venerdì, febbraio 06, 2009

UNA BUONA NOTIZIA


“Chi se lo fosse mai creso”, diceva molto tempo fa un mio caro amico per esprimere meraviglia e stupore. Ed è la stessa cosa che ho pensato quando nella mia casella di posta elettronica ho trovato un comunicato che informava dell’apertura a Girgenti di un circolo Arcigay. Sono estremamente felice che anche in questa città, sebbene con una trentina di anni di ritardo, si dia inizio ad un’esperienza aggregativa del genere. Nella nostra città, per motivi che non sempre riesco a comprendere, la diversità (ammesso che di diversità si tratti) è sempre stata vista con compassione o con indifferenza o casomai con fastidio. Era ora che i gay, che esistono anche a Girgenti nonostante si faccia finta di niente, decidessero di uscire allo scoperto e manifestarsi in libertà. Sono certamente curioso di vedere le facce e sentire le opinioni degli agrigentini che “contano”.
Per cui plaudo all’iniziativa e spero in un rinascimento della nostra città. Lo spero. Ma non ci credo.

giovedì, febbraio 05, 2009

MESTIERI


Come molte altre cose, oggigiorno anche il commercio è molto cambiato. È raro vedere, infatti, dei commercianti che raggiungono i propri clienti fin nelle proprie case o comunque nelle immediate vicinanze. Al contrario, è il cliente che, mosso dalla necessità degli acquisti, si reca al negozio o, sempre più spesso, al centro commerciale. Invece negli anni della nostra infanzia al Sottogas, quartiere popolare di Girgenti, questa era una cosa assolutamente normale. I venditori ambulanti erano molti di più che adesso ed anzi per alcuni di loro l’aprire un negozietto rappresentava un miglioramento della propria condizione e un’emancipazione da decenni di lavoro ‘o straventu.
Il paradigma di questa categoria erano i fruttivendoli, i fruttara o fruttalora. I quali, in groppa a macilenti asinelli, o su più robusti muli, attraversavano lo spazio del quartiere, ripresentandosi quotidianamente, allo stesso orario nello stesso posto, magari sgarrando di una mezz’oretta (Chi fici stamatina u fruttaru, un vinni chiù? Sta vinennu, u ‘ntisi abbanniari!), tuttavia puntuali. Le povere bestie barcollavano e ondeggiavano sotto il peso di due enormi bisacce, e talora anche dello stesso fruttivendolo, fermandosi fin nei cortili più interni della città. L’avvento dell’Ape Piaggio, ’a lapa (foto), che in poco tempo sostituì tutti gli animali, fu una iattura per molte delle massaie del tempo (quelle dei cortili, cioè) che dovettero spostarsi e andare esse stesse incontro al venditore sulla via principale. Il loro arrivo era scandito dalla vanniata, le grida che informavano sulla mercanzia del giorno (Puma, piracoscia, milanciani avemu!) e a volte ne decantavano la bontà ('A marsigliana ch’è bella! Comu u villutu, persica!). La compravendita avveniva sul luogo della sosta o addirittura dal balcone. In entrambi i casi, il povero venditore veniva vessato dalle donne con ogni sorta di domanda relativa ai prezzi della frutta e della verdura; ed era una polifonia di Ccééé! e di Scasciu!, di lamentele o (più rari) complimenti sui prodotti del giorno prima e di informazioni sui prodotti della giornata (era necessario sapere se l’arancia era brasiliana, partuallu o maniglia). Spesso il tempo verbale usato in questi scambi era l’imperfetto e il sostantivo singolare: A quant’era ‘a cirasa, ah? Minni dava du chila? Le massaie chiedevano come fossero le arance, le banane, i piriazzola, i pircoca e la risposta era: Speciali, anche se spesso erano delle vere e proprie schifezze, oppure ‘Nternazzionali, come se l’internazionalità aggiungesse qualità al prodotto.
