aiutare il mio popolo. Io sono stato aiutato, non so da chi anche se lo immagino. Sono stato aiutato in tanti modi ma la cosa più grande che mi è stata donata è la possibilità di poter studiare. Questo dovete fare per l’Africa, se la amate: dare ai suoi figli l’opportunità di studiare. Quando ero piccolo alcuni bambini del mio villaggio sono andati a vivere in Europa, adottati da famiglie italiane o britanniche. Si diceva che erano stati fortunati a trovare un futuro sicuramente migliore di quello che avrebbero avuto qui in Africa. Ma il guaio è che sono andati via e l’Africa li ha persi per sempre. Non so se sarei voluto andar via anch’io. Oggi dico no, dico che è stato cento volte meglio per me restare qui. Se a me fosse capitata la “fortuna” di andare a vivere all’estero probabilmente oggi lavorerei in un grande ospedale con bellissime attrezzature. Ma non sarei in Africa.

Se mi invitate, un giorno vi vengo a trovare.

Asante na shukuru.

Kayuko

***

venerdì, settembre 16, 2011

KAYUKO (2)

In mattinata, Sandro e Ornella tornarono a Furaha na tumaini. Sulla strada si fermarono a guardare un signore che stava facendo i mattoni per la sua casa. L’uomo aveva scavato un grande fosso sul terreno, smosso tutta la terra, l’aveva abbondantemente annaffiata con l’acqua, lavorata coi piedi per far diventare il fango piuttosto omogeneo, senza troppi grumi e stava procedendo all’ultima fase. Aveva un attrezzo, un telaio rettangolare a forma di H, chiuso alle estremità, quindi con altri due rettangoli interni; riempiva di fango l’aggeggio e lo andava a vuotare sul terreno rilasciando ogni volta due mattoni. Con quelli avrebbe costruito la sua casa.

Arrivati al centro, i due si fiondarono da Kayuko. Forse volevano cercare conferma nella decisione che aleggiava. Trovarono i bambini nel momento del cambio dei pannolini. Le operatrici ovviamente non usavano i pampers bensì le kanga, tagliate a strisce, che facevano sia da assorbente che da mutandina. La kanga è la veste multicolore delle donne africane, che viene usata, principalmente, come gonna ma anche per portare il bambino piccolo sulla schiena e per un altro migliaio circa di utilizzi. Man mano che un bambino o una bambina veniva cambiato, le donne lo adagiavano per terra e il piccolo cominciava a gattonare, strisciare, cercare di sollevarsi da terra e camminare. Tutti quei bambini sul pavimento erano uno spettacolo di tenerezza.

Non fu facile riconoscere Kayuko, non perché, come si dice dalle nostre parti, “i neri sono tutti uguali”, ma perché effettivamente alcuni di loro si somigliavano molto e poi perché avevano passato troppo poco tempo assieme per ricordarselo bene. Poi lo videro che gattonava in un’area un po’ lontana della stanza e lo andarono a prendere. Stettero con lui tutta la mattina e notarono che al bambino piaceva molto avere qualcuno che si occupasse di lui. Giocava e rideva contento. Ad ora di pranzo, Sandro gli diede pure da mangiare; le donne del posto gli permisero di imboccarlo e ovviamente si stupirono molto nel vedere un uomo compiere quell’attività femminile. Kayuko mangiò riso e fagioli – e cos’altro? – che del resto è la dieta base di qualunque bambino africano dopo lo svezzamento: direttamente dal latte materno a riso e fagioli. Provava molta tenerezza nell’accudire il piccolo e la cosa gli fece aumentare la voglia di prendersene cura più a lungo, molto più a lungo.

La mattina successiva, a Furaha ni tumaini c’era una festa popolare. Ornella e Sandro andarono, accompagnati da Antonella, la ragazza della ONG che in quei giorni era stata per loro un preziosissimo cicerone. A lei la sera prima avevano spifferato la loro intenzione di vedere se era possibile avviare una pratica di adozione per Kayuko. La ragazza gioì molto di quella cosa e anzi diede loro delle dritte utilissime. Alla festa ci furono balli e canti. Si divertirono da matti, loro e il bimbo, poi se ne andarono. Tristi. L’ultima polaroid che si portarono di lui fu scattata davanti la porta del camerone, Kayuko a terra, gattonando, li guardava, con l’occhietto semichiuso e le labbra tra i denti.

