domenica, dicembre 21, 2008

BENEDETTA FINMECCANICA


L’holding italiana, in parallelo al business delle armi, si butta a capofitto nel mondo della solidarietà, con altri tre progetti in Africa, sostenendo iniziative delle chiese locali e dei salesiani.


Fare cassa con la carità, evidentemente, non è più una prerogativa solo di onlus o associazioni varie. Lo dimostra la politica di
Finmeccanica, l’holding armiera italiana, che ha deciso di buttarsi a capofitto nel mercato della charity. Che non è solo beneficenza. «Ma un impegno sincero nel sociale. Perché non possiamo esimerci dalle responsabilità solidali e culturali richieste dal contesto sociale», ci ricorda affettuosamente Pier Francesco Guarguaglini, presidente nonché amministratore delegato del colosso, leader internazionale nei settori aerospazio, difesa e sicurezza. Del resto un’azienda che vende carrarmati, navi e aerei da guerra, grandi sistemi di difesa…dovrà pure pagare una tassa espiativa, un balzello per la purificazione mondano/affaristica? Così, dopo aver lanciato sul suo sito la campagna “Finmeccanica per i bambini africani. Tecnologia e ricerca vestono la solidarietà” (in cui la multinazionale delle armi pubblicizza e mette in vendita una serie di articoli sportivi per tutte le tasche, il cui ricavato è destinato a un progetto d’istruzione per i bimbi africani, gestito dalla organizzazione non governativa inglese International Childcare Trust, vedi Nigrizia), ora il vertice dell’holding, «al tradizionale concerto di Natale», ha annunciato altri tre progetti di solidarietà in Africa.
E per avere la totale remissione dei peccati commerciali, tutti e tre i progetti hanno ricevuto la benedizione della Chiesa. In Nigeria, infatti, sarà organizzato un Festival della Scienza e creato un
Science Center ad Owerri, portato avanti in Italia dall’associazione Assumpta Science Center e patrocinata dal Pontificio consiglio della cultura e dall’Ufficio pastorale universitario del Vicariato di Roma. In Rd Congo, Finmeccanica, in collaborazione con le missioni salesiane, potenzierà e migliorerà le attività di formazione professionale ed educative degli studenti del College “Technique Don Bosco”, a Kinshasa. In Camerun, sarà realizzato, infine, un mini villaggio, nel distretto agricolo di Mbanda, Diocesi di Eseka (Yaoundè), dotato di un luogo di culto, di attrezzature scolastiche, di un campo medico e di aree adibite all’insegnamento professionale, «sotto il patrocinio e la responsabilità diretta della diocesi di Eseka».
Nei piani alti di Finmeccanica hanno perfino battezzato all’africana la triplice iniziativa, intitolandola “Mwana Simba”, rubando l’espressione a un proverbio in kiswahili che recita: mwana simba ni simba. Gli uomini del marketing aziendale lo hanno tradotto in «un cucciolo di leone un giorno sarà un leone», volendo trasmettere l’idea di un impegno positivo verso le giovani generazioni africane. Ma l’espressione può essere interpretata anche in un altro modo: “un cucciolo di leone è pur sempre un leone”. Traduzione che calza a pennello per Finmeccanica, che potrà far di tutto per apparire un cucciolo dolce, che sostiene iniziative sociali buone, ma che, in realtà, resta sempre quel leone che pensa prima di tutto a
commerciare armi e a incassare milioni di euro. Lustrandosi l’immagine con l’Africa.
Operazione che sa fare con molta disinvoltura, visto che in passato ha già sponsorizzato altre ong (come Watoto Kenya, che si occupa di bambini poveri in Kenya), e soprattutto la
Comunità di Sant’Egidio di Andrea Riccardi, a cui avrebbe versato quasi 300mila euro per un progetto di prevenzione e cura dell’Aids ancora in Africa. E per non farsi mancare neppure le preghiere francescane, le pubblicità di Finmeccanica continuano ad apparire su San Francesco patrono d’Italia, rivista mensile dei francescani del Sacro Convento di Assisi.
Certo, Finmeccanica è inossidabile e giustamente impermeabile ai sensi di colpa. Anzi. Ma neppure alcuni bravi cristiani e alcune organizzazioni religiose, evidentemente, hanno la puzza sotto il naso.

Gianni Ballarini (da
Nigrizia, mensile dei comboniani)

venerdì, dicembre 19, 2008

Que pasò hoy?