Le donne che scendevano giù a fare gli acquisti avevano la possibilità di toccare la roba e scegliere la migliore, noncuranti delle lamentele del fruttivendolo; invece sbolognare le porcherie era più facile quando la compravendita avveniva dal balcone o dalla finestra di casa. La donna e l’ambulante si intrattenevano per un po’ sulla merce, ne discutevano, negoziavano; la massaia si lamentava un po’ dei prezzi ma poi ordinava ciò che le serviva e a questo punto si verificava l’azione definitiva: la donna calava ‘u panaru. Metteva i soldi dentro al paniere di vimini, lo faceva scendere fino al livello del suolo e l’uomo ritirava i soldi e vi poneva la merce. In alcuni casi, a causa della diffidenza della donna, il procedimento era più elaborato: essa mandava giù ‘u panaru senza soldi, tirava su la spesa, la controllava e, se era di suo gradimento, la teneva e rimandava giù il paniere con i soldi. Questa operazione normalmente faceva saltare i nervi al venditore il quale biascicava bestemmioni coloritissimi.
La pesa della merce era quanto di più approssimativo fosse dato di vedere. Il commerciante era munito di una stadera a un piatto (foto), con in cima un gancio, e un’asta graduata orizzontale sulla quale scorreva un bulbo, credo di bronzo, che serviva da contrappeso. Sicché, l’uomo metteva ‘u coppu con la frutta dentro il piatto della vilanza, afferrava il gancio col pollice e con movimento rapidissimo faceva scorrere il peso sull’asta graduata per una frazione di secondo. A quel punto la merce era bell’e pesata, tra le rimostranze, inascoltate, delle donne, perché ovviamente questo tipo di pesatura, come dicevo molto approssimativa, favoriva di gran lunga il commerciante, che riusciva a grattare diversi etti.
Mentre il fruttivendolo era tenuto in stato d’assedio dalle massaie, noi bambini ci intrattenevamo con l’animale, osservandone le abitudini, esaltandoci quando ragliava, toccandogli il muso carnoso e mucillaginoso o guardandolo mentre espletava i suoi bisogni organici. Una volta uno ci starnutì addosso, tra il divertimento e lo schifo. Infatti, spesso alla fine della vendita, l’ambulante andava via lasciando una scia odorosa di fuméri dietro di sé. A quei tempi era usuale vedere per strada escrementi di animale e ovviamente dalla tipologia del deposito organico – scia o mucchietto – si capiva se l’animale aveva defecato in cammino oppure da fermo. Una volta una signora che abitava nel cortile dell’Ina Casa ci chiese di raccoglierle le sferette di merda di mulo che avrebbe in seguito utilizzato come concime per il suo orticello. Beh, nonostante lo schifo oggettivo dell’operazione, noi ci prestammo a farlo ed anzi trovammo la cosa divertentissima. Io e mio fratello Fabio la ricordiamo spesso con piacere e non siamo affatto pentiti di averlo fatto!
Del ricottaro ho già parlato e, per rimanere in tema di latticini, alla sera, poi, veniva il lattaio. Bussava alla porta e lo trovavamo con le taniche cilindriche di latta poggiate per terra. Ricordo che l’uomo emanava un caratteristico odore di beccume. Infilava una caraffa di metallo dentro il bidone e la tirava su gocciolante di profumatissimo latte di capra che versava nel contenitore di mia nonna. Questo però avveniva a casa di mia nonna, appunto; noi, a casa nostra, compravamo il latte Polenghi Lombardo (il latte Stella, per l’esattezza). E pensavamo fosse anche migliore!