Sulla strada per Kyamani si fermarono un giorno a Iringa. Andarono a trovare due tizi, italiani, che avevano lasciato baracca e burattini e si erano stabiliti in Africa, fondando una specie di casa per bambini in situazione di handicap fisico. L’avevano attrezzata di palestra e sala per la fisioterapia e giornalmente accoglievano diversi bambini disabili. In sovrappiù, avevano adottato tre bambine in situazione di svantaggio. A loro raccontarono l’incontro con Kayuko, ne discussero ed essi furono prodighi di consigli e avvertenze.

Ornella e Sandro lavorarono a Kyamani per altre tre settimane, poi tornarono in Italia, con la solita voglia di ritornare in Africa ma questa volta con un motivo in più. Avevano nell’occhio ancora Kayuko, il bambino di Mbololo.

Un paio di mesi dopo il loro rientro in Italia, Ornella ricevette una lettera da parte di Antonella, l’operatrice della ONG di Mbololo, quella che li aveva scarrozzati in giro. La ragazza li aggiornava sulle ultime notizie da quel fronte. Al centro si stavano facendo dei lavori di scavo per la raccolta e il drenaggio dell’acqua piovana. Si doveva riuscire a convogliarla dentro delle cisterne per far fronte alle esigenze idriche del centro e del villaggio, nei periodi di siccità, cioè molto spesso. Inoltre si stavano facendo degli altri lavori anche alla sala giochi dei bambini: la stavano ripitturando, in verde, e l’avrebbero dotata di tanti altri giochi e cuscinoni, che nel frattempo erano arrivati in container dall’Italia. Il falegname del villaggio, oltre a ciò, aveva già realizzato un grande box, in cui i bambini potevano esercitarsi a camminare e altre cose stava costruendo.

Quanto ai bambini, Antonella raccontava che effettivamente quello era un periodo di grandi scoperte per loro. Sembrava si fossero decisi tutti insieme a camminare, a parlare e a scoprire ogni giorno tante cose nuove. Erano uno stimolo gli uni per gli altri.

“Adesso vi chiederete cosa fa il vostro piccolo amichetto” – disse a un certo punto della lettera, la ragazza. E raccontò loro che era stato portato in ospedale a Iringa per il piccolo problema di strabismo. Era stato visitato da un oculista, il quale, però, aveva consigliato un esame più approfondito, magari a Dar es Salaam. Anche una fisioterapista aveva incontrato Kayuko, per la sua difficoltà, a due anni, di camminare ormai speditamente come tutti i bimbi di quella età. La professionista aveva confermato che il problema era in relazione stretta con i primi mesi di vita del bambino, quelli della malnutrizione.

I due sanitari avevano poi manifestato la loro preoccupazione rispetto a questa nuova malattia che, appena arrivata anche in Africa, stava facendo dei danni enormi. AIDS, si chiamava, ma lì era conosciuta come ukimwi, e colpiva soprattutto la fascia centrale della popolazione, lasciando soli tanti bambini e bambine.

Antonella continuava raccontando del viaggio in dalla-dalla fino a Iringa e ritorno, di come Kayuko, e gli altri bambini che erano con lui, si erano divertiti sul pulmino. Avevano riso per tutto il viaggio, guardando fuori dai finestrini con lo stupore tipico dell’esploratore. Anche nella grande città guardavano tutto con meraviglia: per loro era una scoperta continua. Sandro e Ornella si intenerivano al pensiero del loro piccolo Kayuko alle prese con la vita e avrebbero voluto trovarsi lì con lui.

Fino a che, camuffata da notizie come le altre, Antonella non mollò l’affondo. Riguardava la famiglia di Kayuko: si erano trovati i suoi nonni ed erano giovanissimi, 35-36 anni. Il bambino era nato dalla loro figlia, di cui non si avevano più notizie e il padre era ignoto.