Vaticano: Il Vaticano – presidio di amore e carità cristiana in questo martoriato mondo – torna a lanciare strali contro la mozione che la Francia ha presentato all’ONU sulla depenalizzazione dell'omosessualità in molti Paesi del mondo. “In realtà – secondo l'Osservatore Romano – l'obiettivo non è quello di tutelare diritti fondamentali ma affermare l'identità di genere che supera la differenza biologica uomo-donna”. Da qui la strada è aperta – per il quotidiano dei parrini – al matrimonio e all'adozione dei bambini da parte delle coppie gay, come anche alla procreazione assistita. Condivido queste osservazioni dell’Osservatore e anzi secondo me di questo passo si apre la strada anche alla cipolla nella carbonara.
Vabbé, però la Chiesa dovrebbe mostrare compassione per quelle persone che vengono discriminate e subiscono persecuzioni, no? No. E che dire allora del fatto che all’interno della Chiesa ci sono dei serissimi problemi – e sottolineo problemi – di omosessualità, che spesso sfociano in pedofilia e altre schifezze del genere. Che dire? Niente! Per la Chiesa va tenuta distinta la differenza – e pazienza se muore qualcuno – tra uomo e donna, cane e gatto, carciofo e finocchio. Ops!


Terrasini (PA): E comunque, giusto perché non si dica che la Chiesa non interviene in cose sostanziali, riportiamo qui l’episodio accaduto – e che sta ancora accadendo – nella città di Terrasini. Il sindaco del Pd si è fatto venire un’idea originale, non per salvare il suo partito dal mare di merda nel quale sta sprofondando, ma per richiamare il Natale e anche la vocazione turistica della sua città. Sicché ha fatto installare un Babbo Natale in polistirolo, alto tre metri e… in mutande. Vabbè, più che altro in costume da bagno. Epperò alcuni cittadini si sono sentiti offesi dal cosciame di Babbo Natale e gli hanno inviato una bella petizione per farlo rimuovere. Dicono, tra l’altro, che le cosce e le parti intime che tra loro risiedono, sono puntate contro la chiesa Madre. L’arciprete – per ‘ste stronzate sono sempre presenti – dice che non vuole fare polemica (però se si può fare, perché no?) – ma aggiunge che, per l’abbigliamento che indossa e per la posizione che tiene, non è un bel messaggio per i bambini. E ho detto tutto.


Milano (però è successo qualche giorno fa): È stato inaugurato il treno ad alta velocità. Alla stazione centrale di Milano si è brindato per il primo viaggio della Freccia Rossa, è un mix di tecnologia e comfort che permetterà a migliaia di viaggiatori di raggiungere Roma, da Milano, in tre ore e Bologna in una.
Quelli degli aerei sono preoccupati. Temono infatti che l’alta velocità toglierà clienti al trasporto aereo. “Naaa – rispondono quelli dei treni – casomai è l’automobile che verrà penalizzata”. Fosse vero. Incazzati, anche i pendolari hanno voluto partecipare all’inaugurazione e si sono ritrovati, non invitati, alla stazione, per un presidio. Del resto, hanno visto diminuire, e di molto, la dotazione di treni regionali, quelli che a loro servono per andare al lavoro tutte le mattine e ritornare a casa la sera con la pagnotta.
Intanto l’alta velocità è partita, il Paese è più rapido e più moderno e tutti noi ce ne avvantaggeremo. Tutti noi? È stato calcolato che per andare da Trapani a Modica in treno occorrono in media dieci ore e ventidue minuti. Però, onestamente, avete mai conosciuto uno di Trapani che va a Modica?

martedì, dicembre 16, 2008

SCARPE PER GEORGE W.