Passa l’arrotino, ammola forbici e cortelli! L’arrotino, appunto, era uno di quei mestieri che solleticavano di più la nostra fantasia e questo era il suo modo di abbanniari. Andava in giro con la sua straordinaria biciclettina che aveva la sola ruota davanti e una forcella dietro. Veniva bloccato dalle massaie che dai balconi gli intimavano lo stop e al momento di lavorare poggiava la forcella al suolo, prendeva posto sul sellino e cominciava a pedalare. La pedalata azionava una teoria di catene e ingranaggi che mettevano in moto una mola circolare. L’uomo poi poggiava il coltello sulla pietra rotante e lì il momento magico… dalla pietra schizzava fuori un fiume di scintille multicolore. Molte si spegnevano subito ma alcune arrivavano fino a terra mentre noi avremmo passato delle ore fissi a guardare quella magia. Infine, tornavamo a casa e provavamo i coltelli appena riaffilati, tagliando cose che naturalmente non dovevamo tagliare (pezzi di pane, stoffe, dita etc…).
Sporadicamente passavano anche il riparatore di cucine a gas e un venditore di biancheria il cui grido era un cantilenante Maglie e mutande di lana! Arrivava ogni tanto, credo nel periodo autunnale, era una sorta di apparizione con quei cartoni, e come veniva se ne andava. Credo se la passasse piuttosto male. Un altro venditore era quello delle uova (gridava Ova avemu) e un altro ancora quello del sale (5 pacchi di sale 1000 lire) che a volte, e francamente me ne sfugge il nesso, vendeva sale e patate (nuove). E poi passava anche il tipo con un furgoncino pieno fino all’inverosimile di prodotti per la casa. Vendeva cati e cannavazzi (il mocio è scoperta recente), bagnere e cannate ma soprattutto detersivi. Aveva l’Aiax, il Dash e il Dixan, l'Ava, il Vim, il Lip e il Kop, il Nuovo All, l’Omo e il Bravo e l’immancabile, mitico Spic & Span.
Ma gli ambulanti che davvero catturavano la nostra più viva curiosità erano i marocchini che per primi arrivarono all’inizio degli anni ’70 e vendevano esclusivamente tappeti, di pessima fattura, ma che per noi potevano tranquillamente essere i tappeti volanti delle Mille e una notte. Molti li ricorderanno ancora, erano uomini di mezza età, alcuni già anzianotti, che vestivano ancora all’orientale, con caftani e fez e parlavano un italiano terrificante. Per noi erano come la reincarnazione di Alì Babà in persona e li avvicinavamo più che altro per sentirli parlare e per la curiosità di trovarci di fronte a persone oggettivamente diverse da noi. Li toccavamo, scimmiottavamo la lingua araba, gli stringevamo la mano, gli davamo delle pacche ed eravamo contenti quando la volta successiva dimostravano di ricordarsi di noi. Gridavano Tapééé, vendevano tappeti orrendi con scene di harem ottomani o di pavoni che fanno la ruota ma anche di cacce alla volpe inglesi o di corride spagnole. A quel tempo l’Italia non era ancora stata investita dai flussi migratori dei lavoratori stranieri, per cui queste persone suscitavano molta curiosità.
Infine, quello che è veramente scomparso dalla circolazione è il netturbino a domicilio. C’era un signore, lo ricordo ancora, piuttosto alto, ben piazzato, stempiato, che saliva fino a casa con un sacco di juta e dei guantoni bisunti e veniva a prendere l’immondizia. La quale non veniva messa dentro a dei sacchetti di plastica come si fa adesso, ma direttamente dal secchio veniva buttata dentro il sacco dello spazzino. Nei periodi di Natale e Pasqua il netturbino chiedeva i boni festi, cioè un obolo supplementare in occasione delle festività. Da piccolo pensavo che quello fosse il mestiere peggiore del mondo.