«Oh, cazzo», meditò Sandro. Adesso saltavano fuori ‘sti nonni, ragion per cui Kayuko non era più yatima kabisa. Antonella aveva dato la notizia en passant, a margine di altre informazioni, probabilmente per addolcire la pillola. Conoscendo l’attenzione che hanno in Africa per i bambini, diciamo che questo metteva una pietra tombale sull’argomento adozione. Laggiù il bambino che rimane senza genitori non resta mai solo, c’è sempre una bibi, benché anziana, una zia o persino una vicina di casa disposta ad occuparsene. Figuriamoci due nonni trentacinquenni. Sandro e Ornella si erano acculturati sul sistema delle adozioni internazionali e stavano predisponendo di andare a vivere per un po’ in Tanzania, secondo la legge del luogo, ma quella lettera gli faceva repentinamente disfare le valigie. D’altronde, Kayuko aveva i nonni e questo gli dava la possibilità di poter restare nella sua terra. Non era la speranza che Ornella e Sandro avevano coltivato per un po’ ma pazienza. Duramente, a malincuore ma era meglio così.

E sì, però forse occorreva continuare ad aiutare quel bimbo che li aveva resi felici, sebbene per poco tempo. Nonostante fosse la soluzione migliore, restare in Africa comportava il doversi confrontare quotidianamente con difficoltà enormi. Bisognava trovare il modo di poter aiutare quel bambino, poterlo seguire e fare per lui ciò che avrebbero voluto fare qui, in Italia, dove Sandro e Ornella adesso si trovavano. Ma senza Kayuko.

“Vi abbraccio forte e aspetto vostre notizie! A presto, da Mbololo. Anto” – così finiva la lettera.

martedì, settembre 13, 2011

KAYUKO (1)

L’inizio di questo pezzo è Il capretto nero, scritto un paio di anni fa e pubblicato su questo blog. Il resto è stato scritto per il laboratorio di scrittura “MONècrit”, tenuto da Beatrice Monroy ad Agrigento, nella primavera del 2011. A causa della lunghezza del pezzo, verrà pubblicato in tre stadi.

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I bambini africani riscuotono sempre un grande successo. Piacciono a tutti. Sono belli, non c’è che dire, e tutti quanti se ne innamorano. Quegli occhi grandi ed espressivi, quei sorrisi accattivanti, quelle testoline ricciute: è impossibile non amarli. Tanti ci chiedono cosa si prova a essere attorniati da un nugolo di bambini neri, vocianti e ridenti, che ti chiamano, ti tirano, ti prendono la mano. E quante volte ci chiedono, addirittura, come si fa ad averne uno. In tanti si dichiarano disposti ad adottarne uno. Alcuni pensano che basti venire qui in Africa, per tornare con un bel bambino nero sotto braccio, tipo al discount.

E tutte le volte che sento questi discorsi, tutte le volte che vedo questi slanci di amore incondizionato verso i bambini neri, io penso a Miss Ethel Holloway, la protagonista de Il capretto nero, una divertente novella di Luigi Pirandello. Miss Ethel, quindi, è la “giovanissima e vivacissima figlia di Sir W. H. Holloway, ricchissimo e autorevolissimo Pari d’Inghilterra”, venuta in vacanza a Girgenti, dove poté ammirare le bellezze della città, che tuttavia Pirandello descrive come molto misera. L’inglesina, quindi, si innamorò perdutamente di un capretto nero, una vivace bestiola che allegramente trotterellava, anzi springava “come se per aria attorno gli danzassero tanti moscerini di luce”, in mezzo al gregge che il caprajo, “bestiale e sonnolento”, portava a rugumare tra le rovine di un tempio dorico, cosa che Mr Charles Trockley, vice-console d’Inghilterra a Girgenti, giudicava come profanazione. Ebbene, tanto fu l’amore immediato che la ragazza provò per la bestiola, che decise di comprarla e farsela inviare in Inghilterra. La spedizione dell’animale, per varie vicende, richiese quasi un anno, per cui, a quel punto, il graziosissimo capretto nero era diventato un caprone, un becco, “un orribile bestione cornuto, fetido, dal vello stinto rossigno”, che causò lo sconcerto della giovinetta e le rimostranze decise di suo padre. Eppure era lo stesso animale.