Si chiama Muntazer al-Zaidi ed è il mio nuovo idolo. È il giornalista iracheno che dopo avere insultato Bush, chiamandolo cane, lo ha accusato di essere “responsabile per la morte di migliaia di iracheni”. E gli ha pure tirato le scarpe. Entrambi i gesti sono un’offesa gravissima per i musulmani, ecco perché il grande Muntazer non ha usato giri di parole. Un altro, che ne so, gli avrebbe sputato in faccia chiamandolo “pezzo di merda” (potrei annoverarmi tra quelli) o chissà cosa altro.
Muntazer oggi rappresenta quelli che da sempre additano in George W. Bush il peggior criminale dell’epoca contemporanea. Roba che Osama bin Laden, al confronto, sembra il ragionier Filini del reparto sinistri. Ne devono cadere di torri gemelle prima che il barbuto saudita raggiunga il numero di morti fatto registrare dall’americano. L’11 settembre è roba da dilettanti. Eppure questo miserabile – sto parlando di Bush – dopo aver dichiarato un paio di settimane fa che la guerra in Iraq è stata un errore – ma non voluto da lui, mancherebbe altro – adesso va proprio in quella terra, a calpestare il milione di cadaveri fatti da lui, da Condoleezza, da Cheney, Rumsfeld e così via, di bastardo in bastardo. E gli va a dire che la guerra non è ancora finita.
E allora prenditi questo bel paio di scarpe, maledetto. Quelle del grande Muntazer ma anche le mie - e guarda che porto il 45 – e quelle di tutti coloro che hai offeso con la tua retorica della guerra. L’umanità si sta rivoltando verso il grande mentitore e verso i suoi scagnozzi – anche qui in Italia ce n’è uno mica da ridere. Mi pare si stia rivelando la profezia che papa Wojtyla fece in occasione della guerra in Iraq quando, dopo aver esperito qualunque tentativo per far ragionare il presidente americano – e del resto, almeno il papa deve credere ai miracoli, no? – gli disse che ne avrebbe risposto davanti a Dio a davanti agli uomini. Su Dio non apro bocca, lascio a Lui il giudizio; quanto agli uomini, il gesto di Muntazer sembra andare in quella direzione: l’umanità che chiama il principale responsabile di quella guerra assurda a risponderne personalmente.
Senza calcolare il simbolismo del gesto. Un grande presidente, quando è grande davvero, quando rompe equilibri, quando cambia il corso della Storia, casomai viene ucciso. Accadde a Lincoln e a Kennedy. Ma accadde anche a Martin Luther King, a Gandhi, a papa Wojtyla (che la scampò) e ad altri. Questi personaggi ebbero l’”onore” delle pallottole. E grazie a quelle pallottole sono entrati nel novero dei Grandi della Storia. Lui, invece, alla fine del suo disastroso mandato presidenziale viene esortato a scarpate ad andarsene via e non farsi più rivedere. Che schifo.
E allora scarpe per George W.! Mocassini, stivali, scarpe eleganti e malandate; scarponi, scarponcini, stivaletti, polacchine; scarpe basse o con tacchi a spillo; da ginnastica (allacciate, tipo converse, con velcro o con banda elastica); stivali da acqua alta e da pesca al fiume; anfibi e scarponi da roccia; ballerine di vernice (anche con fiocchetto); e poi pantofole, ciabatte, crocs, sandali, zoccoli, babbucce, pianelle, nuove ma anche sbertucciate.
Scarpe, scarpe, scarpe per George W.