martedì, febbraio 03, 2009

L'indice di padre Rocco Siffredi


di Michele Serra

I provvedimenti del Vaticano per un ritorno in grande stile della Chiesa della tradizione. Messa in latino, nuovi santi e una nuova lista di tutte le pratiche sessuali proibite

Dopo il ritorno all'ovile dei vescovi lefebvriani, che hanno festeggiato con un rogo di ringraziamento, il Vaticano sta preparando le prossime mosse per un ritorno in grande stile alla tradizione della Chiesa, finalmente uscita dalle pastoie moderniste del Novecento.

Messa. Il ripristino della messa in latino è solo un primo passo. Accanto al latino orale verrà reintrodotto anche lo scritto: ogni fedele dovrà portare in chiesa due quinterni di fogli a righe e trascrivere tutta la messa. Dovrà essere in latino anche la predica, e per aumentare la fascinazione misteriosa della liturgia antica il sacerdote dovrà pronunciare le frasi al contrario e a bassissima voce. Importante anche la celebrazione in chiese senza luce elettrica e riscaldamento: la luce oscillante delle torce, i gemiti delle vecchie assiderate e il lugubre rintocco delle campane a morto saranno la degna cornice del rito. Prevista anche la sostituzione dei piccioni attorno al campanile con stormi di pipistrelli.

Vaticano E. C. Un nuovo concilio è in fase di preparazione: il Vaticano Errata Corrige, che sostituisce il precedente. Una speciale commissione, formata dal duca di Vandea e dal vescovo di Guantanamo, entrambi a cavallo, ha stabilito che le priorità spirituali assolutamente irrinunciabili sono due: il riarmo delle guardie svizzere, che saranno munite di micidiali alabarde al fosforo, e la riconquista dello Stato Pontificio grazie a un accordo privato con Francesco Rutelli, che sarà nominato, per ricompensa, Gran Piroliere Commendevole Aggiunto del Sacro Ordine Mariano della Gran Croce di Spagna e Portogallo, associazione con sede a Fregene.

Nuovi santi. Previste le beatificazioni di don Julio Manisco, martire della guerra di Spagna (morì d'infarto mentre cercava di strangolare un soldato repubblicano che opponeva resistenza). Di padre Nanuk, l'eroico sacerdote esquimese che, alla deriva su un minuscolo iceberg con un feroce orso bianco, continuò a recitare il rosario per sette giorni ininterrotti fino al suicidio dell'orso. E di suor Gelinda Wehrmacht, l'energica missionaria tedesca che guariva i lebbrosi a sberle. Verrà introdotta anche la nuova figura del Santo per Rappresaglia: personalità musulmane, ebree, buddiste e atee verranno nominate Santo della Chiesa Cattolica per puro scorno, e contro la loro volontà.

Etica sessuale. Va a ruba l'enorme volume (curato da padre Siffredi, Responsabile Pontificio per la Sorveglianza delle Mucose) nel quale si elencano tutte le pratiche sessuali vietate. Pare che molte delle posizioni proibite dalla Chiesa non siano mai state messe in pratica, e neppure immaginate, da alcun essere umano. Questo rende eccitantissima la lettura. Oltre all'Indice, il libro contiene, per la prima volta, anche Pollice, Medio, Anulare e Mignolo, con accurate descrizioni dei possibili usi.

Aborto. Quando comincia la vita? Il momento del concepimento, fin qui individuato dalla Chiesa nella fusione tra ovulo e spermatozoo, verrà decisamente anticipato. Si pensa alla prima stretta di mano tra i due genitori, o addirittura al primo invito a cena di lui a lei.

Cappelli. La già imponente serie di copricapo di Papa Ratzinger, con la sua nomina a Papa Re, dovrà arricchirsi di almeno un nuovo modello, già sfoggiato dai papi Borgia. Si tratta del gigantesco Elmo della Vittoria, 40 chilogrammi di peso, tutto in acciaio, a forma di cupola di San Pietro e con minuscoli pentoloni di olio bollente sospesi in cima per difendersi dagli assedianti.

New Entry. Dopo monsignor Lefebvre, si pensa di riabilitare anche don Nikita Pogrom, il sacerdote russo inventore del cosiddetto negazionismo totale. Sostiene che non solo la Shoah non è mai esistita, ma neanche gli ebrei.