E allora, dicevo, che c’entrava la storia dei bambini neri con quella del capretto? È simile. Tutti a squagliarsi davanti ai bambini neri: “ma quanto sono carini, che dolcezza, che tenerezza, che simpatia. Guarda che bella quella bambinetta nera. M’a mangiassi a muzzicuna. Come si fa ad averne una? Ne vorrei uno a casa mia. Me ne prenderei uno.”

Fatto sta che il desiderio di molti di avere tanti bei bambini neri alla fine viene esaudito. I bambini neri vengono davvero qui da noi, però dopo una quindicina, una ventina di anni. Ma nessuno li riconosce più. Non riconoscono più il sorrisetto furbo del bambino del Senegal nel ragazzone che chiede di comprare un accendino; né lo sguardo vispo di un bimbo somalo nelle lacrime del migrante che supplica il finanziere in guanti di lattice. Nessuno vede nella prostituta nigeriana la bella bambina sorridente che aveva visto in foto tanti anni prima e che voleva portarsi a casa.

Eppure sono le stesse persone.

***

No, non c’era il leone a vegliare alla sua nascita, pigro e austero. Non scesero gli gnu, giù dalle colline verso il Ruaha River, la giraffa non stava di vedetta né i cercopitechi si accalcavano vocianti per assistere all’evento. Quando nacque, nella stanza dove la giovane, giovanissima, bambina Bitres lo stava dando alla luce, una cosa su tutte spiccava: un odore asperrimo, il puzzo della povertà.

Sedici anni, presa da un camionista di passaggio, che da Morogoro scendeva a Songea con un carico di copertoni. Presa per una sera e poi lasciata lì, con un figlio in grembo al quale avrebbe dato un nome – Josephu – e il suo cognome – Kayuko.

Dopo pochi giorni la mamma sparì, non si sa dove sia andata. Chi dice a Dar es Salaam a cercare fortuna. Ma si sa bene qual è la fortuna che può capitare a Dar a una ragazzina di sedici anni proveniente dall’interno. Prostituzione o mendicità. Di altri parenti neppure l’ombra. Per cui il piccolo Josephu, per tutti quanti Kayuko (secondo l’uso di chiamare tutti per cognome), fu portato a Furaha na tumaini, un orfanotrofio gestito da una ONG italiana con addosso un’etichetta: yatima kabisa, completamente orfano.

Furaha na tumaini, quindi, Gioia e speranza, il nome benaugurale che i giovani della ONG, una delle prime ad arrivare, hanno dato a questo posto dove bambini poveri, abbandonati, spesso ammalati, cercano di affrontare i primi passi di una vita che non sarà certo benevola con loro. Figli di una Tanzania scalza, lacera, malata e, ancora una volta, puzzolente. La struttura – vista dall’alto è un semiovale – sorge su due ali di costruzione, con al centro il cortile e il campo per i giochi all’aperto dei bambini. In una punta dell’ovale il cancello di ingresso mentre l’altra punta è aperta. Nell’ala destra, la cucina, il refettorio e qualche altra stanza di sbarazzo o di alloggio del personale; nell’ala sinistra il camerone con tutti i lettini dei bimbi e uno spazio dove accudirli. Complessivamente venticinque-trenta bambini, perlopiù sani, a differenza di altre strutture della zona, che accolgono bambini malati.

Furaha na tumaini è una sorta di oasi. Persino i suoi edifici, in veri mattoni, non hanno nulla a che vedere con l’ambiente esterno. Fuori da lì si stenta a credere di trovarsi nel 20° secolo. Le case sono ancora costruite di fango, coi tetti di paglia. Niente luce, niente acqua, niente gas, niente di niente. I bambini vanno a scuola, con l’uniforme, obbligatoria anche se lacera, ma spesso senza scarpe e certamente senza attrezzatura scolastica. Non giocano con la macchine telecomandate ma se trovano un vecchio cerchione di bicicletta sono ben più che contenti; male che vada fanno una bella palla di sacchetti di plastica, o di vecchie magliette, per fare delle epiche giocate a mpira, a calcio. Un operaio guadagna in media mille lire al giorno, quando va bene, e con quello deve provvedere al fabbisogno alimentare di una famiglia, spesso numerosa. E in ogni caso sono quasi tutti wakulima, contadini, di un’economia di sussistenza che ogni giorno alza lo sguardo al cielo sperando nella pioggia. Che spesso non arriva. Qui siccità vuol dire carestia e mettere assieme il pranzo con la cena spesso non è impresa facile.