sabato, dicembre 13, 2008

IL PORCO


Vi racconto una cosa. Anzi, due. Sono due episodi accaduti qualche anno fa nella nostra città, cose che apparentemente sembrano del tutto distanti l’una dall’altra, anche nel tempo, ma nelle quali io trovo un punto di contatto oltre che uno spunto di riflessione. Ecco la prima. Nel novembre del 2002, è scoppiato il caso dei rom del rione di Santa Croce. Ovvero, nella degradata zona dell’antico quartiere del Rabato, nel centro storico di Girgenti, risiedevano alcune famiglie di zingari che, a detta, degli abitanti della zona, portavano sporcizia e lerciume di varia natura. Degrado che veniva di peso addebitato a loro. Un premuroso consigliere comunale di Alleanza Nazionale, residente nella zona, promosse, pertanto, una bella raccolta di firme, ma di quelle come dio comanda, per rendere esecutiva la richiesta degli abitanti della zona. Quella, cioè, di espellere i rom dal quartiere e ricacciarli al campo nomadi di Contrada Gasena, fuori Girgenti, che il nostro solerte amministratore sosteneva esser stata costruita con grande profusione di fondi pubblici e che lui considerava una specie di Beverly Hills ma che in realtà era una squallidissima bidonville. Praticamente i veri problemi della nostra città non erano (e sono) come qualche sprovveduto può pensare, la disoccupazione, che costringe i giovani ad andar via a ritmi da anni sessanta, o la pessima amministrazione della cosa pubblica, che fa della nostra una città costantemente agli ultimi posti nelle graduatorie del benessere (l’ultima qualche giorno fa), o ancora la mancanza d’acqua, che ci mortifica agli occhi di tutta la nazione. No! Il vero problema di Girgenti era la presenza di un gruppo di etnia rom nel quartiere di Santa Croce. Le televisioni cittadine diedero abbastanza spazio all’accaduto anche se in tutto ciò mi colpì il solito assordante silenzio della città, totalmente indifferente di fronte a quello che stava avvenendo dentro le sue mura e in generale indifferente a tutto ciò che normalmente accade nel resto dell’ecumene.
Ma, al di là dello stile di vita dei rom, brutti sporchi e cattivi, qual era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso della pazienza dei santacrociani (ammesso si dica così) e del loro masaniello? Gli zingari avevano scannato un porco! Probabilmente stavano festeggiando qualcosa, non so, magari un momento rituale o una festa tradizionale o una celebrazione che si ripeteva da un sacco di tempo o una ricorrenza o era semplicemente un momento di aggregazione e di incontro della comunità o checcazzonesò. Fatto sta che le immagini televisive del povero maiale morto stecchito, sdraiato su un’asse di legno con un nugolo di mosche svolazzanti e un manipolo di bambini vocianti tutt’attorno, quasi giustificarono l’ira del tribuno consigliere e dei suoi vicini di casa. Si tirarono fuori motivi di igiene e di pubblica sicurezza ma una cosa era certa: il maiale non si ammazza. Fuori i rom da Santa Croce!
La cosa si protrasse per un paio di mesi, finché l’assessore alla sanità, anch’egli di Alleanza Nazionale, e anch’egli zelante e scrupoloso, fece periziare dall’ASL le abitazioni dei rom – solo quelle dei rom – le quali furono dichiarate inagibili. Per cui gli zingari, con grande soddisfazione dei residenti, del consigliere, dell’assessore e di tutta Alleanza Nazionale, furono costretti ad andar fuori dalle loro case, delle quali, questo lo sottolineerei, venivano regolarmente pagati affitti e utenze. Solo qualcuno cercò di trovare una soluzione alla cosa proponendo di discuterne con chi normalmente di zingari si occupava (la Caritas e qualche associazione di volontariato). Si scrissero delle lettere ai giornali, si fece anche passare un ordine del giorno al Consiglio Comunale, che fu discusso, sindaco assente, per ragionare e magari trovare una soluzione alla questione, ma non ci fu niente da fare. Nel febbraio del 2003 gli zingari sono stati cacciati fuori dalle loro case con la forza (della legge, ovviamente). Non si sa che fine abbiano fatto, dove siano andati, ma l’importante è che abbia vinto la civiltà.
Tempo fa sono andato a Santa Croce, e ho visto in che stato versa quel quartiere dopo la riconquista: tutto è esattamente come prima, se non peggio, nulla è cambiato, a dimostrazione, qualora ce ne fosse stato bisogno, che il degrado del luogo non era affatto causato dagli zingari. Di quell’episodio resta solo una scritta ormai sbiadita a vernice spray fatta dai giovani di Alleanza Nazionale: Il Rabato è libero – Agrigento è nostra.
Il secondo fatto riguarda la bella iniziativa che un insigne studioso di Pirandello, il professor Enzo Lauretta, ha realizzato nel 2004, mi pare. Egli ha cercato, devo dire con un qualche meritato successo, di riprendere (forse è più giusto dire riesumare) la vecchia Sagra del Signore della Nave. Era una festa, questa, che si svolgeva in Girgenti, narrata da Pirandello in una bella novella da cui trasse uno splendido atto unico per il teatro. Dico splendido perché in esso si ritrova tutto il senso e lo spirito della comunità in festa, della celebrazione corale, che come spesso capita dalle nostre parti, ha aspetti sia religiosi che pagani. La festa si svolgeva nella chiesa di San Nicola, nella splendida Valle dei Templi, fino alla fine degli anni ’40 del secolo scorso o giù di lì – i miei genitori ne hanno dei vaghi ricordi –, intorno allo splendido crocifisso ligneo tuttora conservato all’interno della chiesa e che va sotto il nome di Signore della Nave. Vi era una celebrazione religiosa e una processione molto sentita. Ma, ahimè, la festa, forse a causa degli orrori della guerra o chissà per quale altro motivo, fu dimenticata dagli agrigentini.
E come dicevo, questa festa consta anche di una componente, diciamo così, pagana, il lato più godereccio dell’evento, la cosiddetta sagra del Veni mangia, veni vivi, che ruota intorno a un momento decisivo: l’uccisione del maiale. Sissignore, si scanna il porco. Come gli zingari a Santa Croce. Ad onor del vero, nella riproposizione del Lauretta non si è visto il momento cruciale dell’ammazzatina del maiale, ma sono convinto che nessuno avrebbe avuto nulla da ridire qualora ci fosse stata. Infatti nessuno ha avuto nulla da ridire quando il povero suino è apparso sulla tavola del buffet sotto forma di succulente salsicce, a testimonianza del fatto che la bestia era stata veramente ammazzata. Esattamente come avevano fatto i rom di Santa Croce.
Che per questo sono stati allontanati dalla città.