da L'Espresso 29 gennaio 2009

lunedì, febbraio 02, 2009

TIRA UNA SCARPA ANCHE TU



Un giovane universitario inglese ha lanciato una calzatura al premier cinese Wen Jiabao. Se è per questo una scarpettina al cinese gliela lancerei anch’io, vista la situazione che mantengono in patria e fuori rispetto ai diritti umani. Vabbe’, però visto che è diventata una moda, tanto vale che anche noi giochiamo a tirare scarpe, no? Bene, ferma restando l’ammirazione che ho per Muntazer al-Zaidi, il protolanciatore – a proposito, che fine ha fatto? – a questo punto facciamo tirassegno anche noi. È un giochino che può fare chiunque: non costa nulla e dà delle gran belle soddisfazioni. Dici il nome dello scarpato e il motivo che ti ha spinto a prenderlo come bersaglio. Volendo, si può anche dire il tipo di scarpa che gli lanci. Allora, comincio io?
· Scarpone da montagna per Roberto Maroni, il ministro razzista degli Interni. Dice che con i clandestini vuol essere cattivo. Non gli bastava essere stronzo?
· Doposci o pinne da mare per il ministro Frattini. Del resto, quando la situazione si fa critica lui è sempre in vacanza, no?
· Ciabattina di Prada per Maria Stella Gelmini. Per la riforma (riforma?) della scuola che ha varato meriterebbe ben altro ma lei è una donna, e io un gentiluomo vecchio stampo: non posso tirarle una scarpazza. Quindi Prada. E poi, vuoi mettere il glamour? Pensa che figura al Consiglio dei Ministri!
· Pantofola in raso rosso per Benedetto XVI. Intanto perché la devono finire col fatto che il papa non può essere contestato – Gesù fu contestato e molto altro – e poi perché sta riportando la Chiesa al Medioevo. E francamente non se ne sentiva il bisogno.
· Pioggia di scarpe di ogni tipo per gli stupratori di Guidonia e i piromani di Nettuno. E con loro tutti quelli che fanno violenza sui deboli. Scarpe, e tante, sui pedofili, i violentatori e coloro che maltrattano le donne; gli sfruttatori della prostituzione e i trafficanti di esseri umani; i mercanti di organi e gli spacciatori di droga; quelli che vanno in giro a cercare barboni, handicappati e immigrati per la supremazia della razza e mostrare “chi è che comanda in quel posto”. In quel posto andateci voi, brutti pezzi di merda.

CIAO, GIUSEPPE


È morto Giuseppe Gatì e io sto morendo di tristezza. Giuseppe era il ragazzo che qualche settimana fa ha contestato Sgarbi, venuto a Girgenti a mostrare tutta la sua spocchia davanti a una platea genuflessa. Da quel pubblico compiacente si è alzata la voce franca di Giuseppe Gatì, un picciotto di Campobello di Licata, che ha detto un paio di verità, che ovviamente nell’Italia berlusconiana del 2009 non sono piaciute a molti. Sono piaciute a molti altri, però, fra i quali anch’io. Allora scrissi un pezzo sul blog (*) e gli manifestai la mia stima sul suo sito (§).
L’altro ieri Giuseppe Gatì, improvvisamente e tragicamente se n’è andato. Ha toccato un filo elettrico scoperto ed è stato sbalzato di alcuni metri. È morto sul colpo. Un’altra morte sul lavoro che ci lascia basiti. Non voglio – anche perché non posso – collegare la morte di Giuseppe all’episodio della contestazione a Sgarbi, benché in quella sede il ragazzo fosse stato minacciato da qualche araldo del leccaculismo militante. Però, ovviamente, le due cose – immagino – sono scollegate tra di loro. Anche perché se così non fosse, saremmo davvero in pericolo.
Se n’è andato un bravo ragazzo, uno che difendeva la sua terra dagli assalti dei prepotenti. Tanti giovani scappano dalla Sicilia, a decine, a centinaia, a migliaia – lui purtroppo per sempre. Un altro figlio di questa terra, se n’è andato. Come gli altri che fuggono lontano dalla mancanza di lavoro e dal malaffare; dalla mafia e dalla mafiosità; lontano da “non ti preoccupare”, da “questa è cosa mia” e da “qui c’è il sole e il mare”; lontano dalla politica vicina ai malandrini di Cosa Nostra e al Cuore Immacolato di Maria.
E siamo sempre più soli.
Ciao, Giuseppe.

(*)
http://oltregirgenti.blogspot.com/2009/01/uno-sgarbo-sgarbi.html
(§)
http://www.lamiaterraladifendo.it