Nel grande stanzone con lettini a destra, sinistra e centro, ogni lettino, di legno, aveva la sua zanzariera azzurra raccolta in alto, ultimo baluardo spesso inutile contro la zanzara anofele, responsabile della malaria. Kayuko aveva l’ultimo posto a destra, per cui ci volle del tempo prima che fosse visto da Sandro e Ornella, due coniugi italiani in visita alla struttura. Non più giovanissimi, i due collaboravano con la missione di Kyamani, sulla strada verso Dodoma, a più di cento chilometri, dopo Iringa. L’uomo fu il primo ad essere attratto dallo sguardo non troppo vispo del bimbo nero, dal suo occhietto sinistro mezzo chiuso e forse un po’ storto e dal muco d’ordinanza ingrommato sul labbro superiore. Ornella nel frattempo indugiava con altri bambini.

Un fagottino, Kayuko, sicuramente meno di un anno. Non particolarmente bello. Eppure Sandro proprio lui notò tra tanti. Non il piccolo Deusi dalle guance belle piene, che ricordava il mio amico Arnold; né la bella Floriana, da tutti chiamata Froliana (per la difficoltà dei parlanti swahili a pronunciare le L e le R); nemmeno la dolce, fragile Gresy, magrissima e malata o il buffo Madison, con un vestitino da bambina. A lui piacque Kayuko. E basta. Come quando in mezzo a centinaia di articoli simili, scarpe fai conto, lo sguardo della professionista dello shopping viene attratto inesorabilmente dal paio che sta in fondo all’ultimo scaffale, quasi dimenticato, il primo candidato ad arricchire i fondi di magazzino del negozio. Quelle voglio!

Ecco, forse così si sarà sentito Sandro ma non ebbe tempo, e neanche voglia, di pensarlo, perché venne immediatamente calamitato dal piccolo. Lui, un maturo italiano, uomo di città, alle prese con un minuscolo africano, figlio della savana, che lo guardava, in ginocchio appoggiato alla sponda del lettino, la bocca semiaperta con le labbra fra i denti. Cercò la moglie per mostrarle il suo nuovo amichetto ma la donna stava altrove. Kayuko guardava Sandro e Sandro Kayuko. Col suo pagliaccetto bianco sporco, non solo di colore, con un gattino disegnato sopra e la scritta – ridondante – CAT. Chissà di chi era stato quell’abitino, sicuramente Kayuko non era il primo a indossarlo. Sarà arrivato dall’Italia insieme a centinaia di altre cose, che la generosità da cambio di stagione di noi italiani avrà riempito. Pagliaccetti, quindi, completini, magliettine, calzoncini, scarpette e altro, stivati in un container MSC rosso e spedito in Africa. Due mesi in attesa di essere sdoganato al porto di Dar es Salaam e poi via, verso Mbololo, per la gioia degli operatori di Furaha na tumaini e, di riflesso, di tanti Kayuko.

«Ehi, ciao – sussurrò Sandro, sentendosi un po’ sciocco. – Come stai?» Sapeva che non gli avrebbe risposto, primo perché era troppo piccolo per parlare e poi perché, casomai, l’avrebbe fatto in swahili. Il bimbo lo guardava, lo scrutava, gli toccava la faccia e la testa calva.

«Non avrà più di un anno – pensò – forse anche meno.»

Poi invece lesse il cartellino sopra il lettino che, con grafia incerta, recava le informazioni di base del bimbo: nome, cognome, villaggio, data di nascita. Fece un rapido calcolo e gli venne quasi un colpo. Kayuko aveva poco meno di due anni. Non parlava, non camminava, si esprimeva solo con lo sguardo eppure aveva quasi due anni. Automaticamente il pensiero gli andò a casa, dove due bambini, gemelli, figli di suo fratello maggiore stavano passando le vacanze estive. Duenni anche loro ma diversamente da Kayuko i due bimbi erano due vitelli: parlavano, camminavano, correvano, urlavano, litigavano; interpretavano, insomma, e anche con bravura, tutto il repertorio tipico dei bambini di due anni o giù di lì.