mercoledì, dicembre 10, 2008

BUON COMPLEANNO, DUDU



Tanti auguri a te, tanti auguri a te, tanti auguri cara Dichiarazione, tanti auguri a te.
60 anni, eh? Sembra ieri e già son passati 60 anni. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, detta amichevolmente Dudu. Ne hai fatte di cose, in questi 60 anni, vero? Anzi, la posso dire una cosa? Ne abbiamo fatte di cose, tu e quelli che in te abbiam creduto e crediamo ancora. Tanti passi avanti sono stati fatti e tanti, sono certo, ne faremo ancora. Il riconoscimento dei diritti delle donne e dei bambini, come ti sembra? E la fine dell'uso della pena di morte in oltre due terzi del pianeta? Certo, c’è ancora molto da lavorare ma va bene così, per ora. E poi l'adozione di trattati internazionali e di legislazioni nazionali; la creazione del Tribunale penale internazionale e i procedimenti per crimini di guerra e contro l'umanità da parte dei tribunali internazionali e, in alcuni casi, di quelli nazionali; l'istituzione dell'Ufficio dell'Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite e, in alcuni paesi, di commissioni nazionali sui diritti umani; i progressi nel controllo delle armi; un forte appoggio della società civile ai diritti umani, come attraverso la rete mondiale dei difensori dei diritti umani e delle organizzazioni per i diritti umani.
Tanti auguri, allora. Intanto da parte mia; poi anche da parte dei miei amici attivisti di Amnesty International di Girgenti – sabato e domenica saremo per le strade a chiedere firme. Ma auguri anche da altri attivisti di Amnesty, quelli per i quali non è così semplice mettersi in strada con un banchetto a raccogliere firme; quelli che vengono catturati di notte e portati in carcere, magari perché hanno scritto delle e-mail di denuncia delle lesioni dei diritti umani nei loro paesi. E tanti, tanti auguri di speranza da parte di coloro che ogni giorno sono discriminati per motivi di razza, di religione, di genere e di identità.
Auguri da parte delle donne, quelle violentate nei conflitti di tutto il mondo, specialmente in quelli dimenticati, ma anche da quelle che nell’opulento occidente vengono maltrattate, specialmente all’interno delle proprie famiglie (dicono che in Italia la violenza intrafamiliare ogni anno fa più morti della criminalità organizzata).
Auguri da parte dei bambini: i meninhos da rua del Brasile, braccati dalla polizia del paese perché ritenuti nocivi per il commercio; i bambini soldato – trecentomila in tutto il mondo – ingaggiati per uccidere altri uomini o altri bambini come loro; le bambine di Bangkok, di Cuba, del Brasile, giovanissime prostitute alla mercè di turisti senza scrupoli; i bambini lavoratori di tutto il mondo, quelli che cuciono palloni a 1 dollaro al giorno affinché i loro coetanei europei e americani possano fare i fenomeni, ma anche quelli che tessono tappeti, che lustrano scarpe o che vanno in miniera.
Auguri da parte dei condannati a morte, i dead men walking di tutto il mondo che ogni giorno compiono l’ultimo tragitto verso la morte. Auguri da parte di coloro che, invece, vengono torturati e in vari modi: dai semplici calci e pugni, al digiuno forzato, al waterboarding – una graziosa “lavata di capo” –, fino all’elettroshock e alle torture psicologiche.
Tanti cari auguri da parte dei rifugiati politici. Quelli che fuggono dai loro paesi poveri, anzi impoveriti, dove ci sono guerre, persecuzioni, conflitti etnici e robe del genere. In particolare ti salutano e ti fanno tanti auguri i rifugiati del Congo e quelli del Darfur. Ma anche i migranti semplici, i cosiddetti migranti economici, quelli che vanno via per cercare condizioni di vita migliori per loro e i loro figli. E il bello sai qual è? Che nei paesi nei quali si rifugiano vengono malvisti, perché dicono che sono un problema, soprattutto di sicurezza.
Auguri da parte dei gay di tutto il mondo, da quelli che vengono impiccati a quelli che vengono torturati, incarcerati, maltrattati, multati, frustati o semplicemente discriminati in tutto tutto tutto il mondo.
Auguri da parte di tutti noi, cara Dudu, e buona strada. Che è ancora tanta.