E allora? Perché il piccolo Kayuko aveva tutto l’aspetto di un neonato o poco più? Sandro ebbe l’immediata, infelice tentazione di addossare la colpa a quelli dell’orfanotrofio. Poi rifletté. E mentre si faceva afferrare l’indice destro, pensò che non c’era nessuno che aiutasse Kayuko a crescere, che lo stimolasse a muovere i primi passi; nessuno che lo facesse gattonare, che gli sillabasse le parole perché lui le ripetesse; nessuno che si prendesse veramente cura di lui. Yatima kabisa.

Arrivò Ornella. Sandro le presentò il suo nuovo amichetto, che intanto aveva preso in braccio.

«Guarda», disse l’uomo.

E la donna capì immediatamente che tra i due si era instaurata un’intesa particolare. Un feeling “da uomini”.

La sera la trascorsero alla casa della ONG, su al villaggio. Faceva freddo sull’altopiano quindi si doveva stare per forza dentro casa. Cena con carne e riso con fagioli, naturalmente. Dopocena con chitarra alla luce fioca delle lampade alimentate dal gruppo elettrogeno. In certi posti del mondo, la luce elettrica fa ancora parte di quel progresso che tarda ad arrivare. Sandro e Ornella erano i più vecchi della compagnia e un po’ forse si sentivano a disagio ma che importava, la mente era giù a Furaha na tumaini, dove il piccolo Kayuko a quell’ora stava sicuramente già dormendo. Sandro ne era rimasto totalmente preso e non riusciva a pensare ad altro. I suoi erano sentimenti di tenerezza per il piccolissimo essere umano incontrato poche ore prima. Ornella, invece, benché ne fosse un po’ più distaccata, si rendeva conto che il marito era stranamente impensierito. Quel bambino nero lo aveva sconvolto. Ce ne sono a centinaia di bambini, dovunque si vada, ma quello…

Al suono di un pezzo di Guccini – Incontro, nientemeno –, un’idea cominciò a prendere forma nella sua testa di Sandro, affollata di pensieri e sensazioni. Come tutti quelli che desideravano avere un capretto nero, o un bimbo africano, Sandro cominciò a considerare la possibilità che questo potesse accadere a lui. E alla moglie, ovviamente. Sposati da pochi anni, non avevano figli, quindi tanto vale prenderne uno dall’Africa, dall’amata Africa. Perchè no? Non ne fece subito parola alla moglie. Ma si ripromise di dirglielo l’indomani, qualora il pensiero si fosse riaffacciato alla sua mente.

E infatti si riaffacciò. Appena sveglio, nel torpore della fredda mattinata africana, Sandro smanettò nei ricordi del giorno precedente e ritrovò Kayuko. E dopo di lui ritrovò anche quel pensierino impertinente che lo aveva visitato la sera prima. Perché non fare in modo di adottarlo? Non aveva la minima idea di come fare però cominciò a valutarne la fattibilità. Occorreva recarsi in qualche ufficio. Sì, ma quale? Si doveva trovare il modo per avviare la pratica. Ok, ma come? Bisognava uscire carte. Certo, ma quali? A queste cose stava pensando quando Ornella lo vide, pensieroso, e gli chiese se stesse pensando al piccolo.

«Obviously», rispose Sandro, stranamente anglosassone.

«E stai pensando a qualcosa in particolare?»

«Of course». Era in preda ad anglofonia compulsiva, un modo per alleggerire il momento.

«…», lo fissò Ornella.

«No, mi chiedevo se…», era fortemente indeciso.

«…»

«Secondo te, potremmo pensare a prendere con noi Kayuko? Per sempre, dico.»

«Per sempre?»

«Mh mh…»

Ornella non rispose ma si rese conto che Sandro parlava sul serio, nonostante il sorrisino sardonico e la faccia di babbìo che si era messa. Quella discussione finì lì. Almeno per il momento.